| Riassunti del libro critiche del 900 cap.5 |
| Scritto da Morena | |
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Cap. 5 - Il poststrutturalismo, le teorie femministe e postfemministe. La critica genetica di Enza Biagini da pag. 253 a pag. 269 Il poststrutturalismo si è imposto intorno agli anni settanta, come demarcazione di un contesto critico e teorico tendente al "superamento" delle concezioni dello strutturalismo più rigido, "formalista" e a-ideologico. L'aspetto più evidente del "superamento" si è manifestato nella teoria e nella pratica critica, come atteggiamento di sfiducia nei "metodi", in quei modi di descrizione dei meccanismi linguistici e semiotici, ritenuti oggettivi e applicati nell'arte, nella cultura. Il poststrutturalismo non è in antagonismo con lo strutturalismo. Lo studioso tedesco Frank che ha usato il termine neostrutturalismo, insiste sulla «relazione interna» con lo «strutturalismo classico rappresentato da Ferdinand de Saussure, Lévi-Strauss, Barthes», e ricorda che “il neo strutturalismo non è semplicemente posteriore allo strutturalismo, ma si ricollega in maniera critica allo strutturalismo”. I poststrutturalisti non sono degli antistrutturalisti: ma cambia il momento storico (Frank, che associa il neo o poststrutturalismo alla "condizione postmoderna", propone una data di origine connessa con il maggio 1968); Se lo strutturalismo separava il segno dal referente, il "poststrutturalismo" separa il significante e significato. Il significato non è immediatamente presente in un segno. Tra i motivi del poststrutturalismo riaffiora la domanda circa la verità in generale e la verità del significato dell'opera in particolare. È d'uso fare soprattutto un nome, quello di Barthes, citando come opera sintomatica del 1970 una vera e propria "riscrittura critica" del racconto Sarrazine di Balzac - per illustrare l'evoluzione dallo strutturalismo al poststrutturalismo critico. Il percorso di Barthes, offre tutta la gamma dei discorsi teorici che hanno attraversato due decenni: lo strutturalismo, la semiologia e la retorica , la neo-ermeneutica, il testualismo, il ritorno, vero o immaginario, del soggetto-fruitore e del piacere della lettura. Sono pochi i percorsi teorici che, strutturalisti in origine, non si siano evoluti in senso poststrutturale. Questo vale per molti degli autori di questi ultimi trent'anni: Kristeva, Todorov, Genette. In Italia: Eco, Raimondi, Pagnini, Lavagetto. La scuola di Bachtin insiste nel dire che ogni espressione linguistica deve essere considerata nel suo contesto sociale, perché ogni singola parola dialoga col suo contesto (sia linguistico che sociale) e assume, quindi, un significato diverso a seconda di dove si trova. Il critico Roland Barthes ha definito la letteratura come «un messaggio sul senso delle cose e non il loro significato”. Secondo lui, il peggior errore che può commettere uno scrittore è pensare che il linguaggio sia un mezzo naturale e trasparente attraverso il quale il lettore coglie una "verità" o "realtà" solida e unificata. Il momento di maggior "post-strutturalismo" in Barthes si ha quando abbandona le sue pretese scientifiche. Se prima egli credeva che lo strutturalismo fosse capace di spiegare ogni tipo di sistema umano, ad un certo punto si è reso conto che ogni cosa, ogni linguaggio, dovrebbe essere spiegabile. Ma questa spiegazione è permessa grazie ad un linguaggio che, nel caso sia spiegazione del linguaggio, diventa un metalinguaggio. A sua volta, questo metalinguaggio è spiegabile da un'altro linguaggio, che diventa dunque pure lui metalinguaggio, e così via fino a trovare che nessun linguaggio è stato spiegato. Il critico Barthes distingue tra testi realistici, che offrono al lettore significati chiusi e altri tipi di testo, che incoraggiano invece il lettore a produrre significati. Il primo tipo di testo permette al lettore unicamente di essere il consumatore di un significato fisso: è il testo "leggibile"; il secondo tipo rende il lettore un produttore: è il testo "scrivibile".
Il decostruzionismo
Il decostruzionismo è un nuovo movimento nella critica americana. La data-evento del decostruzionismo è il 1966, quando fu organizzato un convegno sul tema: I linguaggi della critica e le scienze umane. Al convegno era presente Derrida e tra i partecipanti si trovavano Barthes, Lacan, Paul de Man e Poulet. Culler è uno tra i primi teorici della tendenza decostruzionista. Il contesto italiano è rimasto refrattario al decostruzionismo critico. Vi è stato un forte interesse per il concetto di "testo" (e i concetti di intertestualità), ma non ci si è spinti fino a fondare un movimento "testualista" paragonabile a quello della rivista francese "Tel Quel", né si sono formulate linee di distinzione fra un "testualismo debole" e un "testualismo forte".
