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Riassunto di Marinetti e i Futuristi e riassunto del Decadentismo
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Scritto da eagle   

L'Età del Decadentismo - Riassunto Libro di Tuscano

Le componenti culturali  del Decadentismo  vanno individuate nel "superomismo" di Nietzsche, nell' "intuizionismo" di Bergson e nella scoperta dell'inconscio di Freud.

Friedrich NIETZSCHE (1844-1900), filosofo tedesco, afferma che il sapere è falso e ipotetico perché noi non possiamo che conoscere le "apparenze" della realtà, la quale invece è costituita dalla "vita" dominata dagli "istinti". La gran massa degli uomini ("branco") è istintivamente orientata  verso l'accettazione di un "capo", di un  "padrone", perché, essendo incapace di scelte autonome, si sente protetta nel seguire quelle impostele dall'uomo forte. Pochi sono invece gli uomini dotati dell'istinto che il filosofo definisce "la volontà di potenza", e sono questi che hanno il diritto e il dovere di elevarsi sulla massa e di comandare ("superuomini").

Per il filosofo francese Henri-Louis BERGSON (1859-1941)  la vita consiste in uno  slancio vitale  che crea perennemente e imprevedibilmente infinite  "forme"  fuori del tempo e dello spazio convenzionali, in quanto il suo processo, puramente spirituale, implica l'esistenza di un unico indivisibile momento ideale ("durata") nel quale il passato è conservato nel presente e da questo nasce spontaneamente il futuro.  

L'austriaco Sigmund FREUD (1856-1939), fondatore della psicanalisi, determinò la presenza di tre livelli o zone della psiche: l'inconscio, il subconscio (o "subcoscienza") e la coscienza.

L'inconscio è la zona più misteriosa dell'individuo umano e rappresenta la sede degli istinti più primordiali   Addentrarsi nell'incoscio è assai arduo: un tentativo terapeutico, che si rivelò al Freud abbastanza proficuo, consiste nell'analisi dei sogni.

Il "subconscio" è una zona - al limite della coscienza - in cui dominano ancora gli istinti naturali ma non senza che il soggetto ne abbia una qualche consapevolezza.

La "coscienza" è invece la sede in cui l'attività psichica si esplica sotto il dominio della volontà e, quindi, applicando o non applicando deliberatamente le norme del vivere civile (in altre parole è la sede in cui si manifestano la "cultura" e la "moralità" dell'individuo).

Come si vede da queste rapidissime note, tutti e tre gli studiosi considerati furono ostili, per un verso o per un altro, alle scienze positive, contestarono la filosofia del "positivismo" e diedero maggiore importanza alle attività istintive che a quelle razionali dell'uomo.

La spiritualità decadentistica presenta due aspetti fondamentali: la consapevolezza che la realtà della vita sia un mistero che la ragione non potrà mai spiegare e la scoperta di una nuova dimensione della psiche, l'inconscio, consiste in una improvvisa folgorazione dello spirito. Ne conseguono il ripudio di ogni fiducia nella scienza e la convinzione che solo la poesia, mediante l'esplorazione dell'inconscio, può svelare il mistero della vita. La poesia, quindi, viene assunta come strumento di conoscenza.

I decadenti avvertirono questa loro condizione di crisi e furono consapevoli di rappresentare una generazione di "passaggio" da una civiltà ad un'altra.    

Angoscia, senso di solitudine e  di impotenza,  fragilità di  coscienza furono i tratti distintivi della spiritualità decadente, che trovò nell'arte espressioni le più disparate possibili, non riconducibili ad alcun modello ideale.

Come movimento letterario  il Decadentismo nasce in Francia negli ultimi decenni dell'Ottocento. In questo periodo la poesia francese era in gran parte espressa dal movimento dei "parnassiani", cioè di quei poeti che praticavano una poesia "impassibile", priva di ogni legame con la morale e con la vita sociale;   si erano essi stessi definiti "parnassiani" proprio per sottolineare che la loro sede ideale era il mitico monte Parnaso, ove non giungeva neppure l'eco delle passioni tipiche della vita attiva.

