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Come lavoro Come non lavoro. Che dà egual frutto, a momenti, nella vicenda oscillante d’uno spirito fugitivo e aleatorio, chiamato dall’improbabile altrettanto e forse più che dal probabile: da una puerizia atterrita e dal dolore e dalla disciplina militare e di scuola delabante poi verso il nulla, col suo tesoro d’oscurità e d’incertezze. Una confessione, circa i problemi d’officina, o le angosce o i ragnateli d’officina, comporta di necessità dei riferimenti a una vita, a una biografia interna ed esterna, si ingrana in una gnoseologia e in un’etica, nel mio caso molto più poveramente e meno felicemente che in altri in una esigua e frammentaria poetica: che il deflusso parallelo della mia vita e non vita ha reliquato, sì sì reliquato, frusaglia più o meno inutile, alle sponde del tempo consunto. Pazienterete degli accenni: dovrò stare in sugli schemi. Dovrò, biografando, sorvolare pruni, spini, certe ombre più grevi. Non tutto il dolore è dicibile, non tutto il male e l’orrore: e il Walalla aspetta (che aspetti pure!) un bel busto di stucco. Non voglio deludere i bidelli del Walalla: avanti, dunque, con quella mezza dozzina di verità e con quelle due dozzine di mezze bugie che, mi son rimaste, incomestibili briciole, nel mio tascapane di soldato, di ferito. Il male non deve esistere, no, per i lettori seri, per le stupende lettrici. Deve comunque ritrarsi: rifuggire da sotto i polpastrelli del linotipista: come si cela dietro tamerici allorché privo di tegumenti un irsuto, al Cinquale, ove sopravvengano educande, orfanelli, dealbate cuffie con cerei volti di monache. L’imagine tradizionale e ab aeterno romantica dello scrittore-creatore, dell’ingegnoso demiurgo, che cava di sé liberamente la libera splendidezza dell’opera e nei liberi modi d’un suo stile ne propaga foco alle genti, porgendo in una e rara occasione d’esercizio al tartufare aguto dei critici e novo incentivo a sventolare a tutte le bandiere della patria, e de’ turriti municipi, è imagine in sul nascere viziata. Non meno di quell’altra, del dover essere quello che gli altri si attendono: fabulatori vani da miracolar le genti aspettanti, e lasciarle sazie ebefatte: al suono di quelle concupitissime parole che le son più loro che nostre: anzi soltanto loro, e non nostre. Oh! miseria! oh, dovizia! Parole e parole. Dovergliele buttare di piena mano come a’ polli, grandine di picchiettanti scemenze di che sopra ogni mangime le appetiscono: quali buttò il Colombo le perline vetro a’ Caràibi in uno sgomento d’eclisse: che dalla reverenza loro attendeva oro, il Colombo, festuche d’oro, pepite d’oro, patate d’oro. Non sono, ahimè, scrittore colombaccio. Non cerco polli, da dovergli buttare perle false. Non ispero pepite, non patate. Non ho sottomano Caràibi. Non ne voglio avere. Le teorie fisiche, cioè fisico-matematiche, biofisiche, psicologiche, psichiatriche recenti, hanno profluito contro l’idolo io, questo palo: torbida e straripante conluvie sono pressoché pervenute a sommergerne, col divin permesso, la coglionissima capa. Hanno inespiabilmente corrotto l’imagine-feticcio d’un io che persiste, che resiste, immanente al tempo (di sua storia), trionfante (nel giorno di gloria). Altra è la maniera dei vent’anni, altro è lo scrittore a cinquanta. E i pianeti pure si rivolvono, le mode, l’esperienza, le necessità espressive degli umani. Vigile (quando non è addormentata) e perennemente suspicante sopra i motivi e sopra i fini, la mia cognitiva più cognita mi va susurrando di tralasciare addietro, questa ipotiposi bambolesca (dello scrittore-palo), di renunziarla, con animo benigno ed invitto, al ciarpame stanco d’un repertorio non mio. Ognun di noi mi appare essere un groppo, o nodo, o groviglio, di rapporti fisici e metafisici: (la distinzione ha valore d’espediente). Ogni rapporto è sospeso, è tenuto in equilibrio nel «campo» che gli è proprio: da una tensione polare. La quale, è chiaro, può variare d’intensità nel tempo, e talora di segno: può spengersi. Accade che tanto l’operazione conoscitiva, cioè lo stabilirsi del suddetto rapporto, quanto gli impulsi (espressivi) che ne vengano liberati alla pagina, siano perturbati dal sistema storico (e gnoseologico) ambiente, da accadimenti del tutto esterni al processo analitico-sintetico che costruisce il testo, che intesse il tessuto del testo.
In parole povere: i fatti registrabili da una biografia esterna e, in modo più lato, da una storiografia dell’«ambiente», sovvertono in misura orrenda, fino qualche volta ad annientarle, nobili costellazioni d’agganciamenti interni, dovuti all’operosità nativa dello spirito. Fatti fisici, urti e strappi, lacerazioni del sentire, violenze e pressioni dal «di fuori», ingiurie e sturbi dal caso, dagli «altri», coartazioni del costume, inibizioni ragionevoli e irragionevoli, estetiche ed etiche, dal mondo non nostro, eppure divenute nostre come per contagio, voi vedete, pesano siffattamente sull’animo, sull’intelletto, che l’uscire indenni dal sabba non ci è dato. Non mi è dato affermare. La limpidità naturale dell’affermazione più nostra, più vera, è devertita ed è imbrattata in sul nascere. Una mano ignota, come di ferro, si sovrappone alla nostra mano bambina, regge senza averne delega il calamo: lo conduce ad astinenti lettere e pagine, e quasi alle menzogne salvatrici. Contrasta, alla mia debilità di bimbo, l’adulta vostra legge: che lo scrittore, di sé medesimo, abbia a cavare l’eroe: nonché il confessore in graticola della propria verità. Après vous, messieurs, je vous en prie. A me il rogo, agli altri, le nozze! Le si struggano, le genti, d’avere il suo santo ad altare: il suo martire: da farlo pitturare a ’i Castagno: quello che le riscatti; ignudato, e trafitto, della loro vestitissima bestialità: e vogliono mettermi me, proprio me, a quest’ufficio: che odora bruciaticcio da un miglio, o sente saettoni alla colonna. Après vous, mes amis. Rabbia di mozzicato da un cane, lacrime di sangue e di cenere non deterse negli anni. Sputi in faccia, al ’19, fino, a sentirmi dire, nel ’40: «S’io fossi un uomo, sarei già partito volontario». No, non sono partito volontario a quarantasette