La critica decostruzionista non è una regressione verso l'elemento semplice, verso una origine non scomponibile. La decostruzione non è un metodo e non può essere trasformata in metodo» (Derrida).
Secondo Culler: la «critica decostruzionista è un'esplorazione della logica testuale in testi detti letterari. La decostruzione si crea attraverso ripetizioni, deviazioni, deformazioni». Il procedimento di comprensione si limita a "decostruire" un testo, mediante la lettura, e a costruirne un altro con la scrittura.
La decostruzione critica non comporta né metodi né sistemi. Culler parla di lettori e di lettura, i nomi Paul de Man, Miller, Bloom, che vengono indicati come decostruzionisti, non hanno percorsi in comune bensì ascendenze comuni: la lezione di Derrida, quella della Scuola di Ginevra e, sul piano della pratica, una cosiddetta "mania interpretativa".
De Man riconosce al testo letterario uno statuto allegorico, vale a dire una costruzione che comporta due distinti significati, uno letterale, visibile e uno invisibile, il soprassenso. Il termine "allegoria" diventa per de Man una vera e propria «figura di senso», costitutivamente doppia, dove il piano letterale, che «racchiude» il senso nascosto, appare come una «resistenza», che occorre «decostruire». Accanto all'allegoria c'è un'altra figura retorica costitutiva del linguaggio letterario per de Man: l'ironia. Il ruolo dell'ironia è visto come affine alla dimensione decostruttiva dell'allegoria proprio per la serie di opposizioni (vero/falso, reale/ideale) che la istituisce.
Le teorie critiche femministe e postfemministe
Il femminismo è un nuovo movimento nella seconda metà del ‘900, specialmente in America e in Inghilterra, ha una lunga storia politica. Vede protagoniste alcune donne, nella lotta dei loro diritti rispetto ai loro compagni uomini, quindi parità sociale e culturale, uguaglianza fra i sessi, sono temi costituiscono i cospicui capitoli della "storia delle donne". Ma sono soprattutto le storie letterarie e artistiche a testimoniare le forme creative del "coraggio delle donne". Quando, nel 1949, Simone de Beauvoir pubblicò Le deuxième sexe (II secondo sesso), la famosa frase «donna non si nasce, lo si diventa» costituì subito lo slogan dell'emancipazione femminile e cioè del "femminismo". Oggi, questa frase si può ancora considerare parte di una tendenza della teoria femminista e della rivendicazione, da parte della donna, ad avere una «stanza tutta per sé». Questa frase è anch'essa famosa: si riferisce al titolo di un'opera di Virginia Woolf ed è diventata il simbolo dell'aspirazione della donna anche alla creazione letteraria e artistica. Woolf ha concentrato la sua attenzione sugli svantaggi materiali delle donne rispetto ai loro compagni maschili. Il suo principale contributo al femminismo è dato dalla affermazione che l'identità sessuale dell'individuo è un significato sociale che può essere trasformato e cambiato. Dopo gli anni Settanta lo scenario che segue la fase storica delle teorie femministe, anteriore al poststrutturalismo, appare più complesso ed esteso. Innanzi tutto vi è stato un forte dibattito nei confronti della psicanalisi e in particolare la criticata descrizione di Freud della donna come soggetto in preda alla famosa "invidia del pene". Il secondo femminismo o post-femminismo è frutto dell'ondata dei movimenti di liberazione della metà e della fine degli anni '60. Quest'ondata femminista si caratterizza per un'attenzione maggiore verso fattori di tipo sessuale, come la differenza biologica tra uomo e donna. Non si contano solo i movimenti femministi ma si parla di teorie femministe e di critica di genere, pratiche e teorie diffuse, che dedicano largo spazio alla riflessione circa la divisione di genere sessuale (maschile e femminile). Per molto tempo, infatti, la donna è stata considerata inferiore all'uomo proprio partendo dalle sue caratteristiche fisiche e dal suo ruolo biologico. Il fatto che il suo corpo sia predisposto alla procreazione non è più visto come un difetto, ma come una superiorità rispetto al corpo sterile dell'uomo; e tutto l'apparato biologico tipicamente femminile, è preso come una ricchezza notevole propria alla femminilità, che permette alla donna di vivere esperienze del tutto particolari. Il secondo femminismo di divide in due rami: il femminismo Anglo-Americano, che si concentra con su problemi della scrittura femminile, e quello francese con la teoria di Julia Kristeva sul tipo di scrittura femminile piuttosto che sul sesso di chi scrive. Questo determinerà un diverso orientamento nelle teorie femministe. Questa via della liberazione dell'identità della donna in modo individuale e intersoggettivo, costituisce, per l'ambito francese, una fase ulteriore agli