Il termine "decadente" ebbe, in origine, un senso negativo; fu infatti rivolto contro alcuni poeti che esprimevano lo smarrimento delle coscienze e la crisi di valori di fine Ottocento, sconvolto dalla rivoluzione industriale, dai conflitti di classe, da un progressivo scatenarsi degli imperialismi, dal decadere dei più nobili ideali romantici. Fu scelto decadentismo proprio per la sensazione di crollo di una civiltà, avvertendo il fallimento del sogno positivista.  Il decadentismo, raggiunse il suo culmine attorno agli anni 1885-90 ma non è facile stabilire un momento di chiusura poiché il malessere sociale che ne costituiva l'humus verrà riscontrato anche nel novecento, fino ai nostri giorni.

Da questi si distaccò un gruppo di poeti, tra cui Paul Verlaine (1844-1896), Arthur Rimbaud (1854-1891) e Stéphane Mallarmé (1842-1898), che intesero rivolgersi alla lezione di Charles Baudelaire (1821-1867), secondo il quale la poesia doveva attingere nel profondo del cuore dell'uomo, tentare di scoprire la natura e la ragione di quel misterioso legame che unisce l'uomo all'universo.  

Le loro poesie sono lo specchio in cui si riflettono le loro angosce, le loro  frustrazioni, ma anche le loro trasgressioni, le loro ribellioni. Con i decadenti il legame fra vita (intima e individuale) e poesia si fece sempre più stretto e sempre più esasperata fu la ricerca e spregiudicata la confessione delle loro più intime sensazioni. Verlaine coniò per essi la definizione di "poeti maledetti".

Il Decadentismo ebbe però le sue più  compiute realizzazioni nel campo della narrativa, soprattutto quando si propagò nel resto dell'Europa. A tal riguardo gli esemplari più ragguardevoli sono i romanzi "A ritroso" (1884) del francese Joris-Karl Huysmans (1848-1907), "Il ritratto di Dorian Gray" (1890) dell'inglese Oscar Wilde (1854-1900) e "Il piacere" (1891) di Gabriele D'Annunzio (1863-1938).

Come si vede da questi tre esemplari, l'"eroe" decadente tende a vivere la propria esistenza come "opera d'arte", lasciandosi guidare più dai propri istinti che dalla razionalità e creando rapporti singolari ed ambigui con la realtà del vivere civile - rapporti che potremmo definire asociali - in virtù del proprio sfrenato egocentrismo.

Fra i decadenti italiani possiamo annoverare, ciascuno col proprio "mito", oltre al già citato D'Annunzio (superuomo), il Pascoli (fanciullino) ed il Fogazzaro (santo).

Ma gli autori che rivelarono una più profonda consapevolezza della crisi esistenziale del proprio tempo furono Luigi Pirandello ed Italo Svevo.

Va però precisato che tutte le tendenze poetiche dei primi decenni del Novecento, dal crepuscolarismo al futurismo, dalla poesia pura alla poesia ermetica, germogliano e vivono nell'area della sensibilità decadente.





 

Marinetti e il Futurismo


Il Futurismo è un Movimento artistico e letterario d'avanguardia nato in Italia all'inizio del Novecento. Suo fondatore fu Filippo Tommaso Martinetti. Fu il primo autentico movimento d'avanguardia munito di un ideologia globale, artistica ed extra-artistica, allacciante i vari campi dell'esperienza umana, dall'arte al costume, dalla morale alla politica.

Gli esponenti del Futurismo volevano "svecchiare" le lettere italiane; "far tabula rasa" dei vecchi scritti, e portare la nostra letteratura all'altezza delle altre letterature europee e soprattutto all'altezza dei tempi nuovi ormai dominati dal prorompere vertiginoso delle scoperte scientifiche e tecnologiche

I Futuristi avevano un appassionato disgusto per le idee del passato, specialmente per le tradizioni politiche ed artistiche

Il movimento futurista proclamò il valore del progresso tecnico e si propose di svecchiare la cultura guardando appunto al futuro: alla velocità e al dinamismo delle macchine, dei velivoli, delle città, dei complessi industriali.