anni per la bella guerra del «Se avanzo seguitemi». Sono partito volontario e rivolontario a ventidue, nel giugno del ’15; e poi nel maggio del ’16, nel luglio ’17. Leggete i miei testi meno sporchi, ove davvero desideriate documenti: il che non credo. L’atto critico, l’atto espressivo, non è concepibile per sé, come una emanazione funzionale del bamberottolo io, come polla che ci si ostini a ritenere indipendente, mentre che il monte, del suo secreto, le sovviene di continuo. L’atto espressivo è il resultato, o meglio il sintomo, di quella polarizzazione che ho detto: quella che si determina fra l’io giudicante e la cosa giudicata: fra l’io rappresentatore e la rappresentata. L’io giudicante non preesiste in una attesa logica, o in una incubazione partenogenetica, alla cosa giudicata, narrata. L’io ha veste di modo, di strumento potenziale del giudizio: e nel giudizio soltanto si manifesta, come termine polare della tensione fra lui e la cosa, che è l’altro termine. La cosa giudicata (rappresentata) è istanza, è sollecitazione apparentemente occasionale: in realtà inserita in una consecuzione, in una totalità di eventi che infinitamente si articola: ottiene dall’io critico, dall’io rappresentatore, una risposta immancabile. Così la Pizia, la delfica, risponde (more suo, ma risponde) a chi le ha rivolto una domanda. Sant’Antonio a Padova, del pari, esaudisce a una preghiera, a una richiesta di miracolante intervento. Sant’Antonio bello, molto logicamente, non fa nessuna grazia a chi non l’ha richieduto di fargnene. L’attore del giudizio e la cosa giudicata, lo scrittore e la scritta, il narratore e la narrata, e’ stanno fra loro come combattenti in duello, di cui l’uno si creda aver sospinto al muro (acculé au mur) il su’ rivale. Il giudizio, la rappresentazione, la Vorstellung (il duello) non può celebrarsi, è ovvio, senza il coesistere e il convenire dei due. Mentre si concede all’io (alla umana vanagloria dell’io) riconoscere in sé medesimo il duellante migliore, che ha inchiodato al muro e alla disperazione il proprio antagonista, cioè la cosa giudicata, è bene spesso la cosa giudicata, viceversa, che ha inchiodato al muro lo scrittore, il critico. Lo ha risospinto ai giudizi disperati, donde non può uscire a salvezza. Sono i giudizi d’obbligo, talora, e tal’altra gli errori. Anche gli errori sono giudizi d’obbligo, nell’articolazione combinatoria del mondo. Exemplum: quante volte l’imponente guazzabuglio di tutta una fenomenologia storica non ha inchiodato al muro, delle rappresentazioni più «opportune», delle frasi di rito, e magari delle involontarie o volontarie menzogne, il suo poco ponderato e dimolto insulso storiografo. L’io rappresentatore-creatore veduto nella sua saldezza, e nella fissità centrica che è propria di quel cavicchio ch’egli è, circonfuso d’un tempo stolido e inerte, a versar luce nella tenebra come riflettore nelle paure della notte, è idolo tarmato, per me. Codesto bambolotto della credulità tolemaica, in ogni modo, non ha nulla di comune con la mia identità di ferito, di smarrito, di povero, di «dissociato noètico». D’intorno a me, d’intorno a noi, il mareggiare degli eventi mortiferi, il dolore, il lento strazio degli anni. Il concetto di volere si abolisce, nel lento impossibile. L’oceano della stupidità. Né raggiungerei, penso, alcuna autenticità di scrittura, ove mi buttassi con artificio meditato, o come un farfallone briaco sulla lampada, alla riva opposta, alla opposta condizione: che è quella d’un io vagotonico, oppure soccombente per partito preso cioè per deliberata poetica a una storia bugiarda. Rotonde speranze, temibili vociferazioni dei veggenti. Lo scrittore si intona, si schiarisce l’ugola. Si tratta, bene spesso, di vocalizzi d’apertura: certa bravura di laringe: emettendo certi suoni molto attesi, te ne viene plauso e corona. Contrariamente a una tradizione agiografica di timbro «edificante», e al di fuori, per l’altro verso, d’ogni prurigine e d’ogni abbandono decadentistico, lo scrittore ha più di dieci denti, in realtà: ma è spesso un debole, o almeno un fragile. «Fragile! Attenzione!» È una tremula fiammella che fatica a rimaner accesa nel vento: uno di quei fiori-pelurie (pappi, si dimandano), sfere di lanùgine, che appena soffiarci su, te ne rimane a mano lo stecco. Pappi, non papi. I papi, anzi, resistono ai peggiori soffi. Secondo la tradizione di cui sopra, lo scrittore chiuderebbe in sé, comparativamente al comune uomo, il cosiddetto normale, un soprappiù d’energia critica e di chiaroveggente ragione. Può darsi che… il… soprappiù, in qualche caso, ci sia. La chiaroveggenza, o per più esatto dire nebuloveggenza verbosa d’alcuni tipi di scrittore, guidò l’idolatria umana, che d’un idolo, come del suo priapo, non può vacare un istante, a foggiarsi il figurino del «vate». L’appellativo di profeta, cioè vate, ebbe largo spaccio dal 1840 all’80, e da noi fino al ’15: mille novecento quindici. Anzi: fino al ’45: quarantacinque! ventotto aprile, quella volta. Ambitissimo anche da chi doveva rivolgerlo a un altro. Coloro che ne venivano insigniti andavano assai fieri dell’aggiudicazione: non meno che delle patenti di cavaliere (della Corona d’Italia) un onesto funzionario delle regie poste mazziniano rientrato. E, fieri, si studiavano avvalorarne la legittimità nella opinione cittadina con atteggiamento e cipiglio vateschi, cioè appropriati alla qualifica: con abito e copricapo d’insueta foggia, ma adattata a veggenza. Procuravano altresì di ricorrere, alle prestazioni del loro desolato parrucchiere, il più raramente possibile: e, comunque, a solo scopo di manutenzione del capillizio e di larghe fluenze dal medesimo o dalla zona pilifera subzigomatica: non mai a scopo recisorio. La stirpe dei poeti-profeti e degli scrittori capelluti non si è consunta col consunto ottocento: checché! Ancor oggi le strade, i caffè, le accademie della patria sono illustri per ammirevoli cesarie, barbifluenze eccitantissime: tanto da lasciarmi credere che l’antica designazione «capelluta» (comata) sia discesa dalla Gallia all’Italia. Certo è che un vate ottocentesco non avrebbe osato affrontare il pubblico, in nessuna circostanza, coi capelli