anni Ottanta, dove Kristeva, teorizza il linguaggio poetico che hanno le donne, la voce dolce e soave delle donne non ha nulla a che vedere con quella degli uomini. L'incontro tra il decostruzionismo e il femminismo ha origine proprio nella riflessione derridiana sulla differenza sessuale e l'opposizione gerarchica uomo/donna. Nella sua ottica, l'opposizione uomo/donna, finisce per evidenziare che tale opposizione non può non essere oggetto di decostruzione perché essa è una costruzione a molteplici livelli - storici, filosofici, ideologici, psicanalitici, linguistici, letterari - di una falsa identità. La decostruzione di tutti questi discorsi farà emergere che l'alterità femminile costituisce una differenza necessaria e funzionale alla costruzione dell'idea stessa dell'uomo, come depositario della superiorità, della razionalità, della positività. Questo determinerà un diverso orientamento nelle teorie femministe. La svolta più importante consiste proprio nel rovesciamento di senso dell'alterità, che diventerà il luogo dell'autocoscienza e della possibilità di definizione di una specificità femminile e della specificità dei "generi sessuali". Questa via della liberazione dell'identità della donna in modo individuale e intersoggettivo, costituisce, per l'ambito francese, una fase ulteriore agli anni Ottanta, dove è possibile inserire anche il nuovo discorso di Kristeva, una voce delle più autorevoli per le sue teorie (vicine a Lacan e a Derrida) a proposito della semiotica, del linguaggio poetico, del femminile. Gli interessi femministi sono estesi anche alle questioni di individualità etniche, sessuali, razziali e interculturali. Tra i nomi che circolano c'è quello della studiosa Spivak (Calcutta), nota anche per essere stata allieva di de Man e per aver tradotto in inglese il testo di Derrida, De la grammatologie. Spivak è definita una decostruzionista che si muove tra Marx e Freud. Ma lei stessa, pur riconoscendo come sua la visione del decostruzionismo, tende a definirsi piuttosto come un'«ecclettica» che non rinnega le proprie radici.
Ed è anche per la propria esperienza di "immigrata", con altra "lingua", altra tradizione di testi, che Spivak si inserisce con un contributo originale, non solo per le teorie di genere ma anche per le culture «senza parola», «senza soggetto», subalterne, non libere o colonizzate. In italiano non esistono formule felici bilanciate tra critica e teoria. Si può forse considerare ancora utile la formula onnicomprensiva "leggere da donna", usata da Culler. Se è vero come scrive Annette Kolodny che «lo scopo principale della critica femminista, deve essere quello di addestrarsi in metodi rigorosi per analizzare stile e immagini e poi, senza pregiudizio di applicare tali metodologie ad opere individuali», è altrettanto vero che il modo scelto per "scrivere donna" ha un suo "idioma" creativo e sta tra l'autobiografismo, l'aforisma, il pamphlet e la critica militante.
La critica genetica
La critica genetica è un'etichetta di ritorno nel contesto italiano. Deriva, infatti, dalla formula francese "critique génétique", forgiata negli anni dello strutturalismo (ma già come tendenza poststrutturale) e corrisponde a una definizione più attuale della cosiddetta "critica delle varianti". Ma che cosa si intende per critica delle varianti? Per critica delle varianti si intende quella critica degli autori del ‘900 nei confronti degli scrittori degli anni passati, si studiano le fonti d’ispirazione di un’opera, dei personaggi, e dell’autore stesso cioè “un l'esame critico delle versioni precedenti di un'opera, degli abbozzi, delle correzioni apportate dall'autore nel corso della elaborazione (Suitner)». Una data, il 1937, e un luogo, "II Meridiano di Roma", possono essere considerati i momenti di riferimento per una breve storia della critica delle varianti. Sul "Meridiano di Roma" Contini pubblicava due recensioni: Come lavorava l'Arìosto e Per una Tesi sul Leopardi. Anche alla poesia leopardiana è stata dedicata lunga attenzione variantistica. Ed è a proposito del componimento leopardiano A Silvia, ad esempio, che seguì il noto scambio di "biglietti" e di opinioni, per così dire, interno fra Contini e De Robertis, sulla diversa concezione circa il valore delle varianti: espressivo e «migliorativo» per De Robertis, oggettivo per Contini. È a Contini, comunque, che si deve il più costante esercizio di quella che egli ha talvolta chiamato «critica delle correzioni». Gli "avantesti" ricostruiti, oltre a quelli di Tasso e Manzoni, continuano ad essere quelli di Leopardi - su cui si eserciterà la variantistica di Peruzzi e di De Robertis — e, tra gli autori contemporanei, Ungaretti, Montale, Gadda, Pizzuto.
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