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Riassunti di Contributi di psicologia sociale in contesti socio
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Scritto da Morena   
Riassunti di Contributi di psicologia sociale in contesti socio-educativi

 

Cap. 1 - Dello sviluppo sociale

 

Lo sviluppo dei comportamenti sociali nel bambino, sono stati sempre d'interesse degli studiosi di psicologia infantile, in particolare mi riferisco alla prima relazione che il bimbo ha con la madre o con colui che presta le cure (il cosiddetto caretaker).

Il primo rapporto sociale assume importanza per la vita intrapsichica del bambino, sia per il suo sviluppo affettivo/ emotivo, sia per quello cognitivo, e anche per la sua vita sociale futura.

In passato, nel dibattito scientifico, assumeva grande importanza il ruolo dato alla relazione madre-figlio, una relazione che vedeva il figlio legato a un ruolo passivo e il suo destino dipendeva molto dai modi educativi usati dalla madre. Quindi, tutto questo creava tra madre e figlio un legame non solo indispensabile, ma anche insostituibile.

Negli ultimi anni ‘40/50, le influenze di alcune correnti psicologiche, l'acquisizione di tecniche sofisticate, i cambiamenti sociali della famiglia e dei contesti educativi hanno portato dei  mutamenti allo studio dello sviluppo infantile, al punto tale che si è arrivati alla convinzione che lo sviluppo sia il frutto di un rapporto di interdipendenza tra forze interne all'individuo e forze esterne ambientali.  

Fino agli anni '70, l'interazione sociale era studiata secondo un modello uni-direzionale (centrato sugli effetti del comportamento degli adulti sullo sviluppo infantile), successivamente si  è passati a un modello bi-direzionale ( cioè analizzare  ciò che avviene tra i partner), nuove tecniche di osservazione hanno potuto rilevare il ruolo  che il bambino assume nella costruzione dell'interazione. Quindi, le cure materne vengono considerate come una prerogativa che viene effettuata non più dalla madre, ma da chiunque sia in grado di prestarle, ecco che il mondo sociale del bambino si allarga, e non viene visto più come un elemento passivo, bensì fin dalla sua nascita viene considerato come un elemento attivo nelle sue relazioni, provvisto delle strutture sensoriali che lo predispongono al rapporto sociale. Queste relazioni saranno studiate all'interno di contesti (fisici, sociali e psicologici) molto articolati.   

 

1. La costituzione dei legami affettivi

 

Fin dalla nascita l'essere umano si sviluppa e si modifica per tutto il corso della sua esistenza. Questo processo, comincia dalla relazione tra madre e figlio, che costituisce la prima esperienza del bambino con chi si prende cura di lui.

Si distinguono:

L'età evolutiva che è un periodo di crescita e di trasformazione dell'individuo, dall'infanzia all'adolescenza, si presuppone che la sua fine coincida con l'età adulta in cui l'individuo raggiunge la maturazione stabile.

Lo sviluppo, che invece, continua per tutto il ciclo vitale, perchè la personalità adulta continua a modificarsi, a evolversi, fino alla vecchiaia.

Gli indirizzi teorici sull'origine di questa relazione li possiamo trovare nella teoria psicoanalitica delle relazioni oggettuali,  la teoria comportamentista della dipendenza e la teoria dell'attaccamento.

Le prime due teorie pur essendo per altri aspetti molto diverse, si basano sul presupposto, secondo cui il piacere di stabilire una relazione con una persona deriva dal fatto che questa fornisce nutrimento, creando una forte dipendenza da essa, perché il bambino vede nella madre, quella figura in grado di gratificarlo o consolarlo, nonché nutrirlo. Da qui derivano le varie teorie di Freud, di Spitz e di Mahler.

Per quanto riguarda la teoria dell'attaccamento, vedi paragrafo successivo.     

 

1.1 John Bowlby: comportamento di attaccamento e fasi di formazione del legame

 

Il termine di attaccamento è dovuto a J. Bowlby, che lo introdusse per segnalare un comportamento del bambino ritenuto innato, tendente alla ricerca e al mantenimento della vicinanza a una figura specifica, che di solito è la madre. Nello studiare l'attaccamento Bowlby sceglie di utilizzare l'osservazione diretta del bambino non in laboratorio come si è sempre fatto, bensì nell'ambiente naturale.

Il neonato nel individuare questa figura, si orienta attraverso gli stimoli di origine sociale, come la voce e l'odore della persona che offre le cure. Le variabili  che influenzano il bambino alla scelta di quella persona specifica, sono la prontezza e la frequenza dell'adulto nel rispondere ai segnali del bambino. Ciò che non varia, invece, è il comportamento di attaccamento, che può essere aumento o diminuito da fattori contingenti.

Il comportamento di attaccamento viene attivato in situazioni come minacciose o di pericolo, la formazione del legame secondo le ipotesi di alcuni esperimenti non è associata al nutrimento, ma il bambino, possiede due sistemi comportamentali predisposti a mantenere vicina la principale figura di attaccamento:

-          comportamenti di segnalazione, come il sorriso e il pianto, che hanno l'effetto di far avvicinare l'adulto;

-          comportamenti di accostamento con i quali è il bambino che si avvicina.   

Bolwby ha descritto la formazione del legame di attaccamento in 4 fasi:

-          dalla nascita a 2 mesi circa il bambino emette dei segnali orientati verso le persone, senza discriminarle;

-          da 2 mesi  a 6 mesi subentra la capacità di discriminare le persone, dirigendo dei segnali in modo diverso a quelle persone che si preferiscono in particolare ad es. la madre

-          fino a tutto il secondo anno di vita inizia il vero e proprio attaccamento con lo scopo di mantenere vicina una persona come figura preferenziale e di altre figure secondarie, per mezzo di segnali e della locomozione. Questa fase inizia prima con un atteggiamento di cautela verso gli estranei, poi si trasforma in allarme e fuga verso una base sicura, la madre; 

-          intorno a 3 anni si forma un rapporto reciproco corretto secondo lo scopo.

 

1.1.1 Criteri di valutazione e stili di attaccamento

 

L'intensità di attaccamento la possiamo osservare quando i relativi comportamenti sono attivati in condizioni di disagio, stanchezza o malessere, in situazioni allarmanti o quando la figura di attaccamento si allontana.

Il bambino assume una diversa reazione a secondo dei casi, per capire questo processo sono stati effettuati una serie di sviluppi che hanno portato ad analizzare la qualità dell' attaccamento.

La Ainsworth, nella procedura di laboratorio nota con il nome di Strange situation, ha individuato i diversi stili di attaccamento dei bambini in base al tipo di attaccamento che avevano avuto con la madre; la Ainsworth concluse che esistono 4 modalità tipiche dell'attaccamento tra madre e figlio che dipendono dalla presenza, dall'allontanamento e dal successivo riavvicinamento della madre, si tratta di: attaccamento sicuro, attaccamento ansioso evitante, attaccamento ansioso resistente o ambivalente, attaccamento disorientato disorganizzato.

Attraverso l'interazione con la figura di attaccamento, il bambino impara le strategie efficaci per mantenere il contatto, mediante questo fondamentale processo il bambino forma gradualmente l'immagine di sé, dell'Altro e della relazione esistente fra le parti.

Nelle professioni educative e di aiuto, gli educatori dovrebbero saper riconoscere lo stile di attaccamento di ogni coppia bambino-genitore o adulto, e tenere conto delle reazioni che hanno i piccoli, in base all'età, in diversi contesti e situazioni.

