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Riassunti di Stereotipi e pregiudizi di Bruno Mazzara
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Scritto da Morena   
Stereotipi e pregiudizi di Bruno Mazzara

 

Il termine stereotipo (dal greco stereos = rigido e tupos = impronta), ha origine in tipografia, ed indicava il nome dato agli stampi di cartapesta dove viene fatto calare il piombo fuso; essi possono essere utilizzati molte volte e le loro caratteristiche principali sono la fissità, la rigidità e la ripetitività.

L'introduzione nelle scienze sociali del concetto di stereotipo si deve al giornalista Lippmann (1992). Egli sostiene che il rapporto  conoscitivo con la realtà esterna non è diretto, bensì mediato dalle immagini mentali che di quella realtà ciascuno si forma, in ciò fortemente condizionato appunto dalla stampa, che andava allora assumendo i connotati moderni della comunicazione di massa. Secondo Lippmann, gli stereotipi sono parte della cultura del gruppo a cui appartiene e come tali vengono acquisiti dai singoli e utilizzati per comprendere la realtà. Gli stereotipi svolgono per l'individuo una funzione di tipo difensivo: contribuendo al mantenimento di una cultura e di determinate forme di organizzazione sociale essi garantiscono all'individuo la salvaguardia delle posizioni da lui acquisite. Tali stereotipi possono però diventare stereotipi sociali solo quando vengono condivisi da grandi masse di persone all'interno dei gruppi sociali (condivisione sociale). In sintesi  per stereotipo si intende un insieme di opinioni su una classe di individui, di gruppi o di oggetti e che emettono un giudizio. Data una certa immagine negativa del gruppo si può essere convinti che pressoché tutti  gli individui di quel gruppo possiedano tali caratteristiche nella stessa misura (livello di generalizzazione). Si può ritenere che essi siano difficilmente mutabili (rigidità degli stereotipi), in quanto ancorati nella cultura o nella personalità.

 

Il concetto di stereotipo è strettamente connesso con quello di pregiudizio. In pratica esso costituisce quello che possiamo indicare come nucleo cognitivo del pregiudizio. Al pregiudizio possiamo dare diverse definizioni, a seconda del livello di generalità o di specificità che si decide di assumere. Il massimo livello di generalità corrisponde al significato etimologico, vale a dire giudizio precedente all'esperienza o in assenza di dati empirici, che può intendersi quindi più o meno errato. Al massimo livello di specificità, si intende, per pregiudizio la tendenza a considerare in modo ingiustamente sfavorevole le persone che appartengono ad un determinato gruppo sociale

 

Il rapporto di conoscenza dell'Altro è di fatto fortemente influenzato dagli stereotipi e dai pregiudizi; questo ci accinge a cercare di capire quali sono i meccanismi che determinano il sorgere di questa modalità di conoscenza, anche nella prospettiva di tentare di modificarli o per lo meno di evitare che siano usati meccanicamente e senza consapevolezza.

 

Come si generano stereotipi e pregiudizi?

 

Adorno vede il pregiudizio come espressioni di un tipo particolare di personalità, la personalità autoritaria; assieme a questa, tutte le teorie che mettono a fuoco i meccanismi inconsci che regolano il rapporto con l'Altro diverso da sé.

Accanto a queste teorie se ne sviluppano altre che tendono a valorizzare dinamiche di tipo cognitivo e che si riferiscono a una dimensione individuale. L'autore che ha principalmente contribuito allo sviluppo di questo approccio cognitivo è il psicologo Allport, il quale dà uno spazio allo studio di quei processi di conoscenza e di elaborazione degli stimoli che provengono dal mondo esterno.

La spiegazione cognitiva del pregiudizio consiste nel modo in cui l'essere umano raccoglie ed elabora le informazioni del mondo esterno. La storia di questo modo di vedere il pregiudizio si può far iniziare con l'opera di Allport, che nel 1954 pubblicò un importante volume, dal titolo La Natura del pregiudizio nel quale si descrivevano i processi mentali sui quali il pregiudizio si basa.

L'idea base è che il sistema cognitivo, ha come prima necessità quella di ridurre e semplificare la massa delle informazioni da trattare; e che lo strumento principale per ottenere questo scopo è il raggruppamento delle informazioni elementari in insieme omogenei definibili come categorie (vedi anche par. 6 del cap. 3 di Contributi di psicologia in contesti socio-educativi)

La semplificazione tramite categorie si applica in continuazione sia al modo fisico che a quello sociale. Applicata al mondo sociale, la categorizzazione porta a vedere gli altri in base ai possibili criteri in cui sono raggruppabili e in funzione delle nostre necessità del momento, attribuendo poi ai singoli individui le caratteristiche che definiscono l'intera categoria.

 

Nell'uso ordinario il possesso dei requisiti di base,  è condizione necessaria è sufficiente per l'inclusione nelle categoria, sicché tutti i membri per definizione, devono possederli, mentre è irrilevante il possesso di altri requisiti che non sono implicati nella definizione.