Aspetti che caratterizzarono il movimento furono, da un lato, l'interesse per ogni forma d'arte, da quelle figurative "classiche" alla letteratura, dal teatro alla fotografia e al cinema, dall'altro la capacità di intervenire all'interno della società nel rapporto con il pubblico.  

Scrittori italiani che aderirono, alcuni temporaneamente, al movimento futurista furono Corrado Govoni, Ardengo Soffici, Giovanni Papini, Paolo Buzzi, Luciano Folgore e Aldo Palazzeschi.  

Rivista ufficiale del futurismo italiano fu la fiorentina "Lacerba", fondata da Papini e Soffici nel 1913. In seguito, molti scrittori futuristi confluirono politicamente nel Partito fascista, nella cui ideologia si potevano ritrovare alcune delle affermazioni del movimento letterario: "Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore dei libertari".

Nel Manifesto tecnico Marinetti mise in evidenza la necessità di distruggere la sintassi tradizionale per ottenere un discorso rapido, privo di punteggiatura, analogico, che non si perda nell'utilizzo di aggettivi e avverbi, privilegiando invece il nome e l'uso di verbi posti all'infinito.  

I Futuristi si collocarono agli antipodi dei crepuscolari. Anch'essi rifiutarono la tradizione ed il conformismo borghese, ma in nome di un dinamismo vitale  che  doveva rispecchiare la  nascente civiltà tecnologica e industriale.

Affascinati soprattutto dalla velocità imposta dalle macchine al ritmo della vita, essi esaltarono il rischio, l'avventura, il vigore, il fascino dell'ignoto da scoprire, ed affermarono che sulla Terra non poteva esserci posto per i deboli e per gli inetti: ecco perché definirono la guerra la "sola igiene del mondo", perché essa spazza via le scorie dell'umanità e seleziona i forti da destinare ad una vita sempre più fiera e veloce.


Marinetti e gli altri sposarono l'amore per la velocità, la tecnologia e la violenza. L'automobile, l'aereo, la città industriale avevano tutte un carattere leggendario per i futuristi, perché rappresentavano il trionfo tecnologico dell'uomo sulla natura.


Secondo il Martinetti bisognava chiudere i ponti col passato, "distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie", e cantare "le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa"; "glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore del liberatori, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna".


A differenza dei crepuscolari che vissero appartati e quasi incogniti a se stessi, i Futuristi si raccolsero in una vera e propria "scuola", stilarono un ben preciso programma, organizzarono una ben nutrita pubblicità intorno alle loro idee, servendosi di riviste ("Lacerba"), ma soprattutto di incontri-dibattiti che effettuavano periodicamente nei teatri con tono volutamente provocatorio nei confronti del pubblico.


FILIPPO TOMMASO MARINETTI


Filippo Tommaso Marinetti, fu Fondatore e caposcuola del Futurismo. Nasce ad Alessandria d'Egitto nel 1876, dove trascorre i primi anni della sua vita.  L'amore per la letteratura emerge sin dagli anni del collegio: a 17 anni fonda la sua prima rivista scolastica, Papyrus; i gesuiti lo minacciano di espulsione per aver introdotto a scuola gli scandalosi romanzi di Émile Zola.


È inviato così dalla famiglia a diplomarsi a Parigi, dove ottiene il Baccalaureato nel 1893. Si iscrive alla facoltà di legge di Pavia, insieme al fratello maggiore Leone. La morte di quest'ultimo, appena ventunenne, è il primo vero trauma della vita di Marinetti, che dopo aver conseguito la laurea (1899), decide di abbandonare la giurisprudenza e assecondare la sua vocazione letteraria.


A Parigi iniziò l'attività letteraria  componendo poesie in lingua francese.  Che pubblicò nel 1909 pubblicò su "Le Figaro" il "Manifesto del Futurismo".  Queste poesie vengono notate soprattutto in Francia, da poeti come Catulle Mendès e Gustave Kahn. In questo periodo Marinetti compone perlopiù versi liberi di stampo simbolista o liberty, che risentono dell'influenza di Gabriele D'Annunzio. La produzione di Marinetti si distingue da quella dannunziana per il particolare gusto per l'orrido e il grottesco.

