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Riassunti saggi di Calvino - critica letteraria
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Scritto da Mario Fabiani   
Riassunti-appunti sui saggi di Italo Calvino presenti nel programma di Critica letteraria


Calvino - Il mare dell’oggettività


La cultura basata sul rapporto individuo (coscienza, volontà, giudizio) – mondo oggettivo sta cambiando, nel senso di una sempre maggiore invadenza dell’oggettività.

In precedenza il dibattito culturale verteva sulla questione se il poeta dovesse rinchiudersi nella propria interiorità, rifiutando la storia e rapportandosi solo con la natura, oppure partecipare e dare battaglia.

Alcune avanguardie letterarie (Sartre, Dylan Thomas) e altre pittoriche (Pollock, Wols) sono i primi segni di questo movimento, che inverte le tendenze precedenti: dal soggettivismo prorompente (espressionismo, surrealismo, monologo interiore) all’oggettività che annega l’io.

Ciò che ha permesso l’”alluvione oggettiva” è una sorta di rinuncia al ruolo attivo dell’uomo, allo spirito rivoluzionario.

Si diffonde l’idea che l’individuo non può indirizzare le cose, che vanno avanti da sole, all’interno di un sistema complesso la cui comprensione è già impresa difficile.

La storia non è ancora abbastanza una costruzione cosciente guidata dall’intelletto, ma è ancora troppo uno svolgersi di accadimenti biologici, ai quali è inutile opporsi.

Filosofia, scienza e morale non si curano più di giudicare, ma solo di descrivere.

Anche certa letteratura (Musil) e certo teatro (Ionesco) ripropongono l’oggettività della ragione e quella dell’assurdo.

La critica letteraria anch’essa (Citati) si libera di qualsiasi criterio normativo o scala di valori per diventare mimesi dell’opera creativa. Tenendo lontano ogni criterio, l’operazione conoscitiva si trasforma in operazione mistica, di rivelazione e comunione cosmica.

Se la ragione dell’universo trionfa su quella dell’uomo, è la fine del fare, della storia, è il ritorno all’indistinto crogiuolo originario.

Ma questo seguito di dati oggettivi che diventa racconto può anche essere visto come una via per la riaffermazione della coscienza, per definire qual’è il suo ruolo nel mare delle cose.

Dalla materia narrata del Pasticciaccio di Gadda, in cui autore e lettore sprofondano, nasce un senso di sgomento che può essere lo stimolo per andare oltre, riacquistare il distacco storico.

Dall’umanità grado zero esperimentata da Pasolini a volte scaturisce un pensiero, un affiorare di coscienza che per un attimo si eleva sul piattume linguistico-esistenziale.

Dalla letteratura dell’oggettività alla letteratura della coscienza. Ci sono due modi di intendere la realtà: uno che implica il senso della complessità, del labirinto, della stratificazione, e un altro che schematizza e semplifica il reale. Ma dall’uno e dall’altro può scaturire la reazione, la non accettazione, il contrasto senza illusioni.


Calvino - La sfida al labirinto


La rivoluzione industriale ha provocato una prima crisi della filosofia, della letteratura e dell'arte.

Il recente progresso dell'industrializzazione totale e dell'automazione è arrivato prima che la società e la cultura fossero pronte a governarlo.

Anche le ideologie capitaliste e socialiste sono in fase di trasformazione e non se ne intravede il futuro (siamo nel 1964).

Nonostante le difficoltà culturali e individuali ad affrontare la modernità, l'umanità sembra comunque avere un futuro, anche se molto diverso da ciò che è stato.

La profezia marxista si è avverata solo nella sua parte negativa dell'avvento dell'industrialismo totalizzante, non nella parte positiva della liberazione dell'uomo.

Ma la cultura, sia quella artistica che quella scientifica che quella politica, accetta la sfida della trasformazione.

Come risposta alla prima rivoluzione industriale:

  • il marxismo accetta l'alienazione e reificazione, ma prevedendone il rovesciamento in un processo storico

  • la poesia la rifiuta, con l'estetismo: la bellezza fuori dal tempo e dallo spazio, immagini altre.

