| Riassunto di "TV metafora del postmoderno" - semiotica |
| Scritto da Mario Fabiani | |
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Riassunto del testo di A.Pieretti - "TV metafora del postmoderno"
A. Pieretti – TV metafora del postmoderno
Capitolo primo – Nel segno del tempo
I. Il flusso come modello di programmazione
Nell'ultimo decennio la televisione si è trasformata, alcune caratteristiche possono far parlare di un inizio di neo-televisione. In particolare, la ricerca del contatto con il pubblico è diventata predominante rispetto alla funzione referenziale del discorso sul mondo. La transizione non si può ancora dire definitiva, in quanto ancora deve arrivare la digitalizzazione con l'interattività, e le differenze tra i generi sono ancora sensibili. C'è però la tendenza a passare dall'”effetto programma” all'”effetto flusso”: è cambiato il modo di concepire i palinsesti, e il modello concettuale di riferimento (spazio, tempo, comunicazione) è diventato più leggero ed evanescente. Inoltre la TV sta influenzando il modo di guardare la realtà del suo pubblico. Per capire queste trasformazioni, occorre prendere in considerazione la peculiarità della TV come medium. E ciò che la contraddistingue è il fenomeno del flusso. Questo è dovuto sia a caratteristiche tecnologiche che alla moltiplicazione delle reti e dei canali, che ha fatto sì che la TV sia in grado di disporre di una potenzialità quasi illimitata di trasmissione. La prima conseguenza di ciò è che il palinsesto è diventato ricorsivo: non c'è più soluzione di continuità tra un giorno e l'altro, i programmi si susseguono ininterrottamente. Il dissolversi dei termini giornalieri indebolisce l'unità testuale. La stessa cosa avviene per i programmi, che sono sempre meno unità indipendenti e tendono sempre più, tramite rimandi, richiami, a legarsi tra loro e ad assomigliarsi per forma e contenuto. Diventano “sequenze”. La distinzione dei programmi secondo generi ben definiti non è più il paradigma principale della ricezione. L'esperienza caratteristica diventa quella della sequenza o flusso. Il flusso televisivo è indipendente tanto dall'informazione che trasmette che dai processi comunicativi che determina. Opera come un modo specifico di segmentare e selezionare le unità testuali (o programmi) in modo da disporle secondo un criterio che ne faciliti lo scorrimento. In questo suo carattere seriale e processuale, è espressione diretta della specificità tecnologica del medium. Dayan e Katz hanno fatto notare che il flusso televisivo in alcuni casi si interrompe: accade quando la TV trasmette gli avvenimenti di grande importanza, come competizioni sportive mondiali, cerimonie solenni, ecc. Questi eventi vengono trasmessi in diretta interrompendo “il normale flusso della vita”, introducono nella programmazione un aspetto cerimoniale che richiede un trattamento reverenziale ed implica la risposta di un pubblico devoto. Essi favoriscono un'esperienza comunitaria ed egualitaria, anche di integrazione sul piano culturale. E producono un effetto ben preciso sulla memoria storica dell'intera umanità coinvolta. Nell'attendere a questo ruolo determinano ciò che deve essere conservato negli “archivi elettronici”, al di là dell'opinione degli storici. Tali eventi non contraddicono la tesi del flusso come aspetto peculiare del medium TV. Si tratta solamente di momenti in cui vengono alla ribalta programmi concepiti come “opere chiuse”, che richiedono anche un'analisi di tipo pragmatico (in quanto richiedono la partecipazione del pubblico), e in cui l'aspetto tecnologico svolge un ruolo più limitato. Inoltre è da considerare che anche in questi eventi mediali il mezzo ha un ruolo importante, soprattutto nel selezionare ciò che dell'evento sarà evidenziato e ciò che sarà scartato. Il dispositivo mediatico invade l'evento, ne condiziona lo svolgimento e gli atteggiamenti degli attori. La TV diventa il soggetto principale nella costruzione delle cerimonie pubbliche, trasformandone la natura. Come si articola la specificità del flusso? Sotto l'aspetto tecnologico, riflette la natura tecnologica del medium: funge da criterio di selezione e di organizzazione di unità testuali (programmi), distinti e internamente omogenei, che si susseguono intervallati dalle interruzioni pubblicitarie o dallo zapping. Sotto l'aspetto culturale, il flusso è un riflesso della moltiplicazione dei generi e dei sottogeneri prodottasi nei palinsesti televisivi in seguito all'aumento illimitato delle ore di trasmissione, e a causa delle nuove concatenazioni sintagmatiche dovute al passaggio dalla discontinuità alla continuità. Esso rispecchia la successione di programmi diversi tra loro ma articolati secondo un criterio di crescente omogeneità ed equilibrio, e si dispiega come sequenza. Il flusso equivale alla realizzazione di un palinsesto , ma si realizza con modalità diverse a seconda dell'identità delle unità testuali:
Nella realtà non c'è contraddizione tra i due tipi di programmazione, e anzi essi si intrecciano molto più frequentemente di quanto non si possa supporre, rendendo fluida e articolata la struttura del palinsesto. Negli anni settanta era nettamente predominante il modello tipico delle “opere chiuse”, e il flusso operava nel senso di assicurare la specificità dei singoli programmi. Oggi invece la funzione del flusso, pur restando determinante, è diventata più “leggera”. Questo in quanto si è intensificato il rapporto con i modelli di programmazione: se i palinsesti sembrano richiamarsi sempre alla vecchia logica della TV generalista, i modelli sono però molteplici e diversificati.
Appare quindi evidente che il flusso televisivo accentua la tendenza, diffusa su tutti i piani culturali, a indebolire il carattere discreto del paradigma testuale, a favore della continuità e costanza dello scorrimento. A causa di ciò inevitabilmente si dissolvono i confini tra i generi (informazione, approfondimento, spettacolo, ecc.), che sono sempre più difficilmente distinguibili. Il flusso ha infatti la caratteristica di un megagenere “contenitore” rispetto al quale i generi particolari diventano microgeneri o sottogeneri. Inoltre, a causa della proliferazione continua delle reti e dell'intervento interattivo degli spettatori, il flusso sta assumendo sempre più la fisionomia di un grande racconto, che si sta allargando con la sua pretesa di “raccontare tutte le storie possibili”.