Il limite principalmente criticato alla teoria di attaccamento riguarda il concetto di monotropia, con cui l'autore della teoria intende come legame preferenziale unico con la madre biologica. Con il tempo questa teoria è ricaduta perché il comportamento di attaccamento può essere diretto anche verso il padre, il bambino riesce a instaurare legami simultanei con persone diverse dalla madre, considerando anche il fatto che oggi nella società attuale, la cura dei bambini viene condivisa da più persone, ad esempio negli asili-nido, molti madri per via degli impegni lavorativi o carriere, sono costrette a far ricorso a queste strutture, in queste occasioni anche il ruolo del padre sta diventando sempre più importante, perché sostituisce la madre qualora essa non può essere presente.

Un'altra teoria elaborata da Bowlby, è il modello operativo interno (MOI), secondo l'autore, la matrice è nella relazione di attaccamento e i suoi contenuti tendono a restare invariati per tutto il corso dello sviluppo, ma esperienze correttive possono modificarli. Alcuni lavori recenti, confermano, l'ipotesi che i modelli operativi interni non siano immutabili, ma variabili e dipendono da diversi fattori che intervengono lungo il ciclo di vita. Quindi un cambiamento della figura di attaccamento, la presenza di altre persone significative e importanti (ad es. il padre, operatori e servizi sociali), possono modificare le relazioni affettive e i modelli operativi interni.

 

2. Rudolf H. Schaffer e l'approccio interattivo-cognitivista     

 

La teoria di Bowlby può essere considerata un momento fondamentale di passaggio tra la modalità tradizionale di studiare lo sviluppo sociale e l'approccio interattivo cognitivista.

A partire dagli anni '70, si sono sviluppate delle prospettive di studio, diverse da quelle degli anni precedenti, non solo per gli aspetti metodologici, ma anche per il fatto che hanno incominciato a considerare il bambino fin dalla nascita un'entità attiva e non più passiva. Il bambino sviluppa le sue competenze non solo con la madre, ma anche con colui che presta le cure, indipendentemente dal sesso.

L'approccio interattivo-cognitivista, di cui Schaffer è il maggior rappresentante, comprende dei postulati che ci aiutano a capire la complessità dello sviluppo. 

  1. Il comportamento sociale viene trattato in termini diadici, cioè l'interazione madre-bambino viene considerata un sistema aperto (sistema nel quale si realizza un continuo flusso verso l'interno e verso l'esterno), per cui entrambi i partner concorrono a che questa nasca, si mantenga e si sviluppi. Perché siano possibili queste interazioni reciproche, Schaffer parla di Social preadaptation (pre-addatamento) del bambino e di una maternal predisposition. Per Social preadaptation Schaffer intende una compatibilità innata di base tra il bambino e il mondo esterno e con il partner sociale, essendo dotato di strutture sensoriali (vista, udito...); queste strutture vengono utilizzate secondo un ritmo presente dalla nascita, che per mezzo delle risposte dell'adulto, diventa una sequenza tipica dell'interazione. Per maternal predisposition, Schaffer considera una caratteristica dell'adulto, nell'agire come se il bambino fosse già un partner attivo della comunicazione, attribuendo ai suoi comportamenti un valore di segnale che il bambino ancora non possiede, quindi la madre da un significato a tutti i comportamenti non consapevoli del bambino (ad es. quando il bimbo piange perché ha fame), così tra madre è bambino si creano degli pseudo-dialoghi, che diventeranno veri dialoghi quando il bambino comincerà a diventare consapevole dei suoi comportamenti.
  2. Le prime interazioni sociali sono le vere radici dello sviluppo sociale, cioè le relazioni sociali, svolgono un ruolo rilevante per lo sviluppo cognitivo. La madre, offre l'opportunità al bambino di sviluppare interazioni sociali via via più sofisticate, adeguandosi ai cambiamenti di maturazione e all'acquisizione di competenze nuove; cioè la madre aggiusta il tiro osservando ciò che nel bambino si modifica, ciò favorisce la costruzione sociale della realtà. Per capire questo approccio è necessario considerare i vari livelli di sviluppo (affettivo, cognitivo e sociale), non separati, come sono stati per lungo tempo, ma considerarli come parti interdipendenti tra loro e in continua e dinamica interrelazione. Questo concetto deriva dal pensiero di Vygotskij che considera il fattore principale dello sviluppo cognitivo, la partecipazione del bambino alle interazioni sociali. Questa ipotesi è in contrasto con il modello di Piaget, per aver dato un ruolo marginale all'interazione sociale e di spiegare i meccanismi dello sviluppo cognitivi secondo termini intraindividuali. Da questo approccio si sono sviluppati molti studi che fanno capo alla psicologia sociale genetica e che rivelano come gli apprendimenti anche nell'età scolare abbiano una matrice socio-cognitiva.
 

3. Urie Bronfenbrenner e il modello ecologico dello sviluppo      

 

U. Bronfenbrenner (1979) è uno dei più interessanti studiosi del contesto, inteso come ciò che ha una rilevanza psicologica per il soggetto; nell'elaborare questo modello l'autore prende spunto dalla teoria di Lewin sul concetto di life-space: S=f (PA) cioè dallo spazio di vita dipende il comportamento che a sua volta influisce sullo spazio di vita; si rifa anche a  Vygotskij   dove quest'ultimo sottolineava che le potenzialità di sviluppo del soggetto diventano reali solo se una data cultura e un momento storico le rendono possibili.

Il modello ecologico dello sviluppo di Bronfenbrenner intende l'ambiente di sviluppo del bambino come una serie di sistemi concentrici, legati tra loro da relazioni, dirette o indirette, e ordinati gerarchicamente. L'autore ha articolato il contesto in più livelli; due di questi, il microsistema e il mesosistema, sono direttamente in contatto con il bambino, gli altri due, l'esosistema e il macrosistema, sono ambiti di cui il soggetto non fa esperienza diretta, ma che hanno egualmente un'influenza sul suo sviluppo.

Un esempio classico di microsistema è la famiglia nella sua molteplicità di relazioni tra i suoi componenti, quindi differenti relazioni che il bambino instaura con la madre, con il padre, con i fratelli, anche l'asilo-nido, la scuola e il gruppo sono microsistemi, a cui il bambino attribuisce delle modalità interattive diverse, tutte fondamentali per il suo sviluppo.

Il mesosistema è l'insieme delle relazioni che legano due o più microsistemi organizzati, in cui il bambino fa esperienze; essi possono essere sinergici o entrare in conflitto tra loro o essere indipendenti.

L'esosistema si riferisce a situazioni organizzate in cui il soggetto non è direttamente coinvolto ma da cui viene in qualche modo influenzato (ad esempio il luogo di lavoro dei genitori); è un ambiente estraneo al bambino ma gli eventi che vi si verificano possono influenzare, anche in modo considerevole, la sua vita.

Il macrosistema corrisponde alla situazione culturale complessiva in cui sono inseriti i precedenti sistemi; quindi si tratta di usi, convenzioni, rappresentazioni sociali, stereopiti culturali, prodotte dalla istituzioni sociali comuni a una data cultura, che offre dei modelli di riferimento sui quali gli individui costruiscono la propria identità personale. 