Il parallelismo Marx-Baudelaire: entrambi hanno come bersaglio il mondo borghese.

Anche queste correnti letterarie (estetismo, escapismo, esotismo, decadentismo) si definiscono in un rapporto conflittuale con la civiltà industriale.

Ma c'è anche una possibilità diversa per la letteratura di fronte alla rivoluzione industriale: accettarla tra le immagini del proprio mondo poetico e riscattarla dalla disumanità in favore di una visione di progresso.

La letteratura che vuole rappresentare criticamente i primi aspetti dell'industrialismo nasce da un ambiente borghese di tradizione illuminista e utilitarista, e ne eredita tutti i limiti. E la linea romantico-umanitario-positivista (vedi Victor Hugo e Zola) non regge oltre la prima fase dell'industrializzazione.

Anche il cosiddetto “realismo socialista” si portava dietro vizi di romanticismo, pedagogismo e pruderie.

Cezanne rappresenta un primo tentativo di dare una risposta diversa. Mentre fine ad allora all'impoeticità della civiltà industriale si contrapponeva una visione del mondo naturalistico-umanistica legata a vecchi modelli, con il cubismo e il futurismo si cerca un nuovo termine di antitesi, l'immagine di un futuro industriale che abbia ritrovato bellezza e pregnanza morale, ma diverse dalle precedenti.

Un ruolo fondamentale in questo movimento lo giocano le arti visive e l'architettura (art nouveau, bauhaus, razionalismo, industrial design). Ma anche poeti come Apollinaire e Majakovskij, che si esprimono anche attraverso invenzioni tipografiche.

Nasce l'ottimismo storicista: contro il rifiuto e l'evasione, si afferma il riscatto morale del mondo meccanizzato. E' anche un aiuto al perpetuamento dello sfruttamento capitalistico, ma allo stesso tempo una carica morale di non rassegnazione, di anticipazione di un nuovo mondo ancora umano.

Questo ottimismo storicista prenderà esiti ideologici molto diversi: l'illuminismo degli architetti, il panteismo rivoluzionario di Majakovskij, il nazionalismo bellicista del futurismo, l'anarchia dei dada, ecc.

Questa corrente viscerale dell'avanguardia è quella che dà vita a tutte le possibilità espressive attuali.

Il grande avvenimento del secolo è stato quello della rivoluzione contro il padre, portata avanti da Freud e da Kafka.

Per quanto riguarda le scelte espressive e critiche, il mio orientamento rimane quello di una stilizzazione riduttiva, sul modello di Hemingway.

E' viva però anche la necessità di adottare uno stile che si adatti alla complessità del mondo moderno, attraverso l'adozione di tutti i linguaggi possibili e tutti i possibili metodi di interpretazione.

Un grande esempio di invenzione del linguaggio è quello di Picasso, che è riuscito ad esprimere il mondo e sé stesso in modo totale.

La stagione che va dalla guerra di Spagna fino al secondo dopoguerra fu particolarmente importante nel produrre stimoli di tipo stilistico, storico ed esistenziale che hanno prodotto una ricerca folta di implicazioni culturali. Per la letteratura italiana è il periodo di Vittorini e Pavese, quest'ultimo grande precorritore delle tendenze recenti.

La situazione letteraria di fronte alla seconda rivoluzione industriale è più ambigua: difficile è stabilire il confine tra “Tradizione” e “avanguardia”.

E' possibile comunque ancora distinguere tra una linea “razionalista” e una “viscerale” dell'avanguardia.

La linea razionalista si è esaurita nell'architettura industriale.

La linea viscerale (Beckett, l'”informel”, la “beat generation”) sembra più vitale.

Ma ormai la civiltà industriale è un dato che quasi nessuno discute. Non c'è più un prima né un dopo (inteso come prospettiva rivoluzionaria).

L'uomo della seconda rivoluzione industriale si rivolge all'unica parte non programmata dell'universo: l'interiorità.

