| Riassunti del libro critiche del 900 cap.3 |
| Scritto da Morena | |
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Cap. 3 - L'area marxista: teorici e critici - di Paolo Orvieto da pag. 137 a pag. 149
Le basi della teoria letteraria e della critica marxiste, partono dal pensiero sull'arte di Marx (1818-1883) e di Engels (1820-1895). Le manifestazioni «spirituali» dell'uomo (giuridiche, politiche, religiose, filosofiche e artistiche), sono espressione della base socio-economica da cui derivano: si instaura un rapporto di «intreccio» fra struttura (la «base» socio-economica, il modo di produzione) e sovrastruttura (le produzioni «spirituali»). Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. Occorre spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive e i rapporti di produzione. La classe che dispone dei mezzi della produzione materiale dispone con ciò, in pari tempo, dei mezzi della produzione intellettuale. La critica marxista è eteronoma, cioè non autonoma, in quanto riceve dall'esterno le modalità della propria azione. E’ capace, negli scrittori più significativi, di confermare l'affermazione di Marx, che «le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee dominanti; l'arte fa conoscere, collabora a radicare e diffondere le idee dominanti, e sarà altresì utile per trasformare quelle stesse idee. Per quanto riguarda l'indipendenza della cultura rispetto alla politica Marx e Engels sostengono che l'arte non è "di tendenza" alla produzione, ma lo è nell'interpretazione del critico. La critica marxista è sempre storicistica, ma non ogni storicismo è veramente marxista. Non solo in Italia, ma là dove ha trionfato il capitalismo, il critico ha di nuovo sentito il richiamo della coscienza, etica e ideologica: a interpretare, tramite la letteratura, le forze in gioco e a cercare di mettere a nudo (o modificare) quell'assetto ideologico-culturale che la letteratura cerca di diffondere e radicare nella società. Ora l'ideologia trionfa di nuovo, strutturalismo e poststrutturalismo hanno generato un amalgama contaminato.
Il Neostoricismo americano filtra Marx attraverso Foucault, per cui le idee e la stessa storia, riducendosi a "discorsi", perdono il loro valore di verità documentaria e politica, per essere così sempre gestite dal potere della classe dominante in un determinato periodo. I Neostoricisti cercano di capire se possono modificare la "ragnatela" del potere; ogni ricostruzione critica può essere opinabile e ogni sovversione addirittura può rafforzare il potere dominante, il potere è onnipotente. Il neostoricismo, non solo cerca di ricollocare il testo nel contesto in cui è stato generato, ma di fare della considerazione del contesto storico il centro o la base di tutto lo studio letterario, la condizione senza la quale altre forme di studio significative non possono aver luogo. In un certo senso il neostoricismo cerca di fondere i principi del vecchio storicismo con quelli del post-strutturalismo. In altre parole si potrebbe dire che i critici neostoricisti scrivono narrazioni storiche in cui i soggetti non sono gli uomini nella storia ma i testi nella storia. La rinascita dello storicismo è stato ed è un fenomeno rilevante in quanto contesta la "critica umanistica", convinta nel fatto di poter reperire valori assoluti, etici ed estetici. Il neostoricismo americano nasce alla fine degli anni Settanta e agli inizi degli anni Ottanta all'Università di Berkeley, dove un gruppo di critici (Gallagher, Miller, Montrose e Greenblatt) promuove, anche con la rivista "Representations", il ritorno all'interesse storico negli studi letterari. L'opera letteraria è un prodotto di formazioni socio-politiche, storicamente localizzabili: la letteratura è solo uno dei tanti testi che serve per leggere la storia, affiancabile quindi ad altri documenti non letterarie ed è emanazione e radicamento del potere (recupero del concetto gramsciano di "egemonia"). Marx ed Engels, preferiscono tutti gli scrittori impegnati di tutte le letterature, e questo si spiega proprio col fatto che dal loro punto di vista la letteratura deve utilizzare le sue potenzialità di denuncia per risvegliare la coscienza degli uomini e portarli alla mobilitazione. I Neostoricisti si limitano a constatare il legame inseparabile tra potere e letteratura, i materialistici critici inglesi spiegano i loro interessi politici non solo denunciando i legami tra potere e letteratura, ma sperando una nuova coscienza politica formata nel presente sugli esempi del passato.
E' impossibile parlare di critica e teorie letterarie marxiste senza affrontare le premesse dei più acclamati teorici:
Innanzi tutto di Lukàcs i cui saggi influenzarono in modo pervasivo la cultura europea. E’ strenuo difensore del realismo ottocentesco e strenuo oppositore dei non-realisti tipo Flaubert o dei naturalisti tipo Zola, e di tutta l'arte decadente del Novecento. Secondo Lukàcs l'arte rispecchia la vita, ma l’arte e qualcosa che riproduce e interpreta una realtà.
La riproduzione della realtà nella letteratura occidentale, lo stretto rapporto tra letteratura e assetto storico-sociale è il tema del celebre capolavoro di Auerbach “Mimesis”.