all’americana o circumrapati alla tedesca, come li esigo io dal recalcitrante mio figaro. Era attribuito, al vate, volo d’aquila sopra le miserie degli uomini: più raramente di falco. Cigno era di diritto, per nascita. Talvolta era salutato leone. Le stesse qualità morali, vere o supposte, dello scrittore-leone venivano orchestrate da un biografismo solerte, così felicemente cieco le più volte, che il suo zelo riusciva ad accreditare l’esistenza, nel leone, d’una particolare quadratura, magnanimità di senso, fermezza di proposito, e incoercibile tendenza a sacrificar la pelle alla patria. Prendeva paga il 27, era paragonato a un combattente: la vita a una battaglia. Non si sapeva bene contro chi avesse combattuto: magari contro il Papa, a parole, e stando di casa, beninteso, fuori degli Stati del Papa: magari contro un qualche povero diavolo che scriveva frasi a sua volta, giuppersù dello stesso peso delle sue, o dei versi, non molto più enfatici né molto più minchioni dei suoi stessi. Il combattente non aveva mai preso parte a un combattimento di quelli dove fischiavano le cosiddette palle. (1) S’era limitato a leticare una cattedra a un altro combattente un po’ meno cattedrabile di lui: o aveva sostenuto, con dispregio infinito per l’avversario, una «tesi» storica o filosofica o politica o morale, che susseguenti indagini accertarono, dipoi, essere totalmente priva di fondamento, non meno che la tesi avversaria. L’energia profetica si manifestava tuttodì, per quinari o per giambi nell’auspicare incremento alla patria: nel deprecare le guerre: nel volerne una sola, e postrema, da chiappar Trieste: nel vilipendere la generalaglia del Re, non molto padrona della su’ tastiera, per vero: nell’augurare alla venerata effigie di Mazzini prosperità e vita eterna, e mala crepagione alla carcassa vecchia di Cecco, detto il Beppe. Alle profezie isolate, non suscettive di smentita da parte della contraria profezia, tenne dietro tutta una catena d’eventi che ci permettono, oggi, di stupire della esattezza di quelle: alla profezia della pace, del novo sole, e dell’amore tra i popoli, omicidiali guerre da cannibali, stragi da tigri, condotte dalla ferocia stessa dei popoli, visto che i popoli erano unanimi col capo: ein Volk, ein Reich, ein Führer. Te sei me, me a son te, ce stava scritto su l’anello. Sì: dentro l’anello. Altre volte, i vati, profetavano mediante profezie geminate, e leggermente décalées nel tempo (sfasate), avvenimenti contraddittori tra loro e però alternamente impossibili: per esempio: il trionfo di Belzebù e poi quello di Maria Santissima. Molte volte, infine, la parola del vate riguardava, o addirittura prediceva, avvenimenti trascorsi: e alcune volte li ignorava totalmente. Nessun vate profetò, né prima né dopo il fatto, Magenta. Il generale Cley e il generale D’Espinasse, che pure ignoravano l’esistenza del Naviglio, (2) morirono inchiodati secchi a Magenta (4 giugno 1859) con tre palle nello stomaco ciascuno. Un giorno io vorrò rivivere, con un raccontino, Magentà. Tà tà tà. A Solferino 4000 (quattromila) ci lasciarono in poco più di due ore e in sette assalti la pelle, e 900 (novecento) a San Martino, alcuni chilometri più là, come bere un bicchier d’acqua: 24 giugno. Nutro, come vedete, il più profondo interesse per i vaticini: riverisco i vati: non lavoro come i vati: lavoro come i non vati. Ho lavorato qua e la. Non istarò a ridir dove. Le accensioni mistiche poco o nulla mi accendono: diciamo nulla, che è parlare più esplicito. Rappresentano, alla corta mia vista, un tentativo d’evadere precisi compiti noètici, o pratici, responsabilità conoscitive definite. Una «fuga mistica» si conchiude, per me, in un titillamento dei precordi nostri che ci venga usato da carminanti fantasime; le quali si sostituiscono, come per oppio o magia, alla impagabile razione di calci nel sedere che il dolce mondo ci serba. Quando non si tratti d’alcuna mélode bugiarda, verbosa delizia e soave riempitivo della conca (dell’orecchio), mai sazia di suono: o di truculenta enfiatura e consecutivo pepperepè-pè-pè della nostra piva smargiassa, e di teatrati atteggiamenti, non patiti nella verità intensa dell’anima e men che meno fatti pragma, cioè gestiti nella operosità reale del volere. «Lo spirito vince la materia!» sosteneva Pirgopolinice, il mistico. Ciò non accadde nell’autolettiga dei reali. (3) Prestando ad altro il suo genio, si pensò, il nostro Pirgo, lo rotolassero diffilato al muro al flik-flik. Non proferì parola. Con decisione fulminea, «degna di Napoleone», evacuò se stesso, il meglio di se stesso, nella coartata capienza delle disportive brachettine: fattosi, il misericorde volume della crocerossa in fuga, repentinamente fragrante. La mistica materia, in quella contingenza, vinse lo spirito, nonché lo stomaco dei carabinieri. La retorica dei buoni sentimenti, che è l’erba fine che induce la nostra lingua in salive e mena per pagina le penne, mi appare essere non altro, a me, se non il relitto, il guscio voto, d’una storia bugiarda: quando non addirittura d’una storia mancata. Mi aduggia, codesta luce falsa d’una commozione d’obbligo, codesta «beauté de l’âme» di terza mano, che vorrebbe recuperare la disciplina mia poca, e la nulla mia contrizione, ai paradisi di scempiaggine. Codesto falso faro mi dirotta, nonché salvarmi: e risospinge me verso la risacca e la dissolutezza del mare, a un cinismo che non era affatto in programma. Il che accade a molti, d’altronde. È un cinismo da reazione e da crisi, non originario nell’anima. In circostanza, in ambienza elementare, lo spirito dello scrittore può manifestarsi come elementare purezza, affidarsi, per il suo lavoro, ad un vergine segno. In ambienza bugiarda, in circostanza corrotta, lo spirito dello scrittore è preso da un’angoscia, da un’unica: col suo segno, duro segno, reagire alla scioccaggine. La falsità frusta o melensa d’alcuni ideogrammi regolamentari mi astringe a tentar d’inscriverne altri sulle pareti dello speco, più adeguati a conoscenza: tali, almeno, che non appaiano menzogna in sul nascere. Appariranno falsi a lor volta, un giorno, allorché tutto sarà vero e sarà certo nella stagione chiarezza, sotto l’arcobaleno