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Riassunti "Tv metafora del postmoderno" di A. Pieretti
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Scritto da simona b   
TV METAFORA DEL POSTMODERNO, Antonio Pieretti
riassunti di Simona Bartalozzi
 
 

                                                                                                   NEL SEGNO DEL TEMPO – cap 1

 

IL FLUSSO COME MODELLO DI PROGRAMMAZIONE

 
La tv degli anni ’90 è cambiata:

ü      la ricerca del contatto con il pubblico predomina la funzione referenziale di discorso sul mondo;

ü      la riuscita spettacolare di un programma è più importante della verità di ciò che è trasmesso;

ü      il talk-show è modello x la stessa informazione;

ü      è cambiato il modo di concepire i palinsesti;

ü      sono cambiati gli stili di ricezione;

ü      l’opinione pubblica guarda alla realtà in modo nuovo

 

ma ancora nn si può parlare di neotelevisione e neppure di compiuto passaggio dall’effetto programma all’effetto flusso.

 

Il cambiamento, xò, è indubbio e per rendersene conto occorre cambiare metodologia di studio, fermo restando approcci base come l’esame quantitativo e qualitativo delle percezioni che la tv stimola (così da valutarne le performances) e la ricostruzione dei modelli comunicativi attuati dalla tv sul piano sociale (x capire le finalità che persegue). Occorre, di fatto, concentrarsi sulla tv come medium, mezzo di comunicazione di massa.

 
Ciò che caratterizza le tv come medium è il flusso:

1) per un motivo tecnologico à è l’emissione, in successione, di immagini elettroniche e suoni

2) per il proliferare indiscriminato di reti e canali che porta alla saturazione del tempo di antenna à il palinsesto si modifica e diventa qlc di continuo (un flusso appunto) saldandosi a quello di ieri e a quello di domani. Certo mantiene una struttura lineare (i programmi sono ordinati in successione e inseriti in un arco di tempo ben determinato), ma si sviluppa ora seguendo un criterio di rotazione e ripetizione. E la conseguenza max è che sta perdendo la sua capacità di costruire un’unità testuale forte.
 

Nella stessa situazione sono i programmi: sempre meno unità testuali ben definite, si omogeneizzano proponendosi come sequenze. Anche dal punto di vista della ricezione sono sempre meno distinguibili secondo generi à lo spettatore percepisce frammenti di flusso slegati, a volte neppure ricordandoli (il che nn significa che siano insignificanti, visto che la loro importanza sta nel “fare flusso”, cioè legare i momenti salienti dei programmi).

 

Il flusso non ha una propria consistenza (è costituito da una serie infinita di puntini catodici percepiti unitariamente) à quindi, si qualifica per la funzione che svolge:

1) segmenta e seleziona le unità testuali o i programmi (carattere processuale del flusso)
2) li dispone in modo che siano facilitati il loro scorrimento e la loro continuità (carattere seriale del flusso)

Quindi è indipendente dall’informazione che trasmette e dai processi comunicativi che provoca!!!!
 

C’è xò chi eccepisce al flusso come peculiarità della tv: si tratta di Daniel Dayan e Elihu Katz che lo indicano caratteristica della sola tv ordinaria, ma nn certo degli eventi mediali (dall’Olimpiade al funerale del Papa ) che trasformano la fruizione:

ü      sono in diretta;

ü      interrompono il flusso tv;

ü      richiedono un trattamento reverenziale da parte di un pubblico devoto;

ü      favoriscono un’esperienza comunitaria ed egualitaria, nonché d’integrazione culturale;

ü      influenzano la costituzione della memoria storica al di là del parere degli storici.

 

In realtà quest’eccezione non contraddice la teoria, ma sottolinea solo che, in certe occasioni (rare!) il flusso si traduce in narrazioni (= programmi concepiti come “opere chiuse”) che richiedono nn solo un’analisi testuale, ma anche pragmatica visto che coinvolgono direttamente il pubblico. Insomma, il medium funziona con una portata tecnologica + circoscritta.

 
Inoltre, il medium incide eccome sugli eventi mediali:

1) è la tv che decide cosa includere (ed escludere) dalla cornice dell’evento à quindi invade l’evento e ne ricrea l’ambiente;

2) è la tv che determina le circostanze di fruizione scegliendo la programmazione temporalmente attigua (cosa mettere prima e dopo).

 

Insomma, nn ci piove: la tv ha la sua specificità nel flusso.

 

Nel suo aspetto tecnologico il flusso seleziona e organizza la singole unità testuali, i programmi dall’identità sufficientemente definita, in modo che si succedano intervallati solo dalle interruzioni pubblicitarie o dallo zapping. Opera dunque prevalentemente come un criterio di selezione ed organizzazione delle unità testuali.

 

Nel suo aspetto culturale riflette la moltiplicazione dei generi (da crescita del n° di reti) e, mettendo in successione i programmi, opera come la modalità stessa in cui la programmazione prende forma effettiva quando si articola in un susseguirsi di unità testuali o di sequenze. Ma attuare una programmazione significa realizzare un palinsesto, sia pur con modalità diverse:

a) programmazione per programmi: le unità testuali sono ben distinte, sono “opere” definite à la programmazione e il flusso salvaguardano questa particolarità e le dispongono in successione

b) programmazione per sequenze: le unità testuali sono più indeterminate, sono sequenze à programmazione e flusso le connettono e assicurano loro continuità.

I due modelli di programmazione coesistono e s’intersecano nell’ambito dello stesso palinsesto.

