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Riassunto "Elementi di semiotica"
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Scritto da Mario Fabiani   
Riassunto della prima parte del testo "Introduzione alla semiotica": A.Pieretti - "Elementi di semiotica"

Antonio Pieretti – Elementi di semiotica


1. Semiologia e semiotica


Per De Saussure la semiotica doveva essere lo studio generale dei sistemi di segni, con il compito di studiare le leggi della relazione e della trasformazione dei segni e del loro senso.

Per molto tempo i termini semiologia e semiotica sono stati usati con lo stesso significato. A partire dagli anni settanta invece il contenuto delle due discipline ha cominciato a differenziarsi.

Hjelmslev ha definito la semiologia come “meta-semiotica scientifica”, e la semiotica come la “semiotica-oggetto non scientifica”.

Per Peirce, che considera l'intero universo come pervaso dai segni, la semiotica è la dottrina della natura essenziale e delle varietà fondamentali di ogni possibile semiosi (quest'ultima intesa come il rapporto tra il segno, il suo oggetto e il suo interpretante).

Anche per Morris la semiotica non si occupa di un particolare tipo di oggetti, ma degli oggetti ordinari, in quanto e solo partecipi di un processo di semiosi. Egli divide la semiotica in pura, descrittiva e applicata.

In epoca più recente, la semiotica, in stretta relazione con i processi di comunicazione, viene spesso identificata come un sistema di segni o di significazioni. E dal punto di vista strutturale, come un insieme significante, un oggetto di conoscenza che ha una sua organizzazione interna autonoma. In questo senso si hanno più semiotiche, da quelle naturali (di livello profondo: le lingue, o il mondo naturale concepito come linguaggio) fino alle semiotiche descrittive (di livello superficiale).


2. Il linguaggio come “poter significare”


2.1 Il problema dell'origine


Per De Saussure e Wittgenstein il linguaggio è una facoltà che deriva dalla natura, e perciò non vale la pena di indagare sulla sua provenienza.

Per Sapir invece il linguaggio deriva dalla cosiddetta “tendenza simbolica”, che consiste nel considerare una parte del tutto, anche incompleta, come segno di questo tutto. E quindi i diversi linguaggi si sono sviluppati autonomamente, senza che vi sia un linguaggio originario.

Per Whorf anche il pensiero dipende dal linguaggio, perciò la sua origine è da ricercarsi nella realtà sociale all'interno della quale permette i rapporti intersoggettivi.

Per Noam Chomsky invece esiste uno schema che è “l'essenza del linguaggio umano”, una struttura profonda sottostante alle grammatiche, che fa sì che una lingua possa assolvere al compito di fungere da mezzo di comunicazione. Questa struttura è originata dalle forme del pensiero umano, mentre le lingue storiche sono frutto dell'attività e della creatività dell'uomo.


2.2 Linguaggio e lingua


Per De Saussure, il linguaggio non è facilmente classificabile, se non come pura potenzialità: è l'”organizzazione pronta per parlare”, la facoltà di concepire e impiegare dei segni.

Gli studi successivi sul linguaggio hanno portato altre definizioni concentrate sull'aspetto di facoltà individuale o di funzione sociale, di strumento di comunicazione, ecc., a seconda dell'approccio teorico con cui si affrontano i fatti semiotici.

In generale, i linguaggi si possono distinguere in umani e animali, anche se gli studiosi non sono concordi nell'individuare le differenze. Bienveniste, ad es., sostiene che gli animali utilizzano segnali (fatti fisici collegati ad altri fatti fisici da un rapporto naturale o convenzionale), mentre gli uomini hanno i simboli (che comporta l'interpretazione di una funzione significante).

Così come Sapir, anche l'antropologa Susanne Langer osserva che il bisogno di simbolizzare è presente solo nell'uomo, e corrisponde alla necessità di dar corpo a tutte le sue idee, fantasie, valori.

Con il termine “lingua” Saussure intende invece l'attuazione del “poter significare”, il modo concreto con cui gli uomini di una certa realtà sociale comunicano tra di loro.

La lingua, come fatto sociale, costituisce un sistema convenzionale di associazione tra un insieme di significanti e un insieme di significati. Le lingue quindi si differenziano tra loro per la specificità di questa associazione, che implica l'arbitrarietà di questi insiemi l'uno rispetto all'altro. Esistono perciò numerose lingue, sia verbali che non-verbali.

Le lingue verbali si distinguono per:

  • la doppia articolazione (1- combinazione delle unità minime dotate di significato (monemi o morfemi) 2 – combinazione delle unità minime prive di significato (fonemi))

  • la riflessività o capacità metalinguistica (possibilità di usare la lingua per dire qualcosa sulla lingua stessa)

  • la creatività (possibilità di esprimere e capire nuovi pensieri attraverso l'uso di un sistema codificato)

Ma la vera caratteristica che distingue le lingue verbali è la cosiddetta “onnipotenza semantica” o “semiotica”: la capacità di esprimere qualsiasi dato dell'esperienza umana o della realtà esterna. Una conseguenza di ciò è la traducibilità illimitata delle lingue verbali. Una lingua, scrive Hjelmslev, è una semiotica in cui ogni altra semiotica concepibile può essere tradotta.

In questo senso il massimo della capacità di traduzione si avrà nella lingua d'uso quotidiana, che, per la sua generalità di scopi, sarà in grado di tradurre qualsiasi altra lingua.

La possibilità di distinguere una lingua dal dialetto, infine, è data solo dalla considerazione del sistema sociale di riferimento.


2.3 Gli atti linguistici


Per la realizzazione del “poter significare” che è propria del linguaggio, l'individuo non si serve propriamente della lingua, che è un'istituzione sociale a lui preesistente, ma degli atti di “parole”, o atti linguistici.