Salinari, è stato il più strenuo difensore dello storicismo e del realismo; ogni testo deve essere collocato nella genesi storica: la situazione reale fornisce i dati (incontestabili e inopinabili; opinabili invece per Foucault e i new historicists) per l'inquadramento storico. In Italia una cosciente critica e teoria della letteratura marxiste nascono dalle indicazioni di Gramsci (1891-1937). I suoi scritti, compiuti negli anni del carcere (dal 1926 al 1937), furono editi e divulgati solo dopo la guerra ma non al di sopra delle parti e delle nazioni, ma "organico" a una determinata classe sociale: la cultura è sempre funzionale al potere Gramsci sosteneva che il critico letterario tende a perdere la propria autonomia, trasformandosi in intellettuale: “Il critico-intellettuale, sempre militante, deve scendere dal suo piedistallo e immergersi nella letteratura popolare e di consumo, deve ripristinare quel rapporto intellettuale-popolo in Italia interrotto fin dal Rinascimento”. Questo significa ricominciare a gestire in proprio l'egemonia intellettuale e morale; altrimenti il popolo subisce l'egemonia degli intellettuali stranieri. Anche la sociologia della letteratura possiamo dire che deriva dalla teoria e critica marxiste, in quanto ricerca i rapporti reciproci, tra letteratura e società. Molti dei teorici e critici marxisti possono essere considerati anche teorici e fondatori di una sperimentale sociologia della letteratura (Gramsci, Lukàcs, Adorno, Lòwenthal, Benjamin, Bachtin, Macherey, Goldmann, Hauser, Petronio, Spinazzola), anche se interessi socio-letterari sono da segnalarsi già prima dall'avvento del marxismo (in Vico, Madame de Staci e Taine).
I reciproci rapporti tra opera d'arte e società è il tema portante della linea marxista della Scuola di Francoforte (Adorno, Horkheimer, Marcuse, Fromm, Benjamin). Il passato illumina il presente, e viceversa — solo in un determinato presente è possibile quella interpretazione del passato. Le opere letterarie oltre allo storico «contenuto materiale» incorporano un «contenuto di verità», rilevante per la contemporaneità del lettore. Ma ciò che nell'estetica contemporanea per Benjamin è solo una mutazione, si tramuta in catastrofismo nelle incursioni letterarie di Adorno e di Horkheimer: la massificazione e commercializzazione nelle società moderne privano l'uomo di ogni identità; la salvezza sta anche nella filosofia e nell'arte, ma non in quella "di consumo", bensì in quella che contrappone l'individuo alla società. Siamo esattamente agli antipodi del realismo lukàcsiano: l'arte, quella contestatrice è solo quella moderna, l'arte nega la storia pur interpretandola. La critica marxista diviene elitaria. Con la Scuola di Francoforte, il marxismo si confronta e scende a compromessi con altre ideologie e metodologie critiche, e questo anche grazie a Galvano della Volpe. Nel suo saggio più importante, Critica del gusto (1960), della Volpe propone la fondazione di un'estetica «materialistico-storica» che superi i limiti dell'estetica idealistico-romantica. Il confronto con altre teorie letterarie e metodologie critiche diventerà compromesso nel marxismo inglese e americano. Ad esempio, per marxista inglese, Eagleton i testi letterari, trasmettono sempre un'ideologia, che agisce sulla realtà più che rifletterla. Il critico deve rivelare il rapporto tra opera e ideologia, deve capire come questa ha creato l'opera e come l'opera rivela l'ideologia. La nascita di un marxismo (in senso critico-letterario) americano è opera soprattutto di Jameson. Il marxismo è solo un metodo tra gli altri, che deve dimostrare la sua superiorità nei suoi settori specifici; deve misurarsi con gli altri metodi e ideologie. Con Jameson la letteratura e le modalità dell'interpretazione torneranno a radicarsi nella precisa situazione storica; il critico tornerà a interessarsi di ideologie e tendenze correnti. Il che non significa che il critico debba trascurare il testo (la forma), ma che questa stessa forma dovrà storicizzarsi. Insieme alla critica marxista, è la critica coloniale o postcoloniale, che in pratica si tratta di una contestazione di prospettive di minoranze trascurate, di modelli di pensiero e della letteratura occidentali, che praticamente ha stravolto, ed escluso ciò che si presentava come non-occidentale. La decostruzione della metafisica e delle mitologie occidentali era già stata opera di Derida, al quale si affiancano non solo l'onnipotenza del potere di Foucault ma anche Gramsci e il suo concetto di egemonia. Leggere in chiave postcolonialista significa rileggere la grande letteratura, in specie dei grandi imperi coloniali (inglese e francese), per individuare la presenza di "discorsi" coloniali, espliciti o impliciti che siano. Ci si chiede se anche in Italia esiste una letteratura coloniale da rileggere. Forse il più prestigioso rappresentante della critica postcoloniale è Said, con il suo rivoluzionario testo Orientalismo (1978). Il critico di nuovo, come ai tempi di Gramsci, si identifica con l'intellettuale. Secondo Said, secondo questo critico, il linguaggio è sempre radicato nel mondo, in un contesto geopolitico; e se prima ad essere smascherata e contestata era l’ideologia borghese, ora è l’ideologia "occidentale, imperialista e colonialista. La letteratura, da quest'ottica, collabora all'affermazione del potere. |
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