Il nuovo individualismo punta alla dispersione dell'individuo nel mare dell'oggettività.

La cultura ideologica, puntando sul pubblico, fuggono il privato, che è lasciato all'esistenzialismo, alla fenomenologia, alla psicoanalisi.

In questo mondo di neo-negromanti non c'è un ritorno alla natura, ma una naturalizzazione dell'industria: un'economia perfettamente organizzata che elargirà i suoi frutti come un'indifferente natura.

Ma c'è anche un'altra alternativa, quella di una poesia complessa che si all'altezza della nostra conoscenza intellettuale del mondo (Jean Genet e Dylan Thomas).

Anche la linea razionalista, geometrizzante e riduttiva, di Robbe-Grillet, ripiega verso l'interiorizzazione: il processo di mimesi delle forme del mondo tecnico-produttivo si fa interiore, diventa sguardo.

Lo spazio labirintico è l'archetipo delle immagini letterarie del mondo, dall'ascetismo di Robbe-Grillet alle configurazioni multidimensionali ispirate alla molteplicità delle rappresentazioni del mondo che la cultura contemporanea ci offre: il labirinto della conoscenza fenomenologica in Butor, quello della stratificazione linguistica in Gadda, quello delle immagini culturali di Borges.

Questa letteratura del labirinto gnoseologico-culturale ha in sé una doppia possibilità: da una parte quella di render conto della complessità del reale, rifiutando le visioni semplicistiche; dall'altra il fascino del labirinto come tale, come simbolo della condizione umana senza via di uscita.


La migliore letteratura sarà dunque quella che non si arrenderà alla complessità del labirinto, ma ne accetterà la sfida, pur sapendo che la via d'uscita sarà l'ingresso ad un nuovo labirinto.

La letteratura deve dare qualcosa di più di una conoscenza dell'epoca o di una mimesi degli aspetti della realtà esterna o interna dell'animo umano. Deve produrre un “immagine cosmica”, e non sfuggire comunque all'esigenza di trovare significati storici e dare giudizi morali.


Calvino – Vittorini: progettazione e letteratura


Tutta la produzione di Vittorini, creativa, critica, editoriale, ha intenzione e funzione di programma, di manifesto.

Ma tutta quest'opera di previsione e di indicazione è basata sull'esame di ciò che è la letteratura attuale, la sua come degli altri.

La letteratura, per Vittorini, è parte e modello e funzione di un tutto non ancora realizzato ma raggiungibile, una cultura, un rapporto con gli altri e con le cose.

E' un progetto che propone, insieme al rifiuto della situazione presente, l'affermazione di ciò che è valore. E' la visione scientifica del mondo contro quella dell'umanesimo tradizionale: la cultura come scienza.

La scienza per Vittorini ha due significati principali:

  • contestare le nozioni abitudinarie, percettive linguistiche o concettuali, stabilendo il modo di una nuova percezione, nominazione e significazione.

  • non lasciarsi mai sommergere dal meccanismo dell'astrazione mentale, rimanendo bloccati in un mondo puramente concettuale, ma far riferimento sempre al dato dell'esperienza.

Seguendo diverse scuole di filosofia della scienza, la polemica vittoriniana si pone contro l'empirismo (il principio d'autorità codificato nell'informazione percettiva) e contro le inclinazioni idealistiche dell'epistemologia (il principio d'autorità nominalistico che si instaura là dove non ci si aspettano conferme né smentite dalla realtà).

Vittorini è uno che crede nell'esistenza del mondo, e che il discorso sul mondo conta perché al di là del discorso c'è il mondo, nella sua ricchezza sensibile. Egli crede nella possibilità di cambiare il mondo attraverso la pratica (linguaggio, conoscenza, progetto, battaglia, esperimento).

In un'epoca in cui viene riconosciuto come unico valore letterario quello negativo, in Vittorini non viene mai meno la nozione di un valore positivo. L'operazione di contestazione non è mai fine a sé stessa, ma comporta sempre una contro-affermazione.