della gloria. Da ciò discende, altresì, quello che mi viene imputato a difetto, con gentilezza che d’altronde supera, molto caritatevolmente, i miei troppi demeriti: il barocco. La diafana esilità degli stilnovisti repudia, nemmeno anzi concepisce, il barocco. Nati all’aprile della storia, elati da platonica ala e prescienza, gli appare Amore nel sonno, ed è ignudo. Crudel ministro d’ogni bàttito, li sbigottisce: li comanda a patire. Amore è alato. Amore è bendato. Amore è faretrato. Amore ha un peperoncino fra le gambe. Du’ pisellini pure, si spera. Lamenta, il cantore di Loretta, che Amore non osservi fair play: lui è armato e te inerme, sicché ti scocca dove la va la va la su’ saetta. Una tale consecuzione d’immagini non è certamente barocca, oh! no!: e tanto meno son barocchi loro, i poeti. O come potrebbero esser barocchi, dal momento che sono stilnovisti? Una contraddizione in termini, non è chi non veda: e don Ferrante è là, che sorride. Barocco è il Gadda. Loro sono mero oro, oro zecchino d’i’ttrecento. Sognano di sognare una… donna: e gli appare in sogno un pistòla: che gli dice però gran bene della… donna: difatti. Codesto bene l’annotano. Ne viene lode a madonna. È comparata a un’angelella. L’angelella non ha sesso. Tanto varrebbe un angelello. Dove si discerne tutto il platonismo degli annotatori, e tutta la birberia di codesto mànfano, vah, d’un Cupidone buggerone. Disparito, fuggito per dannato e digrignando i denti il barocco, bofonchiando biàstime, come a un segno croce ne’ suoi solfi eterni il demonio. Tutto che rimane è gentilezza, freschezza, peschi in fiore: tutto un a fresco. Fresconissimo. Talché talvolta, nel mio rococò, mi sorprendo a rimuginare seco me: «O invece di sognar lui, che gli dice tante belle cose di lei, non facevano più presto a sognar lei addirittura? invece di Amore un’Amora? Sì, una bella mora, guah!». (4) Il sentimento, per vero, ha questa caratteristica prima: non è coartabile: non è fingibile, non si può mentirlo quando non esiste nel cuore. Quando non è mia la cìtara e sia pur quella di Apollo, invano mi domanderete di grattare. Non posso farmi aedo d’un Atride se Atridi non conosco, né d’un Pelide che sta ingurgitando maccheroni. Più vitalmente connaturata al mestiere (al mio mestiere) che non sia la bravura a mentire è tutt’all’opposto certa sagacia di governo: la quale indulga ai divergenti impulsi parodistici, e possa a un tempo infrenarli. La parola convocata sotto penna non è vergine mai, anche se in una ipostasi titillatoria, e narcissica (e nei momenti di più accesa bischeraggine), lo scrittore può tener sé aliato, al creare, dal soffio di una purità primigenia: e sognare che la sua parola la discenda, come diafana ala di libellula, dal disopra ogni azzurro: cioè dall’invisibile increato. Le parole nostre, pazienterete, ma le son parole, di tutti, pubblicatissime: che popoli e dottrine ci rimandano. Sono un collutorio comune di che più o meno bravamente ci gargarizziamo, risputandone ognuno in bocca all’altro e finalmente tutti in un guazzo, come in quella scodella di noce cocco del Salgari dove scaracchiavano a circolo i cresputi maggiorenti dei Cèp-Cèp con anelli d’oro in nel naso e cerebottana tra i ginocchi: e, poi, la porgevano bere al missionario, in segno d’onore. Le frasi nostre, le nostre parole, sono dei momenti-pause (dei pianerottoli di sosta) d’una fluenza (o d’una ascensione) conoscitiva-espressiva. Durano quel che durano: un decennio, un cinquantennio, due secoli, otto secoli. Mutano di significato col costume, col variare delle lune, con il lento o con il rapido consumarsi del tempo: e mutano talora di valore, di peso. La loro storia, che è la pazza istoria degli uomini, ci illustra i significati di ognuna: quattro, o dodici, o ventitré: le sfumature, le minime variazioni di valore: in altri termini il loro differenziale semàntico. Buon gusto, impegno o necessità narrativa, ci inducono a rivivere parodisticamente i ventitré, uno dei ventitré, uno alla volta: o invece a rifuggire dalla parodia conferendo un significato nuovo al vocabolo, per un arbitrio inventivo che resulterà poi, alla pagina, più o meno saggio e felice. Sfocia talora, presso taluno, codesto arbitrio, ad orribili torsioni: a contaminazioni intollerabili. (Procedo però guardingo: sulle parole mi si consuma l’ora e tutta la vigilia, più che labile moccolo.) La frase e il vocabolo, sotto più esperta mano e più sottilmente operante, si spogliano delle tonalità loro parodistiche: venute in carta al cri-cri lieve della penna, si libera, ognuna, a un tono novo, a un timbro perverso. Si demanda loro novo incarico. La nova utilizzazione le strazia: la lor figura si deforma, comparativamente all’usato, come d’un elastico teso. Orazio, nell’epistola «Humano capiti», ha indicato esser pensabile, attuabile un siffatto impiego della parola già nota: lo «spasmo», «l’impiego spastico», può comportare una dissoluzione-rinnovazione del valore. L’impreciso ma, nella stessa imprecisione, ricreante uso del popolo non più e non meno che la preziosità meditata dei barocchi, ha tolto a mano bandiera: fiamme in chiesa, diavolo al convento: s’e sfondato il setaccio. (5) Non è immanente ai millenni, il vocabolo: non è querce, è una muffa: è un prurito dei millenni. Mi studio di evitare, per altro, ogni slittamento verso innovazioni meramente narcisistiche. Alla qual bisogna può sovvenire l’ironia, l’auto-ironia. Un tono teso di qualità narcisistica l’ho in uggia, se pure vi possa essere incorso nolente, per difetto d’inibizione estetica: o morale. Per inconsideratezza pecchiamo. «Lo fren dell’arte» non ci governa a ogni istante. Ho incredibilmente sofferto, indelebili ingiurie ho patito, nella vita, da «criminali narcisisti», dai «pavoni delinquenti», come li chiamo nel mio linguaggio interno. A parte il fatto che in ogni uomo (in ogni maschio) si nasconde un pavone, un maledetto pavone, non si può negare a priori l’esistenza, chi ben consideri ogni fatto, d’una certa pavoneria femminile. Ma la vanità non è femmina, è maschio. Una carica narcissica a dimensioni ragionevoli è contenuta e agisce, più o meno estrinsecandosi al pragma, in ognuno di noi: e ci predispone e ci