Nel caso di stereotipi e di pregiudizi si verifica quasi sempre una estensione dai requisiti di base che definiscono la categoria e che sono relativi ad appartenenze sociali, a requisiti del tutto accessori che invece sono di tipo psicologico, e riguardano i tratti della personalità, le disposizioni, le qualità morali. Questi ultimi vengono associati ai primi in maniera molto stretta, finendo per diventare in qualche modo anch'essi parte della definizione, e stabilendo dunque in modo arbitrario una corrispondenza fra la definizione oggettiva e quella soggettiva. Un determinato tratto diventa tanto più un elemento di stereotipo indebito quanto più si discosta dalla ragione originale che ha indotto il raggruppamento in categoria di quegli individui.

Nel rapporto con le persone noi abbiamo la necessità di poter fare il più rapidamente possibile delle previsioni sulle loro qualità e sul loro possibile comportamento, infatti prima da capire che l'interazione con una persona sarebbe per noi improduttiva o perfino pericolosa dovremmo di fatto averci a che fare, questo non sarebbe per noi utile.

E per questo che attiviamo un processo detto di inferenza, nel complesso funziona come un mezzo tutto sommato efficace di orientamento delle scelte e delle interazioni.

In fondo tutto il nostro mondo relazionale si regge su questo criterio scegliamo di interagire con quelle persone che il nostro sistema di inferenza ci segnala.

L'uso ordinario del processo della nostra vita quotidiana porta infatti di solito a prevedere certe caratteristiche personali e comportamentali a partire dalla osservazione di alcuni tratti anch'essi di tipo soggettivo; mentre nel caso di stereotipi e pregiudizi si tende a collegare in maniera arbitraria caratteristiche oggettive e di appartenenza sociale con caratteristiche personali.

 

Un terzo processo ordinario che viene esasperato nel caso di stereotipi e pregiudizi è il fenomeno che viene definito di accentuazione percettiva, che consiste nella tendenza a percepire gli oggetti che sono inclusi in una stessa categoria come più simili tra loro di quanto siano nella realtà, e a percepire invece come più diversi di quanto realmente sono gli oggetti che siano inclusi in categorie diverse. 

 

La spiegazione cognitiva del pregiudizio dopo Allport è ulteriormente sviluppata dalla Social cognition; l'elemento caratterizzante l'approccio cognitivista è quello di considerare il pregiudizio una modalità normale di funzionamento della mente, una predisposizione dell'uomo a commettere errori nel processo di conoscenza.

Di tutt'altro avviso sono gli studi di orientamento socio-psicologico e socio-culturale. Ad esempio la prospettiva socio-psicologica, che ritroviamo nel lavoro di Brown, ritiene che la spiegazione individuale abbia alcuni limiti fondamentali. Il primo è quello di aver sottovalutato l'influenza del contesto sociale nella formazione degli atteggiamenti dell'individuo, e quindi anche del pregiudizio; il secondo di non aver spiegato come sia possibile che tutti coloro che appartengono a uno stesso gruppo sociale esprimano lo stesso pregiudizio nei confronti altro gruppi sociali; è infine di non aver tenuto conto che alcuni pregiudizi ai accentuano e si diffondono in periodi storici particolari, in presenza di eventi scatenanti.

Gli stereotipi e i pregiudizi, quindi, da problemi del funzionamento mentale dell'individuo diventano giudizi erronei e irrazionali di tipo collettivo. Il pregiudizio, così, è una tendenza a considerare in modo negativo, senza una giustificazione, le persone che appartengono a un determinato gruppo.

La prospettiva socio-culturale ritiene che sia inaccettabile interpretare gli stereotipi e i pregiudizi solo come un problema legato al funzionamento mentale dell'individuo, ma al contrario che vadano valutate adeguatamente le loro dimensioni storiche, culturali e collettive. L'incontro tra culture differenti, infatti, si fa minaccioso nel momento in cui si afferma la certezza dell'individuo di appartenere a un mondo di valori più giusto, migliore. Per conoscere il mondo e le altre persone l'uomo usa una griglia di categorie che deriva dalla sua tradizione culturale e da questa possono originarsi i pregiudizi.

 

La questione femminile

 

I pregiudizi e gli stereotipi che tendono a penalizzare e discriminare le donne rispetto agli uomini, sono tuttora molto attivi, nonostante le ormai secolari battaglie per l'uguaglianza e per una reale parità dei sessi.

Nella società occidentale moderna, la discriminazione delle donne non solo è ammessa ma è anche ufficialmente combattuta, può tuttavia ancora considerarsi come una società a predominanza maschile, nella quale le regole della convivenza sono costruite a vantaggio e a misura dell'uomo. Per rendersene conto basta osservare la struttura dell'occupazione: la percentuale di donne occupate è più bassa di quella degli uomini; in particolare la loro presenza è ancora marginale nella vita pubblica e nelle posizioni di alta responsabilità. In compenso su di esse grava ancora la maggior parte del peso dell'allevamento dei figli, dell'assistenza agli anziani, e in genere della conduzione delle famiglie.