 

4. Il microsistema famiglia

 

La famiglia si caratterizza per i legami tra i suoi componenti; i legami che le persone stabiliscono fra loro possono essere di due tipi: funzionali e ontici.

Sono legami funzionali quegli atti strumentali fra due persone che interagiscono. Una delle persone può essere sostituita da un'altra persona senza che la prima ne senta la mancanza, purché la nuova venuta adempia altrettanto bene le stesse funzioni. I legami ontici, invece sono basati su una fondamentale dipendenza del legame con l'altro, l'elemento ontico di una relazione fa dell'altro una controparte essenziale del sé, indipendentemente da qualsiasi particolare interazione.

La famiglia è considerata quindi il luogo dove gli individui strutturano abitualmente relazioni ontiche sia nei primi anni di vita sia nelle relazioni adulte.

 

4.1. L'identità della famiglia

 

Le famiglie sono state descritte, in psicologia sociale, e sono state comparate a un piccolo gruppo, a un sistema aperto e a una organizzazione. Queste tre definizioni in realtà non si contrappongono né si escludono, ma risultano complementari l'uno all'altra e viceversa.

Per quanto riguarda la comparazione della famiglia al piccolo gruppo, facciamo riferimento al campo psicologico studiato da Lewin, il quale lo definisce come una interdipendenza dei suoi membri. Il campo psicologico secondo Lewin è diviso in regioni separate, le regioni variano col variare del campo, e la persona vi appare come regione privilegiata.

Per quanto riguarda la famiglia vista come a un sistema aperto, ci rifacciamo alla teoria generale dei sistemi di Lewin e alla cibernetica, e da qui emergono i concetti di totalità, non sommatività, retroazione (feedback) ed equifinalità.

Per quanto riguarda alla famiglia organizzata, si tratta delle relazioni che i suoi membri hanno con l'esterno, con il nuovo e con l'estraneo, inteso come non familiare.

 

4.2. Il lavoro con le famiglie

 

Per lavoro si intende quello educativo e sociale (c.d. assistenti sociali). Nell'ambito di questo lavoro, prendere in considerazione il contesto famigliare dell'individuo a cui è rivolto l'intervento influisce molto sul suo esito. Ci sono epoche della vita delle persone (infanzia, adolescenza, età anziana) o situazioni particolari (la non autosufficienza, la condizione materiale) in cui l'operatore non può fare a meno di considerare l'intervento   dell'intera famiglia e non solo il singolo individuo a cui è rivolto l'intervento. In pratica occorre creare dei modelli di intervento che prevedano il passaggio dalla diade utente-servizio alla triade utente-famiglia-servizio, dove la famiglia non un elemento passivo, bensì diventa uno degli interlocutori tra utente-servizio. 

Cap. 2 -  Della conoscenza sociale

 

 

1. Le diverse prospettive teoriche

 

1.1. La prospettiva cognitivistica o Social cognition

 

Con il nome di Social Cognition ci si riferisce alla prospettiva cognitivista di matrice statunitense, che si occupa di studiare come gli individui costruiscano attivamente la realtà sociale, in quanto possiedono strutture cognitive che organizzano la conoscenza degli oggetti sociali. Obiettivo della prospettiva è quello di studiare come si strutturano gli schemi cognitivi, come sono utilizzati dall'individuo nella vita quotidiana e come avviene il loro sviluppo, formulando teorie che spiegano lo sviluppo della conoscenza nell'arco della vita. L'uomo è considerato come uno scienziato ingenuo, il suo scopo principale è quello di controllare la realtà complessa e caotica in cui si trova. Le strategie che utilizza hanno l'obiettivo di economizzare le energie della mente, e quindi l'utilizzo di scorciatoie di pensiero nel processo di conoscenza del mondo esterno sociale e non sociale.

 

1.2. Il socio-costruttivismo e la scuola europea

 

Il socio-costruttivismo si sviluppa in contrasto con la Social cognition. L'approccio socio-costruttivista si differenzia dalla Social cognition, perché adotta una concezione internazionalista dell'individuo, rifacendosi al pensiero di Vygotskji e di Mead, per i quali l'esperienza individuale si struttura all'interno di gruppi sociali di cui l'individuo fa parte; la società si crea e si modifica dinamicamente nell'interazione tra individui. Molto importante da questo punto di vista diventa il senso comune. Nel contesto della vita quotidiana e partendo dal senso comune che gli individui organizzano e producono quelle conoscenze che sono proprie di specifici gruppi.

Moscovici, introduce a questo proposito le rappresentazioni sociali come forme di conoscenza caratterizzate del senso comune, si tratta di costruzioni sociali condivise che interpretano e danno significato al mondo sociale complesso. Attraverso le rappresentazioni sociali è possibile stabilire un ordine che permette alla persona di orientarsi nel suo ambiente sociale e quindi facilitare la comunicazione fra i membri di una stessa comunità.

Con questa teoria l'uomo non è più considerato scienziato ingenuo, ma diventa attore della vita quotidiana.   

 

1.3. La psicologia socio-culturale

 

Secondo la psicologia socio-culturale, è la cultura a fornire gli strumenti che permettono di conoscere e di pensare; quindi gli elementi propri dell'elaborazione della mente non sono considerati un prodotto individuale, al contrario una costruzione collettiva.

Il modo in cui conosciamo il mondo sociale è strettamente collegato ai modelli culturali di appartenenza. La cultura fornisce delle griglie che permettono di conoscere il mondo in cui viviamo, di costruirlo, e quindi di conoscere e di costruire la relazione con le persone con cui interagiamo. Sistemi culturali e possibilità della mente di intrecciano in un processo di reciprocità e di interdipendenza. Quindi il rapporto di conoscenza dall'Io e dall'Altro ha luogo attraverso griglie culturali condivise.    

 

2. Gli stereopiti e i pregiudizi nella conoscenza dell'Altro

 

Vedi riassunti del libro di Bruno Mazzara Stereotipi e pregiudizi.

 

3. Le rappresentazioni sociali  

   

Moscoviti con la teoria delle rappresentazioni sociali ha dato un impulso molto rilevante al movimento. La sua nozione di rappresentazioni sociali ripresa da quella utilizzata da Durkheim con le sue rappresentazioni collettive, ma fondamentalmente diversa, sta a indicare quelle teorie del senso comune socialmente condivise nelle interazioni quotidiane da particolari gruppi di individui.

Le rappresentazioni sociali sono sistemi cognitivi con una loro logica, un loro proprio linguaggio, non rappresentano semplicemente "opinioni su", "immagini di", "atteggiamenti verso", ma vere e proprie teorie o branche di conoscenza per la scoperta e l'organizzazione della realtà, aventi due principali funzioni: prima è quella di rendere familiare e quindi comprensibile ciò che nel mondo vene percepito come estraneo, lontano o anche minaccioso. La seconda è quella di far sì che i membri di una stessa comunità possano comunicare in modo comprensibile avendo elaborato un linguaggio comune a tutti i componenti del proprio gruppo di appartenenza.

Poiché le rappresentazioni sociali parlano di qualcosa di già esistente, Moscoviti non le considera modalità di costruzione della realtà sociale quanto piuttosto di ri-costruzione di qualcosa che qualcuno ha già precedentemente costruito utilizzando altri codici.

