| Riassunti di "Analisi del film" - Comunicazione visiva |
| Scritto da Mario Fabiani | |
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Sintesi del testo "Analisi del film" di Casetti e Di Chio
Casetti – Di Chio - Analisi del film
1. Il percorso dell’analisi
1.1 Analizzare
Possiamo definire l’analisi come un insieme di operazioni compiute su un oggetto e consistenti in una sua scomposizione e ricomposizione, al fine di individuarne meglio le componenti, l’architettura, i movimenti, le dinamiche, ecc. Si tratta quindi di un percorso alla fine del quale si guadagna una migliore intelleggibilità dell’oggetto investigato.
1.2 La buona distanza
L’analisi testuale del film comporta necessariamente un distacco dalla situazione normale in cui quest’ultimo viene percepito. Il cinema costringe lo spettatore a rimanere sottomesso alla concatenazione delle immagini e dei suoni. La scomposizione e ricomposizione propri dell’analisi sono possibili solamente disponendo del film al di fuori del suo canale principe di distribuzione, ad es. attraverso le videocassette. Ma il distacco non è solo la ratifica di una nuova forma di visione, ma anche la ricerca di una qualche distanza dall’oggetto. Una “buona distanza” è quella che permette l’investigazione critica, e insieme quella che non esclude un’investigazione appassionata. Essa serve a rendere il film disponibile e insieme dominabile, presente nelle sue singole parti e nel tutto.
1.3 Analizzare, riconoscere, comprendere
L’analisi mira a:
Si tratta quindi di ripetere un meccanismo di fruizione “naturale” (riconoscimento-comprensione) in modo “mediato”, distaccato, per lavorare con sistematicità e autocoscienza.
1.4 Analizzare, descrivere, interpretare
Ma l’analisi si rapporta anche ad altre due operazioni:
Apparentemente, la prima operazione è vicina alla fase di scomposizione, la seconda alla ricomposizione. In realtà entrambi i momenti dell’analisi hanno a che fare con i due processi. La scomposizione risponde infatti comunque anche ad un punto di vista personale, mentre la ricomposizione in qualche modo deve fare i conti con il testo originale.
1.5 La presenza dell’analista
L’analista, davanti ad un film e più in generale ad un testo, si porta inevitabilmente dietro due condizioni:
C’è dunque fin da subito nell’analisi una presenza idiosincratica dell’osservatore, che guida l’analisi e le dà una certa meta. Ciò non deve comunque rappresentare un condizionamento, dato che tutte le ipotesi devono continuamente essere messe a confronto con il testo e se necessario corrette.
Di questa esigenza di equilibrio tra la fedeltà al testo e le premesse dell’interpretazione risentono anche altri tre passaggi:
1.6 Disciplina e creatività
Distacco dal film e sovrapposizione della presenza dell’analista sono due aspetti fondamentali per iniziare il percorso di analisi. Essi però non annullano la possibilità di un approccio effettivo al testo, che rimane a portata di mano, in tutta la sua concretezza e disponibilità. Ma senza questi presupposti, questa “disciplina”, l’osservazione si farebbe caotica, casuale, priva di pertinenza. Ogni passo dell’analisi, comunque, comporta decisioni personali dell’analista, e dunque si apre alla sua creatività, altrettanto indispensabile per raggiungere risultati produttivi.
2. I procedimenti dell’analisi
2.1 Come si analizza
2.1.1 Le tappe dell’analisi
Quali sono le tappe fondamentali del processo di analisi?
2.1.2 Le regole del gioco
Per disaggregare e riaggregare ci sono delle modalità consolidate, delle regole d’azione. Esse però non devono essere considerate come vincolanti. Si opera con esse e all’interno di esse, ma le si applica individualmente, creativamente. L’analisi di un film non è semplicemente la decifrazione di un testo, ma anche la valorizzazione di un proprio modo di accostarsi al cinema.
2.2 La scomposizione
2.2.1 Due tipi di scomposizione
Di fronte al testo filmico, l’analista si pone due serie di domande:
A queste due serie si dovrà rispondere con i propri criteri di intervento, in parte condizionati da regole condivise, ed in parte determinati dalla creatività.
2.2.2 La scomposizione della linearità, o segmentazione
La scomposizione consiste nel dividere il testo in segmenti sempre più brevi che rappresentino unità di contenuto sempre più piccole. L’approccio immediato è quello di cominciare a suddividere il film in grandi unità di contenuto, per poi continuare progressivamente a frammentare fino a che il contenuto si mostri passibile di ulteriori suddivisioni Si avranno così segmenti di diversa grandezza:
La scomposizione, in definitiva, serve per determinare la successione degli elementi del testo filmico, la loro dimensione, la loro articolazione interna e il loro ordine. Essa traccia lo schema lineare del testo filmico, il suo “indice generale”.
2.2.3 La scomposizione dello spessore, o stratificazione
La stratificazione consiste nello spezzare la compattezza del film e nel cogliere gli strati che lo compongono. Una volta ripartito il film in episodi, sequenze, inquadrature, immagini, se ne individuano le varie componenti interne (spazio, tempo, azione, valori figurativi, commento musicale) e le si analizzano una alla volta sia nel loro gioco reciproco all’interno di un dato segmento, sia nella diversità di forme e funzioni che assumono durante tutto il film.
Questa seconda forma di scomposizione si articola in due fasi:
Opposizioni e varianti consentono di cogliere i diversi elementi che formano una serie: omogenei ma distinguibili fra di loro.
Dopo l’individuazione degli assi e la specificazione degli elementi, si dovranno accorpare le due serie di osservazioni e ricostruire un disegno unitario del testo in tutti i suoi strati. Termina così la scomposizione del testo.
2.3 La ricomposizione
2.3.1 I quattro passi della ricomposizione
Si tratta di riaggregare gli elementi individuati e costruire un “modello” che metta in luce la logica che li unisce. Le operazioni da compiere sono sostanzialmente quattro.
2.3.2 L’ Enumerazione
Si traccia un elenco sistematico delle presenze nel film
2.3.3 L’ Ordinamento
Si mette in evidenza il posto che ciascun componente occupa nell’insieme del film, sia rispetto al suo svolgimento lineare (attribuzione alla sequenza, inquadratura, ecc.)che alla sua struttura profonda (attribuzione ad un determinato livello espressivo o serie omogenea)
Con queste prime due operazioni si mette a nudo un sistema di relazioni, una trama complessiva, e si chiude la fase di inventario e organizzazione.