2. La produzione del senso
Ma il flusso televisivo non può essere considerato solo nella sua natura sintattica (cioè in relazione al mezzo che lo emette e alla modalità in cui si articola), ma anche considerando la sua natura semantica, considerando cioè i significati che attiva. Innanzitutto il flusso è connesso alla struttura tecnologica, e risponde ad un sistema determinato di regole. Inoltre è legato all’investimento di valore che è alla base dell’interazione fra soggetti, e al mondo stesso degli oggetti coinvolti nelle diverse unità narrative.. Un'altra nozione di senso del flusso è quella che si ricollega alla sua identità in quanto modello di programmazione. Questa non dipende dalla natura o dal numero degli elementi (unità testuali o sequenze) quanto piuttosto dal tipo di rapporto che li unisce: dall’articolazione del flusso e dalle sue modulazioni temporali. La relazione tra gli elementi enunciativi del flusso attiva un processo comunicativo, e perciò entra in gioco, al di là della funzione denotativa, anche una forte azione performativa. Il ritmo, che può essere più o meno accelerato, conferisce connotazione diversa ai racconti, eventi e notizie che scandisce. E siamo in presenza di percorsi narrativi che non implicano più un emittente che informa un ricevente, ma un soggetto impegnato in un’azione contrattuale o polemica nei confronti di un altro soggetto, e perciò rivolto a manipolare, nel senso di far credere e far fare. Inoltre, le unità testuali o sequenze che compongono il flusso prevedono un’organizzazione interna e meccanismi di cooperazione che rispondono ad un “intentio operis”, e orientano e guidano l’interpretazione. Lo spettatore può quindi mettere a nudo questa strategia, e far scaturire ulteriori percorsi di senso. La produzione di significazione passa anche attraverso i diversi meccanismi di “consumo” del flusso:
Il flusso televisivo in sé non tende a richiedere un’attenzione intensa e costante, sono piuttosto i ritmi al suo interno che suscitano aspettative e favoriscono l’insorgere del senso e del significato.
3. La ricezione
Il mezzo televisivo non si limita soltanto a “rappresentare” un processo comunicativo, ma lo attiva realmente, incidendo anche sul piano sociale. Lo spettatore è chiamato a sottoscrivere un contratto enunciazionale, ed è parte integrante della struttura e della sua funzione performativa. La programmazione televisiva è concepita in funzione dell’effetto sul destinatario. E quindi a volte cerca di costruirlo, facendo inferenze e congetture sulle sue possibili caratteristiche. Questo anche in relazione al fatto che la TV non si limita a trasmettere messaggi, ma piuttosto a far credere e a far fare (far assumere comportamenti sociali). Emblematici sono gli spot pubblicitari. Non tutti gli studiosi sono d’accordo sulla possibilità di classificare le modalità di ricezione dei messaggi televisivi. Alcuni la escludono completamente, altri hanno proposto alcune tassonomie. Ad es. Hall ipotizza tre modalità: preferita, negoziata e di opposizione. In ogni caso tutti sono d’accordo sul fatto che la ricezione non è un operazione passiva, ma comporta sempre una rielaborazione dei modelli proposti nel senso di un nuovo percorso di senso e significazione. Se quindi lo spettatore esercita un ruolo attivo nei confronti della programmazione, lo stile e la durata del “consumo” influiscono sulla articolazione stessa del flusso. Basta vedere l’importanza che negli ultimi anni ha assunto la rilevazione dell’audience. Nell’epoca della TV generalista, si riteneva che lo spettatore avesse un interesse generalizzato nei confronti della televisione, e si cercava di soddisfare l’esigenza di informazione, educazione e spettacolo assemblando unità testuali ben definite e distinte tra loro. Con la moltiplicazione delle reti e la concorrenza, il problema è diventato quello di attrarre lo spettatore e tenerlo incollato ad uno stesso canale il più a lungo possibile. Si cerca quindi di assemblare le unità testuali secondo le fasce orarie d’ascolto, con la logica dell’appuntamento. E si cerca di ridurre le discontinuità tra le unità testuali con il ricorso agli annunci, rinvii, richiami, ecc., in modo da non “lasciarsi scappare” l’ascoltatore. L’uso del telecomando però rappresenta sempre uno strumento di scardinamento delle strategie di fidelizzazione, dando al telespettatore la possibilità di sentirsi molto più parte attiva del processo semiotico televisivo e permettendogli di sfuggire dalla gerarchia interna delle diversi reti. Preso atto di questo comportamento, la Tv futura probabilmente andrà nella direzione di costruire reti tematiche di flusso, con lo spettatore che sarà in grado di costruirsi, nelle ore e luoghi preferiti, il proprio percorso virtuale.
4. La semiosi in atto
Il flusso televisivo è dunque un processo semiotico, che ha tre distinti aspetti: sintattico, semantico e pragmatico. Questi aspetti sono strettamente congiunti e interdipendenti, e producono un processo unitario ed organico. Nel continuum del flusso viene introdotta una scansione temporale discreta, costruita in vista della ricezione da parte dello spettatore. Il tempo costituisce la materia di cui il flusso stesso si sostanzia, e ne determina la sintassi, la semantica e anche la pragmatica. E’ proprio attraverso il tempo, quindi, che il flusso televisivo si configura come processo semiotico. In analogia con quanto si fa nei confronti di un testo letterario, ma tenendo conto del ruolo fondamentale dello spettatore, si possono individuare nel flusso televisivo un tempo dell’enunciato, un tempo dell’enunciazione e un tempo della ricezione. Per tempo dell’enunciato si intendono tutte le modalità temporali connesse ai programmi previsti dal palinsesto di una rete. Sono i vari tipi di tempo messi in scena dalle unità testuali o dalla sequenze e dai relativi dispositivi sintattici o semantici attraverso i quali esse li esplicitano. Gli enunciati in cui si articolano i programmi sono di varia natura, e quindi tali sono anche i tipi di temporalità ad essi connessi:
