INTRODUZIONE ALLA SEMIOTICA
di A. Pieretti, G. Bonerba e A. Bernardelli
Riassunti di Simona Bartalozzi
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le immagini, xò, non sono venute
PARTE I, ELEMENTI DI SEMIOTICA
SEMIOTICA E SEMIOLOGIA = Semiologia e semiotica non sono esattamente sinonimi: studiano lo stesso oggetto (segni), ma con approcci e riflessioni non coincidenti.
Semplificando molto:
ü C’è una differenza geografica: semiotica in ambiente anglofobo, semiologia negli altri (specie germanofoni e francofoni). In Italia si usano ambedue, privilegiando semiotica.
ü C’è una differenza di campo d’origine: la semiologia nasce all’interno della ricerca linguistica come sbocco dell’impostazione saussuriana. Tra gli “adepti”, Buyssens, Louis Prieto, Roland Barthes, George Mounin. La semiotica ha una tradizione + antica (filosofica). Si parte con gli Stoici (semiotica = diagnostica = studio dei sintomi), si passa attraverso la conoscenza simbolica del medioevo, e si arriva all’età moderna con John Locke (1690) che si rifà alla filosofia greca. I contributi come scienza dei segni si devono a Peirce e Morris.
ü C’è una differenza di tipo storico: prima si è parlato di semiologia, in Europa almeno, poi di semiotica.
ü C’è una differenza per campo di studio: la semiotica tenta di studiare il funzionamento della significazione dal punto di vista della conoscenza; la semiologia tenta di studiare i segni. In altri termini, la semiologia è più orientata verso uno studio dei linguaggi e delle categorizzazioni segniche: la differenza fra un segno verbale, un segno visivo, un gesto o uno spezzone di film; invece la semiotica si interessa di più ai sistemi, ma anche ai processi del significare.
Per molto tempo i due termini sono impiegati come sinonimi, solo dai ’70 si opera una distinzione grazie soprattutto a Louis Hjelmslev per cui:
ü semiologia = meta-semiotica scientifica
ü semiotica = semiotica-oggetto non scientifica
Così dalla semiologia sono esclusi i linguaggi di connotazione (che sovradeterminano i discorsi, es quelli metaforici) e le meta-semiotiche che hanno x semiotica-oggetto delle semiotiche scientifiche (es. i linguaggi delle singole scienze).
Due le infedeltà a quest’orientamento: Roland Barthes (nella semiologia sono compresi anche i linguaggi di connotazione) e studiosi francesi (parte integrante sia linguaggi scientifici che formali)
SEMIOLOGIA = teoria del linguaggio.
E’ introdotta nell’ambito delle scienze del linguaggio da Ferdinand de Sassure (di seguito Fds) che ne auspicava la costituzione. Per lui:
semiologia = studio generale del sistema dei segni (delle leggi di relazione, delle trasformazioni dei segni, del loro senso). E’ una scienza che studia la vita dei segni nel quadro della vita sociale à quindi potrebbe far parte della psico sociale e, dunque, della psico generale.
Insomma, è una scienza molto generale che studia la lingua.
SEMIOTICA
Risale agli stoici.
Il primo che la studia sistematicamente è Charles Sanders Peirce. In un universo pervaso di segni per lui:
semiotica = dottrina della natura essenziale e delle varietà fondamentali di ogni possibile semiosi con semiosi = azione che consiste nella cooperazione di tre soggetti: segno + suo oggetto + suo interpretante, mai inscindibili.
Per Charles Morris:
semiotica = una base per comprendere le forme principali dell’attività umana che, infatti, sono mediate dai segni.
Distingue tre tipi di semiotiche:
ü pura (elabora un linguaggio per parlare intorno ai segni)
ü descrittiva (esamina il comportamento effettivo dei segni)
ü applicata (utilizza le conoscenze intorno ai segni per raggiungere scopi diversi).
In epoca + recente si è imposta la tendenza a considerarla in stretta relazione con i processi di comunicazione à pertanto semiotica = sistema di segni (o significazioni), insomma + campo di studio che disciplina.