2.3.4. Il Ricompattamento
Si comincia ad individuare la struttura portante del film. Per arrivarci si passa attraverso la sintesi, che comprende:
Tutte queste operazioni servono ad arrivare ad un’immagine quanto possibile ristretta del testo.
2.3.5 La modellizzazione
Il passo conclusivo è quello che ci porta ad una rappresentazione capace di sintetizzare e spiegare il fenomeno investigato. Il modello è uno schema che dà una visione concentrata dell’oggetto evidenziandone le linee di forza e gli andamenti ricorrenti.
Il modello è fondamentalmente un dispositivo che consente di mettere in luce l’intelleggibilità del fenomeno. Deriva dall’oggetto di partenza, ma è anche una cosa completamente nuova, in cui ciò che conta è la formalizzazione delle strutture e dei meccanismi più intimi dell’oggetto.
La prima grande scelta che si pone all’analista nell’elaborazione di un modello è quella tra:
Si ha poi la distinzione tra:
Naturalmente si danno anche casi in cui le diverse tipologie di modello possono mischiarsi, dando origine a modelli dinamici-figurati o statici-astratti.
2.4 Criteri di validità dell’analisi
Si tratta ora di stabilire in base a cosa un modello può risultare accettabile, perché si possa scegliere una tipologia rispetto ad un’altra. Innanzitutto un’analisi, per poter essere ritenuta valida, deve possedere almeno tre caratteristiche:
Al di là di questi parametri generali, ne esistono altri specifici, che giustificano le singole strade che si vogliono imboccare, e quindi i singoli tipi di modelli. In particolare:
2.5 Istruzioni per l’uso
Non sempre nella pratica dell’analisi tutti i passaggi fin qui evidenziati vengono rispettati o esplicitati, per esigenze di scorrevolezza dell’esposizione. Purtuttavia l’itinerario è corretto, e va almeno mentalmente seguito in ogni sua fase.
Inoltre, anche se è vero che scomposizione e ricomposizione sono due momenti successivi, è altrettanto vero che non si può cominciare a scomporre senza avere già in mente una qualche idea del modello. Si tratta di avere un’ipotesi guida, che funga da criterio per la segmentazione e la stratificazione.
3. L’analisi delle componenti cinematografiche
3.1 La “linguisticità” del film
L’appartenenza del cinema alla grande area dei linguaggi è riconosciuta da (quasi) tutti. Dal punto di vista semiotico, però, esso pone due problemi:
Dall’esigenza di superare queste difficoltà nascono diverse strategie di analisi. Fondamentalmente se ne possono individuare tre:
3.2 I significanti e le aree espressive
Anzitutto si individuano due grandi ordini di significanti:
Ogni materia dell’espressione rimanda al suo specifico linguaggio: la lingua scritta e parlata, la pittura, la fotografia, ecc. SU questa base il film mischia, sovrappone e articola linguaggi già consolidati in un amalgama del tutto originale.
3.3 I segni
Questo secondo approccio mette in luce i modi di organizzazione della significazione, e più specificamente i tipi di segni che un film utilizza. La tipologia dei segni attraversa le diverse aree espressive, superando i confini tra dimensione visiva e sonora.
Una tipologia che ha avuto un certo successo nell’analisi filmica è quella di Peirce, che divide i segni in:
Il film ovviamente utilizza tutti e tre i tipi di segno: le immagini sono icone, musica e parole sono simboli, i rumori sono indici. E in ogni caso all’interno di ogni linguaggio si possono ritrovare valenze iconiche, indessicali e simboliche.
3.4 I codici
3.4.1 La nozione di codice
Un codice è sempre e comunque:
E’ solo grazie alla presenza simultanea di questi tre aspetti che un codice è in grado di funzionare.
Il cinema non ha probabilmente codici “forti” come quelli delle lingue naturali. Tuttavia ci sono insiemi di possibilità ben strutturati, in cui gli elementi hanno valori ricorrenti, e cui si può far riferimento comune.
3.4.2 Codici cinematografici e codici filmici
Il cinema è un linguaggio variegato che coniuga più tipi di significanti e di segni. Si dovrà parlare quindi anche di molteplicità dei codici, in grado però di operare secondo una strategia di significazione complessiva.
Si deve innanzitutto distinguere tra due tipi di codici:
3.4.3 Codici tecnologici di base (o del mezzo in quanto tale)
Sono i codici che determinano il tipo di conservazione e trasmissione dell’immagine cinematografica. In particolare:
Questi dati non sono estranei alla dimensione linguistica del cinema, soprattutto perché incidono sulla “definizione”, sulla qualità e quantità dell’informazione e quindi sulla praticabilità o meno di alcune soluzioni espressive.
3.4.4 Codici della serie visiva: Primo gruppo: l’iconicità
Si tratta di codici che non sono esclusivi del cinema, ma sono condivisi da altri linguaggi come la fotografia o la pittura. Si parte dai codici che regolano l’immagine in quanto tale:
3.4.5 Codici della serie visiva. Secondo gruppo: la composizione fotografica
Il cinema riproduce la realtà anche fotograficamente. Si devono quindi considerare i codici tipici della composizione fotografica. Rispetto all’iconicità essi sono più specifici, anche se non esclusivi del cinema.
La prospettiva fa quindi guadagnare naturalezza e stabilità delle strutture visive di riferimento, a partire dalle quali il cinema può operare tutta una serie di “trasgressioni” espressive.
naturalmente ci può essere gradualità tra le due alternative. In generale, comunque, si possono applicare ai codici dell’illuminazione cinematografica le suddivisioni già rintracciabili nelle arti figurative (realismo, surrealismo, iperrealismo, ecc.)
3.4.6 Codici della serie visiva. Terzo gruppo: la mobilità
La mobilità è un tratto caratterizzante del linguaggio cinematografico, e i codici che la regolano sono quindi più specifici di quelli del primo e secondo gruppo. Innanzitutto si deve distinguere tra:
La distinzione, anche se a volte non è facilmente operabile, è essenziale per il richiamo a meccanismi psicologici di riconoscimento diversi, e per il rinvio a meccanismi linguistici divaricati. Osservare da un punto di vista fisso qualcosa che si muove comporta inevitabilmente un distacco dal reale, uno sguardo oggettivo e assoluto. Viceversa, adottare un punto di vista mobile sugli oggetti provoca sempre un senso di forte coinvolgimento, e dà l’idea di soggettività, precarietà, finitezza dello sguardo. La grammatica cinematografica tradizionale ha elaborato una classificazione dei movimenti di macchina di grande utilità pratica.