Il tempo dell’enunciazione non è una temporalità “narrata”, rappresentata, ma costruita concretamente sulla stessa enunciazione nel suo dipanarsi di processo semiotico. Non è il tempo “di” cui si parla, ma quello “in” cui si parla. A livello sintattico si utilizzano accorgimenti tecnici che fluidificano lo scorrimento delle unità testuali. A livello semantico si utilizza l’accelerazione o il rallentamento del flusso per attribuire connotazioni di diverso tipo alle sequenze di immagini e suoni. La principale di queste strategie è il ritmo, che stabilisce l’ordine di successione, la durata, la collocazione e la ricorrenza degli elementi costitutivi delle unità testuali o delle sequenze di un programma. Numerosi sono i tipi di ritmi, che si possono in generale classificare in:
Nel caso degli eventi agonistici, l’intensità del ritmo può variare in quanto la struttura narrativa è fluida e soggetta continui mutamenti. La struttura ritmica e qualificazione temporale del flusso televisivo non è un processo lineare e costante, ma può assumere modulazioni sensibili. La maggior parte degli enunciati tuttavia tende ad una semplificazione ritmica piuttosto accentuata allo scopo di agevolare la ricezione.. In genere si ricorre alla ripetizione costante di situazioni con caratteristiche ritmiche peculiari. A livello pragmatico, la temporalità è ottenuta con atti linguistici performativi (accelerazione o rallentamento dell’immagine, cambiamento di tono del commento musicale) che devono suscitare reazioni emotive o di comportamento. Il tempo della ricezione è connessa al consumo televisivo. E gli spettatori possono essere chiamati in causa o come simulacri prefigurati all’interno del flusso stesso, o come entità reali individuali o collettive. In entrambi i casi è ancora una volta il ritmo la componente fondamentale, ma bisogna tener conto anche delle aspettative dello spettatore. Queste aspettative possono essere ricondotte a due motivi: interni all’enunciato stesso e al suo svilupparsi nel tempo; oppure precedenti alla fruizione, dovuti a interessi, preferenze e motivazioni personali, ideologiche, ecc. (il primo caso è quello della fiction, il secondo quello dei notiziari). Per ciò che riguarda la ricezione connessa al processo semiotico, si parla di ritmo incalzante quando il coinvolgimento emotivo è provocato dalla combinazione di segmenti brevi ma ripetuti; di ritmo lento nel caso si sottolinei la solennità di un evento oppure l’incapacità di tener desta l’attenzione; di caduta di ritmo nel caso in cui l’eccessiva prolissità determini una totale perdita di attenzione. E’ dunque l’intensità del ritmo che influisce sulla ricezione, a causa delle aspettative la cui soluzione si avvicina o si allontana a seconda dell’intreccio. Gli enunciati che non hanno una struttura narrativa hanno natura più varia ed articolata, e ancora più rilevanza ha la modulazione temporale, ai fini di mantenere l’attenzione dello spettatore. I programmi-contenitore di informazione e intrattenimento sono strutture che di volta in volta contengono elementi diversi. Non è perciò la natura degli elementi a determinare gli effetti sullo spettatore, ma il modo in cui essi vengono rappresentati. Si tratta quindi di sottolineare il carattere evenemenziale di questi elementi, che favoriscono la partecipazione diretta ed immediata, come con i fatti della vita stessa. Nei talk show, infine, più di quello che viene detto, importa che qualcuno lo dica. L’effetto infatti che ne scaturisce è tale da soddisfare determinati tipi di aspettative che inducono lo spettatore ad immedesimarsi. Per quanto riguarda le aspettative connesse ad aspetti extra-semiotici, il tempo della ricezione comprende anche il tempo della “lettura” o interpretazione da parte dello spettatore dei singoli programmi televisivi. E tale tempo deve essere rapportato a quello in generale speso per il consumo televisivo, e confrontato con il tempo occupato dalle istanze personali dell’individuo, e al suo tempo sociale. Tutte queste dimensioni temporali sono strettamente congiunte e interdipendenti, cosicché la loro individuazione può essere non agevole. Esse acquistano rilevanza esclusivamente attraverso le modulazioni che fanno assumere al flusso, mediante l’inserimento nel suo scorrere di elementi che determinano mutamenti e trasformazioni indispensabili ai fini del processo semiotico.
Capitolo secondo – l”alleggerimento” del reale
1. L’effetto di globalizzazione
La televisione ha una potenzialità di mediazione quasi illimitata. Nel suo flusso si ciclano e riciclano qualsiasi tipo di opera “chiusa” o evento processuale. Ed è capace di contenere qualsiasi altro medium, cosicché qualsiasi forma di comunicazione è tenuta ad assumere anche una forma televisiva, per raggiungere un’audience nazionale e sopranazionale. La diffusione della TV ha portato allo sconvolgimento dei confini geografici, economici e politici imposti dalla storia. Il villaggio globale non è più fantasia ma realtà: il discorso televisivo è uguale in tutto il mondo. Ma l’innovazione non è soltanto sul piano dell’estensione. Sotto la spinta dello “sguardo televisivo” si è cominciato a nutrire interesse anche verso ciò che non rientra nell’orizzonte del visibile, tramite le simulazioni e l’ingrandimento, la multimedialità. E le possibilità si espandono con la sempre maggiore integrazione con le tecnologie digitali. Grazie alla TV ci siamo liberati dal condizionamento di una coincidenza storica e univoca tra luogo e tempo. Il nostro io si è espanso al di fuori del nostro corpo, la nostra mente si è aperta a prospettive globali. E tutto ciò rientra nella stessa natura della TV come mezzo. Si sta avverando l’antico sogno dell’uomo di dominare l’intera realtà, almeno a livello di comunicazione. Sotto l’aspetto economico, nuovi mercati si sono aperti. Sotto quello linguistico, si sta creando un linguaggio comune che favorisce anche un contesto sociale di livello planetario. Sul piano politico, la comunicazione ha provocato riflessi positivi nel favorire la caduta dei regimi autoritari e il dialogo fra le nazioni. Insomma, la televisione fa sì che il grado di interazione e interdipendenza fra uomini di origine e culture diverse sia ormai totale. La globalizzazione così prodotta potrebbe però avere anche conseguenze negative. Ad es. in termini di annullamento delle differenze culturali tra i popoli, che poi sono il presupposto stesso della comunicazione intesa come confronto. Si verificherebbe in sostanza una colonizzazione culturale da parte del mezzo televisivo. Questo potrebbe portare a nuove forme di separazione.