 
La tv generalista dei ’70 x es. aveva una programmazione x programmi con il flusso a separare e distinguere le diverse unità testuali, porle in successione, rispettando la loro autonomia ed omogeneità di “opere chiuse”. Oggi, invece, il flusso è – decisivo e sebbene la tv (almeno in Italia) sia generalista esistono diversi tipi di programmazione:

1)      programmazione fondata sugli aspetti formali: il flusso tiene insieme le unità testuali o le singole sequenze, dal punto di vista formale, fa da connettivo così da provocare un effetto di trascinamento sullo spettatore. Es, show del sabato sera (l’identità di opera chiusa è assicurata dalla ripetizione e dalla ridondanza) o spettacoli della domenica pomeriggio (sono un formato specifico, dei programmi-contenitore costituti da un’accurata scelta e concatenazione dei generi);

2)      programmazione fondata sul contenuto o aspetto concettuale: il flusso assicura il giusto scorrimento alle singole unità testuali o alle sequenze ed evidenzia che sono tenute insieme da una logica d’insieme à è subordinato non ad unità testuali o sequenze, ma al tema (fa da connettivo, ma non + x strutturare il formato, quanto in vista dell’articolazione del contenuto). Es., tutte le trasmissioni dedicate ad un tema (tornata elettorale, celebrazione di un personaggio, rievocazione storica…);

3)      programmazione a griglia (cioè si distribuiscono i programmi su fasce orarie ben determinate facendo leva su un audience omogenea): il flusso predonima su struttura interna e contenuti; è un elemento concreto in grado di influire su unità testuali o sequenze che, negli esempi precedenti, teneva invece insieme per formato o contenuto;

4)      programmazione finalizzata alla costruzione di modelli di fruizione del mezzo televisivo stesso (+ che dei programmi): il flusso (in stretto rapporto con la fase produttiva) cerca di ridimensionare la differenza tematica tra i programmi e di rimuovere gli ostacoli che si oppongono alla continuità di fruizione. Il segmento-opera viene inghiottito da uno scorrimento che diventa testo. Es., i palinsesti che vogliono raggiungere pubblici mondiali (devono xciò dare una info essenziale, sintetica, poco approfondita). Nn è molto diffuso, ma + congeniale alla tv tematica;

5)      programmazione costruita dallo spettatore stesso (grazie al telecomando e al proliferare delle reti): il telespettatore recepisce frammenti di programmi e si costruisce percorsi autonomi, + o – omogenei al loro interno. La possibilità nn è ovviamente illimitata, ma dipende dal n° di reti

 

INSOMMA, il flusso, se non altro sotto l’aspetto culturale, tende ad indebolire il carattere discreto del paradigma testuale, cioè a far perdere ad unità e programmi spessore, x trasformarli in segmenti ritagliati dentro un contesto + ampio. Insomma, il flusso si presenta come lo sfondo su cui prendono forma le diverse unità testuali che non incidono + di tanto sul suo continuo scorrere.

 

Poiché sono le parti ad essere guardate alla luce del tutto (e non viceversa), si dissolvono i confini tra i generi che si mescolano mentre il flusso si propone come mega-genere contenitore rispetto a cui i generi particolari altro non sono che micro o sottogeneri.

 

Il flusso, considerate la proliferazione delle reti e il conseguente mutamento del ruolo dello spettatore, è soggetto a continui mutamenti. Ora sta sempre + proponendosi come mega-racconto con pretese di raccontare tutti i racconti possibili.

 
 
LA PRODUZIONE DEL SENSO
 

Il flusso, come forma di programmazione che si attua in unità testuali o sequenze ben definite, ha un aspetto sintattico, ma anche uno semantico e dunque attiva senso e significato.

 

Ci sono vari tipi di senso che scaturiscono dal flusso:

1)      senso connesso alla struttura tecnologica del flusso: lo scorrere del flusso avviene in base a regole precise;

2)      senso legato all’investimento di valore che è alla base dell’interazione tra i soggetti: tale senso riguarda tanto il piano dell’espressione che quello del contenuto;
3)      senso che deriva dall’articolazione del flusso, cioè dal ritmo con cui si succedono le unità testuali o sequenze del flusso stesso: un andamento veloce, lento, normale sul piano dell’espressione connota diversamente racconti, eventi e notizie sul piano del contenuto, favorendo l’emergere della drammaticità, fortuità ecc
4)      senso che deriva dalla “resistenza” alla strategia con cui unità testuali e sequenze sono organizzate al loro interno
5)      senso che scaturisce al livello di consumo con lo zapping (mi costruisco il testo a piacimento) o come aspettativa nell’intervallo di tempo tra le diverse unità (qlc che mi aspetto prima che il testo lo confermi effettivamente. Si tratta di un senso ipotetico, suscettibile anche di essere rivisto. X es., se il ritmo è incalzante mi aspetto che stia x succedere qlc di inatteso, se è lento che nulla cambi, se cade che ci approssimiamo alla fine).
 

Il flusso si dispiega in modo autonomo dal ritmo, ma è il ritmo che tiene l’attenzione desta nei suoi confronti (in quanto suscita aspettative e favorisce l’insorgere di senso).

 
LA RICEZIONE
 

La tv nn solo rappresenta un processo comunicativo, ma lo attiva anche realmente con lo spettatore.

 

Il destinatario è importantissimo: la programmazione tv, infatti, è sempre concepita in base all’effetto che si vuol produrre sul destinatario ed anche se il ricorso al “lettore modello” si è attenuato negli ultimi anni x il crescente coinvolgimento degli spettatori nei programmi, occorre tener presente che la tv + che trasmettere messaggi, vuol farli credere, accettare e farci comportare di conseguenza sul piano sociale.

 

Sulle teorie della ricezione non c’è accordo tra gli studiosi: Brunsdon x es. afferma che non è possibile individuare una teoria xchè la fruizione è estremamente eterogenea, Hall invece parla di lettura preferita (il punto di vista di E coincide con quello di D che interpreta infatti i messaggi così come sono stati codificati); lettura negoziata (accanto al punto di vista di E, D aggiunge interpretazioni autonome); lettura oppositiva (D comprende E, ma lo legge in modo antagonista).

 

Cmq, su una cosa sono tutti d’accordo: che la ricezione nn sia un’attività passiva ma, al contrario, comporti rielaborazione e, spesso, nuova produzione di senso à pertanto c’è chi propone di separare ricezione (livello cognitivo) da consumo (livello comportamentale).

 

Uno spettatore attivo comporta ovviamente che stile e durata della ricezione e del consumo debbano essere valutati in fase di articolazione del flusso. Prova ne è l’importanza assunta dall’audience nella definizione del palinsesto e nella valutazione dei programmi.