Il Manifesto viene letto e dibattuto in tutta Europa, ma le prime opere 'futuriste' di Marinetti non hanno la stessa fortuna.


In aprile la prima del dramma satirico Le roi Bombance (Re Baldoria), composto nel 1905, viene sonoramente fischiata dal pubblico... e da Marinetti stesso, che introduce così un altro degli elementi essenziali del Futurismo: la "voluttà d'essere fischiati".

Anche il dramma La donna è mobile (Poupées électriques), rappresentato a Torino non aveva ottenuto molto successo. 


Ma l'happening più riuscito del periodo è il lancio del Manifesto Contro Venezia passatista dal Campanile della San Marco: nel volantino Marinetti propone di "colmare i piccoli canali puzzolenti con le macerie dei vecchi palazzi crollanti e lebbrosi per "preparare la nascita di una Venezia industriale e militare che possa dominare il mare Adriatico, gran lago Italiano".


Tra il 1905 e il 1909 dirige la rivista milanese Poesia, di cui è fondatore e principale finanziatore. All'inizio si tratta di una rivista eclettica, che ha il merito di proporre in Italia alcuni autori simbolisti (soprattutto francesi e belgi) ancora sconosciuti. Solo nel 1909 essa diventa il primo organo ufficiale di un nuovo movimento poetico: il Futurismo.


Nel 1910 il suo primo romanzo, Mafarka il futurista viene assolto dall'accusa di oltraggio al pudore. Ma in quello stesso anno Marinetti trova alleati inattesi: tre giovani pittori (Umberto Boccioni, Carlo Carrà, Luigi Russolo) decidono di aderire al Movimento.

Insieme a loro (e a poeti come Aldo Palazzeschi) Marinetti lancia le serate futuriste: spettacoli teatrali in cui i futuristi declamano i loro manifesti davanti a una folla che spesso accorre per il solo piacere di colpirli con ortaggi vari.


Nel 1911 scoppia la Guerra Italo-Turca, e Marinetti, bellicista convinto, non si tira indietro: parte per la Libia come corrispondente di un quotidiano francese.

Pubblicherà i suoi reportages nel volumetto La battaglia di Tripoli.


Trasferitosi definitivamente in Italia, pubblicò il "Manifesto tecnico della letteratura futurista" (1912), cui fece seguire altri manifesti aggiuntivi.

Nel frattempo lavora a un romanzo in versi violentemente anticattolico e antiaustriaco: Le monoplan du Pape (L'aeroplano del Papa, 1912) e cura un'antologia dei poeti futuristi. Ma in realtà i suoi sforzi di rinnovamento del linguaggio poetico lo lasciano ancora insoddisfatto, tanto che nella prefazione all'antologia lancia una nuova rivoluzione: è tempo di farla finita con la sintassi tradizionale, per passare alle Parole in libertà.


Le parole in libertà sono una tecnica poetica espressiva del tutto nuova, in cui è distrutta la sintassi, abolita la punteggiatura e si ricorre anche ad artifici verbo-visivi. Diversi colleghi che avevano aderito al futurismo restano disorientati dalla nuova proposta di Marinetti: è il caso di Aldo Palazzeschi e di Corrado Govoni, che di lì a poco abbandoneranno il movimento.

A partire dal 1912 il futurismo conosce il momento di massimo proselitismo, anche grazie al sostegno della rivista fiorentina Lacerba diretta da Giovanni Papini e Ardengo Soffici. In questo periodo Marinetti compone Zang Tumb Tumb, reportage della guerra bulgaro-turca redatto in parole in libertà.


Nel 1914 compie anche un importante viaggio a Mosca e a Pietroburgo, dove farà la conoscenza dei futuristi russi.

Dopo l'attentato di Sarajevo, Marinetti non esita a schierarsi a favore dell'intervento contro l'Austria e la Germania: verrà arrestato per aver bruciato bandiere austriache in Piazza Duomo a Milano.