A ciò corrisponde una forte sottovalutazione del ruolo sociale delle donne. Nelle società occidentali esiste almeno una larga coscienza del problema e diversi sforzi sono stati rilevati per favorire la parità, esistono altre società e altre culture in cui prevalgono usanze e codici del tutto diversi, che ancora penalizzano fortemente la donna negandole libertà, ruolo sociale e perfino violandone l'integrità fisica. 

 

Il pregiudizio etnico-razziale

 

Si tratta del campo nel quale pregiudizi e stereotipi sono forse più diffusi, tanto che spesso si usa il termine di pregiudizio, proprio per indicare quello diretto contro le minoranze etniche.

Si è assistito a una progressiva sensibile riduzione del pregiudizio manifesto e dell'avversione esplicita nei confronti degli appartenenti a minoranze etniche, ma che tale ostilità sopravvive in forme mascherate e sottili, adatte a convivere con valori universalmente di tolleranza ed eguaglianza. Oggi pochi assumono in maniera esplicita posizioni di intolleranza razziale. Tale trasformazione si può osservare anche nel linguaggio, a partire dai termini che si usano per riferirsi alle minoranze.

In definitiva possiamo dire dunque che si è verificato un passaggio dalla vecchia forma esplicita e arrogante di pregiudizio, che accettava o sosteneva attivamente il razzismo, a forme più moderne e più morbide, spesso occulte ma non per questo pericolose, di esclusione e ostilità.

Molto sono i modi in cui questo nuovo razzismo si può manifestare: una particolare forma di nuovo razzismo è il cosiddetto razzismo simbolico, che tende a legittimare l'ostilità nei confronti delle minoranze in base a quegli stessi valori di uguaglianza e di libertà individuale su cui si fondano le società occidentali. Un'altra forma, ancora più sottile, di nuovo pregiudizio è quello che viene definito eversivo: l'individuo tende ad evitare il contatto con loro, limitando le interazioni o adottando, nel corso delle interazioni, condotte tali da mantenere la distanza e scoraggiare il coinvolgimento.

Numerose ricerche anche di tipo sperimentale hanno mostrato che nell'interazione con i neri i bianchi tendono ad assumere un comportamento non verbale diverso da quello che usano con gli altri bianchi, riducendo il contatto oculare, adottando toni meno amichevoli e posture più distaccate, con il risultato complessivo di un'interazione meno fluida e mediamente più.

La maggior parte di queste interazioni resta confinata in ambito lavorativo, e che ancora molto scarsi sono gli scambi a livello emotivo e personale. Il dato centrale al riguardo, sul quale tutte le ricerche concordano, è che i membri delle minoranze si sentono rifiutati, e percepiscono come molto basso il livello di integrazione complessivo. Tutti questi fenomeni sono più evidenti in quei contesti in cui la convivenza fra etnie diverse è più diffusa e più antica, ad esempio negli USA, e anche in Italia si stanno verificando in modo simile questi fenomeni, perché stiamo assistendo in questi anni a una crescente immigrazione dal terzo mondo o dall'Est'Europeo.

 

I caratteri nazionali

 

L'importanza degli stereotipi appare evidente in un'altra espressione del pregiudizio etnico, di impatto sociale meno evidente che potrebbe divenire rilevante soprattutto in relazione ai processi di integrazione europea in atto: è il tema dei cosiddetti caratteri nazionali. I caratteri nazionali sono da sempre oggetto di attenzione non solo da parte degli scienziati sociali , ma anche da parte si scrittori e filosofi, che hanno individuato in questo tema un'occasione per riflettere sulla natura umana e sulle differenze tra gli uomini.

 

L'antisemitismo

 

Un tipo di particolare di ostilità nei confronti di uno specifico gruppo sociale è quella da sempre si indirizza contro gli ebrei. Gli ebrei (per molti anni oppressi e sterminati), adesso che si autodefiniscono e sono definiti dagli altri in quanto gruppo, si sono trovati a svolgere nell'ambito delle diverse società diverse funzioni, le quali a loro volta hanno finito con il rafforzare l'idea del gruppo. Gli ebrei hanno costruito e mantenuto la propria identità collettiva nonostante tutte le difficoltà.

Una delle ragioni culturali del tradizionale isolamento degli ebrei è la loro religione, che rende difficile una reale integrazione con persone di religione diversa.

Le uniche attività ad essi consentite sono state il commercio e il prestito di denaro, attività marginali, che hanno consentito loro di trovarsi in una condizione di vantaggio man mano che le trasformazioni della struttura produttiva a livello mondiale rendevano lo scambio di merci e di denaro sempre più centrali nell'attività economica.

Proprio da tale identificazione tra gli ebrei e il traffico di denaro è derivato uno dei tratti principali dello stereotipo che li riguarda, vale a dire appunto l'amore per il denaro, che si esprime in avidità e speculazione. La letteratura e il senso comune, ci hanno tramandato immagini di ebrei usurai senza scrupoli o abili speculatori, disposti a qualsiasi nefandezza pur di aumentare i propri guadagni. E in effetti si può dire che questo tratto costituisce uno degli stereotipi, nonché uno dei più potenti fattori di attivazione emotiva dell'ostilità nei confronti degli ebrei.