L'ancoraggio e l'oggettivazione sono processi attraverso cui vengono generate le rappresentazioni sociali. L'ancoraggio consente agli individui di inserire il non familiare, lo sconosciuto a schemi o categorie note e consuete, in modo da permettere una migliore comprensione. L'oggettivazione fa sì che un'idea si resa accessibile, concreta attraverso il ricorso a un nucleo figurativo in grado di rappresentarla.

 

 

3.1. Le rappresentazioni sociali delle teorie scientifiche 

 

Moscoviti nella sua ricerca del 1961 sulla diffusione della psicoanalisi nella società francese mise in luce come, quando una teoria viene a far parte del senso comune, ci sia una selezione di alcuni concetti, che vengono rielaborati tenendo conto delle conoscenze già esistenti e familiari.

Molte successive ricerche sono state fatte sulle rappresentazioni sociali che in alcuni ambiti, familiari o lavorativi, vengono prodotte in merito a specifiche teorie scientifiche. Lo sviluppo infantile è un campo in cui sono stati condotti molteplici studi, fra questi abbiamo la percezione e la responsabilità. Questa dimensione mette in gioco fin dalla nascita del bambino l'impegno e la scelta personali e consapevoli.

Nel rapporto educativo poi le rappresentazioni sociali inerenti lo sviluppo si modificano anche in relazione a situazioni specifiche.

 

4. E' possibile per l'operatore socio-educativo una conoscenza sociale critica?

 

Troppo spesso il rapporto dell'operatore socio-educativo con l'utente si articola e si sviluppa partendo da pre-conoscenze, da stereotipi culturali socialmente condivisi, così come accade che le interpretazioni facciano capo più che a teorie scientifiche a teorie del senso comune o a rappresentazioni sociali. È importante nei nostri rapporti interpersonali di vita quotidiana cercare di non farci condurre da questi meccanismi, per lo più inconsapevoli, a maggior ragione le è quando il tipo di lavoro che facciamo presuppone come elemento  sostanziale la capacità di comprendere, di permettere all'Altro di manifestarsi per quello che è, in modo da predisporre un intervento conseguente a tale processo conoscitivo.

L'incontro che l'individuo ha con l'Altro è spesso mediato dai gruppi di appartenenza di entrambi: uguali, differenti, contrapposti. Ulteriore elemento necessario nel processo formativo, è quello di riuscire a recuperare il rapporto con gli individui come persone e non come appartenenti a categorie sociali precostituite. Anche nel suo lavoro l'operatore si pone ad esempio nella relazione con i colleghi come facente parte di una categoria sociale ben definita, quella professionale. Per poter avere quindi un rapporto con l'Altro come persona è indispensabile che l'individuo si senta egli stesso persona non inglobata nel suo gruppo: in questo modo è possibile attuare quella modalità che Arcuri e Cadinu chiamano decategorizzazione.

 

3. Del Sé e dell'Identità

 

Ci sono soggetti che non hanno una grande immagine di sé e, di conseguenza, evitano le relazioni o i rapporti con le persone che possibilmente desiderano; c'è invece chi ha  un'opinione di sé così alta al punto di rovinare molte amicizie e da sembrare fuori dalle realtà...ovviamente questi sono solo i casi dei due estremi, ci sono poi le varie sfumature

 

1. Definizioni e origini

 

Nel linguaggio comune il termine è pronome personale di terza persona, maschile e femminile, singolare e plurale. Sé è un termine che si può usare, sia per un singolo sia per più individui, da un punto di vista semantico ha valore riflessivo, come nell'espressione "lo fa per se".

Alcuni esempi di sé sono: "Essere pieno di sé", nel senso di "Essere vanitoso"; "Essere chiuso in sé", "Essere introverso", "Dentro di sé", o "Fra sé e sé" sono equivalenti all'espressione "Nel proprio intimo"; oppure ancora: "Essere in sé" e "Non Essere in sé ", che si riferisce alla possibilità di accesso e di pieno possesso delle facoltà mentali, o "Essere fuori di sé" nel senso di "Perdere il senno" o parallelamente, "Rientrare in sé" come "Riprendere i sensi" o, estensivamente, come "Rientrare in possesso delle proprie facoltà mentali", e proprio a partire da questa ultima logica che il termine sé assume il significato di "La propria coscienza".

Un po' di storia: E' al filosofo William James (1890), che dobbiamo una vera  e propria comparsa del termine Sé, come risultato dalla relazione tra Io conoscente e Io conosciuto.

Nella teoria di James il Sé si articola secondo tre diverse dimensioni: il Sé materiale, il Sé sociale e il Sé spirituale. Con il Sé materiale l'autore si riferisce alla coscienza degli aspetti fisici e corporei, nonché l'ambiente; il Sé sociale, invece, è interpretato come il modo in cui l'individuo pensa che gli altri lo percepiscano. Famosa una frase di James: "un uomo ha tanto sé sociali quanti sono gli individui che lo riconoscono e che portano un'immagine di lui nella loro mente"; il Sé spirituale, è considerato come l'autocoscienza, la parte più durevole e intima del Sé che contiene atteggiamenti, interessi e disposizioni generali

 

2. I differenti orientamenti teorici in psicologia

 

2.1. Freud e i post-freudiani

 

Il concetto del Sé, nella vasta produzione freudiana arriva in ritardo. Freud rielabora il proprio concetto di energia psichica o libido, in un primo momento pensata come una spinta verso la vita e la conservazione della specie. Lo scoppio della IGM e il successivo Nazismo, avevano sollevato delle riflessioni sul fatto che gli uomini fossero capaci di portare morte e distruzione, questa cosa si contraddiceva con la prima visione completamente ottimistica. Ecco che Freud, inserisce nella sua teoria il concetto di destrudo come inclinazione umana negativa tendente all'annientamento. Nel considerare questo aspetto Freud si accorge che la direzione del libido e del destrudo non è solo verso l'esterno, ma può incanalarsi anche verso il soggetto stesso. In base a questa riflessione nasce il concetto del narcisismo (dal mito di Narciso), inteso come energia psichica che ha come oggetto il soggetto o meglio, il Sé. Così il Sé diviene la possibilità dell'Io di pensare e osservare se stesso, in quanto contrapposto all'oggetto.

Saranno successivamente gli eredi del pensiero freudiano a sviluppare questa idea, tanto che per i post-freudiani il Sé assume le caratteristiche di una vera struttura psichica che si inserisce come elemento della dinamica interpersonale

 

2.2. L'approccio comportamentista

 

Per Watson, la personalità è la somma delle attività che è possibile scoprire mediante un'osservazione del comportamento, la quale si estende per un periodo di tempo sufficientemente lungo, cioè la personalità è il prodotto finale dei nostri sistemi di abitudini.

Per i neo-comportamentisti, il Sé è considerato come una variabile interveniente all'interno del rapporto tra individuo e il suo ambiente; in quest'ambito si è soliti distinguere un Sé fenomenico che è il Sé di cui i soggetto è consapevole nella percezione di sé, e un  Sé inferito, che è il Sé percepito dall'osservatore esterno. Dal punto di vista comportamentalistico l'attenzione è rivolta al Sé inferito.

Per la teoria comportamentistica due sono gli autori che hanno dato un contributo, si tratta di Mead e di Allport.

Secondo la teoria di Allport, il comportamento è visto come espressione del Sé, che si manifesta in rapporto a diverse funzioni.