Quando l'Italia entra in guerra, Marinetti si arruola volontario. Ferito all'inguine, detta in convalescenza un manualetto che otterrà un inatteso successo: Come si seducono le donne. Torna quindi sul fronte, e partecipa sia alla rotta di Caporetto che alla trionfale avanzata di Vittorio Veneto, al volante di un autoblindo (esperienza poi narrata nel romanzo L'Alcova d'acciaio).

Terminata la guerra (con due medaglie al valore), Marinetti è convinto che sia giunto il momento di fare la rivoluzione.

Deluso dalla "vittoria mutilata", partecipa per breve tempo all'impresa fiumana, ma è deluso da molti seguaci di D'Annunzio ed è invitato da quest'ultimo a lasciare la città.

In questo stesso periodo fonda il Partito Politico Futurista, che nel proprio programma contempla lo "svaticanamento dell'Italia" e il passaggio dalla monarchia alla repubblica.

Il 23 marzo 1919 Marinetti partecipa con Mussolini all'adunata di piazza San Sepolcro a Milano: da quel momento il Partito Politico Futurista confluisce nei Fasci di combattimento.

In questo periodo redige diversi manifesti politici, tra cui il pamphlet Al di là del Comunismo; nel maggio del 1920 interviene al secondo congresso dei Fasci, insistendo sulla necessità di "svaticanare l'Italia", abolire la Monarchia e "appoggiare gli scioperi giusti": ma ormai i fascisti stanno andando nella direzione opposta, e Marinetti decide di dimettersi.

Il poeta inizia lentamente ma decisamente a divergere dal fascismo: se ne distaccherà prima della fine dell'anno per ritornare sui suoi passi quasi 5 anni più tardi.


Ritorno alla poesia


Esaurita l'esperienza politica, Marinetti ritorna alla letteratura con alcune opere (Gli indomabili, Il tamburo di fuoco) meno sperimentali delle precedenti, ma che ottengono un discreto successo. A sostenerlo c'è la sua nuova compagna di vita, Benedetta Cappa, scrittrice e pittrice lei stessa. Durante una vacanza al mare, i due inventano una nuova forma d'arte tattile: il Tattilismo, concepito come un'evoluzione multi-sensoriale del Futurismo. Ma ancora una volta i colleghi futuristi restano interdetti. Anche a Parigi, Marinetti non è più ben accolto, perché l'avanguardia che va per la maggiore è il  Dadaismo.


Accademico d'Italia


Deluso dall'accoglienza parigina, Marinetti si riaccosta al Fascismo e a Mussolini, che nel frattempo ha preso il potere.

Il regime lo ripaga dedicandogli importanti onoranze nazionali (1924). Come ambasciatore del regime, Marinetti viaggia in Sudamerica e in Spagna.

Nel 1929 lo stesso Mussolini vorrà Marinetti nell'Accademia d'Italia appena fondata. Il fondatore del futurismo è ormai diventato un difensore della letteratura e della lingua italiana contro l'"esterofilia" dilagante, con effetti surreali.

Nel frattempo il futurismo si è trasformato da movimento di rottura in scuola poetica, coi suoi congressi, le sue dispute, i suoi generi codificati (le parole in libertà e l'aeropoesia), ecc..

Ma le opere futuriste più interessanti del Ventennio restano quelle di Marinetti, che in lavori come Il fascino dell'Egitto o nel dramma Il suggeritore nudo, rivela la sua attenzione alle nuove poetiche italiane ed europee.

La sua posizione di accademico gli consente comunque alcune timide prese di posizione critiche nei confronti del regime: nel 1938 escono, sulla rivista futurista Artecrazia, alcuni articoli (probabilmente dettati o ispirati da Marinetti) contro l'antisemitismo e le leggi razziali.


Ancora in guerra


Malgrado la non più giovane età, Marinetti non rinuncia al fascino della guerra. Del resto, in un'intervista del 1926 a Vitaliano Brancati aveva affermato che la guerra futura sarebbe stata combattuta dai vecchi, mentre i giovani sarebbero stati risparmiati per "la fecondazione della razza".