Per anni gli ebrei sono stati considerati delle figure pericolose, e per questo fatti sterminare da Heatler, e gli ebrei vennero considerati dei responsabili del male della società e delle crescenti difficoltà economiche che era andata incontro la Germania, al punto tale da utilizzarli come capro espiatorio.

Nei secoli è cresciuta la percezione degli ebrei come corpo estraneo della società, l'Altro per eccellenza, il simbolo della differenza e del pericolo, e la società ebraica è stata percepita spesso come un problema rilevante delle diverse società.

 

Le marginalità sociali

 

Ci sono molti altri gruppi sociali rispetto ai quali vengono adottati stereotipi più o meno rigidi che finiscono per condizionare le valutazioni e il comportamento nei loro confronti.

Le forme più diffuse e più socialmente rilevanti di stereotipi e pregiudizi sono: Giovani e anziani, la disabilità fisica e mentale, omosessuali e tossicodipendenti.

Giovani e anziani: oltre al genere sessuale, anche l'età spesso costituisce uno dei tratti più rilevanti del determinare uno stereotipo su una determinata persona. Se lo stereotipo dei giovani appare come un misto di tratti positivi e negativi, al contrario gli anziani costituiscono da questo punto di vista un gruppo sotto privilegiato, e gli stereotipi che li riguardano sono in gran parte negativi, perché gli anziani sono considerati mentalmente rigidi, orientati al passato e senza progetti per il futuro, poco disponibili all'innovazione, ma anche ostinati, collerici, suscettibili, poco adattabili, tendenti al vittimismo, esigenti e in continua ed eccessiva richiesta di assistenza. Si può rimproverare agli anziani il fatto che sono poco disponibili ad acquisire elementi di conoscenza nuovi e aderenti alla realtà in mutamento. Un'altra caratteristica è che gli anziani con l'avanzare dell'età, in definitiva sono considerati incompetenti, e si trovano progressivamente marginalizzate non solo dal sistema produttivo, ma anche dai processi di elaborazione e circolazione delle idee.

Si tratta di una condizione evidentemente molto diversa da quelle che altre società assegnano tuttora agli anziani in quanto depositari di saggezza e di cultura in senso lato; nella nostra società ciò che fa, dice, pensa un anziano viene interpretato secondo uno stereotipo basato su una valutazione di scarsa abilità e sulla implicita assegnazione di uno status sociale basso.     

La disabilità fisica e mentale: i disabili fisici vengono considerati psicologicamente fragili, troppo emotivi, volubili, irascibili, sostanzialmente inaffidabili; nell'interazione con essi si tende a manifestare in imbarazzo che si giustifica come non sapere come comportarsi, ma che esprime in realtà il disagio della loro presenza. Il caso della disabilità mentale risulta ancora più complesso, perché questa malattia ha rappresentato sempre qualcosa di misterioso e inquietante, talvolta considerato come un individuo in qualche modo in contatto con dimensioni e con forze soprannaturali. E' spiega anche la violenza che veniva utilizzata nei confronti di questi soggetti, cioè un malato di mete è un estraneo della società che andava con tutti i mezzi messo in condizione di non nuocere. Ma pur avendo conquistato lo status di malato,  dunque una persona bisognosa di cure ed è rimasto un tipo molto particolare di disabile.

Omosessuali e tossicodipendenti: nei confronti di questi soggetti si applicano degli stereotipi rigidi, questi soggetti attualmente vengono considerati una pericolosità sia sanitario (AIDS) che sociale. Queste persone vengono considerati psicologicamente fragili con scarsa maturità personale, superficialità, scarsa determinazione.

 

Le spiegazioni o interpretazioni dei pregiudizi

 

Bruno Mazzara, propone l'utilizzo di due criteri di classificazione delle spiegazioni più diffuse:

a)       ordinarietà o eccezionalità: I pregiudizi, così come gli stereotipi, tutto sommato si fondano su processi normali. Sono infatti sempre esistiti e continuano ad esistere, da sempre e ovunque assistiamo al loro manifestarsi e non possiamo che accettare la loro inevitabilità. Di contro c'è che è convinto che essi sono invece determinati da situazioni storiche, politiche economiche e quindi hanno una natura di eccezionalità; per questo motivo possono essere tenuti sotto controllo.

b)      Individuale o sociale: riguarda il livello di spiegazione prescelto, che può essere di tipo individuale o di tipo sociale. Da un lato si collocano le spiegazioni che mettono l'accento sull'individuo, è individuale, quando la spiegazione va cercata nelle caratteristiche intrapersonali dell'individuo che lo hanno portato a diventare quello che dall'altro lato troviamo le spiegazioni che spostano l'attenzione sulle interazioni tra gli esseri umani, i conflitti tra gruppi differenti, fino a spinte anche di tipo politico ed economico.

La proposta di Mazzara è quella di non considerare queste differenti spiegazioni come dicotonomie, ma al contrario integrabili tra di loro.