La panoramica è più spesso utilizzata in senso descrittivo, mentre il carrello è di preferenza soggettivo. Si può distinguere inoltre tra movimenti reali di macchina e movimenti apparenti. Questi ultimi sono rappresentati fondamentalmente dalla zoomata, che produce un’alterazione della profondità di campo (“schiacciamento”) che annulla lo spazio invece di attraversarlo.
3.4.7 Le tracce grafiche e i loro codici
Le tracce grafiche si possono suddividere in:
Le tracce grafiche sono direttamente legate ai codici della lingua con cui sono costruite. Nel cinema però intervengono principi di costruzione particolari, legati ai codici narrativi (ad es. “Dieci anni dopo…”). Esistono inoltre i codici stilistici e figurativi, che intervengono nel trattamento grafico, e fanno del titolo un elemento composito, che si legge come un nome e si guarda come un’immagine. E infine si deve tener conto delle connotazioni legate alla dimensione delle lettere, all’eventuale animazione o decorazione, ecc. Ne nasce un sistema di intrecci e sovrapposizioni che può fare di una semplice scritta il luogo di un complicato processo di significazione.
3.4.8 Codici sonori
I codici che regolano i fatti sonori sono molto ampi, e caratterizzano ogni forma di espressione: volume, altezza, ritmo, colore, timbro, ecc. Esistono però alcuni tratti che definiscono il sonoro in ambito cinematografico. In particolare sono quelli che presiedono l’interazione del sonoro con il visivo, regolando la provenienza del primo rispetto al secondo.
Innanzitutto il suono cinematografico può essere:
Il suono diegetico interiore e quello non diegetico si dicono anche suoni over, perché non provengono dallo spazio fisico della vicenda.
La voce
Il primo codice che regola il parlato è sicuramente quello della lingua del parlante, ma i codici che determinano la forma filmica del parlato sono altri.
I rumori
Anche qui bisogna distinguere tra:
La musica
Il suo intervento “in” o “off” è molto raro, diffusissimo invece la modalità “over”, tanto come accompagnamento della scena quanto come conclusione in crescendo di una sequenza e accentuazione dello stacco rispetto alla seguente. La tipologia degli impieghi della musica è comunque assai varia: naturalismo, realismo più o meno “falso”, enfasi retorica, accompagnamento discreto, stacco brusco, giunzione, ecc.
In conclusione, è evidente che la dimensione sonora, in tutte le sue manifestazioni, ha valenza cinematografica quando intrattiene relazioni significative con la parte visiva, caricandola di ulteriore senso e fungendo da tessuto connettivo.
3.4.9 Codici sintattici
Un principio generale del cinema è quello secondo cui le immagini si sviluppano lungo una continuità, attraverso una durata. E questa molteplicità del visivo appare regolata dalla totalità dei mezzi espressivi cinematografici.
I codici sintattici regolano l’associazione dei segni e la loro articolazione in unità più complesse. Tali codici possono attivarsi a due livelli distinti:
E ‘possibile delineare una tipologia delle associazioni rinvenibili tra le immagini:
Vi è poi un’altra forma di collegamento, in antitesi all’associazione, che è l’”accostamento”, ovvero la giustapposizione di due immagini che non hanno nessun elemento di raccordo.
I diversi tipi di legame danno luogo a grandi modelli di “andamento sintattico”, a modi di costruzione del discorso ricorrenti:
3.5 I regimi di scrittura
Ogni film è caratterizzato dalla messa in opera di solo alcune delle categorie che abbiamo visto. Ne deriva un sistema di scelte coerente e motivato, articolato per addensamenti e rarefazioni intorno ad alcune opzioni, che finisce per marcare l’individualità e organicità di un testo. Ci sono fondamentalmente due ordini di scelte:
Proprio a partire dal posizionamento su queste due coordinate, si possono individuare tre grandi forme principali di “scrittura” del film:
Quel che caratterizza questo tipo di scrittura è quindi il ricorso, sorprendente o distonico, a soluzioni estreme, raccordate però tra loro con transizioni che rendono il tutto fluido e omogeneo. E’ tipico di molti autori, come Fuller, Ray, Leone, Huston, Bresson, e soprattutto Welles.
In questo caso l’unitarietà è solo di stile: il principio d’ordine c’è, ma è determinato di volta in volta. Scrittura e lettura sono rese molto difficoltose.
4. L’analisi della rappresentazione
4.1 La rappresentazione
Il termine di rappresentazione sta ad indicare per un verso l’allestimento di una raffigurazione o di una recita, per l’altro la raffigurazione o la recita stessa. Dato che il nostro approccio al cinema è di carattere strutturale e categoriale, e non generativo, privilegeremo il risultato piuttosto che il processo, l’immagine ottenuta più che i passaggi compiuti per ottenerla, anche se questi non saranno del tutto tagliati fuori dall’analisi. Inoltre, nella natura stessa della rappresentazione (“stare per”) risiedono le radici di un doppio percorso: da un lato verso la ripresentazione e ricostruzione fedele del mondo, dall’altro verso la costruzione di un “mondo a sé”. Queste due ambiguità, di termine e di direzione, percorrono e rendono difficile il cammino dell’analisi.