Coerente coi suoi principi, Marinetti partecipa come volontario alla guerra di Etiopia (1936) e addirittura (a 66 anni!) alla spedizione dell'ARMIR in Russia. Le esperienze su questi fronti sono raccontate ne Il poema africano della Divisione "28 Ottobre" (1937).

L'esperienza russa si rivela però fatale. Tornato in Italia, stanco e malato, Marinetti detta ancora diverse opere a carattere memoriale, tra cui La grande Milano tradizionale e futurista, e aderisce alla Repubblica Sociale Italiana, che per certi versi rappresenta un ritorno agli ideali fascisti repubblicani del 1919.


Muore a Bellagio, sul Lago di Como, il 2 dicembre 1944, in seguito a una crisi cardiaca: aveva appena scritto la sua ultima pagina, il Quarto d'ora di poesia della X Mas.


Nel Manifesto del futurismo emergono con chiarezza lo spirito e la tecnica espressiva dei futuristi.

"Le Figarò" - 20 Febbraio 1909


1- Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo, l'abitudine all'energia e alla temerità.

2- Il coraggio, l'audacia, la ribellione, saranno elementi essenziali della nostra poesia.


3- La letteratura esaltò, fino ad oggi, l'immobilità pensosa, l'estasi e il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l'insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo e il pugno.


4- Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova; la bellezza della velocità. Un'automobile da corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall'alito esplosivo...un'automobile ruggente, che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della Vittoria di Samotracia.


5- Noi vogliamo inneggiare all'uomo che tiene il volante, la cui asta ideale attraversa la Terra, lanciata a corsa, essa pure, sul circuito della sua orbita.


6- Bisogna che il poeta si prodighi, con ardore, sfarzo e munificenza, per aumentare l'entusiastico fervore degli elementi primordiali.


7- Non v'è più bellezza se non nella lotta. Nessuna opera che non abbia un carattere aggressivo può essere un capolavoro. La poesia deve essere concepita come un violento assalto contro le forze ignote, per ridurle a prostrarsi davanti all'uomo.


8- Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli!... Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell'impossibile? Il Tempo e lo Spazio morirono ieri. Noi viviamo già nell'assoluto, poiché abbiamo già creata l'eterna velocità onnipresente.


9- Noi vogliamo glorificare la guerra - sola igiene del mondo - il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore del liberatori, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna.


10- Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d'ogni specie, e combattere contro il moralismo, il femminismo e contro ogni viltà opportunistica e utilitaria.


11- Noi canteremo le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa: canteremo le marce multicolori e polifoniche delle rivoluzioni nelle capitali moderne; canteremo il vibrante fervore notturno degli arsenali e dei cantieri, incendiati da violente lune elettriche; le stazioni ingorde, divoratrici di serpi che fumano; le officine appese alle nuvole per i contorti fili dei loro fumi; i ponti simili a ginnasti giganti che fiutano l'orizzonte, e le locomotive dall'ampio petto, che scalpitano sulle rotaie, come enormi cavalli d'acciaio imbrigliati di tubi, e il volo scivolante degli aeroplani, la cui elica garrisce al vento come una bandiera e sembra applaudire come una folla entusiasta. E' dall'Italia che noi lanciamo pel mondo questo nostro manifesto di violenza travolgente e incendiaria col quale fondiamo oggi il FUTURISMO perché vogliamo liberare questo paese dalla sua fetida cancrena di professori, d'archeologi, di ciceroni e d'antiquari. Già per troppo tempo l'Italia è stata un mercato di rigattieri. Noi vogliamo liberarla dagli innumerevoli musei che la coprono tutta di cimiteri. 


Mafarka il Futurista


Fu scritto e pubblicato per la prima volta in francese nel 1909, presso la casa editrice parigina Sansot.   Venne poi tradotto in italiano da Decio Cinti.  

L'opera è dedicata ai «grandi poeti incendiari» (Gian Pietro Lucini, Paolo Buzzi, Federico De Maria, Enrico Cavacchioli, Corrado Govoni, Libero Altomare, Aldo Palazzeschi) e si compone di dodici capitoli titolati.