 
Il palinsesto è gradualmente evoluto da:

ü      palinsesto generalista à presupposto = lo spettatore ha un interesse naturale x la tv (che infatti è chiamata a informare, educare e divertire). Programmazione = successione di unità testuali ben definite e diverse

 

▼con l’aumento della concorrenza:

 

ü      palinsesto su logica di appuntamento à presupposto = lo spettatore deve essere agganciato e legato anche se poi dovrà organizzare il suo tempo in funzione del programma. Programmazione = su logica di appuntamento, cioè unità testuali diverse in determinate fasce orarie. Con, xò, accorgimenti per tener legato lo spettatore in vista della fine del programma: annunci, richiami, cioè artifici che articolano in flusso in modo da ridurre progressivamente le disomogeneità tra le diverse unità

 

▼con il telecomando

 

ü      “palinsesto” personale da zapping, cioè flusso trasversale personale dato dalla somma di tutti i frammenti accumulati à presupposto = il telecomando ha fornito possibilità di scelta ed un nuovo stile di ricezione che impone che si debba non agganciare lo spettatore, ma sedurlo con un’offerta vastissima e facile, semplice (che consenta di passare da un programma ad un altro senza problemi). Programmazione = basata sulla mobilità dello spettatore, + che sulla durata e continuità della ricezione

 

▼ x il futuro

 

ü      “palinsesto” personale da reti tematiche di flusso basate sull’infedeltà e la volatilità dello spettatore à presupposto = nuove tecnologie che consentono allo spettatore (non + selezionato dalla logica di appuntamento, ma collettivo) di costruirsi il proprio palinsesto senza vincoli di luogo ed ora. Programmazione = prodotti sempre identici costantemente disponibili e raggiungibili

 
LA SEMIOSI IN ATTO
 

Il flusso tv in quanto processo semiotico ha al suo interno un aspetto sintattico (è dunque modo di programmare), un aspetto semantico (è un modo x produrre senso) e un aspetto pragmatico (è un modo x provocare reazioni e forme di comportamento).

 
Il tempo è importantissimo per il flusso, infatti:

ü      articola formalmente i palinsesti (sia generalisti con la successione e lo scorrimento delle singole unità testuali, sia di flusso assicurando continuità alle unità testuali e trasformandole in sequenze)

ü      costituisce la materia stessa di cui il flusso si sostanzia:

v     ne modella la sintassi: immagini e suoni sono discretizzati (cioè trasformati in unità testuali) dal tempo;

v     ne determina la semantica: il senso delle unità dipende dalla loro successione che è articolata dal tempo;

v     interviene nell’aspetto pragmatico: il succedersi delle unità (dato dal tempo) serve a tener desta l’attenzione dello spettatore e a suscitare reazioni

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insomma, è attraverso il tempo che il flusso si configura come processo semiotico. Il tempo consente di creare, modellare e discretizzare il piano dell’espressione (scorrere di suoni ed immagini) e poi quello del contenuto
 
Nella struttura enunciativa messa in atto dal flusso si distinguono 3 tempi:

1) il tempo dell’enunciato = tutte le modalità temporali connesse ai programmi previsti dal palinsesto di una rete di flusso.

Poiché i programmi si articolano in enunciati diversi, diversi sono i tipi di temporalità che vi sono connessi:

ü      enunciati narrativi: raccontano 1 o + storie con forma temporale stabile (cioè riferita ad una serie preordinata di eventi);

ü      enunciati di carattere ideologico: discorsi che pongono una questione, che vogliono convincere lo spettatore della validità di un’idea. Ritmo incalzante;

ü      enunciati a finalità solo espositive: discorsi che espongono parti di una storia che seguono un ordine diverso rispetto a quello del racconto principale. Xciò si servono di accorgimenti come il flashback e il flashforward. Temporalità discontinua, poco uniforme:

ü      enunciati a finalità stilistiche: discorsi rivolti ad assicurare la continuità dell’ascolto. Temporalità poco manifesta.

 
2) il tempo dell’enunciazione = nn temporalità narrata, ma costruita concretamente dalla stessa enunciazione nel suo dipanarsi come processo semiotico in atto.

ü      A livello sintattico si ottiene con accorgimenti tecnici come la fluidificazione delle unità testuali, l’aumento del loro scorrimento ecc;

ü      A livello semantico con l’accelerazione del flusso (che, data la condensazione dei tempi, comporta anche un aumento della v di svolgimento dell’evento narrato) o il rallentamento del flusso (che dà all’evento narrato un’intonazione lirica o drammatica). D’altra parte, visto che il contenuto del flusso nn può essere cambiato (è sempre costituito da sequenze di suoni e immagini) il significato si ha solo intervenendo sulle modalità di manifestazione del flusso stesso, cioè con strategie formali che vi introducono anomalie. La strategia principale è il ritmo. Ne esistono di 3 tipi: ritmi stabili (varietà, talk-show, dibattiti, approfondimento giornalistico, documentari), calanti (notiziari quotidiani che concentrano all’inizio le info + rilevanti) e crescenti (racconti che vanno da un’intensità minima all’inizio ad una max verso la fine).

ü      A livello pragmatico si ottiene con atti linguistici che vogliono suscitare reazioni o comportamenti. Es., immagini accelerate o rallentate, commento musicale che assume tonalità diverse.

 

3) il tempo della ricezione =  è modulato dal ritmo.

Si ricordi che nel ritmo oltre alla componente semiotica in senso stretto è coinvolta la componente tensiva, quella che genera aspettative sia sul piano dell’espressione che del contenuto e produce attenzione nello spettatore.

Qualcosa è atteso x due motivi: motivi legati al processo semiotico che l’enunciato mette in atto e motivi precedenti alla fruizione dell’enunciato, cioè interessi di tipo professionale, ideologie ecc à l’attenzione x la fiction dipende dalle attese suscitate dagli eventi narrati, quella x il notiziario dal desiderio personale di conoscere, trovare riscontri x la propria ideologia ecc.

 

La ricezione connessa al processo semiotico dipende essenzialmente dal ritmo: incalzante (da segmenti brevi e ripetuti che coinvolgono emotivamente), lento (da enunciati che si sviluppano in modo costante. Suscitano solennità o palesano la loro capacità di tener desta l’attenzione), caduta di ritmo (perdita dell’attenzione x eccessiva prolissità).

Gli enunciati che sono organizzati intorno ad un racconto tengono desta l’attenzione con l’avvicinarsi/allontanarsi della soluzione del problema in questione. Nel riassunto ovviamente l’arco tensivo è molto + limitato.

Gli enunciati che nn sono organizzati intorno ad un racconto hanno + difficoltà a tener desta l’attenzione, ma in loro soccorso viene il ritmo che promette la prosecuzione dello stato presente.

Nei programmi di intrattenimento e di info (contenitori vuoti di volta in volta riempiti di roba diversa) non importa cosa è rappresentato, ma il fatto che è rappresentato. Il ritmo è dato dagli eventi.

Nei talk-show + che quello che viene detto importa il fatto che qualcuno lo dica.