Naturalmente è la lingua, con le sue regole ed elementi lessicali, che pone dei limiti a questi atti, e allo stesso tempo permette ad essi di poter comprendere e farsi comprendere.

Inoltre sono proprio gli atti linguistici che permettono alla lingua di potersi modificare di generazione in generazione, allo scopo di esprimere e soddisfare bisogni sempre nuovi in una società in evoluzione.

Secondo Austin, l'atto linguistico comprende i seguenti aspetti:

  • locutivo: emettere suoni ed articolare parole in modo conforme alla grammatica e al lessico della lingua impiegata

  • illocutivo: realizzare un'intenzionalità da parte di chi parla nei confronti di una situazione determinata, conferendo un senso all'intero processo di comunicazione (ad es. rispondere a una domanda, fornire un'informazione, esprimere un'intenzione, ecc.)

  • perlocutivo: produrre effetti sui sentimenti, pensieri o comportamenti di chi ascolta o di altri.

Questi tre aspetti non sono però autonomi: nessuno di essi può esistere senza gli altri, a causa della natura stessa degli atti linguistici come realizzazioni di un processo comunicativo.


2.4 Le funzioni del linguaggio


Secondo Ogden e Richards, le funzioni del linguaggio sono strettamente legate agli usi della lingua. Essi individuano due principali usi: simbolico (descrittivo) ed emotivo (per esprimere sentimenti). Su questa base vengono individuate cinque funzioni, successivamente ridotte a due: referenziale ed evocativa.

La dipendenza delle funzioni dagli usi però è stata ben presto abbandonata, a causa della sua scarsa significatività e flessibilità. Così sia i linguisti del Circolo di Praga che Buhler propongono di porre l'attenzione sul linguaggio come mezzo di comunicazione.

Ma è con Roman Jakobson che la riflessione sulle funzioni del linguaggio arriva all'esito più articolato: egli individua i sei fattori fondamentali del processo comunicativo: mittente, messaggio, destinatario, contesto, codice, canale. Nelle singole situazioni, la comunicazione è incentrata su uno dei fattori più che sugli altri, dando luogo così a tante funzioni quanti sono i fattori stessi. Si hanno così sei funzioni:

  • referenziale (contesto): enunciati che descrivono le caratteristiche del referente

  • espressiva o emotiva (mittente): esprime stati d'animo di chi parla nei confronti dell'oggetto di cui parla

  • conativa (destinatario): ingiunzioni o imperativi

  • fatica (canale): accentuazione o verifica del contatto con il destinatario

  • metalinguistica (codice): comunicazione incentrata sul linguaggio usato

  • poetica (messaggio): accento posto sul messaggio stesso

Lo schema di Jakobson ha il difetto di essere concentrato sul linguaggio verbale, riguardando più l'aspetto informativo che quello pragmatico, trascurando altre forme di trasmissione del sapere, come ad es. il fare interpretativo o persuasivo.

Halliday ha proposto una diversa classificazione delle funzioni, basata sugli atti linguistici. In questo senso, dato che le forme degli atti variano a seconda del contesto, si possono individuare solamente alcune fra le più frequenti funzioni:

  • strumentale: soddisfazione dei propri bisogni materiali

  • regolativa: influenza sul comportamento altrui

  • interattiva o interpersonale: domande, richieste allo scopo di conoscere

  • immaginativa: fare le cose secondo i propri desideri o aspettative

  • rappresentativa: trasmissione di un messaggio, di un'informazione

Austin connette le funzioni del linguaggio alla “forza illocutiva” degli atti linguistici, cioè alla loro capacità di fare mentre dicono. Individua cinque tipi di forza illocutiva:

  • veridittiva: emissione di un verdetto da parte di una giuria, un arbitro, ecc.

  • esercitiva: esercizio di poteri, diritti o influenze in base ai quali si formula una decisione

  • commissiva: assunzione di un impegno o formulazione di una promessa

  • comportativa o behabitiva: reazione di fronte ai comportamenti o atteggiamenti altrui

  • espositiva: espressione di un punto di vista, di un'argomentazione

Le funzioni rappresentano le forme concrete con cui il linguaggio opera nel processo di comunicazione, in termini di rapporti, pensieri, comportamenti. Ma proprio perché i modi di funzionare del linguaggio sono imprevedibili ed illimitati, dipendenti sempre dal contesto, è impossibile individuarne tutte le funzioni. Tutte le classificazioni sono quindi forzatamente incomplete.


3. La lingua come sistema di segni


3.1 Il segno come unità minimale


Saussure ha definito la lingua come un sistema di segni. Ma assai più difficile è definire che cosa sia il segno. Nell'accezione comune, si parla di segni in riferimento a tantissime cose, dai sintomi agli indizi, dalle tracce ai gesti, dai contrassegni ai marchi fino alle lettere dell'alfabeto, ecc.

Umberto Eco ha definito il segno come qualsiasi entità minima che abbia un significato preciso. Per Peirce, il segno è tutto ciò che, sulla base di una convenzione sociale, può essere inteso come qualcosa che sta al posto di qualcos'altro. E Morris precisa che una cosa è un segno solo in quanto è interpretata da qualcuno come tale. Il segno non richiede un emittente umano, ma sicuramente un destinatario umano.

Il segno si differenzia dal segnale, in quanto quest'ultimo è un'unità di informazione che passa da un emittente ad un ricevente secondo il meccanismo dello stimolo-risposta. Il segno invece presuppone la presenza di un codice sintattico, semantico e pragmatico che gli fanno assumere un significato.