La sua vocazione di riformatore letterario nasce dal suo amore per le opere, più che dalla ricerca di nuove poetiche, teorie, significati.

L'opera di Montale, maestro dell'assoluta assenza di illusioni, rimane un punto fermo di riferimento per lui.

I giudizi di valore in Vittorini sono sempre parziali, perché egli inquadra le opere funzionalmente al suo progetto, e se queste non rispondono al suo movimento intellettuale, le rifiuta (vedi Beckett).

Spesso egli utilizza il nome di un autore come bandiera, come metafora di qualcosa che solo parzialmente si identifica con quel nome (vedi Robbe-Grillet, Butor, Uwe Johnson).

L'importanza di Picasso come epigono della modernità, che libera i segni dalla servitù ideologica e inaugura un nuovo linguaggio di ideogrammi che significano al di là di ogni codice.

L'opera letteraria di Vittorini è analoga a quella pittorica di Picasso.

Ma l'opera pittorica si costruisce in un tempo breve. Non così per l'opera letteraria. Ecco quindi che in Vittorini si inseguono la ricerca letteraria e quella sul contesto culturale, che deve dare senso all'opera. Quando l'opera è terminata, già il progetto civile è impegnato in altre battaglie, e l'opera stessa è già visto come qualcosa appartenente al “vecchio”, a una tradizione già messa in discussione. L'opera quindi deve rimanere perennemente incompiuta e in progress, un unico grande affresco che finisce per essere ritagliato in tanti pannelli o racconti.

Vittorini, nella sua impresa di costruire una cultura, mette da parte ogni velleità individuale, ed è strettamente severo con sé stesso.

Per analogia con il sistema economico, si può dire che egli sceglie in ambito letterario la produzione dei mezzi di produzione e sacrifica quella di beni di consumo (considerati come “bella letteratura”).

In lui si trovano intimamente mescolati i lineamenti dell'uomo “della produzione” (impegnato in progetti a lungo termine) e dell'uomo “del consumo”, che rifiuta di rimandare a domani le potenzialità che il progresso tecnologico dà all'uomo già oggi.

Progetto ed opera, dati ugualmente necessari, si pongono in pratica come alternative per una “priorità di investimenti” di ognuno, dato il limite delle energie necessarie.

La vita di Vittorini è una summa di doti semplici ma rare: ottimismo, coraggio morale, disinteresse, capacità di lavorare e spendersi per gli altri. Il suo lavoro, un “progetto di progetto” sarà probabilmente portato avanti da una nuova generazione, un'avanguardia interdisciplinare in cui la letteratura possa rappresentare solo uno dei laboratori possibili.

Vittorini parla di neo-illuminismo, ma non nel senso ristretto della borghesia. Rifiuta il pensiero antitecnologico di moda, anzi per lui ogni innovazione tecnologica è positiva.

Egli rifiuta anche le visioni idilliache preindustriali, o improbabili compenetrazioni di modernità e tradizione, in favore di una visione futura di ultraindustrialismo, in cui l'automazione porterà alla liberazione dell'uomo: un mondo in cui il fare sia solo conoscitivo e creativo, e le macchine pensino a tutto il resto.

Vittorini vorrebbe che anche la letteratura e la poesia si adeguassero a questa idea di progresso, che non si perdessero in dubbi e regressioni.

Eppure l'epoca attuale è caratterizzata dalla negazione e destrutturazione dei valori e dei significati, dalla svalutazione di ogni progetto o ristrutturazione.

E proprio qui sta il conflitto tra il pensiero di Vittorini e le avanguardie, di cui egli apprezza lo spirito contestativo ma rifiuta la disperazione e la mancanza di progetto.

Da qui il suo interesse verso le letterature giovani, che hanno il potenziale di ridefinire il mondo da capo. Questa letteratura ha il suo punto di riferimento in Hemingway, e il suo punto di massimo fulgore tra le due guerre mondiali.