Marinetti ripropone, con il medesimo tono dei suoi celebri manifesti, il richiamo all'"ordine" futurista, alla polifonia stilistica, al disprezzo per il sentimentalismo, alla glorificazione della guerra «sola igiene del mondo».


La storia di questo «romanzo africano» è quella di Mafarka-el-Bar, re di Tell-el-Kibir: un sovrano che ama la guerra, disprezza le donne e ha come consigliere il sole.

Egli è l'eroe emblematico della dimensione mistico-filosofica del Futurismo......................................

Mafarka sa essere feroce e lo è in un modo estremamente lucido: come quando uccide lo zio, ostacolo alla conquista del potere. Con la morte dello zio e l'ascesa al trono, le aspettative di un destino eroico del «grande re africano» mutano però di segno. La morte del fratello Magamal, causata dal morso di un cane, porta il protagonista a una profonda crisi (che Marinetti identifica con il ritorno allo stadio fetale).

Mafarka giunge al quasi totale annullamento di sé e rinuncia al regno. Decide di partire per un omerico viaggio verso il luogo in cui vivono i genitori per consegnare loro le spoglie di Magamal.

Il mare - sul quale affronta il suo «viaggio notturno» - diviene il luogo dell'espiazione, la caduta nel peccato, ma anche il battesimo purificatore.


E proprio grazie a questa sorta di Golgota marino, infatti, che il re può redimersi, insieme, dal proprio sentimento di colpa e dal proprio passato.

Per il protagonista è ora di pensare al futuro. Dopo aver attraversato misteriosamente una montagna, a causa di uno strano vento che lo spinge verso una caverna per farlo poi uscire dal lato opposto, vive una sorta di rinascita.

La generazione di un nuovo io presuppone la morte del vecchio, e Mafarka, nell'ultimo discorso rivolto ai soldati, rivela il suo grande progetto: creare, grazie al solo concorso della propria possente volontà, e anche a costo della propria morte, un figlio: «io trasfonderò la mia volontà nel corpo nuovo di mio figlio! Egli sarà forte di tutta la sua bellezza, che non fu mai torturata dallo spettacolo della morte! E sappiate che io ho generato mio figlio senza il concorso della vulva!».

La sua nuova religione uccide quella dell'amore per imporre la «Volontà estrinsecata», la «voluttà dell'eroismo», «dell'Unico».

Questo «superuomo alato» è Gazurmah, l'«eroe senza sonno e perciò immortale».


Gazourmah rappresenta l'archetipo dell'immaginario marinettiano: costruito in acciaio è dotato di ali, è perciò simbolo della forza e del movimento; è proiettato verso il futuro in quanto immortale e, soprattutto, è capace di trionfare sulla natura.

Infatti, alzandosi in volo verso il cielo, Gazourmah riuscirà infine a prendere il posto del sole.  

Il libro, che Marinetti definì un «grande romanzo esplosivo», rientra nel genere romanzesco solo per convenzione, perché - sempre secondo le parole dell'autore - «è, insieme, un canto lirico, un'epopea, un romanzo d'avventure e un dramma».


Alcova d'acciaio


Terzo libro ispirato alla guerra (con il sottotitolo «romanzo vissuto»), dopo La battaglia di Tripoli (1912) e Zang Tumb Tumb (1914), fu scritto da Marinetti sulla base degli appunti presi durante gli ultimi mesi del primo conflitto mondiale, e fu terminato nel settembre 1920.


A metà tra autobiografia e mito, racconta in ventinove capitoli le avventure del tenente Marinetti, uno degli animatori della riscossa del fronte italiano contro gli austriaci.................................................

In nome del vitalismo, la prima avventura di Marinetti e dei suoi soldati è quella del bordello, che viene rappresentato all'insegna del gioco e del divertimento. Una delle ragazze, che quasi per spirito patriottico si dà ai soldati, si rivela infatti un'appassionata conoscitrice del movimento futurista e afferma di essere una lettrice di «Lacerba», la rivista diretta da Ardengo Soffici e Giovanni Papini.