arma all’assalto: allo stantufante assalto dell’amore, quanto all’altro, anche più bestiale, dello struggle for life.Devo quindi prender nota con orrore che una carica narcissica «esiste e opera in me»: me inconsapevole, talvolta mi viene attribuita, come quando si rivolgevano a guardarmi, in Avenida de Mayo, uomini donne e cani: per un impermeabile che avevo, e che non sapevo, per così dire, d’avere. Di proiezioni narcisistiche non andò esente la vita. La mia scrittura non ne va esente di certo. Ho dovuto costruire la mia personalità, se persona è, con gli sciàveri d’una tradizione genetica non pura venuti via dalla querce e dal pino, germanico o gallica: nel duro carcere d’un educatoio borromeiano-tridentino, dove gli antidoti laicali resultarono, a volte, non meno tossici della disciplina catechistica. (6) Alla via delle Gallie, nelle rosse, perdute sere di Padania, si aprivano i miei sogni di bambino. Caduto preda, ahi!, delle donne-educatrici, poca voce di baritono d’attorno la mia puerile indigenza. La mia timidezza di viola mammola le eccitava a salive, dementi bassaridi, e alle vivisezioni crudeli. La loro psiche imitativa la bisognava d’un modello, non meno di quanto la loro… femminilità… bisognasse d’un… ragionevole conforto, ossia d’una… guida: che non c’era. Il modello c’era: ed era la perentoria voce del costume dettato dai maschi, famosi baritoni a dettare, quand’anche meno eminenti e meno diligenti a osservare, loro stessi, il dettato proprio e bischerrimo. Il tono crudo e asseverativo dell’epoca, nonché della gente, il naso del Santo, (7) conferirono al pedagogismo delle educatrici la categoricità inespiabile d’un elenco tariffario. «El polàster el paga dazzi!». Mi deliziavano, al di là degli epifonèmi del dressage, le misericordi sfumature d’ogni gentilezza, e del sottile pensiero. Perduto nei sogni dell’infanzia: o dissanguato dalla noia o dimenticato dallo sguardo di Dio: inetto a vivere, nonché a comprendere, la piattitudine del rituale cotidiano: a fronteggiare «la millenaria malizia». Dallo spettacolo d’una edilità pacchiana, curùle o plebea, rifuggivo con le mie speranze alle querci, ai pini. Le querci responsali dell’antica gente druidica: i pini! il di cui susurro lento, nel vento del monte, mi regalava il batticuore. Batticuore d’amore. Il mio spirito, il groppo di rapporti di cui ero il nodo, pio nodo, pio nonostante tutto, sentiva che del popolo alto dei pini era la mia genitura e la mia gente, l’antica: ed era pervenuto a credere che le fortune della gente presente, razzolante, fossero eguali ed equiparabili alle fortune delle selve, dei pini, al numero dei pini che tuttavia la terra ospitasse. Ma gli alberi sacri erano spenti: erano stati recisi: perché desse albergo, la terra, alla nanificata prole degli umani. C’erano lettere, tetre lettere sulle poche alture della terra, in luogo dello spirito degli alberi venuto dal profondo: e manifesti, e cartelloni gialli sui muri. (8) «La propaganda vive, nelle sue lettere, in vece nostra: e propaga sé medesima». Beveva delle gazzose, la gente. Mi sorprendo ancora, a volte, in questo rimasuglio degli anni, a ragionare come… una mia educatrice: non dirò come una donna isterica, ideale irraggiungibile, per verità. E non sono quelli, credetelo, i miei momenti peggiori. Le leggi mendeliane, in ogni modo, – di cui un mio poco profittevole «adattamento all’ambiente» non è valso a obliterare ogni effetto – risplendono di tutta la loro validità combinatoria in una caratterizzazione ibridata, di tipo barbarico, che fa di me l’erede (squattrinatissimo) delle genti infinite, e del mio misero vestito la tunica di tutti i mali: e di tutti i rattoppi.Non sono, non riesco ad essere, un lavoratore normale, uno scrittore «equilibrato»: e tanto meno uno scrittore su misura. Il cosiddetto «uomo normale» è un groppo, o gomitolo o groviglio o garbuglio, di indecifrate (da lui medesimo) nevrosi, talmente incavestrate (enchevêtrées), talmente inscatolate (emboîtées) le une dentro l’altre, da dar coàgulo finalmente d’un ciottolo, d’un cervello infrangibile: sasso-cervello o sasso-idolo: documento probante, il migliore si possa avere, dell’esistenza della normalità: da fornire a’ miei babbioni ottimisti, idolatri della norma, tutte le conferme e tutte le consolazioni di cui vanno in cerca, non una tralasciata. Tra queste, l’idea-madre che quel sasso, o cervello normale, sia una formazione cristallina elementare, una testa d’angelo di pittore preraffaellita: mentre è, molto più probabilmente, un testicolo fossilizzato. In realtà, la differenza tra il normale e lo anormale è questa qui: questa sola: che il normale non ha coscienza, non ha nemmeno il sospetto metafisico, de’ suoi stati nevrotici o paranevrotici, gli uni su gli altri così mirabilmente agguainati da essersi inturgiditi a bulbo, a cipolla: non ha dunque, né può avere, coscienza veruna del contenuto (fessissimo) delle sue nevrosi: le sue bambinesche certezze lo immunizzano dal mortifero pericolo d’ogni incertezza: da ogni conato d’evasione, da ogni tentazione d’apertura di rapporti con la tenebra, con l’ignoto infinito: mentreché lo anomalo raggiunge, qualche volta, una discretamente chiara intelligenza degli atti: e delle cause, origini, forma prima, sviluppo, sclerotizzazione postrema, e cessazione con la sua propria morte delle sue proprie nevrosi. Ho conosciuto e ho dovuto frequentare un signore, anni sono, in Oltre Po Pavese, un brav’uomo: uomo normale normalissimo: gentiluomo campagnardo: registrato, nel mio journal, come «normale produttore d’acido urico, addoppiato d’un normale collezionista di idee fisse». S’era formato, nella Germania guglielmina, a commesso e a produttore d’affari. Amore alla sua terra, alle fatiche operose della campagna: Cerere e Pale: caccia: costosissimi fucili, di cui uno inglese, uno tedesco: e uno belga a tre canne: cavallette sui frumenti: siccità: grandine: gelo ad aprile: due allodole all’anno, un fringuello: requisizione forzosa del prodotto, del grano, del granoturco: i prezzi venivano imposti dalla legge, d’imperio: alla maggior gloria del Batrace. «Non ho fiducia nei titoli azionari». Ha fiducia nel Thaon de Revel. Non nella