3.2 La struttura del segno


Per Saussure il segno è l'insieme di un significante (ad es. un suono) e di un significato (ad es. un concetto). Hjelmslev, che considera il segno come risultato di un processo di semiosi, ritiene che non ci si debba fermare alle “parole”, ma considerare anche gli enunciati. Egli quindi individua gli elementi costitutivi del segno come appartenenti ad un piano dell'espressione e ad un piano del contenuto, connessi in una relazione di reciproca implicazione. I due piani sono a loro volta composti da una forma e da una sostanza, secondo lo schema:

  • piano dell'espressione:

    • forma: fonologia

    • sostanza: fonetica

  • piano del contenuto:

    • forma: semantica

    • sostanza: semiotica

I segni si differenziano tra loro solo per l'articolazione, cioè per la particolare organizzazione semiotica che assume la forma significante in ciascuno di essi.

L'associazione tra piano del contenuto e piano dell'espressione avviene in base ad un codice, in virtù di una convenzione sociale. Il codice è condizione necessaria e sufficiente per l'esistenza di un segno.

Sulla struttura del segno, si hanno due diversi orientamenti, a seconda che esso venga considerato come elemento del processo di comunicazione o di significazione.


3.2.1 Il segno come elemento del processo di comunicazione


Nello schema classico del processo di comunicazione: fonte-emittente-canale-messaggio-ricevente, il messaggio equivale al segno o all'organizzazione complessa di più segni. La comunicazione però implica la presenza di un codice, senza il quale si ha un semplice meccanismo stimolo-risposta.

Lo schema diventa perciò quello di Jakobson, che comprende, oltre al codice, anche il contesto (referente) e sostituisce i soggetti dinamici di Destinante e Destinatario a quelli meccanicistici dell'Emittente e Ricevente.


3.2.2 Il segno come elemento del processo di significazione


Sotto l'aspetto del processo di significazione, il segno si articola in tre componenti, che comunemente si rappresentano in un triangolo:

triangolo.jpg







Tra significante e referente la linea è tratteggiata perché il rapporto è di difficile identificazione: spesso è semplicemente arbitrario.

Le varianti del triangolo sono tante quanti gli studiosi che se ne sono occupati. In ogni caso il segno è sempre inteso come qualcosa che sta per qualcos'altro da un certo punto di vista o ai fini di un certo uso pratico (Peirce).


3.3 La classificazione dei segni


3.3.1 Segni distinti per la fonte di provenienza


Da Agostino in poi i segni si distinguono in naturali ed artificiali. I segni naturali sono quelli che provengono dalla natura e che noi interpretiamo come sintomi o indizi. Greimas li fa rientrare in una semiotica del mondo naturale, in quanto parte del nostro modo di interpretare il mondo.

Per gli oggetti artificiali, alcuni sono costruiti con lo scopo di significare (ad es. i cartelli), altri non sembrano avere tale intenzione. Tuttavia Barthes ritiene che tutti gli aspetti della cultura e della vita sociale, compresi gli oggetti, rientrino tra i segni. Mentre i segni artificiali sarebbero quelli intenzionalmente emessi sulla base di convenzioni riconosciute, per comunicare ad altri.

Eco ha quindi proposto una classificazione basata su questi presupposti.

  • artificiali

    • prodotti esplicitamente per significare

    • Prodotti esplicitamente come funzioni

      • Di funzioni prime

      • Di funzioni seconde

      • Misti

  • Naturali

    • Identificati con cose o eventi di natura

    • Emessi inconsciamente da un agente umano

      • Sintomi medici

      • Sintomi psicologici

      • Indizi di atteggiamenti e disposizioni

      • Indizi razziali, regionali, di classe

      • Altri…


3.3.2 Segni distinti per l'intenzione e il grado di coscienza dell'emittente


E' una classificazione difficile, perché non sempre è possibile determinare l'intenzione e il grado di coscienza dell'emittente, che spesso egli tiene nascosto. E inoltre bisogna tener conto che nei processi di comunicazione vi sono segni emessi involontariamente. E la stessa cosa vale per il destinatario. Questo genere di segni sono alla base di tutte le situazioni drammatiche o comiche che determinano l'equivoco o l'incomprensione.


3.3.3 Segni distinti per il canale fisico e l'apparato ricevente umano


Sebeok ha proposto una classificazione basata sul carattere fisico del canale di trasmissione. Altri invece si sono concentrati sul canale sensoriale umano attraverso il quale i segni vengono ricevuti:

  • odorato: sintomi e indizi (odore del cibo), segni artificiali e intenzionali (profumi)

  • tatto (linguaggi dei sordomuti o dei ciechi)

  • gusto: sapori usati per comunicare, o indizi di nazionalità

  • vista: immagini, lettere dell'alfabeto, diagrammi, simboli, ecc.

  • udito: segnali acustici, segni del linguaggio verbale

Secondo Buyssens, i segni auditivi sarebbero privilegiati, in quanto non richiedono la prossimità della sorgente, né la presenza della luce, e sono molto articolabili. Quelli visivi hanno invece la facoltà di conservarsi nel tempo.


3.3.4 Segni distinti in rapporto al loro significato


Eco ha proposto il seguente schema riassuntivo:

- segni:

  • senza significato (puro valore sintattico)

  • con valore semantico

    • univoco

    • equivoco

    • plurivoco

    • vago o “simbolico”

      • riferiti ad altri segni

      • riferiti a significati

I segni con puro valore sintattico sono quelli che esprimono solo le reciproche relazioni (matematici, musicali, ecc.)

I segni di significato:

  • univoco: con un unico significato (ad es. i segni aritmetici)

  • equivoco: possono avere più significati egualmente fondamentali.

  • plurivoco: hanno più significati grazie alla connotazione, oppure metafore, doppi sensi, ecc.

  • vago o simbolico: hanno un rapporto vagamente allusivo con una serie non precisata di significati


3.3.5 Segni distinti per la replicabilità del significante


Eco propone una distinzione basata sull'unicità o replicabilità del referente, per cui si ha:

 

- segni:

  • unici

    • opere d'arte

    • parametri: oro, ecc.