4.2 I livello della rappresentazione
4.2.1 I tre livelli della rappresentazione
Davanti ad un’immagine filmica, abbiamo la sensazione che essa metta in gioco tre grandi piani di funzionamento:
Di solito questi tre livelli vengono riportati ad altrettante fasi del lavoro cinematografico:
4.2.2 La messa in scena
Si tratta di “allestire” ed “arredare” l’universo raffigurato dal film. E’ qui che l’analisi fa i conti con il contenuto dell’immagine:oggetti, persone, paesaggi, gesti, parole, situazioni, psicologie, ecc. Tutti questi dati possono essere fondamentalmente classificati in:
Un secondo modo di organizzare i dati di un film può invece puntare a ricostruire:
4.2.3 La messa in quadro
Messa in scena e messa in quadro sono operazioni molto interdipendenti fra di loro: non si dà un contenuto senza una modalità di espressione. Alcuni elementi del contenuto determinano le modalità di ripresa (ad es. i protagonisti al centro dell’immagine). Ma anche le forme di ripresa (campo lungo piuttosto che primo piano, ripresa frontale o dall’alto, ecc.) determinano la forma di realtà rappresentata, e quindi la messa in scena. Spesso si deve ricorrere alla manipolazione degli elementi rappresentati in quanto essi, colti al naturale, non vengono restituiti con la fedeltà ed evidenza sperate. La messa in quadro, in ogni caso, definisce il tipo di sguardo che il film getta sul mondo. E a questo livello pertengono temi di analisi quali la scelta del punto di vista, la selezione su cosa mettere dentro e fuori l’inquadratura, i movimenti della macchina da presa, la durata delle inquadrature, ecc. La modalità di messa in quadro può essere:
4.2.4 La messa in serie
A questo livello l’analisi deve passare dal considerare l’immagine singola a più immagini. Nel momento in cui due immagini vengono fisicamente assemblate (montaggio) si instaurano delle relazioni tra i mondi rappresentati e i rispettivi parametri di rappresentazione, che si intrecciano e moltiplicano per tutto il film. In questo senso le diverse associazioni tipiche del montaggio definiscono diverse modalità di disposizione e organizzazione dei “frammenti di mondo” delle singole inquadrature:
4.2.5 Centralità dello spazio-tempo
Le precedenti categorie pongono rispettivamente in gioco la determinazione dei contenuti (messa in scena), le modalità di presentazione (messa in quadro), e la loro articolazione nel film (messa in serie). Tutte queste categorie in ogni caso rinviano ad una presenza unificante, che si ritrova trasversalmente: la presenza di un mondo. E come tutti i mondi, anche quello sullo schermo è dotato di una dimensione spazio-temporale organica e unitaria. E' la presenza di questo “cronotopo” a unificare i tre livelli della rappresentazione, a costituire l’elemento connettivo fra essi. Ed è proprio la progressiva “elaborazione” di questo spazio-tempo tramite operazioni di rafforzamento, distorsione, ecc., che rende chiaro il passaggio da un livello all’altro.
4.3 Lo spazio cinematografico
4.3.1 I tre assi dello spazio
Tre sono i principali assi attorno ai quali organizzare lo spazio filmico:
4.3.2 I bordi dell’immagine: campo e fuori campo
La dimensione “off”, ovvero di tutto ciò che è fuori dal quadro, è indagabile su due versanti:
ciò che si trova al di fuori dal campo visivo, in ogni caso, “preme” sui margini del quadro, fin quasi a scardinarli, evidenziando i limiti dello sguardo della cinepresa e la parzialità della sua scelta.
La dimensione del fuori campo, però, non si definisce solo per ciò che è escluso alla vista. Essa è anche il regno del suono. In particolare il suono “off” e “over” (suono diegetico interiore, esteriore da fonte non inquadrata, e il suono non diegetico) mettono in gioco una ricchezza percettiva che l’immagine non può raggiungere. Lo spazio abitato dal suono è più ampio di quanto non appaia, proprio perché questo suono si può sentire. E’ un’apertura, uno “straripamento” dai margini dell’immagini. Il suono inoltre gioca un ruolo importante per la determinazione supplementare dello spazio in scena (con echi, riverberi, occlusioni), può rendere più fluido il montaggio con la sua continuità d’azione.
4.3.3 Lo spazio e il movimento
La macchina da presa agisce in pratica come un meccanismo in grado di registrare la continuità dinamica del reale e di manipolarne le apparenze. Sullo schermo dunque noi vediamo un universo in movimento. Quelle che in realtà sono posizioni statiche prendono vita all’atto della proiezione. Ecco quindi che ritroviamo l’opposizione statico/dinamico alla radice stessa del meccanismo cinematografico.
Si possono individuare quattro situazioni che rappresentano dei punti nodali:
4.3.4 Organicità e disorganicità dello spazio filmico
Il massimo grado di connessione e unitarietà dello spazio filmico corrisponde ad uno spazio “organico”, mentre il minimo grado corrisponde ad una rottura dell’organicità. Vediamo come si articola questa categoria:
In entrambi i casi si nota che il quadro non è più il centro di attenzione e organizzazione, ma rinvia all’esterno, diventa centrifugo. C’è la necessità di un nuovo percorso (mentale) che ne integri le mancanze e le frustrazioni.
L'articolazione dello spazio in organico/disorganico, pur nascendo all'interno dell'inquadratura, è subito destinata a varcarne i confini e a svilupparsi a livello di messa in serie. Noteremo quindi che:
4.4 Il tempo cinematografico
4.4.1 Collocazione e divenire
Da un lato c'è un tempo-collocazione, ovvero che si risolve nella determinazione puntuale della datazione di un evento. Dall'altro c'è un tempo-divenire, che invece si pone come flusso costante. Questo è il tempo che ci interessa, in cui gli eventi si dispongono in un certo ordine, hanno un durata e una frequenza.
4.4.2 L'ordine
L'ordine definisce lo schema di disposizione degli eventi nel flusso temporale. In base a ciò si distinguono quattro forme della temporalità:
4.4.3 La durata
E' l'estensione sensibile del tempo rappresentato. Si deve distinguere tra:
In particolare, a parità di durata reale, un'inquadratura sembrerà tanto più lunga quanto più il quadro è ristretto e il contenuto uniforme e statico, e viceversa sembrerà tanto più breve quanto più il quadro è ampio e il contenuto è complesso e dinamico. Questo in quanto lo sguardo impiegherà tempi diversi a esplorarlo e percorrerlo. Anche la messa in serie interviene a definire la sensazione della durata: se tra due momenti di una medesima situazione viene inserita un'altra scena, la durata temporale apparente dell'intervallo tra le prime due scene sarà direttamente proporzionale alla distanza spaziale della scena interposta, e inversamente proporzionale al dinamismo di quest'ultima.
