| Riassunti del libro critiche del 900 cap.4 |
| Scritto da Morena | |
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Cap. 4 - Dalla parte del lettore - Fenomenologia, ermeneutica, testualità e teoria della ricezione - Di Paolo Orvieto da pag. 199 a pag. 214
La «parte» è quella del lettore singolo o critico e non quella del pubblico, oggetto della sociologia della letteratura. Nello strutturalismo e nella semiologia il soggetto, inteso come lettore e interprete di un testo (letterario), è emarginato in nome di un metodo sovraindividuale che si professa scientifico e universalmente valido. Con la fenomenologia e con l'ermeneutica novecentesca il soggetto, quale interprete, si costituisce come non solo privilegiato mediatore del significato del testo stesso, e addirittura come produttore del testo. A partire da Husserl (padre della fenomenologia) la realtà è solo quella che viene percepita dalla nostra coscienza: gli oggetti sono "intenzionati" dalla coscienza di chi li percepisce. L'oggetto ha e mantiene una sua struttura essenziale che permane immutata attraverso le esperienze di lettori e interpreti. L'interpretazione del testo, inizia e si risolve nell'esperienza personale, nel confronto ravvicinato di due coscienze o, nel dialogo tra soggetto e oggetto; oggetto che è un prodotto unitario e omogeneo della coscienza dell'autore, non esterno ma implicato nel testo. Il critico deve perforare la superficie, per andare oltre il testo e sintonizzarsi sulla vita coscienziale per far emergere la griglia di temi che fa capo a un unico codice mentale. Il testo è frutto di una duplice orchestrazione, quella dell'autore e quella dell'interprete, due "intenzioni" che si completano a vicenda. Ingarden è il primo allievo di Husserl che ha elaborato una teoria fenomenologica della letteratura (e della critica) che poi influenzerà Jauss e Iser. L'opera letteraria (artistica in genere) ha una sua struttura ben definita, analizzabile nei dettagli e nell'insieme. La lettura non è una sequenza lineare ma un circolo ermeneutico in cui il singolo modifica ciò che ha compreso a ogni stadio della lettura in un continuo aggiustamento di tiro soggettivo sempre però guidato dall'autore. La comunione è tra lettore e opera dipende dall'intelligenza, cultura, sensibilità e "situazione" dei singoli lettori. Il fenomenologico interesse per la coscienza dell'autore accomuna componenti della Scuola di Ginevra ( Raymond, Béguin, Poulet, Rousset, Starobinski), su di una linea antipositivistica e antistoricistica. Il fondatore è stato Raymond (1897-1984) secondo questo critico: la critica deve mettere tra parentesi le introduzioni storiche, le teorie letterarie, per indagare «il carattere di ciascun poeta, di ciascuna poesia». Poulet (1902-1991), è il padre della cosiddetta "critica d'identificazione". La critica inizia sempre da un atto di lettura che, se penetrante, può perforare il testo e raggiungere lo "spirito" generatore dell'altro. La lettura è per Poulet un atto di spossessione di sé: rinuncia alla propria coscienza per lasciarsi possedere da quella dell'autore dell'opera: spossessione che è però anche possessione. Si tratta di risalire all'atto originario in cui la coscienza dell'autore si pone. Il critico più apprezzato della Scuola di Ginevra è Starobinski. Per lui «lo sguardo critico» trasforma, rida la vita a un mondo immaginario che assume la sua rappresentazione grazie a lui”. La critica deve mantenere le sue distanze, «conservare il diritto di guardare», di scoprire l'ordine o il disordine interno dei testi che interroga, i simboli e le idee secondo le quali il pensiero dello scrittore si organizza. Nel caso di Sartre (1905-1980) si tratta di critica che parte da premesse filosofiche e dall'esperienza diretta dello scrittore. L'opera d'arte è, in quanto mondo dell'immaginario, inversione della realtà; antirealtà. Torna l'assioma fenomenologico: la realtà in sé non ha senso, ha il significato che le conferisce la mia coscienza. L'opera d'arte non esiste nella realtà. I dati iscritti nel testo (guidano la lettura), ma il lettore va oltre i segni scritti. Lo scrittore pretende dal lettore il dono di tutto il suo essere, con le sue passioni e i suoi pregiudizi, le sue simpatie” L'obiettivo della lettura è quello di ricostituire (e giudicare) la coscienza intenzionale dello scrittore, tramite la «psicanalisi esistenziale». Un saggio fenomenologico di «psicanalisi esistenziale» è il Baudelaire di Sartre (1947). Utilizza oggettivi dati biografici e testuali, ma è il suo Baudelaire, investito di tutte le passioni e idiosincrasie del lettore; un autore che gli suscita più fastidio che simpatia, per la sua «malafede» o falsa coscienza. Forse il maggior rappresentante della critica fenomenologica italiana è stato Anceschi (1911-1995), altri sono stati marginalmente influenzati (Guglielmi, Curi, Eco, Giuliani, Sanguineti). Furono tutti seguaci della versione italiana della fenomenologia, soprattutto di Banfi, per il quale, non è la ragione astratta a verificare la razionalità delle cose ma la diretta esperienza; l'arte (singola opera o movimento) non è definibile in astratto, ma deve essere verificata, di persona e di momento in momento. Per ermeneutica, si intende qualsiasi tecnica che permetta di interpretare un testo, un documento, un'epoca storica e qualsiasi altro discorso o segno. In età medievale l'ermeneutica fu la disciplina che interpretava il testo biblico. Ma l'ermeneutica moderna inizia con Schleiermacher (1768-1834), che distingueva i due termini contrapposti e complementari di ogni interpretazione, quello «divinatorio» e quello «comparatista»: più soggettivo il primo, oggettivo il secondo. L'ermeneutica contemporanea si rappresenta come il metodo per il quale ogni aspetto della realtà presente e passato è interpretabile a partire dalla conoscenza del suo carattere storico e legato ad una particolare tradizione culturale. Un più stretto collegamento dell'ermeneutica col soggetto interpretante (che comprende il testo) si ha con Dilthey e, soprattutto, col vero fondatore dell'ermeneutica novecentesca, il grande filosofo Heidegger. Il testo secondo Heidegger non ha più una sua stabilità essenziale (come per Husserl e seguaci), perché ogni interpretazione si fonda su di una «pre-comprensione», che comprende il testo secondo idee precostituite essendo ogni interprete incastonato in un tempo e in una situazione storica, con le sue idee e distorsioni. Non siamo noi a configurare, a spiegare il testo, ma è il testo, misterioso e inesauribile, che, tramite il suo appello, si lascia parlare in noi, e solo perciò esiste.