La globalizzazione si basa quindi su una possibile omogeneizzazione della realtà. Il mezzo televisivo è funzionale a ciò, in quanto riduce la varietà e molteplicità del reale ad un insieme ordinato di immagini che si susseguono rapidamente. Sotto il profilo della comunicazione, tutti gli aspetti della realtà ridotti ad immagine hanno le stesse caratteristiche e possono essere messi a disposizione di tutti. La stessa immagine, perso qualsiasi riferimento ad una realtà esterna conosciuta, ha perso la sua identità finendo per assorbire la realtà stessa. L’origine elettronica di queste immagini ne mina alla base la capacità di informare sul reale. Esse piuttosto mirano alla sostituzione del reale, e alla rappresentazione anche della sfera dell’immaginario, di ciò che finora non era rappresentabile. Anche nella sua funzione informativa la TV ha smaterializzato la realtà, riducendola ad una successione di immagini prive di un riferimento esterno al piano dell’enunciazione. La notizia non è lo specchio fedele della realtà, anche se può sembrarlo. Essa è prima di tutto selezionata, ma poi confezionata, organizzata e proposta nel modo più adeguato per suscitare interesse. E tutto ciò viene realizzato sfruttano la capacità comunicativa e la costruzione di una messa in scena che inevitabilmente poco ha a che fare con la ricostruzione dei fatti reali. La realtà a cui si riferisce è un puro e semplice effetto di strategie comunicative volte a far fare o a far credere (indottrinamento e persuasione). Il problema della veridicità, al di là dell’indeterminatezza della fonte, perde così di importanza, perché si riduce ad una pura questione di senso all’interno del processo semiotico. Anche la stessa funzione dei testimoni dei vari fatti riportati è ricostruita all’interno del percorso narrativo che la televisione costruisce, tramite vari accorgimenti di tipo selettivo che agiscono sulle dichiarazioni e sulle inquadrature. Si dice comunemente che la TV può offrire la realtà in tempo reale, il “mondo in diretta”. E ad annullare la discontinuità tra gli eventi e la loro riproduzione è diretta anche l’adozione delle tecnologie digitali. E questo può essere importante per l’uomo di oggi e di domani, coinvolto da relazioni che non sono più limitate da barriere geografiche e ideologiche, in cui determinante diventa essere informato in tempo reale sulle situazioni che si determinano in altre parti del mondo. Si tratta però di capire se ciò che la TV propone sia il mondo reale o solo una sbiadita copia di esso, e se tutto questo profluvio di informazioni sia gestibile dalla nostra coscienza. La dimensione globale della televisione sembra poi essere messa in dubbio da alcuni programmi che invece sembrano cercare di rinsaldare e legittimare i confini del mondo “vicino” della quotidianità. E gli scarsi indizi che ci vengono dati sulle realtà lontane dalla nostra, che inducono a generalizzazioni , fanno dubitare dell’attendibilità della TV come fonte di informazione. Il fatto che ci siano forti dubbi sull’oggettività, imparzialità e attendibilità delle informazioni televisive è preoccupante, in quanto da esse sempre più dipendono i rapporti economici, politici e sociali. L’informazione in tempo reale è fondamentalmente un’illusione, in quanto ci sono molti fattori che limitano ciò che si può trasmettere. Alcune informazioni per passare attraverso il mezzo ne subiscono l’azione deformante, altre non passano per niente. Per esempio si tendono a selezionare le immagini ben definite, il cui contenuto sia chiaro, poco complesso, ovvio… Le emozioni e i sentimenti, per passare in televisione, devono essere grossolane, plateali, rappresentabili con chiare espressioni facciali o movimenti del corpo. La profondità viene eliminata, gli spazi ridotti, ecc. E naturalmente l’informazione è costruita: prodotta, vagliata, performativamente interpretata al servizio di forze e interessi prevalenti. L’attualità è il riflesso delle scelte personali di chi la considera tale, per quanto questi possa essere onesto e professionalmente competente. La diretta e il tempo reale dunque non assicurano né intuizione né trasparenza.
In quanto riduce tutto ad immagini, la televisione svincola lo spazio che offre allo spettatore da qualsiasi rapporto con lo spazio esterno, quello ancorato a parametri fattuali di riferimento. Si spiega così l’effetto di indeterminazione spaziale che caratterizza le notizie e le storie che la televisione propone: possono appartenere a qualsiasi luogo, mentre di fatto non appartengono a nessuno. Tutti gli individui, sotto il profilo dell’informazione, sono oggi spinti verso uno stesso luogo, senza identità. E’ una visione da nessun luogo. E per quanto riguarda il tempo, tutti i messaggi si trasformano in un flusso ininterrotto dalla durata infinita, nel quale si ricicla qualsiasi evento sia del passato che del presente, secondo criteri di omogeneità delle sequenze. Se si escludono gli “eventi mediali” di Dayan e Katz, tutto è ricondotto ad un’unica dimensione temporale, scandita dal ritmo e contrassegnata da un forte senso di prossimità e attualità. Nella televisione lo spazio si dilata fino ad investire tutta la realtà, anche quella immaginaria, e il tempo diventa infinito per identificarsi con il flusso delle immagini e dei suoni. Contemporaneamente però sia l’uno che l’altro si restringono fino ad identificarsi con il “qui e ora” che sono percepiti dallo spettatore. Questo tempo e questo spazio sono evanescente, puramente virtuali, e perciò molto lontani da quelli che scandiscono la nostra esistenza. E’ l’estensione, come diceva McLuhan, del nostro sistema nervoso e dei nostri processi di conoscenza a tutta la società umana.