E' comunque la durata apparente la più significativa, in quanto detta le regole della ricezione. La durata può inoltre essere:
4.4.4 La frequenza
La frequenza temporale della rappresentazione può assumere quattro configurazioni:
4.5 I regimi della rappresentazione
4.5.2 Regimi e pratiche della rappresentazione
Gli addensamenti e le rarefazioni intorno alle scelte del rappresentare possono essere ordinate attorno all'idea dell'analogia. Il mondo possibile costruito dal film non è infatti privo di agganci con il mondo reale. E il fitto gioco di elaborazioni e di richiami, ricreazioni e ripresentazioni che l'immagine filmica conduce, ha al centro proprio la decisione di spingere più o meno sul pedale delle somiglianze o su quello delle differenze: una scelta tra un'intenzionalità analogica forte e una debole.
Si possono quindi ipotizzare tre forme fondamentali del rappresentare al cinema:
I regimi della rappresentazione si legano in maniera preferenziale con le “forme dell'associazione” proprie della messa in serie-montaggio. In particolare:
Ognuna di queste prassi è legata ad un'ideologia ben precisa, ma ovviamente in molti casi sono usate con finalità diverse. Sta all'analista saper distinguere i valori in gioco, caso per caso.
5. L'analisi della narrazione
5.1 Le componenti della narrazione
La narrazione si può definire come un concatenarsi di situazioni, in cui si realizzano eventi, e in cui operano personaggi calati in specifici ambienti. Si mettono in luce quindi tre categorie:
Questo approccio privilegia la “storia” rispetto al “racconto”, ovvero l'universo narrato piuttosto che le modalità di rappresentazione. Ma ovviamente queste ultime rimangono molto importanti per l'influenza che hanno sul profilo di quanto viene raccontato.
5.2 Gli esistenti
5.2.1 Criteri di distinzione tra personaggi e ambienti
La categoria degli “esistenti” comprende tutto ciò che è dato e presente all'interno della storia, e si articola in due sottocategorie: i personaggi e gli ambienti. Distinguere tra questi due ambiti non è così intuitivo come sembra. Si possono individuare a tale scopo tre criteri:
5.2.2 L'ambiente
L'ambiente è definito da tutti quegli elementi che ospitano la vicenda e che le fanno da sfondo. Rinvia quindi all'intorno entro cui il personaggio agisce, ma anche alla sua collocazione spazio-temporale.
Per il primo caso, si potrà parlare quindi di ambiente ricco o povero, armonico o disarmonico. Per il secondo aspetto, si parlerà di ambiente storico o metastorico (nessun riferimento ad epoche o luoghi precisi), caratterizzato o tipico (con riferimento a una situazione canonica).
5.2.3 Il personaggio come persona
Analizzare il personaggio come “persona” significa assumerlo come individuo dotato di un proprio profilo intellettivo ed emotivo, e di propri comportamenti, gesti, ecc. In base a questo possiamo distinguere personaggi:
Naturalmente le categorie possono riguardare anche gli aspetti caratteriali, comportamentali e fisici dei personaggi, considerati come “simulacri” di una persona reale.
5.2.4 Il personaggio come ruolo
In questo caso si prende in considerazione il “tipo” che il personaggio incarna, e quindi i suoi atteggiamenti e le sue azioni. Non avremo più di fronte un individuo, ma un elemento codificato, un “ruolo” appunto, che punteggia e sostiene la narrazione. E qui potremo distinguere personaggi:
Per definire i ruoli è importante richiamare i sistemi di valori di cui essi sono portatori. Inoltre ogni ruolo è caratterizzato sia dall'estrema specificazione delle funzioni sia dalla combinazione di più tratti. I “tipi” canonici possono essere riportati a polarità ideali (quali il “Bene” e il “Male”), che si incarnano in figure “integre” come l'eroe totalmente positivo o il maligno integrale, ma queste figure in genere non sono mai al centro delle dinamiche narrative: chi si muove nella narrazione combina tendenze diverse e diversi atteggiamenti, e può passare addirittura da un fronte all'altro.
5.2.5 Il personaggio come attante
Si può analizzare il personaggio non in termini fenomenologici né formali, ma piuttosto prendendo in esame i nessi strutturali e logici che lo legano ad altre unità. In questo caso si parla, secondo la terminologia narratologica, di “attante”. Esso è da un lato una “posizione” nel disegno globale del racconto, dall'altro un'”operatore” che ne realizza alcune dinamiche.
La prima distinzione è quella tra Soggetto e Oggetto. Il Soggetto è colui che muove verso l'Oggetto per conquistarlo, e allo stesso tempo agisce su di esso e il mondo che lo circonda. Il rapporto Soggetto-Oggetto si sviluppa secondo quattro fasi:
L'Oggetto è il punto di confluenza dell'azione del Soggetto, rappresenta ciò verso cui muovere e ciò su cui operare. Esso può essere:
Attorno all'asse Soggetto-Oggetto si dispongono assi ausiliari. Avremo:
Questo schema astratto dà conto del funzionamento e dell'organizzazione delle strutture narrative più tipiche. Esso inoltre suddivide la struttura del racconto in due percorsi distinti, quello dell'Eroe e quello dell'Antieroe. Questo consente di sviluppare uno schema elementare fondato sulla struttura polemica in via principale, e su quella contrattuale sul piano periferico.
All'interno dello schema narrativo generale, ciascun attante può distinguersi via via in alcuni tratti supplementari. Esso può essere:
5.3 Gli eventi
5.3.1 Azioni e avvenimenti
Gli eventi si possono dividere in due grandi categorie:
Gli avvenimenti quindi esplicitano l'intervento della natura o della società, rispetto al quale l'individuo non è in grado di esercitare alcun controllo, ma solo un'azione di contrasto o di fuga.
Per quanto riguarda le azioni, si deve anche qui partire da una classificazione sulla base degli aspetti fenomenologici, formali e astratti.
5.3.2 L'azione come comportamento
L'azione come comportamento è un agire attribuibile ad una fonte concreta e determinata, una reazione ad uno stimolo o ad una situazione. Si può avere un comportamento:
Quello che conta è comunque l'osservazione delle forme e delle manifestazioni concrete dell'azione, il suo rilievo sociale, l'insieme dei gesti attraverso cui si esprime. Ovvero l'aspetto fenomenologico.
5.3.3 L'azione come funzione
Analizzare l'azione come funzione significa considerarla come occorrenza singola di una classe generale di eventi. Si tratta di tipi standardizzati di azione che si ritrovano in ogni racconto, pur con infinite varianti.