  • replicabili

    • replica con valore sinsegnico

    • replica con valore qualisegnico

La classificazione si basa sulla distinzione di Peirce tra qualisegno (carattere significante connesso al segno: tono di voce, colore, ecc.), sinsegno (parola scritta che può essere replicata infinitamente) e legisegno (parola come viene definita dai dizionari).


3.3.6 Segni distinti per il tipo di legame presunto con il referente


Secondo Peirce, i segni, relativamente al legame con il referente, si distinguono in:

  • somiglianze (in seguito icone): segni che hanno qualità in comune con il proprio oggetto. Tra essi ha distinto tra immagini, diagrammi e metafore.

  • indici: segni che hanno una corrispondenza di fatto con i propri oggetti (ad es. il fumo per il fuoco)

  • simboli: segni in cui la relazione con l'oggetto si fonda su un carattere attribuito, ovvero su convenzioni sociali, abitudini di comportamento o disposizioni naturali dell'interpretante.

Eco ha però fatto notare che secondo questa classificazione ogni segno può rientrare in tutte e tre le categorie a seconda delle circostanze e dell'uso, e ha perciò proposto una revisione.

In questo schema i segni naturali si distinguono in:

  • sintomi: contiguità o rapporto causale con il referente, che non è percepito

  • indici:

    • tracce: da un rapporto causale presupposto si inferisce un rapporto di contiguità non attuale

    • indizi: da una contiguità presupposta si inferisce una dipendenza causale

I segni artificiali invece si distinguono in:

  • produttivi:

    • omosostanziali (il significante usa la stessa materia del referente)

      • intrinseci (una parte dell'oggetto per il tutto)

      • traslativi (riproduzione di un aspetto della materia)

      • ostensivi (oggetto come segno)

    • eterosostanziali

      • proiettivi (disegno prospettico, ecc.)

      • caratterizzanti (strisce per la zebra, ideogrammi, ecc.)

  • sostitutivi:

    • simboli linguistici

    • indici vettori (dito puntato, freccia, ecc.)

    • segni visivi astratti (bandiera, segnali, ecc.)

    • emblemi o simboli araldici


3.3.7 Segni distinti per il comportamento che stimolano nel destinatario


La classificazione proposta da Morris in questo senso è la seguente: innanzitutto divide i segni in semplici e complessi o ascrittori. Questi ultimi corrispondono ad enunciati, e vengono prima dei segni semplici, a cui attribuiscono significato. Essi possono essere distinti in:

  • identificatori: segni che dirigono la risposta dell'interprete in una certa direzione spazio-temporale, e vengono utilizzati per dire cosa si designa (indicatori), cosa si apprezza (descrittori) o cosa si prescrive (nominatori).

  • designatori: indicano una realtà mettendone in evidenza alcune proprietà utili al suo riconoscimento.

  • apprezzatori: qualificano qualcosa come dotato di una preferenza rispetto al comportamento da elaborare.

  • prescrittori: comandano un comportamento

  • formatori: servono da connettori e modificano la struttura dei segni complessi


3.3.8 Una classificazione generale dei segni


Peirce ha cercato di fornire una classificazione generale dei segni, considerandoli secondo tre categorie:

  • il segno in sé: qualisegno, sinsegno, legisegno

  • il segno in rapporto all'oggetto: indice, icona e simbolo

  • il segno in rapporto all'interpretante:

    • rema: rappresenta un certo tipo di oggetto possibile

    • dicisegno: rappresenta qualcosa che esiste di fatto

    • argomento: indica una legge, una convenzione o abitudine di comportamento

Dalla combinazione delle nove categorie derivano poi dieci diverse classi.


4. I livelli di analisi


4.1 Dal segno all'enunciato


Nell'uso abituale del linguaggio, non ci si limita all'uso dei segni, ma si ricorre spesso agli insiemi di segni, ovvero agli enunciati o discorsi.

Il codice-lingua, che presiede al processo semiotico, prevede operazioni di tipo sia paradigmatico (selezione) che sintagmatico (combinazione) al fine di costruire le frasi.

Si deve distinguere tra:

  • frase: è un'unità di tipo sintattico.

  • enunciato: è un'unità provvista di significato, in quanto prodotta da un atto linguistico.

  • discorso: può essere identificato con lo stesso processo semiotico.

Nel caso delle lingue naturali, il discorso è costituito da pratiche linguistiche e non linguistiche. Se si prendono in considerazione le sole pratiche linguistiche, allora il discorso è sinonimo di testo.


4.2 Il contesto


Il contesto è fondamentale al livello delle relazioni di segni ed enunciati con i loro oggetti e con coloro che se ne servono. Esso quindi si distingue in:

  • verbale: è la sequenza in cui il segno si trova inserito, che può essere più o meno vasta (anche un intero libro), e consente di risolvere la natura dei segni che rientrano in più classi.

  • situazionale: è la situazione attuale in cui ricorre un segno o un enunciato, anche in relazione all'ambiente culturale, e consente di risolvere l'ambiguità di alcuni segni e le intenzioni e reazioni dei soggetti della comunicazione.


4.3 Le dimensioni della semiosi


Peirce definisce tre componenti della semiosi: il segno, l'oggetto a cui si riferisce, e l'interpretante, che rappresenta l'effetto che il segno ha su un interprete. Su questa base egli individua tre dimensioni della semiosi:

  • sintattica: il segno nelle sue relazioni con gli altri segni

  • semantica: il segno nel suo rapporto con l'oggetto

  • pragmatica: il segno in rapporto agli usi e agli interpreti.