L’avvento della televisione moderna ha anche prodotto un mutamento nel modo di concepire la comunicazione. Non si tratta più di una semplice circolazione di messaggi con conseguente incremento dell’informazione, ma di un processo nella quale sono coinvolti soggetti con i loro punti di vista e valori. Data la struttura polemica o contrattuale che la contraddistingue, in essa opera una strategia di manipolazione. Ogni soggetto cerca di rendere credibili i propri “oggetti di valore” e attua tutte le strategie conseguenti. Nella comunicazione mass-mediale, emittente e ricevente non hanno un’identità propria, ma intervengono come immagini testuali. Nei programmi di intrattenimento, ad es., il pubblico è simulacro dell’enunciatario, il conduttore dell’enunciatore. Anche l’interazione è un simulacro, ovvero un pallido sostitutivo di una situazione comunicativa autentica, faccia a faccia.. Tutti i programmi sono concepiti in funzione del destinatario, e si configurano per adattarsi ad uno spettatore ipotetico, un simulacro. Lo spettatore, dal canto suo, proietta all'interno dei programmi la propria immagine e quella dell'interlocutore, e le ricerca nella lettura delle unità testuali/sequenze. All'interno di questo gioco di simulacri il contatto con la realtà si allenta fino al punto che il mezzo è a volte l'unico interlocutore: finestra sulla realtà e realtà allo stesso tempo. L'immagine elettronica tende a dissolversi come un'illusione, un fantasma. Il mezzo televisivo parla più al corpo che alla mente dello spettatore, ma è un vissuto “per procura”, non c'è scambio e comunicazione. Questo fenomeno è destinato ad acuirsi con l'integrazione delle tecnologie digitali, che mentalizzano ogni cosa e fanno scomparire la fisicità. Non si assiste quindi alla nascita di un nuovo modello di comunicazione, ma alla scomparsa della comunicazione ed alla sua sostituzione con un modello superficiale e fondamentalmente asociale. Con l'eliminazione dello scambio faccia a faccia si fa strada il rischio della manipolazione, poiché prevale il punto di vista del più forte, che non può che essere quello veicolato dalla TV. Considerato quindi che la comunicazione che scaturisce dal processo semiotico televisivo perde la sua natura di scambio di valori e di rapporto interpersonale e sociale, si può ritenere che la TV in realtà non ricerca la comunicazione, ma il semplice mantenimento di un contatto. Per la sua potenzialità trasmissiva, la televisione su un piano antecedente rispetto a quello semantico (che comunque non esclude), che è quello sintattico. Il rapporto con la realtà si allontana, rimane quello con lo spettatore. L'obiettivo è proprio quello di stabilire e mantenere un contatto il più a lungo possibile. La televisione riesce comunque anche a costruire rapporti sociali. Nei programmi di intrattenimento si tende sempre di più a rappresentare temi e problemi della quotidianità, cosa che avvicina lo spettatore. L'interattività, pur limitata, di alcuni programmi dà la sensazione di “passare dall'altra parte dello schermo”, di essere partecipi attivamente delle storie raccontate. Si cerca di dare la parola allo spettatore e valorizzarne le qualità di “uomo comune”, si cerca la cooperazione, la solidarietà. Tutto però al fine ultimo di rafforzare il ruolo di interlocutore unico e guida della TV. Le regole infatti sono quelle del mezzo, e anche chi viene coinvolto in una trasmissione risulta credibile solo se le osserva, e adotta le giuste procedure di comportamento. Nel momento in cui sembra dar credito al destinatario, in realtà la TV celebra sé stessa e i propri rituali conformistici. Anche la lingua che si usa in televisione risponde alla funzione di attivare e mantenere il contatto. Perciò si tratta di un linguaggio molto vicino a quello della gente comune, pieno di slogan, frasi fatte, neologismi. Non si tratta tuttavia di un linguaggio piatto o monotono, ma di uno stile brillante e anche paradossalmente ironico, la cui funzione è quella di tenere desta l'attenzione e farsi riconoscere per un uso linguistico leggermente deviante. Per gli stessi motivi, sul piano contenutistico, i programmi si stanno appiattendo su temi “facili”, o ritenuti universalmente appetibili, come il sesso, l'emozione, la violenza, l'occulto, ecc. Questo permette la cooperazione di una vasta platea di spettatori, che condivide un livello di sapere assai modesto. Infine, sempre allo scopo di attivare e mantenere il contatto, si lascia sempre più spazio a richieste d'aiuto, appelli, promesse, minacce, ecc., che non fanno che confermare che la TV è il mezzo performativo per eccellenza.
Capitolo terzo – Un nuovo paradigma culturale
La TV ha sostituito il principio di realtà con il principio di simulazione. Con questo ribaltamento di prospettiva, il mondo reale ha perso consistenza fisica, sostituito dalla sua copia. E anche la fantasia e l'immaginazione sono state soppiantate dal potere televisivo. Il mezzo televisivo è entrato nella vita dello spettatore, ma non l'ha resa più illuminata e consapevole. Solamente più complessa e caotica. Nel tentativo di rendere gli avvenimenti in tempo reale, la Tv li ha ridotti ad una sequenza ininterrotta di immagini dai riferimenti empirici molto limitati: fa scomparire il mondo e lo sostituisce con quello fittizio prodotto dal proprio processo semiotico. Essa quindi fa credere soltanto a ciò che fa vedere. Da specchio della realtà a produttrice della realtà. Il mondo clonato prodotto dalla televisione è molto simile a quello reale, ma meglio organizzato e più funzionale. E' paradossalmente più credibile e più vero rispetto al primo. Questo vale non solo per l'intrattenimento e la pubblicità, ma anche per i notiziari. Anche quando si fa una diretta, non si rappresenta un evento, ma lo si crea, lo si fa esistere, conferendogli un'identità di tipo semiotico. La realtà, ben lungi dall'essere restituita nella sua integrità, è sostituita da un sistema di segni. Non si può ancora parlare di “fine della realtà”, ma in alcuni casi (intrattenimento e pubblicità), se ne vedono già i segni. E questo processo porterà in prospettiva a trasformazioni etico-sociali profonde. Il rischio è quello che si preferisca l'illusione virtuale alla realtà, con conseguente perdita di responsabilità. Il mondo virtuale, con la sua liberazione da ogni vincolo e la possibilità di decidere del nostro destino, può portarci a guardare meglio in noi stessi, o a identificarci in un semplice simulacro.
Il processo semiotico televisivo non vanifica solo la realtà, ma anche il soggetto, che viene identificato con l'attività percettivo-sensoriale che esercita nei confronti del flusso, perdendo ogni caratteristica etico-sociale. La televisione già è in grado di influire sulle modalità della nostra percezione visiva, che è sempre più a “occhiate veloci” e non più sequenziali. Non solo, la TV interagisce con tutto il nostro corpo, ci sollecita sensorialmente, quando ancora la mente non è in grado di mediare. Tutto ciò modella il nostro sistema nervoso a immagine del medium. La velocità del flusso delle immagini comporta l'eliminazione dell'”effetto di distanziamento”, ovvero l'intervallo che nei processi percettivi sta tra lo stimolo e la reazione. Si provoca così un'eccitazione fisiologica, e una rinuncia della mente alla decodifica che consente l'elaborazione dell'informazione. Ci abbandoniamo alle immagini, ci lasciamo modellare dall'esperienza invece di governarla. Questo è l'effetto ipnotico e subliminale dello schermo televisivo. Di fronte ad esso, siamo vulnerabili ed esposti alla seduzione multisensoriale. E non dipende dalla nostra disposizione psicologica, ma dalla natura stessa del medium. C'è il rischio allora che al brainframe si sostituisca il videoframe: la struttura televisiva minaccia l'autonomia che abbiamo acquisito con la lettura e scrittura. Attraverso gli effetti provocati dal tubo catodico, la coscienza individuale sfugge all'individuo stesso per estendersi al mondo esterno. Si impone un punto di vista che non appartiene più al soggetto, ma è collettivo, pubblico. Mentre guardiamo la televisione, le immagini dello schermo si sostituiscono alle nostre, e così diventiamo partecipi di un immaginario comune. Tramite le tecnologie elettroniche, siamo quotidianamente sommersi da enormi quantità di informazioni che non siamo in grado di elaborare. Si fa strada così un atteggiamento di tipo “mordi e fuggi”, che si applica a qualsiasi questione. Tutto attira l'attenzione, ma nulla ci interessa veramente. La conseguenza prima è il trasferimento di responsabilità sul reale. La seconda è l'omologazione dei modi di pensare, delle scelte e dei comportamenti. Si tende a perdere la propria autonomia critica e ad accettare passivamente i messaggi standardizzati che arrivano dal mezzo televisivo. L'universo mediatico quindi sfida tutto ciò che al soggetto umano era finora richiesto: razionalità delle scelte, volontà, sapere, libertà. E l'obiettivo finale allora è proprio l'annientamento del soggetto stesso.