 

La ricezione connessa alla componente tensiva alimentata da fattori extralinguistici ha un tempo che comprende anche quello dello sguardo dello spettatore, il suo tempo di lettura dei singoli programmi tv. Tale tempo è incluso nel tempo di consumo del mezzo tv. Ad esso è connesso un aspetto quantitativo (la durata dell’ascolto) ed uno qualitativo (confronto tra il tempo occupato dal mezzo tv e quello da altre istanze personali.

 

Tempo dell’audience = tempo che il corpo sociale riserva ai programmi tv in relazione rispetto a quello che destina alla propria crescita.

                                                                                L’ALLEGGERIMENTO DEL REALE – cap 2

 
L’EFFETTO DI GLOBALIZZAZIONE
 

La tv ha una potenzialità di mediazione quasi illimitata. Può contenere qualsiasi medium ma, + che altro, sono gli altri media che prima o poi sono costretti ad assumere una forma televisiva.

 

La tele si è estesa ovunque. Ha rotto ogni confine (economico, geografico, politico) con la conseguenza che il discorso televisivo è ovunque =. Insomma il Villaggio Globale è realtà.

Ma ha prodotto cambiamenti non solo estensivi, ma anche in profondità. Grazie alla strumentazione scientifica è possibile simulare ed ingrandire e quindi andare oltre la superficie di ciò che ci è accessibile (dall’arte alle strutture molecolari).

 

Tutto ciò ha causato cambiamenti nel modo di pensare (infatti il messaggio di un medium sta nei mutamenti che introduce nei rapporti umani x McLuhan):

ü      il senso del luogo (posso essere ovunque rimanendo nello stesso luogo);

ü      l’apertura internazionale (ora >);

ü      l’ apertura dei mercati economici.

Inoltre, in ambito linguistico, si sta affermando un linguaggio comune che consente di capirsi anche passando i confini.

Ha anche influenzato la politica, x es. accelerando il crollo dei regimi comunisti nell’EU dell’est.

 

Il rischio è che questa globalizzazione si traduca in un effetto e nn in realtà.

Infatti, se dovessero essere annullate le differenze culturali nn ci sarebbe + possibilità di comunicazione (comunicazione è interazione, confronto e se lo scarto è min…) e la tv darebbe vita ad una colonizzazione culturale (oltre che tecnologica ed economica).

 
LA SMATERIALIZZAZIONE DELLA REALTA’
 

La globalizzazione si fonda sull’ipotesi di una possibile omogeneizzazione (progressiva riduzione delle differenze e riduzione delle distanze) della realtà à la tele è il mezzo + idoneo per realizzarla visto che toglie ogni consistenza oggettiva alla varietà del reale riducendolo ad un insieme ordinato di immagini.

 

Il reale dunque nn ha un’identità, ma con la tele nn la conserva neppure l’immagine.  L’immagine non esiste in sé, ma è solo una costruzione, cioè una successione di puntini luminosi in successione.

 

Con l’avvento dell’integrazione al pc la tv è sul punto di smaterializzare anche l’immaginario (con la digitalizzazione posso riprodurre in immagini tutto).

 
Il tutto è vero anche per l’informazione.
Anche in questo caso la tv ha smaterializzato la realtà, riducendola ad una successione di immagini prive di un riferimento esterno al piano dell’enunciazione.
à

L’informazione si serve delle notizie che xò nn sono specchi fedeli del reale, ma racconti confezionati x farsi ascoltare. La notizia è il prodotto di un processo semiotico che costruisce un mondo significante di cui nn è in grado di garantire la veridicità. Inoltre la notizia è sempre parziale, anche quando è accreditata dalla presenza di ospiti in studio che, infatti sono inseriti nel racconto e dunque adattati alla strategia narrativa.

 

Idem x l’informazione in tempo reale e in diretta (che pure sarebbe importantissima). Anche in questo caso ci porta a casa nn il mondo, ma una sua copia sbiadita e falsa.

 

E’ un tipo di info che nn consente allo spettatore di controllare le fonti, di operare una selezione.

Nn è adatta per tutte le informazioni. Infatti alcune devono essere rimodellate.

Preferisce le immagini chiare (nn solo x  motivi estetici, ma x la riuscita del processo semiotico) e dunque immagini grandi piuttosto che piccole, estese piuttosto che particolareggiate, semplici piuttosto che complesse, ovvie piuttosto che ingegnose.

Insomma, x tutti questi motivi l’informazione trasmessa risulta x forza manipolata. Inoltre, è un’informazione sempre costruita. Nn è data, ma prodotta e dunque l’attualità trasmessa è il riflesso delle scelte personali di colui che la considera tale. Ad aggiungersi la regia, il commentatore, la cornice di senso che inscatola l’evento che assumono la forma di filtri.

 
UNA VISIONE DA NESSUN LUOGO
 

In quanto riduce tutto ad immagini la tele svincola lo spazio che propone da qualsiasi legame con lo spazio esterno reale. Pertanto lo spazio finisce col diventare totalmente interno all’enunciazione tv à da qui l’indeterminazione spaziale che caratterizza storie e notizie (sembra si svolgano in uno spazio senza coordinate geografiche, che può stare ovunque ed in realtà non sta in nessun luogo).

Si è prodotta una nuova urbanizzazione (Meyrowitz): la tele ci spinge tutti verso uno stesso luogo che nn ha identità fisica e spazio-temporale, ci consente una visione da nessun luogo.

 

Idem x il tempo visto che la tele riconduce tutto ad una sola dimensione temporale, quella presente (eccetto i grandi eventi mediali). Infatti tutti i messaggi si trasformano in un flusso ininterrotto dalla durata infinita.

 

Insomma, spazio e tempo reali sono sterilizzati e ridotti ad entità enunciative (come già intuito da McLuhan).

 
LA COMUNICAZIONE COME CONTATTO

La moltiplicazione degli emittenti ha introdotto cambiamenti anche nel modo di concepire la comunicazione imponendo un passaggio da un’idea di com. come circolazione di messaggi finalizzati all’informazione ad un’idea di com come confronto che i soggetti pongono in essere su valori in cui credono. La strategia alla base nn è lo scambio, ma la manipolazione visto che ogni soggetto vuol far accettare all’altro il proprio oggetto di valore.

 

Ovviamente nella comunicazione “rappresentata” dalle unità testuali e dalle sequenze, mittente e ricevente (enunciatore ed enunciatario) sono immagini testuali. X es. nella trasmissioni di intrattenimento il conduttore è un simulacro dell’enunciatore, il pubblico in sala dell’enunciatario. Anche lo scambio interazionale è un simulacro.