Questi criteri possono essere idealmente incrociati, dando luogo a uno schema concettuale a quadranti, entro il quale possono collocarsi le diverse spiegazioni. Possiamo trovare spiegazioni che considerano il pregiudizio nelle sue basi ordinarie restando al livello dell'individuo, cioè concentrandosi sui processi di funzionamento dell'individuo, nella sua specificità biologica o psicologica (primo quadrante); le altre spiegazioni riflettono sugli aspetti ordinari del pregiudizio e dell'ostilità fra gli esseri umani (secondo quadrante); allo stesso modo, sull'altro versante, troviamo le spiegazioni che mettono l'accento sui processi eccezionali e anormali che spingono gli individui ad essere ostili nei giudizi e nelle azioni nei confronti dei diversi (terzo quadrante); mentre altre spiegazioni individuano le cause del pregiudizio e dell'ostilità in modalità distorte e storicamente definite di organizzazione della società (quarto quadrante). 

 

Secondo molti studiosi, solo a partire da un riconoscimento delle basi ordinarie di questi fenomeni, si può sperare di comprenderli a fondo e di mettere a punto le risposte idonee sia sul piano istituzionale che su quello interpersonale.

La questione della interpretazione di pregiudizi e stereotipi come esito di processi eccezionali oppure ordinari si presenta con tutte le caratteristiche di un dilemma di difficile soluzione, nel quale entrambe le alternative presentano vantaggi e svantaggi.

Uno dei modi per spiegare le basi ordinari e pregiudizi è quello di vederli come espressione di ostilità nei confronti dio ciò che non si conosce e di chi è diverso da noi, la quale risulterebbe essere un tratto tipico non solo della specie umana, ma di tutti gli animali.  Secondo questa spiegazione esisterebbe un istinto, che ci accinge a riconoscerci in gruppi ristretti di simili e a considerare l'appartenenza di gruppo come elemento sufficiente ad attivare la disposizione, positiva o negativa, nei confronti dell'altro (amicizia/inimicizia). In questa prospettiva gli stereotipi e i pregiudizi non sarebbero altro che uno strumento sofisticato attraverso il quale l'essere umano, esprime tale istinto.

 

Si parla di cooperazione piuttosto che di competizione, cioè la disposizione positiva nei confronti del diverso. Secondo questi studi ciò che paga davvero, in termini di probabilità di sopravvivenza, non è l'aggressione e la competizione a tutti i costi, bensì la cooperazione di un piano di reciprocità, vale a dire la disponibilità a restituire l'aiuto che si può ricevere dagli altri nella vita quotidiana, e questo nei confronti di tutti, sia di quelli appartenenti allo stesso gruppo, si di quelli non appartenenti allo stesso gruppo.

Si sostiene, che si sarebbero sviluppati due istinti, apparentemente opposti ma i realtà complementari; quello di protezione e di chiusura, che spinge alla tana, alla delimitazione del territorio, al riconoscimento nei propri simili, e quello di esplorazione e di apertura, che spinge alla ricerca, alla sperimentazione, alla conoscenza del nuovo. Gli individui in cui fosse stata troppo prevalente la tendenza alla protezione e alla chiusura sarebbero stati svantaggiati dall'aver avuto minori occasioni per migliorare il proprio adattamento; quelli in cui fosse stata invece troppo prevalente la tendenza alla novità e all'apertura sarebbero stati svantaggiati per il troppo alto livello di rischio.

 

 

 

Appartenenza sociale, relazione tra i gruppi e immagine di sè 

 

Altre spiegazioni ritengono invece che stereotipi e pregiudizi siano il risultato non tanto di caratteristiche proprie del sistema cognitivo, quanto piuttosto di speciali processi psicologici che si attivano nel rapporto fra l'individuo e il suo contesto sociale, e che porterebbero a una tensione pressoché automatica fra il gruppo  (in-group) di appartenenza e gli altri gruppi (out-groups).

Per identità si intende l'idea che ognuno ha di se stesso, cioè l'identità rappresenta uno dei principali criteri per comprendere quello che l'individuo fa o pensa. Essa è il risultato però non di una riflessione solitaria, nella quale l'individuo esamina gli elementi "oggettivi" che costituiscono la propria persona, ma di un continuo processo di confronto sociale, nel corso del quale l'individuo impara a valutare se stesso in relazione agli altri; e inoltre tale confronto avviene non tanto con gli altri individui presi singolarmente quanto piuttosto con i raggruppamenti degli individui in categorie sociali.

Così in definitiva dalla conoscenza del mondo sociale in quanto diviso in categorie e gruppi l'individuo trae informazioni non solo sugli altri, ma anche su se stesso.

Dato lo stretto legame fra l'identità personale e l'appartenenza sociale, l'individuo tenderà ad applicare anche i gruppi di cui fa parte, le tecniche di miglioramento dell'autostima che abitualmente usa per se stesso.   

Questo sistema viene definito favoritismo di gruppo, cioè l'individuo considera sistematicamente in modo più positivo tutto ciò che riguarda il proprio gruppo e in modo sfavorevole ciò che riguarda gli altri gruppi.