Il mezzo televisivo produce immagini e cancella i concetti. Nel suo modo di funzionare ribalta il rapporto tra vedere e capire, e riduce il sapere ad un sapere per immagini, che non è autentico sapere. Del resto sono le immagini e i suoni che si succedono sullo schermo, e non la realtà, l'oggetto effettivo dell'esperienza che essa attiva. Lo spettatore, mentre vede aprirsi di fronte a sé il mondo, di fatto ne percepisce solamente i simulacri, e con essi si identifica come se fossero un suo prolungamento. Questa partecipazione avviene al di fuori dello spazio e dal tempo, in un solo identico piano, nell'estasi della presenza, “qui e ora”. In quanto si crede partecipe del mondo, lo spettatore può essere indotto a guardare lontano, vivendo intensamente i grandi eventi proposti dalla TV, e a sentirsi estraneo o indifferente ai piccoli eventi di ogni giorno. Inoltre la televisione pone lo spettatore fuori dal flusso della storia, nella logica di un'attualità continua ed inesauribile. La memoria collettiva allora si indebolisce, diventa volatile. Le immagini televisive, quando arrivano in casa nostra, sono completamente separate dal loro contesto spaziale e temporale, e rispondono solo ad un'istanza di ritmo, un'esigenza semiotica funzionale al processo enunciazionale. L'apparato concettuale che ci viene da secoli di storia viene così ad essere inutilizzabile, la nozione di verità si stempera e si alleggerisce di qualsiasi implicazione che comporti un confronto con la realtà. E' sostituita dall'effetto di realtà creato dal processo semiotico performativo. Il mezzo televisivo dà luogo ad una sorta di identità collettiva che serve alla definizione e conferma della “realtà” degli eventi: se una cosa non è stata detta in TV, sembra non esistere. In teoria, con la televisione si sono ristabilite le condizioni per una conoscenza per contatto o partecipazione, simboleggiata nella mitologia da Proteo. Ma nel caso della TV manca l'oggetto del contatto: c'è una realtà virtuale, costruita. E i contenuti che ci propone non sono altro che la riproposizione di quanto di più abituale c'è nella nostra vita quotidiana.
La televisione moderna si è configurata in modo da non favorire l'analisi di temi ampiamente articolati, quanto la produzione di blocchi di informazione. Nel corso della transizione, ha posto le condizioni per la fine della realtà e l'eclissi del soggetto. Ma nello stesso tempo ha contributo alla nascita di una sorta di identità collettiva. La televisione tende a fondere situazioni sociali prima separate, comportamenti pubblici e privati, inserendo tutti in un unico processo semiotico. Essa non sviluppa nessun senso di appartenenza o legame tra gli spettatori, tuttavia produce una sorta di familiarità con determinati temi e persone. Un ruolo fondamentale lo giocano i talk-show e altri programmi a forte connotazione patemica. E la presenza di persone comuni come protagonisti attiva meccanismi di identificazione e di confronto. La TV inserisce gli spettatori in un ambito pubblico, ma famigliare. Scandisce la vita quotidiana, con i programmi che si ripetono alle stesse ore. Unisce persone di sesso, età, cultura, condizione economica diversa in un unico processo comunicativo pubblico e simultaneo. La Tv è inoltre il medium privilegiato per l'elaborazione del nostro rapporto con la realtà: ci parla delle cose che dobbiamo conoscere, ci mostra comportamenti da prendere a modello, ci narra storie affascinanti, ecc. In pratica ha creato una cultura di massa, rimuovendo la capacità di riflessione personale e l'autodeterminazione. Questi effetti non sono da imputare ad una scelta, ma sono direttamente determinati dalle caratteristiche del mezzo. Essa crea un punto di vista sulla realtà che non è più frutto dell'esperienza individuale, ma proviene dall'esterno. Condiziona i nostri atteggiamenti mentali, le nostre scelte. E anche il nostro comportamento. Contribuisce allo sviluppo di una coscienza morale incentrata su bisogni e istanze dell'intera collettività umana. Per questo ha favorito la crescita della coscienza ecologica, pacifista, ecc. Tutte cose che richiedono una visione globale. Il problema però è che questa coscienza non è interna agli individui, ma fuori di essi. Non comporta alcuna responsabilità personale. L'eclisse del soggetto getta una pesante ombra sull'identità di questo presunto impegno, riducendone la consistenza alla capacità performativa e al potere persuasivo della TV. C'è da dubitare che possa far nascere autentici rapporti sociali, dato il carattere effimero e diversificato dei valori che mette insieme, al solo scopo, tra l'altro, di mantenere una cooperazione comunicativa.
Capitolo 4 – L'imperativo della conversazione
1. L'ovvio in scena
La strutturazione temporale, l'alleggerimento del reale e l'eclissi del soggetto caratterizzano la televisione come riflesso di alcuni aspetti del pensiero postmoderno. Si tratta ora di approfondire il suo carattere di metafora di questo pensiero. Innanzitutto occorre evidenziare quale tipo di informazione la Tv ci propone. Molto spesso, con la sua propensione di parlare di tutto e di tutti, e a ridurre il riferimento alla realtà, la tv ci dà grandi quantità di informazioni che si possono considerare inutili o superflue ai nostri fini. In conseguenza del fatto che tende a mettere in scena la quotidianità con tutto ciò che di banale e ovvio la caratterizza, ha per noi scarso valore conoscitivo, anche se pretende di “insegnarci a vivere”. La sovrabbondanza di informazioni non è garanzia di completezza né di attendibilità. La “trasparenza globale”, di fatto oggi garantita, ha trasformato tutto in informazione, ma si sono annullate tutte le differenze etnico-sociali-spaziali-temporali, per cui non riusciamo più distinguere nulla , e nulla informa più davvero. La TV inoltre tende a decontestualizzare i fatti, e perciò li deforma. E i contenuti vengono selezionati alla fonte in modo da mandare in onda solo i cosiddetti “fatti omnibus”, quelli che non danno fastidio a nessuno. La TV si presta a consolidare i più infondati pregiudizi e stereotipi sul reale, relativi alle classi sociali, alle minoranze, all'appartenenza di genere, ecc. Inoltre si concentra prevalentemente sugli aspetti drammatici e violenti, per cui la violenza in generale viene sovrarappresentata, soprattutto nella fiction. A tutti questi fattori deformanti va aggiunta la tendenza dei giornalisti ad ossequiare il potere.