 
Idem x la comunicazione reale che la tele attiva con gli spettatori. Ogni programma è tarato sull’ipotetico spettatore a cui si rivolge che pertanto viene assunto come simulacro. Lo spettatore d’altro canto proietta e ricerca nelle unità testuali e nelle sequenze la propria immagine e quella del presunto interlocutore à
àall’interno di questo gioco di simulacri il contatto con la realtà si allenta tanto che, a volte, il mezzo è l’unico interlocutore.
 
Insomma, la comunicazione sembra volatilizzarsi, sia come scambio autentico di oggetti di valore che come rapporto interpersonale e sociale à ciò avvalora la tesi che la tele cerchi non tanto la comunicazione, quanto un contatto costante, comunque mantenuto.
 

Cmq, la tele costruisce anche rapporti sociali. X es., nei programmi d’intrattenimento tende sempre + a trasmettere aspetti e problemi della quotidianità (creano una relazione di prossimità con lo spettatore). In altri programmi utilizza strumenti a bassa interattività (interviste, conversazioni telefoniche, giochi) che inducono lo spettatore a pensare di far parte delle storie raccontate o di poter, prima o poi, essere dentro lo schermo (in onda infatti va l’uomo comune, nn l’eroe). Tutto xò al fine di rafforzare il rapporto con lo spettatore e il ruolo di interlocutore unico e guida della tv. Lo spettatore infatti può anche essere coinvolto, ma deve sottostare alle regole della tv (deve collaborare, mai protestare, attenersi ai contenuti del programma).

 

Anche la lingua televisiva serve a stabilire e mantenere il contatto (è l’immagine-flusso che cattura l’attenzione, la parola si è ridotta a sottofondo esplicativo), pertanto è molto simile a quella quotidiana della gente comune: è piana, semplice, farcita di usi quotidiani. Ma è meno monotona di quel che si può supporre: ha variazioni rispetto all’uso ordinario della lingua vera e propria, uno stile brillante (con slogan, storpiature, invenzioni linguistiche), uno stile ironico.

 

I temi sono ovviamente facili, universali (emozione, sesso, violenza, occulto), richiedono saperi modesti.

 

Nei testi nn si dà nulla x scontato (quindi si evita il ricorso al non-detto, alle assunzioni implicite).

 

Sempre x attivare e mantenere il contatto si dà spazio a richieste di aiuto, appelli, promesse, minacce.

 

                                                                         UN NUOVO PARADIGMA CULTURALE – cap 3

 
VERSO LA FINE DELLA REALTA’

Trasformando il reale in immagini la tele ha sostituito il principio di realtà con quello di simulazione, il mondo con la sua copia senza lasciare all’uomo neppure la facoltà di immaginarselo xchè la tele ha fagocitato anche l’immaginazione.

 

La tele è entrata dunque nella vita dello spettatore, ma non la ha resa + consapevole di sé, bensì + complessa  e caotica.

 

La pretesa della tele è quella di offrire gli avvenimenti così come sono, solo che riducendoli a serie ininterrotte di immagini dai riferimenti empirici deboli fa scomparire il mondo reale sostituendolo con quello fittizio prodotto dal processo semiotico che pone in atto. Così al mondo subentrano le immagini e alla realtà l’effetto di realtà, x cui, specie nei programmi di intrattenimento, fa credere solo ciò che fa vedere.

 

Il mondo replicato è molto simile a quello vero, ma meglio organizzato. Addirittura più credibile del reale. Ciò vale sia x gli spettacoli d’intrattenimento e la pubblicità (com’è logico supporre visto che loro scopo è suscitare emozioni fabbricando illusioni), che x i notiziari e la diretta (+ che rappresentare un evento lo crea con commenti, stacchi di camera ecc. Nn riproduce il reale, ma fa del reale l’oggetto di un discorso e lo risolve in una successione di immagini. La realtà xciò è sostituita da un sistema di segni).

 

Nn si può ancora parlare di fine della realtà, xò nei programmi di intrattenimento e nella pubblicità già se ne avverte l’effetto. Una volte affermata avrà pesanti ripercussioni etico-sociali: preferendo l’illusione virtuale alla realtà si rischia la perdita di responsabilità.

 
L’ECLISSE DEL SOGGETTO
 

Il processo semiotico messo in atto dalla tv non vanifica solo la realtà, ma anche il soggetto che si eclissa divenendo solo attività percettiva.

 
La televisione coinvolge i nostri occhi (che seguono in modo automatico le immagini e la loro successione. Si pensi che, + siamo cresciuti davanti ad uno schermo e + guardiamo non in modo sequenziale, ma con occhiate veloci), ma coinvolge anche tutti gli altri centri di percezione à la tele ha un impatto diretto e pervasivo sul nostro sistema nervoso, modellandolo secondo schemi che sono propri solo della tv.
 

I “salti al minuto” (cioè le stimolazioni percettive nuove che inducono nostri adattamenti. Il tempo x cui rimangono illuminati i puntini) e l’impossibilità di rallentare il flusso delle immagini non ci consentono (x mancanza di tempo) di integrare le informazioni su basi del tutto coscienti. Infatti la tele elimina l’effetto di distanziamento (= tempo che intercorre tra stimolo e reazione), ma provoca così un aumento dell’eccitazione fisiologica che x la mente si traduce nella rinuncia alla decodifica dell’info à La tele rovescia in noi le immagini e noi ci abbandoniamo ad esse.

 

Riassumendo il soggetto è coinvolto totalmente dalla tele a livello percettivo e, x meccanismi inconsci, nn può conoscere le immagini. E’ dunque vulnerabile.

 

Sono, quelli sopra riportati, effetti inevitabili, che colpiscono tutti gli spettatori annullando le loro difese psicologiche ed erodendo le loro identità personali.

 

Il soggetto, dunque, è privato della sua coscienza. Nn ha + un punto di vista, ma adotta il punto di vista pubblico.

 

Sono effetti provocati dalla grande quantità di info e dalla sua velocità (responsabile della nascita di un’attitudine “mordi e fuggi: ecco come occuparsi di tutto”).

 

La possibilità di sottrarvisi coincide col lasciare la mente libera di vagare mentre scorrono le immagini o con lo zapping. In caso contrario, siamo succubi. Le immagini dello schermo si sostituiscono alle nostre e diventiamo parte dell’immaginario collettivo.