Una caratteristica che riguarda il favoritismo di gruppo, sono una serie di esperimenti detti gruppi minimali. L'iniziatore di questo filone è Tajfel quest'ultimo insieme a i suoi collaboratori, volevano studiare quali fossero le condizioni minime per innescare il favoritismo di gruppo, e in particolare se tale favoritismo potesse attivarsi anche in assenza di ogni vantaggio per l'individuo e in assenza di una reale dinamica di gruppo, in pratica ai vari individui (studenti adolescenti), venivano divisi in modo pressoché arbitrario in due gruppi, e a ciascun soggetto veniva comunicata la sua appartenenza ma non la sua composizione del gruppo, nel senso che ciascuno ignorava chi altri facesse parte del gruppo.

Quindi a ciascuno era offerta la possibilità  di decidere con quale criterio andavano distribuite delle risorse (denaro o altri premi) fra un certo componente del suo gruppo (anonimo, indicato con un numero) e uno dell'altro gruppo (anch'esso anonimo). Dal comportamento che assumeva l'individuo, sembrerebbe che egli assumeva la tendenza a identificarsi in un gruppo e a favorirlo nel confronto di altri gruppi.

In questa prospettiva gli stereotipi e i pregiudizi non sarebbero altro che la manifestazione nel linguaggio, nelle immagini, negli atteggiamenti e nel comportamento, del favoritismo per il gruppo di appartenenza. Tutto questo determina un favoritismo per l'in-group e un non favoritismo per out-group. Però a volte può succedere l'evento opposto, cioè a seconda della posizione di dominanza o di sottomissione, si può osservare talvolta anche un favoritismo per l'out-group invece che per l'in-group. 

 

La personalità autoritaria

 

Un altro tipo di interpretazione dei pregiudizi molto comune è quella che chiama in causa la struttura della personalità degli individui, cioè di quelle persone che erano portate a giudicare in modo distorto e rigido, coloro che sono diversi da sé. Si tratta della personalità autoritaria.

Lo studio consisteva nel fare luce sul fenomeno dell'antisemitismo, l'idea centrale dello studio è l'esistenza di una struttura caratteriale tipica delle persone inclini all'antisemitismo, la quale può essere interpretata come espressione di una sindrome più generale di personalità che gli autori indicarono appunto come "personalità autoritaria". Questa sindrome secondo gli autori ( Adorno e collaboratori), si realizza in una serie organiche di preferenze , orientamenti valutativi e comportamenti, l'origine di tale sindrome andrebbe ricercata in dinamiche psicologiche profonde

 

Le condizioni di conflitto e di confronto

 

Pregiudizi e stereotipi, sono come strumenti di conflitto fra gli esseri umani, che vengono usati nella misura in cui le relazioni tendono a essere appunto conflittuali. Una delle più note spiegazioni di questo tipo prende il nome di teoria del conflitto reale, dove la tendenza all'ostilità reciproca fra persone e soprattutto fra i gruppi sarebbe tanto maggiore quanto più gli obiettivi dell'uno sono oggettivamente in contrasto con quello dell'altro. Numerosi esperimenti hanno dimostrato come l'ostilità fra i gruppi aumenta quando essi sono in competizione per l'acquisizione di risorse che essi considerano importanti e che non sufficienti per tutti.

Molto altri studi successivi hanno mostrato che all'aumentare del livello di competizione fra i gruppi aumenta il livello del favoritismo per l'in-group e peggiora l'immagine percepita dell'out-group.   

Altri studi hanno verificato come stereotipi e pregiudizi siano più forti tra le popolazioni che per motivi storici e geopolitici si trovano a competere per le risorse materiali; e si è visto come gli atteggiamenti reciproci delle popolazioni corrispondono in genere allo stato delle loro relazioni internazionali e possono variare anche molto rapidamente in funzione di queste.

L'importanza della situazione sociale, ha portato allo studio di un concetto denominato la deprivazione relativa, che consiste nella comparazione  della propria situazione di vita con la propria situazione precedente, con la posizione che si considera la propria situazione ideale e con ciò che accade agli altri. Si tratta in pratica di una verifica dello scarto fra la propria realtà e ciò che si ritiene che la propria realtà potrebbe essere.

Molto ricerche hanno dimostrato che quando la deprivazione relativa diviene più ampia si genera un forte disagio che tende a scaricarsi in un conflitto avente come obiettivo non solo il gruppo sociale che viene ritenuto antagonista, ma anche altri gruppi più deboli e quindi contro le minoranze

 

Le strategie di difesa

 

Uno dei caratteri distintivi degli stereotipi è la loro relativa rigidità, cioè il fatto che tendono a rimanere invariati nel tempo e risultano difficilmente modificabili, il che costituisce evidentemente un grande ostacolo alla possibilità di attenuare i pregiudizi e migliorare le relazioni tra i gruppi. Questa rigidità deriva dalla capacità degli stereotipi di autoriprodursi attraverso diversi meccanismi, i quali hanno a che fare con le caratteristiche proprie dei processi mentali e altri invece possono essere ricondotti a dinamiche di comunicazione sociale.