Il primo senso di Sé per Allport è quello corporeo, che si sviluppa durante i due primi anni di vita dalle auto-percezioni, subito dopo si sviluppa il senso di identità, costituito dalla consapevolezza della durata di sé nel tempo, per cui ci si percepisce come entità separate e differenti dagli Altri.

Il periodo di tra i 2 e i 4 anni è dedicato alla costruzione dell'autostima, quando il bambino può riconoscere il suo valore grazie al fatto di aver sviluppato diverse competenze e di essere divenuto capace di fare qualcosa. In un momento successivo, tra i 4 e i 6 anni, subentra la consapevolezza del fatto che alcune persone, cose ed eventi assumono via via importanza nella propria esistenza.    

Tra i 6  e i 12 anni il bambino sperimenta poi le sue possibilità di saper trattare i temi e i problemi della vita in modo razionale; Allporto definisce questo stadio del Sé agente. Dopo i 12 anni cresce la consapevolezza di sé come individuo dotato di una direzione della propria esistenza.

 

2.3. Il Sé nella psicologia della Gestalt

 

Il concetto di Sé è inteso dai gestaltisti, come un insieme di concetti, che l'individuo ha di se stesso in modo consapevole.

I gestaltisti, non parlano di Sé, ma parlano di Io fenomenico. Per i gestaltisti l'Io è inserito come qualsiasi altro soggetto in un campo e sottoposto alle stesse forze, fino a dare luogo a una percezione di sé.

Molto importanti sono i contributi di Lewin, quest'ultimo sostiene che l'Io fenomenico non va considerato come un elemento unitario, piuttosto come un insieme di sotto-sistemi in linea di massima autonomi ma strettamente interconnessi.

La visione dei gestaltisti è una visione di tipo interazionista, perchè considera l'Altro come elemento del campo. L'Altro, con la sua presenza, esercita un'azione sull'Io fenomenico tramite gli scambi e le interazioni sociali. In questa visione il Sé assume carattere interpersonale e anche sociale. Ciò implica che il l'Io fenomenico sia un sistema relativamente stabile al suo interno, anche se sensibile agli apporti che provengono dall'esterno.

I concetti di sé sono associati a particolari stati affettivi e contengono, una valutazione, un giudizio personale si se stessi. La diretta conseguenza di questi processi è l'elaborazione di un Sé ideale che corrisponde al modo in cui si vorrebbe essere ai propri occhi e a quelli del mondo esterno. Per quanto concerne la dimensione temporale, sono considerati concetti di Sé quelli che si riferiscono al presente, cioè a quel che l'individuo percepisce e concepisce come il Sé attuale; per quanto riguarda le immagini di sé che si riferiscono al passato o al futuro, si parla di Sé remoto per il passato, e di Sé potenziale per il futuro. 

 

2.4. La dimensione cognitiva del Sè

 

Neisser è stato uno dei maggiori protagonisti della dimensione cognitiva del Sé; egli si interessa al tema sostenendo che il concetto di Sé è come una teoria che il soggetto elabora su se stesso. Riguarda quindi l'aspetto fisico, le relazioni interpersonali, il modo con cui si pensa di essere visti dagli altri, le cose fatte in passato e quelle da fare in futuro, aspettative, sogni e potenzialità, il significato che si attribuisce ai propri pensieri e sentimenti.

Per Neisser l'individuo elabora la conoscenza di sé ricorrendo dapprima alla percezione, poi alla memoria e infine al pensieri. I risultato di queste elaborazioni sono schemi, o insiemi di rappresentazioni di sé, che ogni soggetto utilizza nel rapporto tra mondo interno e mondo esterno.

Neisser distingue le seguenti definizioni del Sé: il Sé ecologico, il Sé interpersonale, il Sé esteso, il Sé privato, il Sé concettuale.

Con l'espressione Sé ecologico l'autore si riferisce agli aspetti di interazione con l'ambiente fisicamente inteso; il Sé interpersonale, invece, riguarda la percezione di se stessi in quanto in relazione con altri e quindi è composto anche da elementi emotivo-affettivi; con i Sé esteso si estende il perdurare della consapevolezza di sé lungo l'asse temporale, come soggetto che viene da un passato e, dal presente si proietta verso il futuro; il Sé privato, poi, è la cognizione di stati interni soggettivi e non condivisi, come le emozioni o i sentimenti riservati e personali; il Sé concettuale, deriva dalla generalizzazione di diverse immagini di sé e di diversi significati esperiti nel rapporto con l'ambiente fisico, con la propria identità.

Minsky, ha dato anche un importante contributo, secondo il quale il Sé è quella parte della mente che è veramente me, o meglio, è quella parte di me che di fatto esercita il pensiero. È la parte più importante per me, perché è quella che rimane la stessa attraverso tutte le esperienze. La posso o no trattare scientificamente, io so che c'è, perché è me. Forse è una di quelle cose che la scienza non può spiegare.

I contributi dei cognitivisti sfociano nella corrente statunitense della Social cognition; anche la Social cognition guarda al tema del Sé, riconoscendone la molteplicità degli aspetti. Il Sé nella Social cogniton assume, il ruolo guida dei pensieri, dei sentimenti e delle azioni.

 

3. Il contributo degli psicologi sociali

 

E' importante da questo punto di vista il contributo fornito da Cooley, secondo il quale ciascun individuo è specchio dell'altro e ne riflette l'immagine.

Mead è padre fondatore dell'interazionalismo simbolico. Con Mead, del rapporto con l'altro si aggiunge anche la dimensione sociale, cioè si tiene conto del periodo storico e dell'ambiente culturale in cui egli opera.

Secondo l'autore, l'individuo in età giovanile svolge un ruolo fondamentale il gioco, in cui il bambino può assumere diversi ruoli, interpretando sia se stesso sia un qualsiasi Altro. In un primo momento il bambino gioca liberamente, ad esempio alla mamma o al dottore, questa fase è definita di gioco semplice o play e si differenzia dal gioco organizzato o game in cui il bambino mostra di saper usare il sistema di norme proprie di un settore della vita sociale. Nel game ognuno al suo posto ma può assumere quello di un altro, reagendo in base alle diverse posizioni.

Il linguaggio assume un ruolo importante, qualora per linguaggio si intenda non solo lo cambio linguistico, ma anche la conversazione di gesti. Con la sua posizione, giunge a rifiutare la visione dal corpo, perché considera come caratteristica peculiare del comportamento umano i processi comunicativi, che possono essere spiegati in parte con il ricorso a processi neuro-fisiologici.

Il contributo di Mead apre la via ai successivi studi di matrice socio-costruttivista. Tra i numerosi autori che rappresentano questo approccio possiamo ricordare: Gergen (1991) e Harrè (1998).

Uno dei primi esperimenti condotti da Gergen, insieme al collega Morse, è il lavoro diventato molto famoso con il titolo de Il Signor sporco e il Signor pulito, dove aveva lo scopo di dimostrare la flessibilità dell'immagine di sé non solo in presenza di altri significativi, ma anche nell'incontro fortuito con persone non conosciute.

In pratica siamo sottoposti costantemente alla necessità di stare dentro i rapporti con gli Altri, all'interno di un mondo socialmente saturato: conosciamo di più, vediamo di più comunichiamo di più e dobbiamo relazionarci di più in qualsiasi momento.