Tre sono quindi anche i livelli di analisi a cui il segno può essere sottoposto, tra di loro interdipendenti.


4.3.1 Il livello sintattico


L'analisi a questo livello si concentra sulla struttura logico-grammaticale del linguaggio, evidenziando due classi di regole secondo cui i segni si relazionano tra di loro: le regole di formazione (quali combinazioni indipendenti dei segni di una lingua sono permesse) e le regole di trasformazione (quali frasi si possono derivare da quella iniziale).

Morris ha definito le categorie che costituiscono il vocabolario della frase: segni indessicali, caratterizzanti e universali. Ciascuna di queste categorie suscita determinate aspettative in colui che usa i segni. L'identificazione dei segni comunque dipende dal contesto in cui si svolge la comunicazione verbale.

Nella semiotica strutturale di Greimas, il livello sintattico si distingue in fondamentale e narrativo. Il livello fondamentale designa il tronco generativo profondo da cui trae origine qualsiasi tipo di semiotica, anche non linguistica. Esso comprende una sottocomponente tassonomica (il quadrato semiotico) e una sottocomponente operativa, che contiene le operazioni di trasformazione negativa e assertiva.

Il livello narrativo corrisponde invece al discorso, nel quale si producono gli enunciati.

All'analisi sintattica spetta il compito di evidenziare le procedure tramite le quali il livello fondamentale si traduce in quello narrativo (dalle relazioni e trasformazioni agli enunciati di stato e di “fare”).


4.3.2 Il livello semantico


A questo livello occorre definire la natura del significato. E' un compito difficile, a cui si sono dedicate numerose discipline, a partire dalla filosofia. Si possono comunque evidenziare alcune definizioni: referenziali, concettuali, comportamentali, operative, di unità culturale.


4.3.2.1 Le definizioni del significato


Le definizioni referenziali sono quelle imperniate sul rapporto tra il segno e il suo oggetto, identificato come una classe di oggetti al di fuori del linguaggio. Esse si presentano sotto due forme alternative: alcune identificano il significato di un segno (o di un enunciato) con l'oggetto a cui si riferisce, altre con la relazione tra il segno (o l'enunciato) e il suo oggetto. I referenti possono essere:

  • oggetti, proprietà o processi che esistono nella realtà

  • oggetti immaginari

  • oggetti che mutano in relazione con le condizioni d'uso (io, tu, questo, ecc.)

Le definizioni referenziali hanno il difetto di non saper spiegare l'esistenza di segni che non hanno referenti al di fuori del linguaggio (e, se, mentre, ecc.)

Le definizioni concettuali identificano il significato di un segno/enunciato con il concetto cui dà origine nella mente del mittente o del destinatario. Si tratta di definizioni di origine molto antica, che hanno avuto seguito anche in tempi recenti, fino a Saussure.

Le critiche verso questo tipo di definizioni sono dovute al fatto che la nozione di concetto o idea è considerata troppo vaga, così come mutevole è l'immagine mentale. Inoltre non tutti i segni esprimono dei concetti (ad es. le congiunzioni, preposizioni, ecc.)

Le definizioni comportamentali prendono origine dalla psicologia comportamentista americana. Il segno/enunciato è concepito secondo il nesso, causale o disposizionale, di stimolo e risposta. Il significato consiste nella situazione che si determina sotto la sollecitazione di chi parla e la risposta di chi ascolta, in circostanze concrete. I critici hanno fatto notare che si tratta di una visione troppo meccanicistica, che non tiene conto dell'intenzionalità della comunicazione e degli effetti imprevedibili sul destinatario.

Le definizioni operative derivano soprattutto dall'opera filosofica di Wittgenstein, il quale sostiene che il significato di un segno non è l'oggetto designato, ma l'uso che ne viene fatto in una determinata lingua. In questo senso sapere cosa un segno/enunciato significa equivale a sapere quali regole determinano il suo impiego, ed essere consapevoli di alcune consuetudini proprie di una società storicamente definita.

Per Eco, si deve escludere qualsiasi rapporto di significazione tra il segno e un oggetto o referente. Il significato si chiarisce solo attraverso il rimando ad un interpretante, cioè ad un altro segno o complesso di segni che traduce il primo in circostanze adeguate. L'interpretante a sua volta rimanda ad un altro interpretante, e così via all'infinito. Il destinatario opera la decodifica solo fino al punto in cui gli serve ai fini della comunicazione.

In quest'ottica il significato è un'unità culturale, qualcosa che quella cultura ha definito come distinta dalle altre: una persona, una cosa, un'idea, un sentimento, ecc.

La definizione di Eco tuttavia non tiene conto in maniera soddisfacente dell'aspetto pragmatico dell'atto linguistico, che muta in relazione alle singole circostanze concrete.


4.3.2.2 L'identificazione del significato


Uno dei fattori principali che contribuisce a rendere problematica l'identificazione del significato è l'indeterminatezza che contraddistingue l'uso dei segni e degli enunciati.

Questa vaghezza è causata principalmente dalla genericità dei segni/enunciati, che quasi mai denotano singoli oggetti, ma piuttosto classi di cose e di avvenimenti legati insieme da qualche elemento comune. I termini generici possono essere considerati “astratti”, in quanto più schematici e privi di tratti distintivi rispetto agli specifici (più estensione, meno intensione).

Un'altra causa di vaghezza è la molteplicità degli aspetti: molti segni/enunciati hanno sfaccettature diverse che dipendono dal contesto, dalla situazione, da emittente e destinatario.

Inoltre il mondo non linguistico non ha confini certi: le distinzioni sono introdotte dalla lingua, e variano tra una lingua e l'altra, talvolta anche tra un periodo e l'altro.