2. Più suggestione che informazione
Data la grande quantità di immagini che la TV è in grado di proporre su qualsiasi argomento, essa si accredita anche come garante di quanto mostra. Si produce un “effetto verità” dovuto all'illusione della riproposizione del fatto puro, incontaminato. Ed è abbastanza diffusa a livello sociale la tendenza ad attribuire attendibilità ed esistenza solo a ciò che viene mostrato in TV, non solo per quanto riguarda l'informazione, ma anche per i comportamenti o le credenze. Si tende a credere che ciò che viene proposto dallo schermo esaurisca l'evento, mentre in realtà la televisione esclude gran parte del reale, anche per evidenti limiti tecnici. Lo strumento televisivo poi, sempre più stabilmente al centro di un sistema multimediale, si sta lentamente trasformando in un grande gioco elettronico che rappresenta sé stesso, con effetti autoreferenziali di mutamento di ritmo, improvvise accelerazioni o rallentatori. L'immagine diventa sempre più il tramite attraverso il quale lo spettatore si deve rapportare con la realtà. Il forte scarto che si verifica perciò tra la televisione e il reale riduce la potenzialità semantica del mezzo: degli eventi ci viene mostrato solo ciò che ci è più vicino culturalmente e ideologicamente, senza mai esplorare le motivazioni profonde. Queste perciò rimangono inaccessibili, ed è come se non esistessero. Anche i servizi di informazione, con il loro linguaggio pragmatico, inducono a non cercare i significati, ma ad arrestarsi alla rappresentazione. Si fa largo uso di un codice elementare, ripetitivo, farcito di luoghi comuni e dalla scarsissima potenzialità informativa. Appare evidente che la TV mira soprattutto a sollecitare l'emotività, a scapito di un controllo critico-razionale. E questo da un lato attraverso un abile uso del rapporto tra parole e immagini, del montaggio e della velocità, dall'altro tramite la selezione degli argomenti e l'uso di figure retoriche.
3. Nel nome dell'audience
Una delle cause principali della deriva culturale e sociale indotte dalla televisione è l'audience, ovvero la necessità di inseguire a tutti i costi gli indici d'ascolto. E' questo il criterio con cui si decidono vita e morte di un programma TV, il suo spostamento di fascia oraria, l'appetibilità commerciale, ecc. Ma l'inseguimento dell'audience comporta che si debbano riempire gli spazi lasciati vuoti dall'informazione. Inevitabilmente allora si finisce per introdurre elementi spettacolari. Il problema è che la spettacolarizzazione tende ad invadere anche il campo dell'informazione, che non mira più a produrre conoscenza, ma a suscitare stati d'animo, emozioni. Cerca soprattutto di produrre effetti a livello emotivo o percettivo, non ha necessariamente riguardo per la verità o la morale, non richiede alcuna forma di interpretazione o approfondimento. Il prodotto spettacolare è fine a sé stesso, nasce per essere consumato interamente nel momento in cui è messo in onda, risponde solo allo scopo di divertire. La spettacolarizzazione è ottenuta di solito con l'aggiunta alla realtà vera di porzioni di realtà simulata, e con la manipolazione del linguaggio ottenuta con l'inflazione delle parole, neologismi, iperboli, ecc. Il modello è quello dei talk show. Si fanno conversazioni sugli argomenti più disparati scambiandosi opinioni preconfezionate, confrontandosi con toni preferibilmente sopra le righe, suscitando risse verbali e non. Anche nei programmi cosiddetti “di approfondimento” di solito non si affrontano veramente i problemi, ma si mette in scena un confronto per tener desta l'attenzione degli spettatori. E chi vi partecipa sa bene di compiere una mera operazione di “apparenza”. La quotidianità, sempre più spesso messa in onda, viene presentata non nella sua consistenza effettiva, quanto piuttosto in modi e forme che possano colpire l'immaginazione dello spettatore. Si parla di drammi umani con imponenti messe in scena drammatiche, si sfrutta la vita privata come pretesto di interminabili e insulse discussioni sotto l'impulso di un conduttore che stimola i partecipanti a comportarsi nel modo più utile ed efficace ai fini dello spettacolo. E il tutto sempre incalzato da un continuo rilancio della tensione patemica. Anche la politica è ormai fagocitata dal mezzo televisivo, e diventa sempre meno progetto e mediazione per diventare un puro scambio di slogan tra personaggi ridicoli. Il mezzo televisivo, insomma, riesce nell'impresa di rendere ancora più vistosa e insopportabile la banalità.