Negli interventi miranti alla modifica degli stereotipi, uno dei compiti più importanti è quello di fornire in anticipo uno schema di interpretazione alternativo allo stereotipo stesso.

Diverse ricerche hanno dimostrato che in questo modo si riduce sensibilmente la rigidità e la tendenza all'autoriproduzione degli stereotipi. La mente umana mantiene gli stereotipi, perchè non può restare senza schemi e senza aspettative; talvolta per ottenere la riduzione degli stereotipi falsi e discriminanti è sufficiente fornire per tempo delle valide alternative che svolgano le stesse funzioni di tipo cognitivo e anche di protezione dell'identità sociale.

 

Ci sono casi in cui la riproduzione degli stereotipi avviene non solo perché si tende a rendere durevole un'interpretazione falsata della realtà, ma anche perchè interagendo con gli altri sulla base delle proprie aspettative si finisce per fare in modo che effettivamente essi rispondano a queste aspettative, realizzando quello che nella letteratura psicosociale viene definito il fenomeno "dell'autoadempimento della profezia". Ad esempio se ci aspettiamo che una persona sia fredda e scostante oppure estroversa e amichevole tenderemo ad assumere nell'interazione con essa un atteggiamento corrispondente, il quale potrà avere come risposta proprio quel comportamento che ci aspettavamo.

 

L'effetto pigmalione

 

Uno degli ambiti in cui si è maggiormente  studiato l'effetto di autoadempimento della profezia è quello educativo, con particolar riferimento al rapporto fra aspettative degli insegnanti e rendimento degli allievi. Le ricerche note al tal riguardo sono quelle effettuate da Rosenthal e Jacobson, i quali usarono per descrivere il fenomeno l'espressione poi divenuta molto comune di effetto Pigmalione. È questo è il nome di un mitico re di Cipro che, secondo la legenda, dopo aver scolpito una statua di donna di incredibile bellezza se ne innamorò, desiderando al punto che essa si animasse che alla fine la dea Afrodite lo accontentò, e la statua prese vita. Secondo gli autori, nella scuola accade qualcosa di simile in quanto il rendimento dei ragazzi appare molto condizionato dalle aspettative degli insegnanti nei loro confronti; nel senso che a parità di rendimento gli insegnanti nei loro confronti; e ciò non solo come distorsione della valutazione, nel senso che a parità di rendimento gli insegnanti tenderebbero a valutare più positivamente un allievo del quale abbiano una buona opinione e viceversa, nel senso che alla fine dell'anno i ragazzi verso i quali si nutrivano aspettative alte risultavano realmente migliori di quelli verso i quali si nutrivano aspettative basse. Secondo gli autori la spiegazione di questo fenomeno sta nel fatto che gli insegnanti interagiscono in maniera diversa con la categoria di studenti migliori, incoraggiandoli e seguendoli di più, facendo maggiore attenzione a eliminare le loro eventuali carenze e a valorizzare i loro pregi; i ragazzi dal canto loro hanno percepito queste aspettative e hanno reagito di conseguenza, modificando verso l'alto il proprio impegno ma anche la propria immagine di sé e il livello dei propri obiettivi.

 

Strategie per la convivenza

 

La relazione col diverso è fondata anche su altre basi che sono di natura non mentale, bensì sociale e culturale, e che hanno a che fare da un lato con fattori di tipo storico, economico, politico, e dall'altro con la specifica dimensione delle relazioni tra i gruppi.

Una prima strategia, che possiamo definire di assimilazione, esprime la tendenza del gruppo maggioritario a inglobare quello minoritario, facendo in modo che esso rinunci alla sua differenza e accetti in pieno, riconoscendoli come superiori, i modi di vita e la cultura della maggioranza.

Si tratta delle strategia che di solito si manifesta per la prima nel rapporto con il diverso, e che esprime l'orgoglio per il proprio modo di essere, e che insieme una percezione di minaccia da parte di ciò che la metta in discussione. Di fronte a tale minaccia una risposta può essere quella dell'allontanamento e del rifiuto; oppure la richiesta di rinuncia alla differenza e di adattamento completo alle proprie norme.

Una seconda strategia, anch'essa presente nei primi periodi dell'immigrazione negli USA, e quella della fusione; le diversità mescolate in un ipotetico crogiuolo (melting pot) dal quale ci si aspetta che fuoriesca una sintesi superiore, migliore dei singoli componenti di partenza. L'idea è che ciascuna diversità possegga elementi positivi che meritano di entrare nella sintesi finale, se in ciascuna cultura c'è qualcosa di buono e si riesce a fonderle, il risultato sarà migliore delle culture possibili.

Queste prime due strategie, anche se in modo diverso, puntano a un annullamento delle differenze; esiste anche una terza strategia, che viene detta di pluralismo culturale, la quale mira invece a mantenere le differenze, valorizzando ciascuna di esse in quanto possibile arricchimento del patrimonio culturale complessivo, il quale trae la sua forza non dalla fusione indistinta, bensì dal confronto e dalla coesistenza di culture diverse.