moneta-oro, che è la moneta del passato, ma nella moneta-lavoro, che è la moneta del futuro. Tutti, a buon conto, comprano catenine oro e marenghi, li sotterrano alla svelta: o se li nascondono in qualche cavità organica delle più recondite. Beveva bitter. La parola bitter (= amaro) gli piaceva enormemente. Più, anche, il rito di assunzione del bitter, il fiero ordine con alcuna mancia al barista, con esibizione del mignolo nel sollevare il calice, e simili. Un figlioletto gli ebbe a morire d’otto anni. Epidemia difterica, tardato arrivo del siero nella clinica principe della città natale amatissima. La madre del ragazzo morì di consunzione psichica, la seconda moglie dell’ex-vedovo morì di noia. Fu allora che il bisvedovo prese a fumare sigarette Fumag col bocchino d’oro, polpute, costosissime. La sua normalità gli emanava normalmente dalla faccia come un raro ectoplasma, nella immanenza d’un tempo serio, normale, eguale, non tumultuato da parolacce, da «scatti nervosi», da imprecazioni. Lui, seduto in poltroncina, composto, ghette color tortora, avrebbe magari anche emesso un alalà periodico in onore del grande Ritratto, quasi in un soprassalto della normalità, o in una repentina riaccensione da cascaggine. Ma gli sarebbe costato fatica da non dire, nella imbambolazione perpetua in cui il suo spirito di coltivatore diretto era venuto a rapprendersi, con quelle ghette. Fumava sigarette Fumag col bocchino d’oro, massicce. Idolatrava il Pirgo, e i figli e la figlia grande del Pirgo, che soleva chiamare «la contessa», molto convinto della cosa. Della vittoria era certo. «Vinceremo!», s’era fatto pirografare sul didietro, èmulo delle cartoline postali. Quando in saccoccia l’ebbimo, disse: «Abbiamo vinto!». Nello stesso modo che dopo Stalingrado l’Adolfo. Era un normale, il tipo del normale: dirimpetto a me, anòmalo. Amava ardentemente, per quanto normalmente, la patria: la cara patria: sì. Aveva perciò imparato diciannove frasi a memoria, battendo, nella recitazione delle quali, i più patriottardi pappagalli. Si appisolava sui bollettini di vittoria, dopo desinare (gli alpini dopo non-desinare crepavano, in Albania). Al tocco emmezzo il suo spirito vinceva la materia, tramontava: dal tocco emmezzo alle diciotto, infilato in letto, se la dormiva alla salute della patria e alla facciazza del Pirgo, Paflagone Energetico. Educava asparagi. Li raggiungeva a centimetri diciotto entro terra, nell’orto, con un suo strumento a ciò fatto, a collo d’oca-zeta, a gradino, terminato in una forcola tagliente. Penetrava la terra, codesta forcola, ricingeva lo stelo dell’asparago, lo recideva e lo strappava alla radice. A quello strappo lui, che s’era messo in tiro con ghette color tortora, andava gambe all’aria col su’ ferro in mano: con ghette color tortora. Ma l’evizione lo aveva acceso al tripudio. Sotto l’apparenza campagnarda e georgòfila – primizie elate de suo fundo alla dea, Dea Bona o Maia, castrati i lattonzoli, approntati all’ara i maiali, ricolte, dalla pubere elazione della terra, le tenere fave primaticce – sotto l’apparenza georgòfila, nella normalità bella dell’anima così serenamente incravattata, si celava e agiva la plurimillenaria nevrosi: quella che ci intride l’anima, forse, dalle ceneri dell’alba: quando nel primo gelo del pleistocene si levava primamente, ad azzannare con trentadue denti il futuro, la specie: l’ex-quadrumane, promosso a bipede, si teneva eretto nel sole: uomo: homo sapiens! Perepepepè! È la nevrosi crudele: che ci impelle a mutilare l’avversario. L’asparago, poerino, era l’obietto d’una trasposizione o transfer. Era di vetta bianca, amaro. Lo lodava, fastidita, la mia cauta menzogna. Lo repudiava, nonché Maia, il maiale. 1949
1. Eine Kugel kam geflogen – Gilt’s mir oder gilt es Dir? 2. Il Naviglio Grande, che scorre per alcun tratto parallelo alla fossa del Ticino, fu ostacolo impreveduto per il 2º corpo, che attaccava frontalmente dal ponte di Boffalora. 3. Carabinieri. 4. Il sogno è credibile, è una ipotiposi dell’inconscio. Viviamo in presenza della donna, ma in presenza altresì dell’ostacolo che, a volte, ci divide da lei: massimo la proibizione del rivale, o la severità del caso e del costume, o la ragione economica. Donde un’ansia, nell’uomo e nel poeta, o la disperata rinuncia. Amore, il crudele ministrello, è incaricato di rappresentare questa legge: il divieto, la lèsina: è delegato veramente dalla morte. Non è escluso che Amore (nel caso infelice) sia l’angelo della morte. (Addoppiamento del simbolo, assai frequente nella ambivalenza del sogno). 5. De’ Cruscanti. 6. Laicali, catechistica: in senso molto lato, per sineddoche. 7. Carlo Borromeo, l’eponimo della parenèsi lombarda, il supervisore del Catechismo Romano. Il di lui naso fu major Nerva: più «timone di cacciatorpediniere» di quello di Nerva. Iconografia unanime làdessus: Tintoretto in testa. 8. Certa nota fascinosa di certe vecchie situazioni architettoniche, paesistiche, di cui la tela è documento, promana pure da totale mancanza di lettere, cioè di occasionale propaganda, sui muri de’ castelli, delle case o casipole, delle chiese, o sulle incannucciate a’ capanni. La nostra vita e il «paese» nostro, al contrario, e’ son tutti imbrattati di lettere turpissime. Fai mente, se credi, all’antica esiguità dell’epigrafe e a quella dell’albo (pretorio), e delle pubblicazioni di matrimonio sull’usciolo di parrocchia: e compàrale con l’imbratto di oggi. Die Wand ist das Buch der Schande. Se Corot, se il Giovanbellino fossero ad opera oggi, e’ dovrebbono pitturare, tra le loro querci e castella, i letteroni cubitali: Panettone Ratta; Collutorio Bibì; Per Taddeo Minchioni – votate! Nell’Allegoria del Purgatorio, lì agli Uffizi, te tu leggeresti: Purgativa Battistelli! Acqua! Provatela! Non ismetterete più! Lingua letteraria e lingua dell’uso