Ultimo autore è Harrè, secondo il quale: essere un Sé non significa essere un certo tipo di persona, quanto piuttosto adottare un certo tipo di teorie relative al mondo. Harrè arriva a sostenere che è possibile assumere come entità i Sé, l'Io, la mente, l'inconscio e così via, semplicemente perché il nostro sistema linguistico possiede parole per riferirsi a questi oggetti. Il tal senso lo sviluppo non consiste nella trasformazione di strutture interne, ma nella graduale acquisizione di abilità nell'uso del linguaggio e del sistema di regole di una cultura.

A questo proposito possiamo ricordare Bruner, che individuava una circolarità dinamica tra sviluppo del Sé, costruzione dei significati e contesto, che fa passare questo concetto, dal campo della psicologia individuale a dei rapporti sociali al campo della cosiddetta psicologia culturale.   

 

4. Le tecniche di indagine del Sè

 

Il Sé, come oggetto di studio, si rileva molto complesso, perché è privato, e può essere conosciuto solo indirettamente attraverso l'osservazione del comportamento. Il principale caso di osservazione del comportamento è quello verbale, perché l'introspezione può essere resa nota attraverso la verbalizzazione. Questo significa che ognuno può avere una diretta conoscenza della propria esperienza interiore, ma non quella di un Altro e viceversa.

Le tecniche normalmente utilizzate per spiegare il concetto di sé, si suddividono in tecniche autodescrittive o dirette e inferenziali o indirette. Le tecniche dirette, a loro volta, possono essere di due tipi, quelle strutturate, in cui è l'operatore a scegliere le dimensioni del Sé importanti da conoscere, e quelle non strutturate caratterizzate da minori livelli di formazione.

Lo strumento utilizzato è l'autopresentazione, che è la traduzione letterale dell'espressione inglese self report, un concetto diverso dal self concept: mentre quest'ultimo è l'immagine che un individuo ha di se stesso e da a se stesso, mentre il self report è ciò che una persona dice di pensare di essere. Il self concept ha carattere privato, il self report in vece è reso pubblico, nel senso che viene spinto all'esterno.

Nelle professioni socio-educative l'unico strumento che ha l'operatore per conoscere l'Altro è far si che l'Altro racconti di sé, e questa non è un impresa facile.

Secondo Demetrio, l'utente deve raccontare di sé, mentre l'operatore per far nascere una relazione (quindi per ricostruire il suo mondo di significati ancor prima di dare risposte), deve cambiare il suo punto di vista e mettersi nella parte dell'utente, quindi lavorare insieme all'utente in un progetto educativo e condiviso.

 

5. Il Sé in un ottica evolutiva

 

Per quanto riguarda questo argomento, Stern, è stato colui che ha dato uno dei più importanti contributi. Secondo Stern, una qualche forma del senso di Sé, appare ed  attiva in tempi di gran lunga antecedenti l'autoconsapevolezza e la comparsa del linguaggio.

Stern sostiene che:

-          Nella fase neonatale ( dalla nascita a due mesi), il bambino sembra avere una percezione del mondo complessiva, che comprende un senso del Sé, questa primitiva sensazione è definita da Stern come un senso di un Sé emergente.

-          Successivamente tra il 2° e il 6° mese di vita, si ha l'emergere di differenti sensi del Sé; il primo a differenziarsi dal resto è il Sé fisico, questo senso di Sé è definito da Stern come un senso esistenziale o Sé nucleare, è basato sul funzionamento di numerose capacità interpersonali,  in questo caso il bambino avverte che lui e la madre sono entità fisiche agenti distinte, con distinte esperienze affettive e storie separate.

-          Tra il 7°e il 9° mese di vita, i bambini cominciano a sviluppare una seconda prospettiva soggettiva organizzate. Questo avviene quando essi scoprono che esistono altre menti oltre alla loro. Il Sé nucleare può essere considerato un prerequisito indispensabile al rapporto interpersonale, invece questo nuovo senso di soggettivo, è ciò che rende possibile l'intersoggettività.

-          Tra i 15 e i 18 mesi di vita (circa), il bambino sviluppa una terza prospettiva soggettiva, ciò che Stern definisce il senso del Sé verbale, in questo caso il bambino è in grado di creare dei significati condivisibili riguardo al Sé e al mondo.    

 

6. Identità e identificazione

 

In Psicologia con i termine identità, si indica l'identità personale, ossia la consapevolezza della distinzione fra sé e le altre entità diverse da sé.

La formazione dell'identità è un processo che deriva dall'assimilazione e dall'integrazione delle diverse esperienze di sé che si hanno nell'arco della vita. Questa esperienza globale di sé ( secondo alcuni autori), coincide con il sentimento d'identità o d'identità dell'Io. Secondo Erikson l'identità consiste nell'idea di essere distinto e separato dagli altri.

Ognuno può avere più identità (individuali, familiari, di gruppo, sociale, etnica, religiosa, culturale, ideologica, nazionale, regionale, professionale); queste identità possono essere in rapporto armonico o in contrasto tra loro e, in entrambi i casi, qualche volta in modo produttivo altre in modo controproducente.

Quando ci si sente sicuri all'interno di una collettività, normalmente si tende ad affermare la propria individualità, al contrario, quando si vivono dei conflitti, si accentua il proprio bisogno di assomigliare ad altri, di fondersi con il gruppo adottando comportamenti e atteggiamenti tendenti al conformismo.

Secondo i psicologi sociali, il termine assume significato di meccanismo di difesa. Nel corso della vita, l'identità passa attraverso una serie di identificazioni che promuovono la crescita psichica. Nel momento in cui ci s'identifica in qualcuno o in qualcosa è come se si compisse un'esplorazione dell'Altro, talvolta anche insieme all'altro. È necessario sia passare attraverso le identificazioni sia poterle abbandonare per essere, restare o tornare se stessi.   

 

6.1. L'identità sociale

 

Per capire il concetto di identità sociale, occorre rifarsi a Codol che, in prospettiva socio-cognitiva, considera il Sé come il risultato di processi percettivi secondo i quali l'individuo coglie se stesso esattamente allo stesso modo in cui coglie gli oggetti e gli altri individui. Questo può avvenire attraverso un sistema di categorizzazioni. Le categorie sono costruite dall'individuo in base ai significati che questi attribuisce agli oggetti, ciò garantisce all'uomo di poter fare previsioni sugli oggetti fisici e sociali, nonché  sul divenire delle cose e del mondo.

Tajfel, propone una diversa teoria dell'identità sociale, si tratta infatti di una teoria delle relazioni tra gruppi. Per Tajfel, l'identità è una parte del concetto di sé, a sua volta formata dall'identità personale e dall'identità sociale, che possono essere pensate come un continuum in cui da una parte si trova l'una e dalla parte opposta l'altra.

L'identità sociale, in particolare, è definita da Tajfel come: quella parte dell'immagine di sé di cui gli individui prendono coscienza di appartenere a un gruppo sociale (o a più gruppi), e attribuiscono a questa appartenenza un significato specifico, tale da influenzare l'immagine stessa di sé.    

 

4. Della comunicazione interpersonale

 

Per comunicazione interpersonale si intende quello scambio di messaggi che va dagli organismi unicellulari agli animali, alle macchine e all'uomo.

La comunicazione interpersonale o comunicazione uno a uno, è una conversazione privata o intima; è uno scambio di informazioni fra due o più persone che stanno facendo un lavoro insieme; è il flusso di reciproci messaggi di un gruppo di bambini che sta giocando; l'emittente e il ricevente si scambiano alternativamente i ruoli (come avviene ad esempio in una conversazione telefonica).