E' una letteratura di appropriazione diretta del reale, una estesa democrazia diretta, che perseguirà nella scelta degli autori per i “Gettoni” (attento alla ricerca sociologica) e poi per il “Menabò” (attento alla ricerca letteraria). In entrambi i casi però questi autori vengono scelti più per la loro qualità di scrittori che per l'aderenza a ipotesi teoriche, sociologiche o letterarie che siano.

Importante per lui è evidenziare il ruolo del lavoro in letteratura, contestare la visione dello scrittore come depositario di alta spiritualità che elargisce le proprie visioni.

In questa sua convinzione che la poesia può essere di tutti, è vicino al surrealismo. In realtà il suo progetto incrocia due diverse utopie: la vittoria della ragione illuminista e il cambiamento della vita dei surrealisti.

Il continuo dialogo con la cultura francese post-surrealista è una costante degli ultimi anni di Vittorini, soprattutto quando si fa strada lo strutturalismo e un nuovo tipo di intellettuale sul modello di Roland Barthes.

Tuttavia le differenze con lo spazio culturale francese sono molte, soprattutto nel quadro storico e sociale dell'Italia post-fascista e postbellica.

I tempi non sono ancora maturi per costituire una collaborazione internazionale che superi i limiti delle correnti nazionali.

La politica di Vittorini, in tutte le fasi della sua vita, ha avuto come sostanza “l'altrui e il proprio diritto alla gioia” e i valori che si possono trarre dall'esperienza di vita. L'esigere conoscenza, libertà e felicità dalla scienza e dalla tecnica è un appello rivoluzionario, fortemente anticapitalista.

Il progetto di Vittorini guarda ad un'immaginazione rivoluzionaria legata ad una diretta esperienza sociologica, non ad elaborazioni teoriche esterne. In questo egli guarda con speranza ai movimenti della sinistra giovanile meno ortodossa.

Il messaggio di Vittorini è un'indicazione di metodo: il primato dell'esperienza e dell'immaginazione sull'assolutizzazione ontologica, gnoseologica, moralistica o estetistica.


Calvino - Filosofia e letteratura


Quello tra letteratura e filosofia è un eterno conflitto, in cui gli scrittori cercano di sparigliare le carte delle spiegazioni del mondo poste dai filosofi, e questi ultimi recuperano terreno facendo rientrare le invenzioni degli scrittori all'interno dei loro schemi.

Questa opposizione non esige di essere risolta, anzi è fondamentale per dare alle parole sensi sempre nuovi.

L'importante è mantenere le giuste distanze: lo scrittore non deve cercare di fare il filosofo facendo fare dissertazioni ai propri personaggi (vedi Pirandello o Huxley), e il filosofo dovrebbe cercare di non essere troppo sensibile all'immediato e al vissuto (vedi fenomenologia ed esistenzialismo).

Può esistere la figura di scrittore-filosofo, ma è efficace solo se lo scrittore scrive prima del filosofo che lo interpreta. Dostoevskij e Kafka sono esempi illustri. Il loro modello di uomo ha cambiato l'immagine di uomo anche per chi non aveva famigliarità con la loro filosofia.

Il terreno tradizionale di incontro tra filosofia e letteratura è l'etica. Le filosofie pratiche, soprattutto il marxismo, si sono portate dietro una letteratura illustrativa ed esortativa. Ma è la negazione del valore rivoluzionario della filosofia.

Brecht ha rappresentato un caso anomalo di scrittore marxista pedagogico e didascalico ma allo stesso tempo provocatorio. Altri pensano che il marxismo sia coscienza dell'inferno in cui viviamo, e l'unica letteratura rivoluzionaria è quella della negazione assoluta.

In epoca moderna la filosofia è entrata a far parte della strumentazione di base di molti scrittori, e questo porta a mettere in discussione non solo il mondo, ma l'essenza stessa dell'opera letteraria

Il clima dominante tra i giovani scrittori è più filosofico che mai, ma nel senso di una riflessione sull'atto stesso dello scrivere. Con il risultato che la letteratura diventa sempre più austera e impassibile, lontana dalla vita reale e dai suoi sussulti.