A mio avviso, può, chi scrive, discettare con una tal quale curiosità, se pure con incerto profitto, intorno ai problemi dell’idioma: è bene che la materia dell’arte sia conosciuta e analizzata (oltreché tentata, sperimentata) da chi se ne vale ad esprimersi. Il legno dal falegname, la lega ferrosa dal siderurgista.Nego, in ogni modo, che la materia dell’arte sia cosa trascurabile: e che l’espressione, le più volte, pervenga a costituire verità e bellezza per sé, identica soltanto a se stessa, prescindendo l’artefice dalla materia. Opino tuttavia che il profitto normativo di uno studio estrinseco (dei problemi idiomatici) non sarà grande, ai fini delle opere, per questo: le facoltà che dall’arte si esercitano sulla propria materia sono piuttosto istintive e i mezzi e i processi alquanto surgivi e reconditi, piuttosto che non razionali o dialettici o apertamente raddrizzabili con manifestata ortopedia. Una felice espressione o dizione (in senso lato, p.e. un capitolo di storiografia) si raggiunge, a quanto sembra, più veramente lungo i misteriosi cammini di una sintesi inconscia, che non per grammaticali o lessicologiche deliberazioni. Certe inimitabili pagine del Cellini, che cozzano a piene corna, stupendamente, contro ogni preventivo. Non è per filologicale senatoconsulto che possono venir fatti al poeta i due versi Questi, che mai da me non fia diviso, la bocca mi baciò tutto tremante.Non tanto il dibattito estetico o filologico (in senso stretto) può venirci al soccorso, quanto un amoroso praticare l’idioma, per lettura e per discorso: e per esercizio d’inchiostri. Sì, esercizio. E mandare molti versi a memoria, il Dante, poi, non parliamone. Ciò posto, mi richiamo (da dilettante, da praticone, da treccone) ai problemi sfiorati o dibattuti nella perspicua nota di Bruno Migliorini, ai quali han già portato i contributi della loro analisi e della loro scienza studiosi come Giacomo Devoto e Gianfranco Contini. È ovvio, per me, che la lingua d’uso non può tener da sola il campo della umana conversazione. Bello, bello da rimanerci, è udire il mi’ lattaio fiorentino a discorrere: e talora lo sto ad ascoltare incantato: e mi dico: «impara, impara, o ciuco». Ma una nazione non può ridursi al brio ancheggiante delle sue fanti chiantine, o all’estasi delle madonnine di Valdarno: per quanto vividamente, stupendamente, o miracolosamente parlanti. Nemmeno può ridursi agli stenti iperborei di certi suoi lucumoni o druidi, che asineggiano sopra scolaresche di zucche. È superstizione romantica (pervenutaci dal romanticismo) il darci a credere che la lingua nasca o debba nascere soltanto dal popolo. Nasce dal popolo come nasce anche dai cavalli, che col loro verso ci hanno suggerito il verbo nitrire, e i cani guaiolare e uggiolare. La lingua, specchio del totale essere, e del totale pensiero, viene da una cospirazione di forze, intellettive o spontanee, razionali o istintive, che promanano da tutta la universa vita della società, e dai generali e talora urgenti e angosciosi moti e interessi della società. Può darsi che il monello di porta a Pisa l’abbi più pronta la botta in cima della lingua: non per questo dovremo tappar la bocca ad Antonio Rosmini. È più facile notare un descensus dalla lingua colta all’uso, che non il processo inverso. I doppioni li voglio, tutti, per mania di possesso e per cupidigia di ricchezze: e voglio anche i triploni, e i quadruploni, sebbene il Re Cattolico non li abbia ancora monetati: e tutti i sinonimi, usati nelle loro variegate accezioni e sfumature, d’uso corrente, o d’uso raro rarissimo. Sicché dò palla nera alla proposta del sommo e venerato Alessandro, che vorrebbe nientedimeno potare, ecc. ecc.: per unificare e codificare: «d’entro le leggi, trassi il troppo e ’l vano». Non esistono il troppo né il vano per una lingua. Le variazioni lessicali (sinonimi) e le varianti ortoepiche (riescire e riuscire; adacquare e dacquare, in aferesi) mi vengono buone secondo collocazione per varare al meglio o per varare all’ottimo la clausola prosodica. Fra l’altro. Così al vetturino e al cavallante vengon buoni i dimolti fagotti e baligie di vario formato, onde riesce a inzeppare lo spazio del bagagliaio, a colmare i suoi vuoti. L’Omero è pieno di zeppe monosillabiche, se non esclusivamente ascritte a ragioni di misura. E in lingua nostra, che la parola si può stirare, contrarre e metastatare (palude, padule: femminile e maschile) secondo libidine, come la fusse una pasticca tra i denti, ecco qua: si potrebb’essere Omero senza le zeppe. Dò palla bianca a una collazione e a un uso ragionevole di tutte le varianti ortoepiche: non voglio mollare né palude né padule, né il femminile né il maschile: e mi riserbo di usare d’entrambe le forme (lessicali). Che lingua letteraria e lingua d’uso si scostino di qualche poco, e talora d’una pertica buona, poco mi ci struggo: ma davvero: e non sarà la fin del mondo. Anche le gonne d’una marchesa diversificano a chiare note da quelle della Marianna, pur essendo catalogabili entro i termini dell’idea «gonne» le une e le altre.Il Migliorini, con gli esempi «discrezionale», «cambiario», «coalizione», e con le note storiche relative (pag. 224), accenna al fatto per cui un vocabolo di mencia statura o di origine barbara piovuto appena tra i galantuomini, poco di poi si affaccia per una finestruola della locanda al gran Foro della lingua. Indi siffatti meteci ottengono cittadinanza: e si insinuano come scherzare nella lista dei padri e coscritti. Qui dovrebbe valere il criterio: se insostituibili, si accolgano, vincendo la ripugnanza: se c’è già il corrispettivo paesano, si respingano. Ma in pratica un tal criterio non vale, o non arriva a poter sempre valere. Ritrovalo tu, codesto caro paesano, che si nasconde col suo vincastro e le pecora in cima alla montagna del Casentino. Io sto per essere deversato dal mio tram in via Tommaso Grossi. Arrivederci domani. E certi, strapazzoni, allora, ti camuffano lo straniero, o il gobbo dal piè di cavallo: lì per lì: te lo rivestono da italiota aborigenato, alla meno peggio, e con un buon calcio di dietro te lo sparano giù, dalla sua locanda, nel fondaco matto delle bellurie e della disinvoltura cittadina. Ne nasce quella tipica lingua da parrucchiere per signore, a cui tutti dovremmo abbrancarci disperatamente, come a un salvagente, per non essere sommersi dal flutto. Dal mare dell’anticaglia e dello stile togato. Talora il vocabolo è caduto in desuetudine in questa soltanto, o in quell’altra parte del bel Paese: che Appennino parte, ohimè, e non mai cosa