 

Nell’impossibilità di sottrarci al tutto si sviluppano anche altri effetti: il disincanto (tutto quello che la tele ci fa vedere attira la ns. attenzione, ma nulla ci interessa veramente), il rischio di omologazione al modo di pensare, di scegliere, di comportarsi (la tele, impedendo di afferrare il senso, anestetizza la capacità critica del telespettatore, favorendo la nascita di una disposizione psicologica che porta ad ignorare la possibilità di posizioni autonome.

 
LA SINDROME DI PROTEO
 

Riducendo l’intervallo tra S e R, la tele elimina il distacco tra attività percettiva e ciò che viene percettivo à lo spettatore + che vedere diventa parte integrante di ciò che gli viene proposto, partecipa agli eventi dello schermo.

 
Si diceva, il mezzo televisivo produce immagini e cancella concetti à riduce il sapere ad un sapere x immagini che nn è un vero sapere.
 

X natura, esclude la presenza fisica di ciò che viene percepito, annullando in buona parte il riferimento diretto alla realtà à crea l’illusione che l’unica realtà sia quella offerta dalle immagini. Lo spettatore vede il mondo che gli si apre innanzi, ma ne percepisce solo i simulacri (x altro nn oggettivizzandoli, ma partecipandone), nn certo la realtà (o x lo – in quantità molto limitata).

 
Questa partecipazione allo svelarsi del mondo avviene fregandosene di spazio (le immagini nn distinguono tra qui e lì, vicino o lontano) e tempo (esiste solo il presente) à lo spettatore crede che esista solo il presente e pensa in senso globale sradicandosi dalla sua terra di origine à à si crede partecipe del mondo e può essere indotto a vivere intensamente grandi eventi lontani (ma proposti dalla tv) sentendosi estraneo o indifferente ai piccoli eventi della sua vita di tutti i giorni.
 

Un fenomeno, quest’ultimo, che oggi viene recepito come meno incombente che in passato perché riguarda solo alcuni programmi (nn tutti. Lo spettatore è sempre + coinvolto con giochi, pubblicità…).

 

Si diceva, spazio e tempo sono coordinate private di ogni rapporto con la realtà: possono essere state riprese 12 gg fa o oggi, in esterni o in studio ma quando le vediamo sono solo qui ed ora, in questo momento e in questo luogo.

 

Insomma, oltre ad un soggetto che le faccia valere le immagini mancano anche di spazio e tempo (che dovrebbero assicurargli una qualche referenzialità). Xciò sono immagini che valgono solo ai fini del processo enunciazionale.

 

Smarriti questi schemi mentali, diventa inutilizzabile l’apparato concettuale che l’uomo ha usato x capire a partire dall’età moderna (la stessa nozione di verità si alleggerisce da qualsiasi confronto con la realtà).

 

Allora nn rimane altro alla tele che instaurare un’identità collettiva che serva da conferma della realtà degli eventi narrati (se qualcosa nn è riferito da radio o tv nn esiste).

 

à à à à con la tele si sono ristabilite le condizioni per una conoscenza per contatto, partecipazione, per simpatia vitale (=forma + originale dell’esperienza umana) che nella mitologia greca ha trovato espressione in Proteo, il vecchio marinaio d’Egitto che conosce le cose assumendo le loro forme (animali, acqua, fuoco).

 

Il problema è che con la tele manca l’oggetto del contatto con la realtà con cui essere in simpatia vitale (la realtà è virtuale) à ha una sua consistenza la denuncia che la televisione stia trasformando la ns. cultura in una forma di sapere ingegnosa, ma vuota (i contenuti riguardano la vita quotidiana e xciò non sono una risorsa cognitiva x esplorare il mondo. Sono la riproposizione di quanto ci è abituale).

 
L’ARENA COLLETTIVA
La tele, insomma, in fase di transizione ha già determinato una svolta culturale: ha posto le basi x la fine della realtà (sostituita dalle immagini), ha eclissato il soggetto è ha creato un’identità collettiva.
 

La tele (Meyrowitz) tende a fondere situazioni sociali precedentemente separate, a confondere comportamenti pubblici e privati: nn dipende tanto dalla cultura degli spettatori, quanto dal fatto che essi guardino la tele (che tende ad inserire tutti nello stesso processo semiotico che è accessibile a tutti).

 

Di certo la tele nn crea sensi di appartenenza, legami tra gli spettatori, ma crea x ampi segmenti della popolazione una familiarità vaga con una serie di temi e persone (facilita in tal senso la connotazione patemica dei programmi che, con artefici come il telefono, hanno ridotto la distanza con quanti sono in onda). Inoltre, spesso i programmi hanno x protagonisti gente comune con cui ci si identifica facilmente à tramite loro lo spettatore incontra le autorità à la ribalta tv diventa il luogo di una verifica collettiva, di uno scambio di esperienze. E’ proprio prerogativa del messo tv inserire gli spettatori in ambito pubblico, ma familiare.

 

Idem (cioè si crea familiarità) x l’ambito della socializzazione. Tutti (vecchi, giovani, ricchi, poveri, studiosi, analfabeti ecc) condividiamo nello stesso momento (a prescindere dalla collocazione fisica) la stessa informazione (a prescindere dalla posizione sociale).

 
Insomma la tele contribuisce a creare una grande arena collettiva.
 

E lo fa anche xchè rappresenta il medium privilegiato dello spettatore x elaborare il suo rapporto con la realtà ( è la tele che parla delle cose importanti, che è bene conoscere, dei comportamenti ok ecc). Si tratta ovviamente di un’identità collettiva, nn personale. à quindi la tv ha creato una cultura di massa, rimuovendo la capacità di riflessione personale e l’autodeterminazione. Crea un punto di vista sulla realtà che nn è + frutto dell’esperienza individuale, ma viene dall’esterno.

 
Le tele influisce anche sui nostri atteggiamenti mentali, le ns. preferenze e scelte.
 

Condiziona inoltre il nostro comportamento, creandoci una morale che vorrebbe rispondere ai bisogni nn del singolo individuo, ma dell’intera umanità à da qui l’affermarsi della coscienza ecologica, di Amnesty, delle richieste di disarmo, tutta roba che richiede una visione globale ed il superamento dei bisogni di un luogo particolare. A livello di opinione comune ha creato una prospettiva etica intermedia che si ispira al buon senso (= convivenza civile). L’eclisse del soggetto, xò, getta una pesante ombra sull’identità di questo buon senso.