Un altro fattore che rende difficile l'identificazione del significato è quello dei sovratoni emotivi, che possono essere dati da molteplici fattori: fonetici, contestuali, dovuti ai suffissi, a significati sovrapposti, ad associazioni evocate, ecc. Esistono espedienti per rafforzare il significato emotivo, quali le esclamazioni, il linguaggio figurato, la modifica dell'ordine delle parole, ecc.

I termini inoltre possono essere affetti da ambiguità, che può essere di tipo fonetico, grammaticale o lessicale (anfibolia, polisemia, omonimia, ecc.)


4.3.2.3 Il cambiamento del significato


Il significato è un elemento molto sensibile ai cambiamenti, principalmente per questi motivi:

  • La trasmissione della lingua, che avviene in maniera discontinua da una generazione all'altra

  • la vaghezza del significato

  • la perdita di motivazione, ovvero del legame della parola con la sua radice

  • la presenza della polisemia

  • la presenza di contesti ambigui in cui una parola è intesa in due sensi diversi.

Le cause che provocano i cambiamenti sono principalmente:

  • linguistiche: cambiamenti nell'ordine combinatorio delle parole nel discorso ne producono una mutazione di significato

  • storiche: la lingua è spesso più conservatrice della civiltà, per cui gli oggetti, le idee, ecc. mutano ma i nomi rimangono gli stessi

  • sociali: mutamento del contesto sociale d'uso della parola, da specialistico a comune e viceversa

  • psicologiche: hanno origine nella disposizione o struttura mentale del parlante (investimento emotivo, tabù), e poi diventano di uso comune

  • influenza straniera: il calco semantico, quando due lingue sono a stretto contatto

  • necessità di un nuovo nome: a causa delle scoperte scientifiche o tecniche.

In ogni caso permane un certo legame tra il vecchio e il nuovo, che può basarsi sulla somiglianza o sulla contiguità dei significati (metafore o metonimie), sulla somiglianza o contiguità dei nomi (etimologia popolare, ellissi).

Il significato inoltre si modifica anche nel senso di estensione o restrizione, o come evoluzione in senso migliorativo o peggiorativo, per lo più a causa di fattori sociali.


4.3.3 Il livello pragmatico


Vi sono tre tradizioni diverse circa gli studi di analisi pragmatica del significato:

  • quella di Carnap, Montague, Lewis e altri, che si concentra sui segni e complessi di segni indessicali come fattori che modificano il significato in relazione al contesto di impiego.

  • quella di Katz, successiva alla prima, che assegna all'analisi semantica lo studio dei significato indipendentemente dall'uso e dal contesto, e all'analisi pragmatica lo studio del senso che gli enunciati assumono in riferimento a questi ultimi.

  • quella propria della filosofia del linguaggio, a partire da Wittgenstein fino ad Austin, Grice, Searle ed altri. Questa distingue tra enunciati puramente assertivi (constatativi) che hanno il ruolo di constatare e riferire fatti, ed enunciati performativi che, pur avendo la stessa forma grammaticale, se pronunciati in un dato contesto, costituiscono l'esecuzione di un'azione moralmente o socialmente rilevante, e quindi hanno un aspetto pragmatico valutabile. Su questa base, pur ammettendo che un enunciato possa avere un senso convenzionale (linguistico) e uno attribuito da chi lo emette (intenzionale), si fa dipendere comunque il senso dalla situazione in cui l'enunciato è inserito e dall'uso che ne viene fatto.

In ambito semiotico, preso atto che il segno fa parte sia del processo di significazione che di comunicazione, si tende a distinguere due livelli di interpretazione: il primo concerne il contenuto del segno considerato in sé stesso, ciò che lo rende comprensibile (analisi semantica); il secondo concerne i diversi tipi di azione e reazione che il segno/enunciato rende possibile tra chi lo usa e chi lo riceve (analisi pragmatica). L'applicazione pratica di questo criterio non è però sempre agevole.


5. Modelli comunicativi


5.1 Informazione e comunicazione


Per informazione si intende ogni elemento suscettibile di essere trasmesso grazie a un codice. Le teorie dell'informazione dunque si occupano del piano del significante, che concerne la trasmissione, e non prendono in considerazione il piano del significato, che invece riguarda la ricezione.

Considerare la comunicazione allo stesso modo dell'informazione, così come intendevano Buhler, Jakobson e altri, non è più considerato adeguato, in quanto si è capito che il processo comunicativo comporta azioni dell'uomo sull'uomo, e perciò istituisce relazioni intersoggettive. Inoltre esso pone in atto un confronto che comporta uno scambio di valori nella sfera pragmatica (competenze), cognitiva (conoscenze), descrittiva (piaceri, stati d'animo) e modale (volizioni, possibilità, doveri).

E' quindi chiaro che emittente e destinatario non possono essere considerati come semplici soggetti astratti, ma piuttosto come soggetti individuati in un preciso contesto storico-sociale-culturale.

La comunicazione quindi comporta una dimensione partecipativa, che non può essere ridotta a schemi meccanicistici. Il processo di comunicazione implica sempre, a differenza di quello di informazione, un sistema di significazione come condizione necessaria.

Oggi si tende inoltre a valorizzare il ruolo del destinatario come soggetto attivo in grado di cooperare alla costituzione del significato, con le sue competenze e conoscenze oltre che con gli stimoli che gli pervengono dall'emittente. Comunicare quindi equivale a “mettere in comune”, cioè a confrontare opinioni diverse, che possono essere condivise, attraverso la persuasione o la manipolazione.

La riflessione sui modelli comunicativi è passata principalmente attraverso quattro fasi distinte.


5.2 Il modello informazionale


Il primo modello che si è imposto storicamente è quello derivante dalla teoria dell'informazione nell'ambito delle TLC (Nyquist, Hartley, Shannon).