Le grandi classi di azioni possono essere così sintetizzate:
Si tratta naturalmente di uno schema molto generale, tratto da quello proprio del racconto popolare, che configura una sorta di racconto cinematografico canonico che possa fungere da base per ulteriori approfondimenti.
5.3.4 L'azione come atto
L'azione può anche essere esaminata in quanto atto, ovvero in quanto pura struttura relazionale che lega degli attanti.
Le relazioni tra attanti possono essere di due tipi (enunciati narrativi elementari):
In questo senso ogni funzione narrativa potrebbe essere tradotta in una serie di operazioni elementari, perdendo in senso di concretezza e specificità dell'azione, ma guadagnando in estensibilità e generalizzazione delle osservazioni.
L'atto, inoltre, possiede due dimensioni:
Sempre nella prospettiva astratta, possiamo poi cogliere l'atto in relazione agli altri che lo precedono e lo seguono, individuando una concatenazione: la performance è in relazione con l'acquisizione di una competenza e il conferimento di un mandato, e trova conferma o condanna nella sanzione che ad essa segue. Le quattro tappe dell'atto così individuate corrispondono ad altrettanti enunciati narrativi modalizzati:
Anche questo schema può essere utilizzato per raggruppare classi di funzioni narrative (ad es. il mandato comprende l'obbligo, il divieto e l'allontanamento, ecc.)
E' evidente, infine, come la classificazione dei personaggi e delle azioni, operata con criteri analoghi, possa essere incrociata: il comportamento va a legarsi con la persona, la funzione con il ruolo, l'atto con l'attante.
5.4 Le trasformazioni
5.4.1 Dagli eventi alle trasformazioni
Gli eventi, nel momento stesso in cui hanno luogo, intervengono sul corso della vicenda, provocandone l'evoluzione. L'evento è ciò che muove il racconto. E ogni azione produce un cambiamento di scenario, un passaggio da una situazione ad un'altra, attraverso un processo di trasformazione.
5.4.2 Le trasformazioni come cambiamenti
Anche in questo caso si può partire, per analizzare le trasformazioni, da un punto di vista fenomenologico. Ovvero, considerare le trasformazioni come cambiamenti. In quest'ambito, la trasformazione può essere vista da due prospettive diverse:
5.4.3 Le trasformazioni come processi
Sul piano formale, le trasformazioni si configurano come processi, cioè come forme tipizzate di mutamenti, percorsi evolutivi ricorrenti, classi di modificazioni. Esse possono allora qualificarsi come migliorative o peggiorative, naturalmente prendendo come riferimento la situazione di un personaggio “orientante”, dal cui punto di vista sia osservata tutta la vicenda. Un racconto infatti chiama in causa generalmente dei progetti, migliorativi o peggiorativi, che possono manifestarsi o rimanere allo stadio di desideri. E una volta manifestati, possono o meno portare a dei risultati. Il processo di trasformazione si svilupperà quindi attraverso una serie di scelte binarie secondo un percorso logico ricorrente:
All'interno di questo schema è possibile ricavare dei percorsi. Dal punto di vista del beneficiario del miglioramento, il processo porterà alla rimozione dell'ostacolo che provoca il suo stato di mancanza iniziale, attraverso l'attualizzazione di certi mezzi possibili. L'attualizzazione può avvenire casualmente (evento fortuito) oppure volutamente (missione da compiere). E in quest'ultimo caso il protagonista potrà avvalersi di agenti-alleati, mentre sarà ostacolato da agenti-antagonisti. Tutto questo può essere però letto anche dal punto di vista di chi persegue il peggioramento: alleati e antagonisti si invertono. Ma anche dal punto di vista di chi patisce il peggioramento, ecc. L'approccio formale rende quindi ben conto delle varie possibilità narrative e delle scelte conseguenti.
5.4.4 Le trasformazioni come variazioni strutturali
A questo livello, si intendono le trasformazioni come variazioni strutturali, ovvero come operazioni logiche che sono a fondamento delle modificazioni del racconto. Le principali operazioni sono:
Queste forme di variazione a volte si intrecciano e si mescolano nel disegno narrativo.
Da quanto detto emerge con evidenza la carica dinamica della narrazione: il racconto si muove da uno stato all’altro attraverso una serie di trasformazioni. Nell’analisi di questo percorso, assume un grande rilievo l’osservazione dei due stadi estremi: la situazione di partenza e quella d’arrivo. Esse spesso contengono dati importanti per l’analisi. Diversi possono essere gli approcci:
5.5 I regimi del narrare
5.5.2 Narrazione forte, narrazione debole, anti-narrazione
Rispetto a quanto detto finora, tre sembrano essere i grandi regimi narrativi, le forme fondamentali del narrare:
E’ lo schema classico del cinema hollywoodiano.
I tre regimi ovviamente sono tipi ideali, rappresentano dei modelli verso cui ciascun film può tendere. E comunque queste tre tendenze hanno attraversato in senso cronologico l’evoluzione del cinema: dal classico hollywoodiano alla nouvelle vague al cinema contemporaneo.
In tempi recenti poi si è fatto strada anche un altro tipo di racconto, trasversale rispetto ai tre evidenziati: quello del “raccontare il proprio raccontare”, cioè esibire la propria azione di narratore, manifestare il testo in quanto tale, rendere espliciti i meccanismi alla base dell’operazione.
6. L’analisi della comunicazione
6.1 Comunicare il film, comunicare nel film
6.1.1 Il testo filmico: oggetto e terreno della comunicazione
Comunicare significa far sì che un testo passi da un destinatore ad un destinatario. Parrebbe quindi che siano i due partner con i loro comportamenti concreti, e non il testo con le sue strutture e dinamiche, ad essere il vero fattore in gioco. In realtà ogni testo, compreso il film, non è indifferente al gioco in cui è preso. Il destinatore e il destinatario, all’interno del proprio discorso, si rappresentano e rappresentano il proprio interlocutore, e questa raffigurazione diventa poi principio regolativo per i comportamenti di ognuno. Ed anche le finalità e i modi della comunicazione si rispecchiano nell’atto comunicativo.
La comunicazione, nel suo stesso svolgersi, per un verso fornisce una definizione dei partecipanti, delle modalità e delle finalità che la sostengono; e per l’altro fa agire tali elementi quali veri e propri principi regolatori. L’effetto è di riassorbire i termini e le condizioni dello scambio all’interno di quanto viene scambiato: l’oggetto che si trasmette e attorno a cui si interagisce è anche il terreno della trasmissione e dell’interazione.