Con Blanchot si arriva al radicalismo della lettura. Leggere è un atto che «esige più ignoranza che sapere». «Che cos'è un libro che non viene letto?», chiede Blanchot e la risposta è perentoria: «Qualche cosa che non è ancora scritto. Leggere sarebbe dunque non scrivere di nuovo il libro, ma far sì che il libro si scriva o sia scritto - questa volta senza l'intervento dello scrittore, senza nessuno che lo scriva». La lettura compie il testo; atto perciò non solo estetico ma artistico. L'affermazione heideggeriana che ogni comprensione è sempre determinata dalla precisa situazione storica, quindi dalla precomprensione, ci si chiede se l'interpretazione di ogni testo può arrivare a evincere un significato, insito nell'oggetto per volontà dell'autore. Tra i seguaci di Heidegger va citato Gadamer, il quale rivendica per le discipline umanistiche (storia e filosofia, arte e religione) esperienze extrametodiche: solo nei settori scientifici valgono il metodo e la verifica obiettiva. Conosciamo solo confrontandoci con autorità, tradizioni e pregiudizi: le maglie della rete culturale in cui siamo catturati. Vediamo sempre coi paraocchi. Di conseguenza anche l'opera d'arte è determinata dalle sue interpretazioni che, variando da situazione a situazione, da orizzonte a orizzonte di comprensione, mutano l'opera stessa. Secondo Gadamer, la comprensione è un dialogo (tutto avviene e si risolve nel linguaggio), uno sforzo in cui sono implicati tanto il soggetto interpretante quanto l'oggetto da interpretarsi. è un progressivo adattamento dell'io all'altro.
Parzialmente affiancabile al dialogo della comprensione gadameriana è Bachtin. Ogni testo artistico, in quanto prodotto di un autore dialoga con un'altra coscienza (quella del critico); al momento dell'interpretazione entra in un complesso e variegato contesto; ogni testo «è sempre dentro questo contesto incompiuto». «La comprensione come correlazione con altri testi e reinterpretazione in un nuovo contesto, assicura il radicamento storico. Una decisa risposta (dal versante husserliano) alla "pre-comprensione" storica di Heidegger e di Gadamer è quella fornita dall'ermeneuta americano Hirsch. Per lui l'oggettiva "verità" del significato testuale è garantita dall'unica volontà dell'autore. Questo vuol dire che il "significato" dell'opera non cambia, perché è quello voluto e codificato una volta per tutte dall'autore nell'opera. Il testo si presenta al lettore con le sue «strategie» intratestuali, con l'organizzazione strutturata, degli elementi interni, che perciò circoscrivono tanto il significato dell'opera quanto le possibilità interpretative del lettore. La lettura è il risultato di un processo biunivoco, tra un interprete che in un certo modo produce il testo, e un testo che con le sue strategie inquadra la lettura in una cornice predeterminata, per cui «l'opera letteraria non coincide mai completamente né con il testo né con la sua concretizzazione». Il testo è una struttura organica approssimativa, incompleta perché ai pieni alterna i vuoti: solo la lettura può colmare e completare ciò che risulta debolmente determinato dalle strategie del testo. Per Jauss (fondatore dell'estetica della ricezione) la letteratura è determinata dalla sua ricezione storica, ogni “orizzonte di interpretazione muta l'opera letteraria”. L'opera non è un monumento che manifesti la sua natura atemporale. Scrittura (testo) e lettura sono due entità che si condizionano a vicenda: la lettura cerca di trasferire il testo dal suo passato. Perché la lettura sia davvero trasformativa, Jauss riattiva il «piacere» di leggere, studia la possibile compartecipazione con i personaggi. Abbiamo ancora una volta un rapporto dialettico tra testo e pubblico: l'opera risponde a determinate attese e domande del pubblico, ma contribuisce, nel migliore dei casi, ad alterarle: trasforma il sociale. L'attività ermeneutica, la lettura dei testi antichi, è uno scambio dialogico, con relativi e progressivi mutamenti di opinioni. Senza più barriere (di carattere soprattutto culturale) è il «piacere del testo» propagandato da Barthes. La scrittura critica è un nuovo contatto di piacere col testo: Leggere un testo significa contribuire a scriverlo, partecipare attivamente alla sua produzione linguistica, senza consumarlo o imbalsamarlo in un significato rappreso. La critica insomma può muoversi confortata e sorretta dalla cultura, pur con larghi margini concessi alla soggettività (è il «testo di piacere») o rompere ogni legame con la cultura, e siamo al «testo di godimento». Testo di piacere: quello che soddisfa, appaga, da euforia; quello che viene dalla cultura, non rompe con essa, è legato a una pratica confortevole della lettura. Testo di godimento: quello che rompe ogni legame con la lettura, quello che mette in stato di perdita, quello che sconforta mette in crisi il suo rapporto col linguaggio (II piacere del testo). |
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