La comunicazione interpersonale è prima di tutto orale e a faccia faccia, nella forma della conversazione. Poiché le persone non sono sempre vicine le une alle altre, nel tempo sono stati inventati del sistemi per comunicare a distanza: la posta, il telegrafo, il telefono, la posta elettronica. In questi sistemi è determinante la conoscenza della scrittura, la più importante tecnologia per trasferire a distanza testi complessi. Il telefono, che utilizza la voce, permette comunicazioni molto più facili e calde dal punto di vista emotivo.

 

1. La competenza comunicativa

 

Uno scambio comunicativo abbraccia una serie di fattori:

-          la competenza linguistica che comprende gli aspetti fonologici, sintattici, semantici, e pragmatici di una lingua;

-          la comptetenza paralinguistica, si riferisce alle cadenze della pronuncia, risate, esclamazioni silenzi, borbotii;

-          la competenza cinesica che comprende gesti, e posture;

-          la competenza prossemica che consiste nell'organizzazione dello spazio;

-          la competenza performativa che equivale all'impiego intenzionale di atti linguistici e non linguistica per realizzare gli scopi della comunicazione;

-          la competenza pragmatica che consiste nella capacità di usare i segni linguistici;

-          la competenza socioculturale che riguarda l'abilità di discriminare le differenti situazioni sociali, le relazioni di ruolo, i significati e gli elementi distintivi di una data cultura.

 

1.1 Le massime convenzionali

 

Il livello della competenza linguistica, come sopra citato comprende gli aspetti fonologici, sintattici, semantici, e pragmatici di una lingua. Tanti sono contributi dati da vari autori, ma uno dei più importanti è il contributo dato da Grice, che facendo riferimento ad un approccio intenzionale, tratta l'interazione tra parlante e ascoltatore come un comportamento cooperativo.

Grice individua 4 massime convenzionali: La massima della Qualità, la massima della Quantità, la massima della Relazione, la massima della Modalità.

1. La massima della qualità l'utente dice solo ciò che pensa sia vero. Questa è la posizione automaticamente assunta dal ricevente il quale pensa che l'utente dica solo ciò che pensa che sia vero.

Si diceva che Margaret Tatcher fosse una donna di ferro.

In questa frase c'è una metafora, ma affinché questa operazione sia possibile e la comunicazione avvenga nella sua corretta forma bisogna che il ricevente sospetti che l'uso del termine ferro sia in forma metaforica altrimenti preso alla lettera dovrebbe pensare che l'emittente dica una falsità, perché la Tatcher è fatta di carne ed ossa come tutti.

2. La massima della quantità

L'utente non informa di più o di meno di quanto richiesto dalla situazione, cioè si riferisce alla quantità di informazioni da fornire.

Milano ha 1 milione e trecentomila abitanti

Nella frase si intende per scontato che quello è il numero massimo degli abitanti. La frase sarebbe comunque vera e rispetterebbe la massima della qualità, anche se Milano avesse 2.500.000 abitanti, perché se ne ha due milioni e cinquecentomila è sicuramente vero che ne ha un milione e trecento, perché è una quantità compresa dentro a quella maggiore. Quello che si dà per scontato è appunto, secondo la massima della quantità che non si dica di più o di meno di quanto richiesto dalla situazione.

3. La massima della relazione o pertinenza

L'utente rispetta la tematica testuale.

A: lo sai che Luigi è stato lasciato da sua moglie?

B: hai visto la partita in TV ieri sera?

In questa breve comunicazione c'è una trasgressione della massima della pertinenza, cioè la risposta non è pertinente alla precedente affermazione, sembra quasi che il dialogo sia fallito. Esiste naturalmente una possibilità che questa comunicazione abbia un senso, ad esempio, se Luigi si stesse avvicinando alle spalle di A, e che B tentasse di modificare il tema del dialogo.

4. La massima del modo

L'utente non produce enunciati ambigui, ma rispetta le conoscenze enciclopediche, cioè si riferisce a come si dice ciò che viene detto

Gianni le disse: che non era sposato e lei gli chiese se avesse moglie

In questo enunciato siamo di fronte ad un problema di modo nella comunicazione, sembra che non sia rispettata la conoscenza enciclopedica che tutti condividiamo e cioè che un uomo sposato ha moglie, è necessario che se questa frase è scritta all'interno di una narrazione, trovi una motivazione nel contesto perché nel contesto non sarebbe giustificabile, la nostra enciclopedia ci dice che non ha senso chiedere se ha moglie uno che ha appena dichiarato di non essere sposato.

 

1.2 Gli assiomi della comunicazione

                                                 

In campo filosofico Austin e, subito dopo Searle avevano sostenuto come il linguaggio, sia in realtà uno dei modi di agire su di esso e di modificarlo proprio attraverso l'emissione di atti linguistici.

In chiave psicologica sarà Watzlawick che individua 5 assiomi della comunicazione, che poi sono gli assiomi della Scuola di Palo Alto, vale a dire:

1) Non si può non comunicare, qualsiasi comportamento in una situazione di interazione è comunicazione, anche nei casi in cui ci si sforza di non comunicare. Chiaramente anche nella circostanze in cui vogliamo comunicare, il nostro comportamento parlerà per noi più di quanto vorremmo: un rossore del viso, una postura tesa, un sospiro, sono tutte forme di comunicazione.

2) Ogni comunicazione ha un aspetto di contenuto e un aspetto di relazione, di modo che il secondo classifica il primo ed è quindi metacomunicazione (che significa una comunicazione dentro una prima  comunicazione).Vedi l'esempio dell'amico che per riappacificarsi dopo un litigio lo invita a pesca; è chiaro che in questo caso non è tanto importante il contenuto delle parole - l'invito a pesca di per se -   ma il fatto che ,in effetti, l'amico propone   il ripristino di una certo rapporto amichevole (aspetto relazionale). In modo talvolta poco  evidente, ma qualsiasi comunicazione presenta questo doppio aspetto di relazione e di contenuto. Metacomunicare non è sempre facile; si pensi alla frase "stavo solo scherzando!":  quante volte viene accolta con indifferenza, con scetticismo o con incredulità, e non risolve il problema dell'equivoco nato con le parole di fatto  pronunciate (stava effettivamente solo scherzando, o era una battuta cattiva?)

3) "la natura di una relazione dipende dalla punteggiatura delle sequenze di comunicazione tra i comunicanti". Con"punteggiatura qui non si intende esattamente la nozione grammaticale di questo termine. Un esempio, per capire meglio è quello della coppia che litiga: "la moglie brontola e critica il marito in continuazione e lui si rifugia passivamente, nel silenzio, davanti alla televisione. Il punto di vista della moglie  concorda sugli eventi (lei insoddisfatta, lui asociale), ma  questi eventi  saranno "punteggiati" in modo diverso a seconda se a parlare sarà lui o lei! Ciò che per uno è la causa, per l'altro è la conseguenza, e viceversa. La punteggiatura degli eventi comunicativi è qualcosa che avviene a ogni livello della comunicazione, nei botta e risposta, inoltre da un punto di vista sistemico-comunicativo, non  esiste una punteggiatura "giusta e una sbagliata".

4) "Gli esseri umani comunicano sia in modo numerico (canale verbale) sia in modo che analogico (canale non verbale) ". Il primo è per lo più codificato e convenzionale, mentre il secondo è composto da gesti, posture, mimica, elementi prosodici, può rilevarsi sfumato e fluttuante.