duramente lo parte come in fatto di partiture lessicali. O presso una categoria di persone, non presso un’altra. Certo è che l’ultima delle sguattere d’una trattoria pistoiese parla un meglio italiano che non la prima delle marchese di porta Ticinese. Con tutto ciò, il popolo non deve essere idolatrato: e nemmeno la lingua del popolo. Amato sì. E ammirato e seguito là dov’e’ ci assegna la misura, la bellezza, la grazia, la esattezza, la puntuale esattezza! la forza: il che avviene, ahi noi!, dimolto ma dimolto più spesso uno scrittore tronfio non creda. Altrove, non può il popolo, e nemmeno il toscano, fornirci lume del suo, dato che la intrinseca ragione e direi il meccanismo del pensiero, fatto, o da farsi, è al di là della sua cognitiva, sopravvanza l’avventato e l’improvvido, e richiede una disciplina allungata e pertinace, un corso di perfezionamento, di hautes études. Devo rimandare ad altra sede alcuni appunti sulle questioni laterali: 1) Vita storica del vocabolo e del modo espressivo. Impossibilità di astrarre da un riferimento storico della lingua parlata e scritta. 2) I dialetti. Il diritto di alcuni modi più ricchi, o più vigorosi, de’ dialetti stessi… a entrare nell’elenco dei padri e coscritti. Dò palla bianca ai meteci e inserisco in una mia prosa il ligure galuppare (per sciroppare, francese bouffer) e il romanesco gargarozzo. Giungo persino a fare qualche scandalosa concessione alle due grandi lingue sorelle, francese e spagnola. 3) La lingua scritta (il Devoto giustamente vi insiste) dà tempo e modo per architettarla e forbirla (polirla, direbbe Gabriele): non così quattro battute spicce licenziate in qualche modo davanti il treno che parte. 4) L’uso specioso che talora si fa della lingua e della sua sintassi in poesia, l’accezione «spastica» della parola, suggerita da Orazio nell’arte poetica e praticata da tutte le scuole un po’, fino ai dì nostri. 5) Il vario stato culturale e l’indole e la disposizione de’ parlanti comporta varie gradazioni di colore, toni specifici, toni preferenziali nella scelta istintiva del vocabolo, nella pratica del linguaggio. Sono d’accordo con Migliorini sullo schema di pag. 226 (zone di soprapposizione e zone di esclusiva delle «diverse» lingue). Per mia parte, bracconiere di frodo, voglio libera la bandita in tutte quante le zone, secondo opportunità. Circa gli apporti espressivi delle tecniche ebbi a scrivere molt’anni fa in «Solaria», e dirò in altra sede. Avvezzano lo scrivente a una particolare disciplina della notazione (giure, scienze fisiche, scienze mediche, storiografia, ecc.) e immettono nel gran fiume della lingua da un lato il frasario gergale de’ pratici, che a poco a poco si deposita in una moda normativa, di largo uso: dall’altro il frasario di lontana o rinnovata discendenza illustre, che coglie l’etimo alla sua viva (per quanto illustre) ed antica radice: italiana classica, latina, greca e neo-greca scientifica. E allora vocabolari speciali, trattatistica, repertori delle arti. Ogni praticante, ogni maestro ha cooperato a provvedere d’un idioma la società delle anime. Ogni sommo lucumone dell’idioma potrebbe chiedere al corpo vivo della sua gente di aprirgli le anime: «da mihi animas, coetera tolle». Così la Bestia raggiunge la dignità di un linguaggio. I filosofi, i giuristi, hanno definito concetti e creato vocaboli, usando a volta in particolare accezione i vocaboli del comune discorso. Noi non possiamo ripudiare il suggerimento e il soccorso de’ maggiori, i doni e gli apporti. Valga dunque Aristotele come Ulpiano, ognuno pel suo. Un altro ordine d’osservazioni: e mi avvicino alla chiusura. Non sempre si parla o si scrive dassenno, e talora benanco, la Dio mercé, tu dimetti la tua grinta categorizzante per una gentile bautta, o per un testone col naso peperonato. L’umore, l’allegrezza, la stizza, l’imbroglio, la menzogna, la frode, movono gli omini ad abusare della lingua e della penna: abuso morale, ma pieno uso idiomatico. D’altro lato, i peccatori e i pupilli finirono per istuccarsi con l’andar dei secoli di certe bugie o tiritere de’ precettori e de’ maestri: e vi furon genti e persone individue che seppero benissimo irridere alle fole con il linguaggio delle fole medesime. Altri vollero semplicemente ridere. Figurano, tra questi, gli scrittori satirici, i comici, i maccheronici, i «licenziosi». Allora le filosofie lunghe, le troppo dilatate teologie si sentono rifare il verso in teatro: e così l’epos pallonaro, o l’umanità o la sofistica buggerona. Rifare il verso! quali sottili misure si dimandano per una cotanta operazione! Dire dassenno le proprie magre opinioni sulla piantatura del rabarbaro può essere pratica d’ordinario mestiere. Ma lavorare ai sottili e congegnati equilibri cervantini vi par sapienza di nulla? Ora in codesti giochi e burle ch’io dico, la lingua illustre è talora adibita a predisporre l’orditura medesima della burla. È il valido liccio di fondo a cui si appoggerà l’opera: dico il disegno del simulare, o del mordere. La lingua dell’uso piccolo-borghese, puntuale, miseramente apodittica, stenta, scolorata, tetra, eguale, come piccoletto grembiule casalingo da rigovernare le stoviglie, va bene, concedo, è lei pure una lingua: un «modo» dell’essere. Ma non può doventare la legge, l’unica legge. Ripudio un tale obbligo e una siffatta legge, quando è dettata dall’ortodossia degli inesperti o dei malati di pauperismo. Può darsi che la manìa dell’ordine astringa taluni a potare la pianta di tutte le rame capricciose della liberalità e del lusso. Dichiaro, per altro, di non appartenere ad alcuna confraternita potativa. La mia penna è al servizio della mia anima, e non è fante o domestica alla signora Cesira e al signor Zebedia, che vogliono suggere dal loro breviario «la lingua dell’uso», del loro uso di pitta-unghie o di fabbricanti di bretelle. Le genti le dimandano con ogni ragione delle buone e intelligibili scritture: legittima cosa, che il fratello attenda dal fratello una parola fraterna. Ma questa prepotenza del voler canonizzare l’uso-Cesira scopre di troppo il desiderio, e quasi l’intento, della Cesira medesima: il desiderio d’aver tutti inginocchiati al livello della sua zucca. |