In più oggi, e sempre più in futuro, bisognerà tener conto della scienza, che, al pari della letteratura, costruisce modelli continuamente messi in crisi, alterna metodo induttivo e deduttivo, e deve stare attenta a non prendere per leggi obiettive le proprie convenzioni linguistiche.

Ci sono esempi in cui la letteratura si occupa di filosofia e scienza, ma mantiene le distanze con uno straordinario sforzo di immaginazione: Lewis Carroll, Queneau, Borges.

Storicamente, mentre il rapporto della letteratura con la religione si esplica nel segno della tragedia, quello con la filosofia passa attraverso la comicità e l'ironia.

La contestazione al pensiero filosofico passa attraverso due tendenze: l'ironia lucida (Voltaire, Diderot, Leopardi) e l'evocazione dei fantasmi dell'inconscio (il romanzo gotico e fantastico). Due tradizioni che sono continuate fino all'oggi.

Da Lewis Carroll in poi sappiamo che la ragione filosofica può generare sogni bellissimi e degni dei suoi momenti speculativi. Queneau, Borges e Arno Schmidt nutrono con il loro sapere filosofico, sempre attentamente dissimulato, diversi mondi visionari e linguistici.

Caratteristica comune di questi scrittori è quella di coltivare le proprie passioni speculative senza mai prenderle sul serio fino in fondo. Ai confini di quest'ambito si situano anche Beckett, Gadda e Gombrowicz.

Erotizzare la cultura è un gioco tra segni e significati, tra miti e idee, che può dischiudere giardini di delizie visionarie, ma va praticato con estremo distacco. I modelli possono essere Robinson Crusoe, Don Quijote e Hamlet.


Calvino – Per chi si scrive


Ogni produzione letteraria presuppone un lettore ipotetico di qualche tipo.

Dato un certo canone estetico, una certa visione del mondo, una certa scala di valori, la letteratura può semplicemente perpetuare sé stessa con successive conferme e limitati aggiornamenti.

Oppure può mettere in discussione quella scala di valori e il codice dei significati prestabiliti.

Nel primo dopoguerra si ipotizzava un lettore interessato alla politica e alla storia contemporanea.

Negli anni 50-60 si parlava della problematica decadentista tra le due guerre e del senso morale e civile dello storicismo, operazioni già fuori tempo massimo.

Negli anni sessanta comincia la vera rivoluzione: il primo posto lo prendono le discipline in grado di smontare il fatto letterario nei suoi elementi primi: linguistica, teoria dell’informazione, filosofia analitica, sociologia, antropologia, psicoanalisi, marxismo.

Si presuppone quindi un lettore con un elevato livello culturale, e allora si pone il problema di ridurre i dislivelli culturali: compito che attiene alla pedagogia e alla politica.

In questo la letteratura non può assumere compiti pedagogici o paternalistici: lo scrittore deve sempre presupporre un pubblico più colto di lui.

Fra il campo del capitale e quello del proletariato, campo dell’imperialismo e quello della rivoluzione, lo scrittore non sceglie: scrive per entrambi.

La potenzialità rivoluzionaria di un’opera letteraria è scarsa: essa può portare il conflitto ad un livello diverso, più alto, ampliandone gli strumenti di conoscenza, previsione, immaginazione. Ma l’effetto che essa avrà dipenderà in massima parte dall’uso che ne faranno i destinatari, al di fuori del controllo dello stesso autore.

Lo scrittore quindi dovrà tener conto che, al di là delle sue appartenenze, intenzioni e motivazioni, esiste un contesto generale in cui l’opera andrà a situarsi, e che il fronte della lotta passa anche attraverso la sua opera, un fronte in continuo movimento.


Calvino – Due interviste su scienza e letteratura


Barthes sostiene che la differenza tra scienza e letteratura sta nel modo in cui le due discipline considerano il linguaggio: per la prima il linguaggio non è mai trasparente, non è mai puro strumento per significare un contenuto, un pensiero o una verità. Per la seconda invece il linguaggio è uno strumento neutro, che serve per dire altro, per significare una realtà ad esso estranea.