Il film, allora, come ogni testo, si trova a iscrivere in sé la comunicazione nella quale è preso, rivelando da dove viene e a chi vuole andare. Naturalmente sono sempre possibili letture perverse, decodifiche aberranti o semplici fraintendimenti. Ma in ogni caso il testo simula la situazione comunicativa in cui intende collocarsi, e vincola chi partecipa a questa immagine preventiva.
6.1.2 Seguendo le tracce
Possiamo cogliere nel testo filmico non solo il riflesso dei processi di scambio in cui è coinvolto, ma anche gli effetti di questi processi sulla sua struttura e funzionamento. Dalla maniera in cui immagini e suono si dispongono e operano possiamo dedurre sia il “farsi” del film (ovvero l’identità di un progetto organizzativo e comunicativo, una provenienza), sia il suo “darsi” (ovvero un principio di interpretazione, un orizzonte di attese, una destinazione).
6.2 Il quadro comunicativo
6.2.1 Figure reali e figure vicarie
Il film procede da un destinatore concreto (il regista, il produttore, ecc.) ad un destinatario altrettanto concreto (lo spettatore, il pubblico). Possiamo chiamare queste figure, esterne al testo, Emittente e Recettore. Esistono però all’interno del testo elementi che segnalano il punto da cui esso si origina, e il punto verso cui si muove. Queste figure interne sono classificabili proprio in base al polo della comunicazione che rappresentano: il destinatore o il destinatario. Esse non sono più realtà concrete come l’Emittente e il Recettore, ma rimandano ad un ruolo, simulano all’interno del testo un rapporto comunicativo che concretamente l’Emittente e il Recettore intrattengono grazie al testo stesso. E inevitabilmente finiscono per ridefinire il profilo delle figure reali.
6.2.2 L’Autore implicito e lo Spettatore implicito
L’Autore implicito e lo Spettatore implicito (anche enunciatore/enunciatario) sono figure astratte che rappresentano i principi generali che reggono il testo. Il primo rappresenta gli atteggiamenti, le intenzioni, il modo di fare, ecc. di chi ha prodotto il film, così come si palesano nel film stesso. Il secondo rappresenta le attese, le predisposizioni, le operazioni di lettura, ecc. proprie dello spettatore, sempre così come si palesano nel film stesso. Da una parte un “progetto comunicativo”, dall’altra le “condizioni di lettura”. In quanto figure astratte, Autore e Spettatore impliciti si manifestano nel modo stesso in cui il film si organizza, nelle scelte espressive e nei riferimenti. Anche se non mancano riferimenti più espliciti.
6.2.3 Il narratore e il narratario
In alcuni casi Autore e Spettatore impliciti hanno “figurativizzazioni” più evidenti all’interno del testo, elementi che ne manifesteranno più marcatamente la presenza. Avremo così le figure dell’emissione (Narratore):
Avremo poi le figure della ricezione (Narratario):
6.3 Il punto di vista
6.3.1 L’origine e la destinazione
L’esercizio di una funzione comunicativa è strettamente connesso all’assunzione di un punto di vista: chi mostra lo fa a partire da una determinata prospettiva, e chi riceve deve mettersi nelle stesse condizioni, o perlomeno tener conto della parzialità di veduta. Nei testi filmici, il punto di vista è quello dove è stata collocata la macchina da presa, e coincide con l’occhio dell’Emittente. Parallelamente, il punto di vista è quello in cui si colloca lo spettatore per seguire il film, e coincide con l’occhio del Recettore. Ma il punto di vista non si limita ad identificare questa doppia collocazione concreta, è anche qualcosa di più astratto, “dentro” l’immagine, che si può far risalire ad un Autore e a uno Spettatore impliciti. Innanzitutto il punto di vista è la marca della nascita di un'immagine: l'immagine “si fa” quando c'è un punto di vista che la determina. Parallelamente, il punto di vista è la marca della destinazione dell'immagine: essa diventa visibile nella misura in cui costruisce una posizione ideale in cui mettere il suo osservatore, “si dà” quando un punto di vista le offre una “sponda”. Il punto di vista incarna da un lato la “logica” secondo cui è costruita l'immagine, dall'altro la “cifra” che occorre possedere per ripercorrerla. Ovvero, identifica le istanze astratte alla base del gioco: l'Autore e lo Spettatore impliciti.
Si può parlare di punto di vista dell'immagine (agisce localmente, cambia con il cambiare dell'inquadratura) e di punto di vista del film (agisce globalmente, assommando o attraversando tutte le proposte).
Il punto di vista inoltre può incarnarsi in un personaggio (soggettive, flash back, sogni, ecc.), e allora si dovrà distinguere tra il punto di vista dell'Autore e Spettatore impliciti e quello dei diversi Narratori e Narratari.
6.3.2 La triplice natura del punto di vista
Dell'espressione “punto di vista” si possono dare almeno tre significati:
In un immagine filmica sono presenti tutti e tre gli aspetti: il più evidente è quello ottico. Ma a seconda di cosa mostra e cosa nasconde, l'immagine seleziona gli aspetti del visibile ed evidenzia determinati dati ed informazioni (aspetto cognitivo). Inoltre, a seconda di come è costruita, evidenzia valori e ideologie di riferimento. Mutare il punto di vista significa quindi l'individuazione di altre porzioni del visibile, altre informazioni e altre assiologie.
6.3.3 Punto di vista e focalizzazione
Attraverso un punto di vista quindi si identifica una porzione di realtà piuttosto che un'altra. Questa selezione mette anche in rilievo l'oggetto della scelta, dandogli uno statuto particolare, privilegiato. La focalizzazione designa proprio questo doppio processo di selezione e valorizzazione. Il film può essere quindi visto come un insieme di focalizzazioni. La cosa risulta ancora più evidente quando vi sono più punti di vista.