Nel secondo capitolo si entra nel vivo della battaglia; la descrizione dei rumori delle bombe e delle mitragliatrici, delle esplosioni e dei riverberi rossi e verdi nel fumo, sembra la conferma delle "sinestesie" teorizzate nei manifesti del Futurismo.

Le forme si umanizzano, i rumori riecheggiano le grida dei soldati in un turbinio di onomatopee e di giochi fonolinguistici, come quelli delle mitragliatrici che ripetono beffarde al nemico «idiota-ta-ta-ta», o delle potenti «spraaangranate» che esplodono sul campo.


Con il terzo capitolo la descrizione degli effetti delle armi chimiche sull'ambiente, sui colori del paesaggio, ricrea la plasticità di un quadro di Boccioni.

La battaglia, esaltando i sensi e la normale capacità razionale, riesce a dare risposte a tutte le grandi questioni filosofiche. È su questo concetto che si fonda tutta la narrazione successiva.

Marinetti esalta il suo ruolo civile, il dovere morale che lo lega all'amata Italia: «Sapete cosa significa avere 40 anni, del genio, molto fascino, una potente irradiazione di idee personali nuovissime e sane, regalate al mondo, dei poemi potenti creati, altri da scrivere». Il premio per la sua azione è naturalmente una donna, l'appagamento supremo dei sensi, la voluttà che ripaga il maschio-soldato.


Nel settimo capitolo si affaccia l'alcova d'acciaio che dà il titolo al romanzo. L'amante è la rappresentazione della donna-macchina da dominare, musa o dea che permette all'uomo di mostrarsi tale: un'autoblindata che accompagnerà il tenente Marinetti fino alla vittoria finale.

Prima di raccontare quest'ultima fase - l'Italia liberata e futurista, concepita, appunto, metaforicamente dalla simbiosi di Marinetti con la propria macchina.


Marinetti può esprimere tutta la sua esaltazione per la nuova tecnologia bellica, soprattutto per le autoblindate come la sua «74». Le parole del tenente Marinetti agli altri militari, nel momento delle decisioni, sono più che mai l'eco di uno stregone ispirato, il quale annuncia baldanzosamente la prossima vittoria.

L'impeto narrativo esplode nella descrizione della battaglia del Piave, dove l'autore ripercorre minuziosamente ogni attimo, ogni emozione, provata durante l'avanzata italiana.


Un «delirante amore» guida Marinetti e la sua vettura attraverso i paesi liberati dopo Caporetto. Con la «74» («alcova d'acciaio veloce, creata per ricevere il corpo nudo della mia Italia nuda») il tenente riconquista l'Italia in un tripudio di sensazioni......................................................................

Nel poliedrico romanzo si svolge anche una sorta di apologo morale: la divertente storia del colombo viaggiatore Paggiolin, incaricato di trasmettere agli alti comandi la notizia della vittoria.


Questo capitolo, più di altri, offre materia per una scrittura straniata, costruita sulle pure sensazioni dell'uccello in volo tra le correnti d'aria, il quale cerca, con il solo aiuto dell'istinto, di trovare il percorso migliore, e riesce, nel contempo - grazie a uno slancio di intelligenza pura -, a salvare un aereo italiano perso tra le nuvole e la pioggia.


Da questo momento il rapporto con gli austriaci - fin qui nemici invisibili, ora inesorabilmente sconfitti - si fa più stretto. La descrizione dei soldati avversari fatti prigionieri è l'occasione per rompere la tensione emotiva della battaglia in una risata liberatrice.


La lingua dell'autore si fa tagliente, impietosa nei confronti di un nemico tratteggiato con la cura del vignettista satirico, del caricaturista senza scrupoli.


All'immagine luminosa e sorridente degli italiani si contrappone quella della sfilata funeraria dei cappottoni grigi e sporchi degli austriaci in ritirata.


Con gli uomini del campo avverso, ormai definitivamente schiacciati, si può riprendere un dialogo civile, umano.

 
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