 

E in effetti è appunto questa prospettiva che possiamo oggi indicare come la più efficace e produttiva. Però questa strategia si presenta difficile da applicare presenta inoltre due rischi. Il primo rischio è quello del cosiddetto pregiudizio differenzialista, cioè il rispetto della differenza può infatti tramutarsi in rifiuto del contatto, come dire: dato che siamo così differenti, che ognuno stia con i suoi, meglio ancora se ognuno al suo paese.

Il secondo rischio è quello che possiamo definire del relativismo spinto, che rinuncia per principio a porre alcuni valori come assoluti, ritenendo tutti i valori accettabili, in quanto relativi alla cultura che gli esprime.

 

Progettare una buona interazione

 

La strategia più diffusa e dalla quale ci si aspettano i migliori risultati è quella di favorire il contatto fra i diversi. La fiducia nell'efficacia di questa strategia si basa sulla convinzione che stereotipi e pregiudizi derivano da un'insufficiente conoscenza dell'altro, il quale viene percepito erroneamente come troppo diverso a sé e come nemico per principio, si ritiene che una migliore conoscenza reciproca sia sufficiente a rimuovere gli errori di valutazione e di aspettativa e a creare un rapporto di amicizia e di solidarietà. Sono basati su questa convinzione tutti gli interventi che puntano alla cosiddetta de-segregazione. Rompere le barriere, sia giuridiche laddove ancora esistono, sia culturali, e fare in modo che i diversi possano interagire, conoscersi e apprezzarsi. Il contatto fra i diversi ha avuto come esito non una diminuzione ma addirittura un aumento dell'ostilità reciproca. Quindi è utile che i soggetti possano disporre in anticipo di un quadro interpretativo nel quale inserire le nuove informazioni che andranno ad acquisire. Altra condizione importante è che l'interazione sia sufficientemente lunga e approfondita; dato il forte radicamento degli stereotipi e la loro tendenza all'autoriproduzione, può essere necessario infatti molto tempo e molte esperienze per realizzare una conoscenza in grado si contrastarli. Tale interazione deve essere soddisfacente, nel senso che la conoscenza deve apportare elementi informativi positivi che rendano gratificante il rapporto.

Inoltre è utile che il rapporto con il diverso sia di tipo cooperativo, nel senso che spesso solo con un impegno comune verso uno scopo comune è possibile rendersi conto  delle qualità reciproche.

Un'altra condizione essenziale è che i soggetti in interazione abbiano uno status simile, cioè che non esistano evidenti disparità in termini di potere, prestigio e posizione nella scala sociale; infine un fattore cruciale è il supporto istituzionale e culturale: le esperienze di contatto non possono essere degli episodi isolati o limitati a un solo contesto.

Una serie molto ampia di ricerche hanno dimostrato  che quando queste condizioni sono soddisfatte l'interazione stretta fra appartenenti a gruppi diversi può avere come risultato un miglioramento delle relazioni e una diminuzione dei pregiudizi, mentre dove queste condizioni non si verificano può aversi addirittura un effetto contrario.

 

Ignorare o rispettare le differenze?     

 

La cosiddetta  prospettiva color-blind, consiste nell'ignorare ogni differenza fra gli individui, trattando tutti esattamente allo stesso modo a prescindere dalle appartenenze e dalla provenienza sociale.

Un'interazione che ignori del tutto le differenze ha lo svantaggio di non fornire ai soggetti un adeguato quadro interpretativo per le differenze stesse, le quali appariranno evidenti comunque e tenderanno a essere spiegate con riferimento agli stereotipi disponibili. Ma soprattutto questo tipo di impostazione, non tiene conto del fatto che l'individuo ha di fatto bisogno di riconoscersi in un sistema di appartenenze, il quale implica non solo una valorizzazione positiva delle proprie radici e delle propria cultura, ma anche un confronto sistematico con gli altri gruppi. 

Una soluzione migliore invece, ma non semplice da realizzare, è quella di perseguire insieme sia l'obiettivo di parità  che quello del rispetto della differenza. Una strada potrebbe essere quella di individuare diverse dimensioni lungo le quali effettuare il confronto: ciascuno riconosce che il proprio gruppo è migliore solo in alcuni aspetti mentre l'altro gruppo è superiore in altri aspetti che non entrano in conflitto con i primi. Il primo requisito è una complessiva disponibilità alla tolleranza, cioè la convinzione che sia non solo possibile ma anche giusto e produttivo per tutti che esistano differenti modi di essere e di vedere il mondo.

Un ulteriore vantaggio di questo tipo di strategia ai fini di un miglioramento complessivo delle relazioni tra i gruppi consiste nella più ampia generalizzabilità delle esperienze positive che siano positive che si siano eventualmente realizzate nell'interazione con in diversi. Un problema che si verifica spesso è il fatto che si tende in qualche modo a circoscrivere l'esperienza positiva, considerando le persone con cui si è interagito come delle eccezioni rispetto al loro gruppo. In pratica si spiegano solo le cose positive dei soggetti che si sono incontrati, lasciando inalterati gli stereotipi  negativi e i livelli di ostilità nei confronti del gruppo nel suo insieme.

 
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