6.3.4 L'ampiezza del punto di vista
Nel testo filmico ci possono essere elementi che, dotati di un punto di vista, fungono da veri e propri agenti di focalizzazione, i focalizzatori. Questi personaggi possono assumere funzioni di Narratori o di Narratari. Tre possono essere le configurazioni possibili:
Si possono poi indagare i rapporti tra punti di vista chiaramente figurativizzati e punti di vista estranei alla diegesi. Ci sono infatti focalizzatori extradiegetici (dichiarazioni d'intenti, commenti d'autore, morali finali, ecc., espressioni del punto di vista dell'Autore e Spettatore impliciti) e omodiegetici (dichiarazioni, morali, commenti espressi dagli stessi personaggi della vicenda, espressioni del punto di vista di Narratori e Narratari). Anche qui, pur nella difficoltà di distinguere nel cinema l'extradiegetico dall'omodiegetico, si possono individuare tre configurazioni:
6.3.5 La conformità del punto di vista
Se ben osserviamo i focalizzatori omodiegetici, ci accorgiamo che non tutti i portatori di punto di vista sul piano della storia sono portatori del punto di vista dell'Autore e dello Spettatore impliciti. Vi possono essere personaggi il cui punto di vista non coincide con quello che attraversa il film. I punti di vista espressi nel film, in particolare quelli specifici dei Narratori e Narratari, si caratterizzano quindi spesso per un diverso grado di conformità rispetto al punto di vista che li ingloba e definisce (quello dell'Autore e Spettatore impliciti). Si possono allora ipotizzare due casi opposti:
Naturalmente i due poli spesso si intrecciano anche all'interno dello stesso testo.
6.4 Forme di sguardo
6.4.1 I quattro tipi di atteggiamento comunicativo
Lo “sguardo” ingloba sia il vedere che il sapere che il credere. E' possibile identificarne quattro grandi tipologie, che derivano da diverse combinazioni dei fattori comunicativi e da diversi gradi di esplicitezza che questi fattori assumono.
6.4.2 L'oggettiva
L'immagine presenta una porzione di realtà in modo diretto e funzionale, senza mediazioni e senza omettere alcuna informazione necessaria. Questa configurazione è detta oggettiva. Si manifestano un Autore e uno Spettatore impliciti, ma nessun Narratore o Narratario. Ne discendono un vedere “esauriente”, un sapere “diegetico” (tutto ciò di cui si viene a conoscenza è contenuto nell'immagine), un credere “saldo”.
6.4.3 L'oggettiva irreale
L'immagine mostra una porzione di realtà in modo anomalo o apparentemente ingiustificato, segno di una intenzionalità comunicativa che va oltre la semplice raffigurazione (riprese da luoghi “impossibili”, movimenti di macchina vertiginosi, ecc.). Qui i punti di vista emissivo e ricettivo sono esplicitate in maniera netta, l'autore e lo spettatore impliciti si calano in un Narratore (il protagonismo della macchina da presa) e in un Narratario (il ruolo interpretativo dello spettatore). Ne discendono un vedere “totale” (onnipotenza visiva), un sapere “metadiscorsivo” (l'immagine informa anche sulle modalità della scrittura filmica), un credere “assoluto”.
6.4.4 L'interpellazione
L'immagine presenta un personaggio, oggetto o soluzione espressiva la cui funzione primaria è di rivolgersi allo spettatore, chiamandolo direttamente in causa (voci over, didascalie, sguardi in macchina, ecc.). Sono perciò presenti un Autore implicito, un Narratore che lo incarna (l'elemento interpellante) e uno Spettatore implicito (a cui però non corrisponde un Narratario). Ne derivano un vedere “parziale” (calamitato dalle istruzioni provenienti dallo schermo), un sapere “discorsivo” (più attento al discorso che alla diegesi), un credere “contingente” (legato solo alle assicurazioni fornite dall'interpellante).
6.4.5 La soggettiva
Quanto appare sullo schermo coincide con quanto un personaggio vede, sente, apprende, immagina, ecc.. Abbiamo un Autore implicito, ma soprattutto uno Spettatore implicito e un Narratario che lo rappresenta. Lo spettatore assume una posizione per così dire attiva, entrando in campo attraverso gli occhi, la mente, le credenze del personaggio. Ne derivano un vedere “limitato”, un sapere “infradiegetico” (calato completamente nel vissuto di chi sta in scena), un credere “transitorio” (che dura finché dura la credibilità di chi è in campo).
6.5 I percorsi dello sguardo
6.5.1 La costruzione dello sguardo
Un'indagine complementare a quella sulle tipologie dello “sguardo” è quella che analizza i modi in cui il quadro comunicativo viene a costituirsi e a definirsi. In questo senso è utile servirsi delle categorie modali già utilizzate per i ruoli narrativi: mandato, competenze, performanza, sanzione.
6.5.2 Presupposti, azioni
Le quattro tappe, pur dando origine ad un percorso unitario, si situano su due piani ben distinti: quello cognitivo (il mandato e la sanzione) e quello pragmatico (competenza e performanza). In generale, è sul piano cognitivo che rintracciamo l'Autore implicito, mentre sul piano pragmatico vediamo agire i Narratori e Narratari. C'è però la possibilità che questa struttura subisca delle variazioni: il piano cognitivo può essere in mano allo Spettatore implicito (opere aperte), oppure a carico di un Narratore o Narratario. Oppure Autore e Spettatore impliciti possono operare sia sul piano cognitivo che pragmatico, eliminando ogni figura vicaria, ogni altro punto di vista (testi descrittivi o in presa diretta). E ogni configurazione può poi accavallarsi e intrecciarsi con le altre.
6.6 I regimi della comunicazione
6.6.1 Figure, forme e percorsi
Anche sul terreno della comunicazione, così come per le altre prospettive di analisi del film, si procede per addensamenti e rarefazioni, disegni unitari ed emergenze imprevedibili: anche qui si possono individuare in prima approssimazione sistemi coerenti di scelte attorno a cui si aggregano le singole soluzioni: regimi che definiscono le opzioni di fondo delle dinamiche comunicative.
6.6.2 Comunicazione referenziale e comunicazione metalinguistica
Ricalcando la classica tipologia delle funzioni comunicative, possiamo distinguere due regimi chiave:
Naturalmente tutte queste varie forme di comunicazione metalinguistica possono sovrapporsi, intrecciarsi e contaminarsi. Resta ferma la prevalente attenzione sull'atto stesso del comunicare piuttosto che sulla realtà di riferimento. Si tratta di un'opposizione tra due disposizioni generali del comunicare: da un lato la neutralità dell'atto comunicativo e l'obliterazione di ogni intenzione mediatrice, dall'altro l'esplicitazione proprio di questo momento di mediazione e riorganizzazione dei dati. |
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