4. La democrazia come rituale
La Tv, se è bene usata, potrebbe consentire il recupero di alcuni aspetti fondamentali delle culture orali, come il recupero della simultaneità sulla sequenzialità, dell'esteriorità sull'interiorità, del sociale sull'individuale. In questo può contribuire allo sviluppo individuale e al consolidamento della democrazia e della pace. Nella realtà, però, gli sviluppi che si prefigurano sono altri. La grande rappresentazione prodotta dalla TV produce la smaterializzazione del reale, sostituito da un agglomerato virtuale dove le barriere morali perdono di senso. La sdrammatizzazione degli eventi e dei rapporti umani porta alla desensibilizzazione nei confronti della violenza e dell'ingiustizia. La rincorsa all'audience impone l'omogeneizzazione dei programmi e l'edulcorazione dell'informazione in rassicuranti notiziari. Tutto ciò ha letali conseguenze sul modo di pensare e sui sistemi di valori. C'è infatti un progressivo indebolimento di tutte le istanze ideali che sono alla base della crescita individuale e collettiva. Vi sono inoltre ipotesi, sempre più accreditate, che legano il comportamento aggressivo e antisociale sempre più frequente alla rappresentazione quotidiana della violenza in TV. I soggetti a rischio sono quelli in condizioni famigliari e sociali già disagiate, e soprattutto i bambini, che assimilano comportamenti iperattivi e incontenibili. Dal punto di vista dei contenuti, va ricordato che la TV è uno strumento ormai prevalentemente commerciale. Le emittenti sono in competizione per accaparrarsi il pubblico, e in quest'ottica violenza, sesso e sensazionalismi sono uno strumento sicuro, al di là di ogni autoregolamentazione. I valori che la TV propone hanno una struttura molto carente. I poveri non sono mai rappresentati, oppure ridicolizzati. La ricchezza è una qualità fondamentale. Il lavoro è noioso, non attira l'attenzione. Il valore di una cosa dipende da chi la fa: ci sono i buoni (che fanno sempre bene) e i cattivi (che fanno sempre male). E' evidente che questo sistema di rappresentazione non ha alcun rapporto con la vita reale, e tantomeno può produrre modelli di comportamento che abbiano una qualche valenza sociale o individuale. La televisione, in generale, celebra il successo e la felicità senza mostrare i mezzi per raggiungerli e i rischi che si corrono. Invita al conformismo, ma allo stesso tempo stigmatizza chi non è autonomo. Non favorisce lo spirito critico, perché si ferma al presente senza riguardo alla storia o al futuro. E non stimola la curiosità perché rende tutto visibile. Per una sorta di paradosso, la televisione costituisce una minaccia anche per la comunicazione. Quando l’informazione è sganciata dalla terraferma del reale, il legame tra gli interlocutori si attenua, fino a spezzarsi. Lo strumento diventa il fine, l’apparire prende il posto dell’essere. Comunicare è sinonimo solo di rompere il silenzio, popolare una solitudine di parole. In teoria, anche la democrazia dovrebbe trarre vantaggi dalla televisione. Questa infatti assicura una larga diffusione alle idee, ne favorisce lo sviluppo e il consolidamento, e promuove il passaggio ad una democrazia diretta, più vicina alla gente. Dovrebbero aumentare le opportunità di presenza e partecipazione attiva alla vita pubblica, con la voce dei cittadini in grado di levarsi in qualsiasi momento e luogo, divenire parte di una politica “quotidiana”. Ma tutto ciò è per ora pura utopia. Nell’attuale clima culturale, in cui la TV ha come unico scopo quello di riprodurre sé stessa, anche la democrazia perde la sua identità. Con il suo potere di determinare il consenso non sulle cose, ma sulle rappresentazioni che le hanno sostituite, la televisione ha un grande potere politico. E l’opinione pubblica a cui apparentemente dà voce non è reale, ma è semplicemente l’eco di ritorno delle proprie istanze. L’autorità è nella televisione stessa, ed è quella dell’immagine. Il rischio futuro è quello di una tecnopoli digitale governata da una piccola élite di tecnici che metterà in scena l’illusione della democrazia in un regime di fatto totalitario. La Tv infatti dovrebbe rinunciare alla sua influenza come termine di riferimento in fatto di idee, valori, costumi. Un potere immenso e non facilmente contrastabile.
Capitolo 5 – Una sfida per l’uomo
Nella prospettiva che si è aperta con l’avvento della televisione, l’uomo e il mondo non costituiscono più identità autonome, con una propria identità, ma confluiscono nel processo semiotico attraverso le immagini e i suoni. Diventano funzioni narrative, componenti di un’attività enunciativa. La conseguenza è l’annullamento della categorie spaziali e temporali, e della stessa identità fisica. La televisione, per il ruolo che vi ricopre il flusso, ha come suo terreno di elezione l’attualità. Ma gli eventi che vengono riproposti devono sottostare alle leggi del suo funzionamento. Nella continua successione delle immagini si risolve la totalità del rapporto dell’uomo con il mondo, che diventa frammentario, instabile. La visione della realtà che caratterizza la modernità viene quindi ribaltata, alleggerita di qualsiasi implicazione ontologica e restituita all’erosione del tempo. L’unica esperienza della realtà che la TV rende possibile è quella mediata dalle immagini. Per questo si parla di realtà virtuale anche a proposito di quella offerta dalla televisione. E la tendenza sarà più evidente con la digitalizzazione. Ma è ancora più nell’imperativo della cooperazione conversazionale che la TV si rivela come espressione del postmoderno. L’evento della comunicazione diventa prioritario, le immagini e i suoni lo rendono possibile, lo fanno accadere. Il discorso televisivo, omologando i generi, tende a contaminare il proprio codice linguistico e ad elaborare sempre nuovi stili e regimi, cercando di coinvolgere lo spettatore e favorendone la partecipazione. Per mantenere viva la conversazione la TV ricorre a tutti i mezzi possibili, annientando le barriere sociali, istituzionali, fisiche. E semplifica qualsiasi cosa. La diffusa abitudine a mettere in onda la quotidianità, le piccole vicende vissute, risponde ad una strategia secondo la quale tutti devono capire tutto ed essere coinvolti nello spettacolo continuo della programmazione. E oltre ad essere alla portata di tutti, ciò che la TV propone deve anche essere accattivante e capace di stupire. Quindi si mettono in scena tutti i possibili valori, istanze, modelli di vita, che convivono in un equilibrio instabile in quanto slegati da ogni rapporto con la realtà e al riparo da tensioni e inquietudini. Il mantenimento della cooperazione conversazionale è perseguito dalla TV solo in senso autoreferenziale, per legittimare sé stessa e aumentare gli indici di ascolto. Ed è grazie alla smaterializzazione della realtà e alla riduzione del soggetto a simulacro che il medium televisivo riesce ad annullare le differenze.
Solo in virtù della simulazione, quindi, la televisione è capace di attivare e mantenere viva la cooperazione conversazionale. Si tratta di una simulazione in cui non solo si sostituisce la realtà vera con una realtà costruita, ma si suppone anche che quest’ultima sia autentica, così come il soggetto-simulacro. Ma mentre è l’”effetto di realtà” che rende affidabili le immagini, d’altra parte sono le immagini stesse a produrre tale effetto e a produrre le relative conseguenze. Si tratta quindi di un paradosso logico, un gioco di suggestioni. L’innalzamento dell’”effetto di realtà” a condizione della cooperazione conversazionale, deriva dalla radicale presa di distanza del postmoderno dal “mito della presenza” tipico della modernità: l’illusione di cogliere la realtà direttamente, senza mediazioni. Da qui anche l’insofferenza verso qualsiasi tipo di sapere che presupponga l’oggettività dello spazio e del tempo, e l’intenzione di ritrovare l’umanità nel vissuto esistenziale. Ugualmente emblematico del rapporto tra TV e pensiero postmoderno è la fragilità e caducità del reale che riecheggia nel flusso televisivo, e l’autoreferenzialità che rivendica la liberazione da qualsiasi vincolo morale. La televisione non solo ripropone le istanze del postmoderno, ma le enfatizza, facendosene metafora.
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