 

Inoltre l’identità collettiva è assai fragile: lo dimostrano le continue spiegazioni di argomenti che tutti dovrebbero conoscere, gli aggiornamenti dei conduttori, i gridolini di reazione. Tutti segni che il sapere comune è incerto.

 

                                                                  L’IMPERATIVO DELLA CONVERSAZIONE – cap 4

 
L’OVVIO IN SCENA
 

Genere di informazione che la tele ci propone = spesso info che hanno scarsa presa su di noi, che sono inutili ai fini della ns. vita quotidiana (come risposte a domande che nn ci siamo mai posti e a problemi che nn rientrano nei ns interessi). Deriva dal fatto che vuol parlare di tutto a tutti e dal fatto che riduce il riferimento alla realtà.

Mette in onda la quotidianità banale ed ovvia à nn ci fa manco conoscere + di quanto già sappiamo.

Vista la v delle info, esse spesso sono impressioni, i “si dice”.

 

E così una buona parte degli spettatori hanno l’impressione di nn essere informati a sufficienza o di esserlo in ritardo. D’altro canto la quantità di info nn è sinonimo di arrivo al destinatario, né di veridicità.

 

Baudrillard dice che si corre il rischio di “un’illuminazione totale di tutti gli istanti” à cioè di una trasparenza globale che, in quanto tutto è informazione, annulla identità locali e nazionali, distanze spazio-temporali, la differenza tra presenza e assenza.

 

Le tele è sempre un po’ falsante rispetto alla realtà xchè decontestualizza ciò che propone (fa affidamento sui pp fuori contesto), ma anche x ragioni di contenuto:

ü      seleziona e propone fatti omnibus: suscitano il consenso;

ü      tende a rappresentare solo da un lato il vertice della società (gente con status e guadagni alti) e dall’altro individui devianti, sempre fatti coincidere con dati stereotipi (donne, poveri, immigranti, date etnie ecc);

ü      si concentra prevalentemente sugli aspetti drammatici e violenti degli eventi selezionati;

ü      ossequia il potere.

 
PIU’ SUGGESTIONE CHE INFORMAZIONE
 

La tele crea l’illusione che ciò che offre sia l’essenza della realtà, nn una sua rappresentazione tanto che socialmente si tende a considerare accaduto solo ciò che appare sullo schermo.

 

La tele, si diceva, mostra solo alcuni aspetti della realtà e non sempre i + importanti, ma ci dà l’impressione che al di fuori di ciò che ha documentato nn esista altro.

 
La tele si presenta sempre + come un gioco elettronico a circolo chiuso, da cui sono esclusi i contributi originali che potrebbero scaturire dal dialogo con gli utenti à è un susseguirsi frenetico di immagini. Nn a caso il formato + “in” dei ’90 è stato il contenitore in cui si susseguono senza logica canzoni, giochi, ospiti. Sempre + le immagini dettano le regole del rapporto che abbiamo con la realtà.
 

Il forte scarto che esiste tra tele e reale ha riflessi anche sotto il profilo linguistico, infatti riduce la potenzialità semantica del mezzo: mostra solo gli aspetti che degli eventi ci sono + vicini culturalmente ed ideologicamente, ma non le cause o le dinamiche interne che, non viste, è come se nn esistessero affatto. Il linguaggio o fa da portavoce degli intervistati o di quanti partecipano al programma o si esprime con un codice elementare, ripetitivo, farcito di stereotipi.

 

Le immagini rappresentano la realtà in modo istantaneo e totalizzante à la tele, dunque, tende soprattutto a sollecitare l’emotività (se nn l’istintualità) a scapito di un controllo critico-razionale. I produttori televisivi creano (con le immagini, il loro montaggio, il taglio di argomenti) la finzione che stia accadendo qualcosa di insolito (frane o margherite di tre metri), in realtà accade solo che lo spettatore guarda la tv (che è la stessa cosa che accadeva un’ora o tre giorni prima). Quindi lo spettatore partecipa emotivamente agli avvenimenti che la tele gli propone, pure ai telegiornali (che con ritmo, velocità, suspence, drammaticità, commozione, indignazione sono sempre + spettacolo, tendono a creare una società virtuale + che a rispecchiare la società reale.

 
NEL NOME DELL’AUDIENCE
 
Il ruolo assunto dagli indici d’ascolto è predominante (x tutti, autori, produttori, interpreti, spettatori). L’audience è il criterio usato x stabilire la riuscita di un programma, la sua eventuale soppressione, il cambio di fascia oraria, la sua rilevanza commerciale. Scopo primario della tele è, insomma conquistare audience.
 

X ottenere un alto indice d’ascolto, xò, occorre colmare gli spazi lasciati vuoti dall’informazione: x questo si ricorre alla spettacolarizzazione (anche dell’informazione, con fatti che si prestano meglio ad esser raccontati, personaggi eccentrici ecc).

 

La spettacolarizzazione, xò, procede in senso opposto all’informazione: suo obiettivo nn è produrre conoscenze, ma sedurre e questo nn implica necessariamente il richiamo alla verità. Il prodotto spettacolare vuol esser consumato tutto nel momento di messa in onda. La spettacolarizzazione è ottenuta con varie ricette, ma x lo + aggiungendo alla realtà vera parti di realtà simulata e manipolando il linguaggio (con l’abuso di parole, con neologismi, iperboli). Il modello è quello della pubblicità o del talk-show.

Nei programmi d’intrattenimento nn c’è un filo conduttore e xciò si risolvono in conversazioni imperniate sullo scambio di opinioni poco argomentate, di battute.

Nei programmi di approfondimento l’argomento è solo un pretesto x avviare il confronto e il confronto nn è mai sui problemi + urgenti xchè l’unico obiettivo è ottenere audience alta (che influisce sulla vendita di pubblicità). Insomma, la tele è una finestra sul consumatore.

 

La conversazione messa in onda dalla tele tocca quasi tutti gli argomenti (specie della quotidianità) sempre con toni che tengano desta la tensione patetica.

 

Popper dice che x rispondere all’imperativo dell’audience la tele si è sottoposta alla legge dell’aggiunta delle spezie (si aggiungono x far mangiare anche cibi senza sapore).