La scienza di oggi però, ad es. la matematica, non è così fiduciosa in un codice referenziale assoluto, ma sembra anch’essa giocare col proprio processo di formalizzazione.

Un punto di vista completamente diverso è quello di Raymond Queneau e del gruppo di Oulipo, che fa ricerca matematico-letteraria con una grande dose di ironia, intelligenza e immaginazione.

Queste due tendenze sono oggi significative del rapporto scienza-letteratura: Barthes e i suoi, “avversari” della scienza che parlano con fredda esattezza scientifica. Queneau e i suoi, amici della scienza, che pensano e parlano attraverso acrobazie del linguaggio e del pensiero.

Galileo è uno dei più grandi scrittori italiani, perché usa il linguaggio non come strumento neutro, ma con una costante partecipazione espressiva, immaginativa, lirica.

E’ possibile segnalare una linea Ariosto-Galileo-Leopardi come una delle linee di forza più importanti della nostra letteratura

Si potrebbe obiettare che Galileo era scienziato, non scrittore. Ma in un certo senso anche Dante cercava attraverso la parola letteraria di costruire un’immagine dell’universo: l’opera letteraria come mappa del mondo e dello scibile, è una vocazione presente in tutta la letteratura europea, ma particolarmente in quella italiana.

La mia letteratura rivaluta l’antropomorfismo come procedimento letterario fondamentale, basato sul mito, sull’animismo dell’uomo primitivo. E’ un modo per parlare dell’impossibilità di pensare il mondo se non attraverso figure umane.

Ciò che mi interessa è il mosaico in cui l’uomo si trova incastrato, il gioco dei rapporti, più che le dinamiche psicologiche interne.

In ogni caso dall’umano non mi allontano, perché le mie storie sono frutto dell’elaborazione di un cervello umano, attraverso una combinazione di segni elaborati dalle precedenti culture umane.

Del resto queste presenze umane definite solo da un sistema di relazioni, da una funzione, sono proprio quelle che popolano il mondo attorno a noi.


Il termine “illuminismo” in epoca moderna è piuttosto impopolare, perché accusato di essere alla base dell’ideologia tecnocratica dei paesi industrializzati

Non sono convinto di questa tesi, e comunque il secolo XVIII continua ad essere uno dei periodi storici che mi hanno affascinato di più, ma anche perché pieno di lati oscuri, di sfaccettature, di fermenti contraddittori che durano fino ad oggi.

Non credo che la teoria della relatività – e dalla scienza moderna – si possano trarre giustificazioni per il relativismo morale: c’è netta separazione tra discorso scientifico e discorso sui valori.

Il discorso etico del resto è sempre stato problematico, la morale (che sia quella cristiana, kantiana o marxista) è una continua ricerca e ridiscussione.

La letteratura può costruire delle figure autonome che possono servire come termine di confronto con l’esperienza. E’ solo tramite questa riflessione del lettore che la letteratura può svolgere una funzione morale. Ma deve essere una riflessione critica.

L’importante è che il lettore trovi nell’opera dei materiali fantastici che entrino in risonanza con il suo particolare linguaggio, muovano in lui reazioni e contrasti.

Il discorso scientifico tende ad un linguaggio formale, matematico, basata su una logica indifferente al proprio contenuto. La letteratura tende a costruire un sistema di valori, in cui ogni parola è un valore per il solo fatto di essere stato scelto e fissato sulla pagina.

I due linguaggi possono stimolarsi l’uno con l’altro: in alcuni casi la letteratura, con il suo potenziale di immaginazione, può fungere da molla propulsiva per lo scienziato. E viceversa, il modello di linguaggio logico-formale può salvare lo scrittore dal logoramento delle parole e delle immagini.

In ogni caso la ricerca deve essere continua: ogni risultato fa parte di una serie forse infinita di approssimazioni.


 
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