Lo schema è quello secondo cui una fonte dell'informazione emette un messaggio che un apparato trasmittente trasforma in segnale (codifica); quindi un canale (supporto fisico o sensoriale) trasporta il segnale all'apparato ricevente (e qui può inserirsi il rumore), che provvede a riconvertirlo in un messaggio (decodifica) rendendolo disponibile ad un destinatario.

Condizione necessaria perché il destinatario possa comprendere il messaggio è che sia usato lo stesso codice per la trasmissione e la ricezione.

Questo modello ha avuto molto successo, per la sua flessibilità (si applica sia alle comunicazioni tra macchine che tra esseri umani) e per l'introduzione del concetto di rumore, fondamentale per ottenere il massimo dell'efficienza comunicativa. Come già detto, però, il modello ha il suo limite nel fatto che trascura completamente gli aspetti legati al significato.


5.3 Il modello semiotico-informazionale


Questo modello è stato proposto da Eco, e integra il modello informazionale introducendo il problema della significazione. Si mettono quindi in discussione due aspetti del precedente modello: l'idea che l'informazione resti costante attraverso la codifica e decodifica, e l'idea che il codice sia uniforme e comune a emittente e ricevente. L'operazione di decodifica diventa così totalmente autonoma e indipendente da quella di codifica.

Si passa cioè da una comunicazione intesa come trasferimento di informazione a una intesa come trasformazione di un sistema di correlazioni tra significanti e significati in un altro sistema di correlazione.

Tra il messaggio emesso con il suo significato e il messaggio ricevuto come significato si apre uno spazio molto vario e articolato, in cui entrano in gioco il grado in cui emittente e destinatario condividono le competenze (linguistiche, culturali, ecc.) relative ai vari livelli della significazione.

Data quindi la centralità che riveste il momento della decodifica, si possono creare quattro situazioni:

  • incomprensione del messaggio per totale carenza di codice: il messaggio arriva come puro rumore

  • incomprensione del messaggio per disparità dei codici: il codice dell'emittente non è ben conosciuto dal destinatario

  • incomprensione del messaggio per interferenze circostanziali: il destinatario interpreta correttamente il messaggio ma, essendo mosso da esigenze diverse da quelle dell'emittente, lo interpreta come riferito ai propri orizzonti di aspettative

  • rifiuto del messaggio per delegittimazione dell'emittente: anche qui il messaggio viene interpretato correttamente, ma il significato viene comunque stravolto dal destinatario, mosso da un sistema di credenze o di pressioni esterne molto forti.

Il fenomeno della “decodifica aberrante” è da ricondurre al contesto entro il quale il destinatario interpreta il messaggio, ricordando che c'è una stretta relazione tra la competenza linguistica e la stratificazione socio-economica.

Su questa problematica della ricezione, si sono sviluppate due ipotesi:

  • per la prima, le culture subalterne, che dispongono di un codice ristretto a causa della scarsa scolarizzazione e del disagio sociale, hanno difficoltà nella decodifica dei messaggi.

  • per la seconda invece non vi sarebbe disparità di ampiezza dei codici tra culture colte e popolari, ma solo un diverso orientamento nei confronti del linguaggio (più metalinguistico e universale per le prime, più contestuale e specifico per le seconde). Tale disparità si realizzerebbe nell'uso di codici diversi che permangono anche in caso di dominanza di una cultura sull'altra, provocando le decodifiche aberranti.


5.4 Il modello semiotico-testuale


Questo modello è una rielaborazione del precedente, ponendo però al centro del processo non più il messaggio, ma il testo. Esso si presta molto di più all'analisi della comunicazione tipica dei mass-media.

Si tratta quindi di riconoscere che i destinatari non ricevono tanto messaggi singoli quanto sistemi testuali (e molti, sia dal punto di vista sincronico che diacronico), e che questi vengono decodificati tramite “pratiche testuali”, insiemi di regole interiorizzati in maniera a volte non consapevole.

Si introduce inoltre la nozione di testo come insieme di sostanze espressive e relativi codici (verbali, musicali, visive, ecc.), nonché tutte le implicazioni relative e presupposizioni, argomentazioni e intenzioni di emittente e destinatario che costituiscono la cosiddetta “competenza testuale”.

Questa competenza comprende i diversi fattori che sono riconosciuti da una comunità culturale come tipici della serie paradigmatica in cui il testo si inserisce. Si tratta di riconoscere una struttura profonda, frutto di regole di produzione dei testi appartenenti ad un dato genere.

La competenza di genere è fondamentale per la decodifica di determinati testi, per attribuire determinati comportamenti ad un universo di senso piuttosto che ad un altro.

Il genere fa assumere ai testi alcune caratteristiche costanti, in termini di identità (educazione, informazione, intrattenimento, ecc.), di formato (ritmo, struttura, linguaggio) e di stabilità nel tempo.


5.5 Il modello semiotico-enunciazionale


Questo modello è basato sulla consapevolezza che la comunicazione non attiva una circolazione di messaggi cognitivi, ma piuttosto una circolazione di valori, che modificano l'esistenza dei soggetti in gioco.

Inoltre si prende in considerazione un particolare aspetto della comunicazione attuata dai media, in cui non si ha un rapporto diretto tra emittente e destinatario. La comunicazione avviene solo attraverso il testo, nel quale devono essere inseriti l'immagine o il simulacro dell'emittente e del destinatario, nonché della loro relazione interattiva.

Naturalmente non sarà solo l'emittente a introdurre i simulacri nel testo, ma anche il destinatario che proietterà nel testo i simulacri di sé stesso e di chi gli parla. E in questo senso troverà o meno nel testo delle immagini corrispondenti alle sue aspettative.