 
LA DEMOCRAZIA COME RITUALE
 

Nonostante tutto, è difficile dubitare dell’utilità della tele: se ben usata permette di recuperare alcuni aspetti delle culture orali come il primato della simultaneità (sulla sequenzialità), dell’esteriorità (sull’interiorità), della socialità (sull’individualismo); può contribuire allo sviluppo morale ed intellettuale degli individui, al consolidamento della democrazia, alla diffusione della pace tra i popoli.

 

X Giovanni Paolo II i media di massa erano un moderno areopago e la tele qlc capace di rinsaldare e rendere + solida la famiglia. Noi xò usiamo la tele x lo + in un modo che mina la famiglia e la convivenza civile.

 
La corsa all’audience comporta una crescente omogeneizzazione dei programmi (tutti, cultura ed intrattenimento che sono confezionati x piacere a tutti) e una forte edulcorazione dell’informazione (ricondotta a quella dei tg rassicuranti) à tutto questo influisce sul modo di pensare e sul sistema di valori a cui si fa riferimento.

Un esempio del ruolo svolto dalla tele nella società civile si ha considerando il ribaltamento della prospettiva umana rispetto alla violenza. L’ipotesi è che esista un legame tra la rappresentazione della violenza in tv e il comportamento aggressivo e antisociale che si registra sempre +. Certo, a subire di + questi effetti sono i soggetti che già vivono in contesti familiari e sociali a rischio, ma si è anche riscontrato che i bambini teledipendenti sono irascibili, tesi (da sequenze aggressive che vedono).

 

La tele nn è concepita x proporre valori morali e suggerire modelli di comportamento. Non deve educare, ma accaparrare telespettatori. Xciò propone una struttura di valori molto carente à Ignora praticamente poveri e meno fortunati (al limite li ridicolizza), ammira i ricchi, nn mostra gente che lavora (è noioso), fa dipendere il giusto e lo sbagliato nn dall’azione ma da chi la compie (con i buoni che possono fare solo bene e i cattivi solo male), celebra il successo senza mostrare il metodo x raggiungerlo. Né favorisce lo sviluppo di senso critico e sviluppa la curiosità (tutto è visibile).

 

Con l’educazione la tele minaccia anche la comunicazione xchè se l’apparire prende il posto dell’essere comunicare nn vuol + dire mettere in comune, condividere idee ed esperienze, ma solo rompere il silenzio.

 

Solo la democrazia potrebbe sottrarsi a questa tendenza e avere dunque vantaggi dalla tele. La tele infatti assicura larga diffusione all’informazione e alle idee, di cui dunque favorisce sviluppo e consolidamento. Visto il coinvolgimento degli utenti poi promuove una democrazia nn rappresentativa, ma diretta. Inoltre aumenta le opportunità di partecipazione attiva alla vita pubblica. E’ una democrazia continua xchè la voce dei cittadini può levarsi da ogni dove e in qualsiasi momento. Ma tutto questo al momento è utopia. La tele smaterializza e anche la democrazia rischia di veder compromessa la propria identità.

 

La tele con la sua capacità di determinare il consenso sulla rappresentazione delle cose è diventata un potere politico colossale. Un potere che solo apparentemente appartiene al popolo, di fatto appartiene alla tele (alle sue immagini).

 

                                                                                                    UNA SFIDA PER L’UOMO– cap 5

 
LA TENTAZIONE NICHILISTICA
 

La tele ribalta la visione della realtà che caratterizza la modernità: l’unica esperienza di realtà che rende possibile è quella che passa attraverso la mediazione delle immagini, pertanto non è + la realtà a darci l’immagine, ma l’immagine a darci la realtà. X questo si parla di realtà virtuale.

 

Ma la tele si rivela come espressione del postmoderno soprattutto nell’imperativo della cooperazione conversazionale. Tolta ogni consistenza all’uomo e alla realtà diventa prioritario l’evento della comunicazione. X mantenere viva la conversazione la tele ricorre a qualsiasi mezzo: fonde sfere sociali un tempo lontane; modifica la geografia della vita associativa; preferisce storie private, piccole narrazioni (che nel postmoderno hanno sostituito le grandi) che tutti possono capire e in cui tutti possono riconoscersi; fa proposte accattivanti e capaci di stupire. Il mantenimento della cooperazione conversazionale altro scopo nn ha che l’autolegittimazione e l’incremento dell’audience.

La cooperazione conversazionale implica la mediazione delle immagini (quindi la smaterializzazione della realtà) e la riduzione del soggetto a simulacro. E questo significa che la tentazione nichilistica che si annida nel profondo del postmoderno intacca anche la tele.

 
LA NOSTALGIA DEL REALE
 

Solo attraverso la simulazione la tele è capace di attivare e mantenere la cooperazione conversazionale. Una simulazione in cui nn solo si sostituisce la realtà vera con la realtà costruita, ma si suppone anche che quest’ultima sia quella autentica. Idem per il simulacro che prende il posto del soggetto nei messaggi tv à la simulazione si fonda su un corto circuito logico: è l’effetto di realtà che rende affidabile le immagini, ma sono le immagini stesse a produrre tale effetto à l’effetto di realtà che è alla base del processo semiotico è il frutto di un ardito gioco di suggestioni (e quindi del legame tele-postmoderno).

 

L’importanza attribuita all’effetto di realtà è segno di quanto il postmoderno si sia allontanato dal mito della presenza, cioè dalla pretesa della modernità di cogliere la realtà nella sua identità in modo diretto. Tale importanza dimostra anche l’insofferenza verso ogni forma di sapere che presuppone l’oggettività del tempo e dello spazio.

 

Anche nell’importanza attribuita al flusso inarrestabile del tempo si riecheggia la caducità del reale teorizzata dal postmoderno.

 

Dunque la tele nn solo interpreta le istanze del postmoderno, ma anche le enfatizza proponendosi come sua metafora. E nn tanto xchè rispecchia la tendenza ad alleggerire il reale e a volatilizzare il soggetto, quanto xchè questi effetti dipendono dall’effetto di realtà che produce nel destinatario. L’effetto di realtà xò nn è il segno che la tele intende congedarsi dalla realtà e dall’uomo, quando l’indizio della loro mancanza a cui nn riesce a rassegnarsi.

 

La tele si presenta dunque come uno strumento che ammonisce l’uomo: se la distanza tra il mondo delle immagini e quello reale dovesse ristringersi fino a che l’uno assorbe totalmente l’altro, l’uomo sarebbe strappato a se stesso e si risolverebbe nell’identità collettiva fatta nascere dal mondo delle immagini.

 
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