5) "Tutti gli scambi di comunicazione sono simmetrici o complementari". Lo scambio simmetrico avviene fra interlocutori che si considerano sullo stesso piano, svolgendo funzioni comunicative e ruoli sociali analoghi. Uno scambio complementare fa incontrare persone che hanno una relazione ma non sono sullo stesso piano per potere, ruolo comunicativo, autorità sociale interessi.

 

2. Il colloquio come luogo per l'emergere del Sè

 

Il colloquio diviene l'evento centrale dell'interazione. Ciò che avviene in un incontro è infatti interazione fra due mondi personali separati e diversi: il mondo personale proprio, a cui si accede direttamente, e quello altrui a cui ci si accosta e solo indirettamente, con l'utilizzo di procedimenti interpretativi.

All'interno delle professioni socio-educative i ruoli sono fissi, in molti dei colloqui, si affrontano temi della vita privata, le vesti che si assumono nel parlare sono di tipo professionale, non quelle dello scambio amicale.

Nel momento del colloquio, si associa la direzione obbligata delle comunicazioni, secondo cui è l'utente di solito a rivolgersi all'operatore per i suoi bisogni e  per la soluzione dei propri problemi, e non viceversa. 

 

2.1 L'ascolto

 

Una caratteristica fondamentale della comunicazione è che ci sia un atteggiamento di rispetto con il proprio interlocutore.

Affinché ci sia una relazione rispettosa con l'Altro è necessario:

-          accogliere le parole della persona prendendo in considerazione i problemi della realtà interiore come principale motivo del colloquio, e rimandando in un secondo momento tutti i problemi relativi alla realtà esterna (ad es. una donna non ha un buon rapporto con il marito, pertanto si sfoga bevendo molto! Cosa deve fare l'assistente sociale? Il primo problema che l'assistente sociale che deve analizzare le cause del rapporto non buono che la donna ha con il marito, il  problema del bere molto è un qualcosa di esteriore o una conseguenza che va analizzata in un secondo momento, e non come problema principale).   

-          Sospendere ogni valutazione o svalutazione, per considerare la realtà interiore della persona nelle sue caratteristiche peculiare e originali, imparare a osservare l'Altro mentre ci si svela con le sue parole; quindi fermarsi e notare che la descrizione che l'Altro fa di Sé contiene molti aspetti che descrivono la realtà esteriore.

-          Sul piano dell'ascolto, che la realtà interiore della persona si manifesti attraverso il discorso, col suo tipo di struttura (ad es. c'è una persona che si è esprime con pause e silenzi, non è corretto da parte dell'operatore, parlare velocemente, perché questo è teso a modificare i suoi tempi, il suo tipo di struttura). Per quanto riguarda l'ascolto, lo scopo principale di uno scambio comunicativo è la costruzione di significati condivisi, e questo avviene quando l'Altro esprime il suo punto di vista, i sui pensieri, le sue idee, quindi non entrare in contrapposizione con l'Altro, cioè accogliere ciò che ci viene proposto senza pregiudizi, e per far ciò occorre l'operatore socio-educativo deve comprendere L'Altro, non in poco tempo ma dedicandosi alla realtà di quest'ultimo con molta attenzione.

 

2.2 Il linguaggio dell'operatore

 

2.2.1. Linguaggio sintetico-valutativo e analitico-descrittivo

 

Con l‘espressione linguaggio sintetico-analitico, si intendono le forme del discorso nelle quali, indipendentemente dai temi trattati, la persona che parla ha tendenza a presentare conclusioni unitarie e globali, mettendo da parte i vari particolari e i passaggi intermedi.

Con l'espressione linguaggio analitico-descrittivo, si intendono le forme del discordo nelle quali il parlante tende a descrivere serie di eventi singolari e individuali, riferendosi a persone, luoghi, fatti particolari, tralasciando ogni tentativo di valutazione che comporti prese di posizione e giudizi.  

 

2.2.2. La conferma

 

All'interno di un interazione comunicativa tra utente e operatore, si è potuto notare come i vari modi di esprimersi hanno come effetto lo sgretolamento del senso di sé, ecco che qui si parla dei vari concetti di conferma e di disconferma (Laing 1959), il primo caso consiste nell'accoglimento della realtà interna dell'Altro, il secondo, al contrario, al suo disconoscimento.

Per chiarire il concetto prendiamo in riferimento un colloquio tra un alcolista e un operatore all'interno di un primo colloquio:

Alcolista: sono molto imbarazzato nel dire che sono anni che non bevevo e che ora, dopo 5 anni, sono ricaduto

Operatore: Non si preoccupi: sono tanti i nostri utenti nella sua situazione (caso di disconferma, risposta sicuramente scorretta, quindi disconoscimento della realtà dell'Altro)

 

La versione sicuramente più corretta che l'operatore dovrà utilizzare è la seguente:

Operatore: Comprendo il suo imbarazzo: non deve essere facile trovarsi a parlare di questa situazione (caso di conferma e quindi, accoglimento della realtà dell'Altro)

 

2.2.3 La comunicazione non direttiva: il rispecchiamento

 

Il rispecchiamento o intervento a riflesso è una strategia comunicativa di cui si è occupato Rogers, quest'ultimo, ha reso nota una forma di psicoterapia definita non direttiva o centrata sul cliente, che ha come finalità l'espressione libera dei problemi da parte della persona che ha bisogno di aiuto per risolvere la propria sofferenza.

 

3. Formarsi alla competenza comunicativa: il laboratorio di Comunicazione

 

Il Laboratorio di Addestramento alla Comunicazione, nasce  negli anni '70 nell'Università di Macerata a opera di Anna Arfelli Galli che lo ha pensato come un offerta formativa da  mettere a disposizione degli studenti del Corso di Laurea in Filosofia.  Il Laboratorio nasce come un luogo dove sperimentare e analizzare eventi comunicativi reali, didatticamente scelti e finalizzati sia a creare interazioni sia riflettere sui possibili significati che esse assumono tra i partecipanti, in rapporto ai fini perseguiti. I partecipanti sono studenti universitari, è suddiviso in piccoli gruppi di 6/7 persone alle quali è dato il compito di tenere un seminario ai colleghi, su temi inerenti le discipline affrontate. In questa fase gli studenti si riuniscono per leggere, discutere, approfondire le tematiche attraverso il confronto e, quindi, preparare una relazione da comunicare agli altri. I gruppi sono di volta in volta guidatati da giovani laureati, preparati a svolgere l'attività di conduttore.

Il seminario nell'insieme, è costituito da una relazione tenuta di volta in volta da un gruppo di studenti al resto dei colleghi, i sono chiamati a rivestire il ruolo di ascoltatori; alla fine della relazione ha luogo un dibattito, in cui i presenti possono assumere un ruolo attivo.

A ogni seminario segue una riflessione sulla comunicazione avvenuta, con l'obiettivo di offrire strumenti di lettura del contesto e della partecipazione personale all'evento. Questa è guidata dal coordinatore del Laboratorio e verte sull'analisi dell'interazione verificatasi, avvalendosi anche di eventuale documentazione audio o video registrata.           

 

5. Del gruppo nella dinamica lavorativa

 

Vedi riassunti del libro: "Il gruppo come strumento di formazione complessa" di B. Pojaghi

 

 

 
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