Si ha quindi uno schema di questo tipo:


enunciazione.jpg


Dallo schema è evidente che i simulacri di enunciatore e enunciatario sono ben distinti dai soggetti empirici. La presenza dei simulacri è fondamentale perché si attivino quegli effetti di realtà che sono indispensabili per i meccanismi di credenza e persuasione. La loro presenza conferisce interattività al processo comunicativo, in cui si possono svolgere operazioni di scambio di valori pragmatici, cognitivi, modali, ecc. che in qualche modo investono anche l'identità dei soggetti stessi, suscettibile di subire continue trasformazioni a seconda della situazione comunicativa.


5.6 Il modello semiotico-strutturale


Questo modello ha la sua origine nella semiotica strutturale di Greimas, perciò si concentra sulla ricostruzione dei percorsi attraverso i quali avvengono la produzione e interpretazione degli enunciati. Si cerca quindi di evidenziare:

  • l'organizzazione dei segni su livelli di profondità

  • i sistemi soggiacenti di relazioni che permettono ai segni di significare

  • il piano della significazione in opposizione a quello della comunicazione

Tutto ciò strettamente all'interno dell'ambito del linguaggio: referenti, oggetti, realtà, soggetti empirici sono totalmente banditi dall'analisi, che si concentra sui simulacri contenuti nel testo.

Il significato si sviluppa su due livelli, uno profondo e uno superficiale.

Il livello profondo è quella dove la produzione si struttura in un quadro paradigmatico che mette a confronto dei valori: tale struttura è il quadrato semiotico.


quadrato.jpg









Il livello superficiale è invece quello dove le relazioni e le operazioni di affermazione-negazione del quadrato semiotico si traducono in azioni e volizioni di soggetti. A questo livello i valori virtuali iscritti nel quadrato diventano valori per un soggetto che li investe in oggetti di valore con cui si trova in congiunzione o disgiunzione. Questi soggetti naturalmente sono virtuali (attanti), cioè puri ruoli narrativi.

E si deve anche tener conto che nella narratività non c'è solo opposizione di valori, ma anche una struttura competitiva che oppone i soggetti per il possesso dell'oggetto di valore. Ognuno di questi soggetti è mosso da un diverso e spesso contrastante programma narrativo, che comporta comunque il desiderio dell'oggetto e ne determina la circolazione. Si tratta di passaggi di stato da congiunzione a disgiunzione, e di operazioni di appropriazione o spoliazione che determinano la dinamica della narrazione.

Vi sono due principali tipi di predicati, che specificano la relazione che si stabilisce tra gli attanti-soggetto e l'oggetto di valore: predicati di stato (idea di essere, avere, ecc.) e predicati del fare (idea di azione). Ci possono essere quindi relazioni di giunzione (congiunzione/disgiunzione) o relazioni di trasformazione (di tipo congiuntivo o disgiuntivo a seconda dei passaggi di stato dalla congiunzione alla disgiunzione o viceversa).

Lo schema del percorso narrativo del soggetto prevede quattro fasi successive che, secondo Greimas, costituiscono lo schema narrativo canonico:

  • manipolazione (contratto): proposta da parte del destinante e accettazione da parte del soggetto di un programma narrativo che comporta azioni da compiere e oggetti da acquisire

  • competenza o prova qualificante: acquisizione da parte del soggetto della competenza atta a realizzare il programma

  • performanza o prova decisiva: realizzazione del programma, che comprende lo scontro con un anti-soggetto

  • sanzione o prova qualificante: nuovo confronto con il destinante (diventato destinatario) per la verifica dell'adempimento del contratto e emissione di un giudizio, positivo o negativo, nei confronti del soggetto.

I programmi narrativi possono essere semplici o complessi, se si servono anche di sottoprogrammi d'azione che vanno ad affiancare quelli di base.

Questo schema rappresenta uno strumento generale, con il quale si può analizzare e smontare qualsiasi testo.

Dal percorso delineato si può trarre la conclusione che nelle strutture narrative il rapporto di intersoggettività attivato può essere principalmente di natura contrattuale o conflittuale, ma mai di una sola di queste.

Recentemente il modello ha subito una trasformazione, basata sull'approfondimento delle procedure di modalizzazione attuata introducendo quattro predicati universali (presenti in tutte le lingue):volere, potere, dovere, sapere. Combinando gli enunciati del fare e dell'essere, la competenza e la performanza del soggetto vengono definite in maniera più precisa, determinando relazioni modali operanti sul piano pragmatico e cognitivo:

  • una performanza pragmatica: fare che fa essere

  • una competenza pragmatica: essere che fa fare

  • una performanza cognitiva: fare che fa fare (manipolazione)

  • una competenza cognitiva: essere che è essere (sanzione)

Lo schema narrativo canonico quindi non si articola più su quattro fasi successive, ma sulle due dimensioni parallele pragmatica e cognitiva.

Sulla dimensione pragmatica si compie l'unione di una competenza e di una performanza in un medesimo attore. Sulla dimensione cognitiva invece si situano i due momenti del contratto, l'inizio (un destinante compie una manipolazione sul soggetto per indurlo a fare un'azione) e la fine (il desinante giudica la conformità dell'atto compiuto dal soggetto).

Le strutture semio-narrative equivalgono ad un patrimonio virtuale da cui il soggetto dell'enunciatore può disporre per realizzare il passaggio al livello del discorso. Si tratta di un processo generativo che produce strutture narrative, secondo tre procedure:

  • spazializzazione e temporizzazione: si tratta della creazione di un'organizzazione spaziale e un effetto temporale dove collocare le vicende narrate, creando così una “storia”.

  • attorizzazione: si tratta di attribuire i ruoli attanziali del livello semio-narrativo a degli attori, cioè individui dotati di un'identità continua e costante. Questi si caricano anche dei temi, cioè degli stereotipi narrativi propri di una certa cultura.



 
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