Con lo spostamento dell’attenzione dalla comunicazione di fatto alle condizioni di possibilità di senso che ne scaturisce (o dovrebbe) si parla di semiotica strutturale = insieme significante.
In questo contesto però si danno non una, ma più semiotiche distinte e congiunte gerarchicamente: dalle semiotiche naturali (livello più profondo. Sono costituite da lingue naturali e linguaggio) alle semiotiche descrittive (livello più superficiale) che presuppongono l’esistenza di una meta-semiotica (che ne rende possibile l’esistenza e presiede alla loro articolazione).
Circa L’ORIGINE DEL LINGUAGGIO, due “scuole di pensiero”:
1) Non si può parlare di origine
ü Fds: il linguaggio è una facoltà che deriva dalla natura
ü Ludwig Wittgenstein: fa parte della nostra storia naturale, come il mangiare, il camminare…
2) C’è un origine
ü Edward Sapir: è il prodotto di una tendenza simbolica a considerare una certa parte x il tutto. Non è creato, ma ereditato da un certo gruppo sociale, c’è solo da impararlo. Le lingue storiche si sono sviluppate autonomamente, non c’è dunque un linguaggio originario comune
ü Benjamin Whorf (determinismo Usa): l’origine sta nella realtà sociale e infatti rende possibile i rapporti intersoggettivi. E’ il pensiero che dipende dal linguaggio, concepito come una sorta di programma dell’attività mentale. D’altronde nn si possono pensare cose x cui nn abbiamo parole a disposizione.
ü Noam Chomsky (indirizzo razionalistico cartesiano): parla di essenza del linguaggio umano (= condizioni che la lingua deve soddisfare x essere mezzo di com di un gruppo sociale), una sorta di schema identico che caratterizza tutte le lingue (anche quelle ancora non realizzate), una struttura astratta che sta sotto la grammatica di tutte le lingue.
Il linguaggio è dunque un riflesso del pensiero, ma le lingue storiche sono il prodotto dell’attività dell’uomo, della sua creatività.
COS’E’ IL LINGUAGGIO
Fds: il linguaggio è multiforme (fisico, fisiologico, psichico, individuale, sociale) e dunque difficile da classificare.
Ciò che si può dire sulla sua natura è che il linguaggio è una potenzialità, è l’organizzazione pronta per parlare (come facoltà di concepire ed impiegare i segni, non la capacità fisiologica di adattare organi umani all’emissione di suoni). E’ il “poter significare”.
In genere, si distinguono linguaggi umani e linguaggi animali.
A tal proposito c’è chi ritiene che:
a) la differenza sia minima, solo di grado (quello umano è un pochino più efficiente)
b) la differenza sia profonda (Norbert Wiener parla di perfezione del linguaggio umano rispetto a quello animale; Stuart Chase ritiene che il linguaggio animale sia poco ricco e poco vario)
c) di linguaggio si possa parlare solo attribuendolo all’uomo dal momento che equivale ad un poter significare.
ü Emile Beneviste: il linguaggio dell’uomo è costituito da un insieme di simboli, quello degli animali da un insieme di segnali. L’uomo inventa simboli e li capisce (non si limita a percepirli come impressione sensoriale), l’animale no (percepisce e reagisce a segnali, cioè fatti fisici collegati naturalmente ad altri fatti fisici, un tuono annuncia il temporale).
ü Sapir: il linguaggio è un modo tipicamente umano di comunicare mediante simboli prodotti volontariamente.
Insomma, la differenza c’è perché il bisogno di simbolizzare è solo umano.
COS’E’ LA LINGUA
Fds: la lingua è l’attuazione del poter significare, quindi l’attuazione del linguaggio (in quanto facoltà di evocare segni).
E’ un prodotto sociale della facoltà del linguaggio e al contempo un insieme di convenzioni adottate dal corpo sociale per consentire l’esercizio di questa facoltà.
Dunque ne è artefice l’uomo in quanto membro di una comunità (non come individuo).
Se la lingua è la messa in atto del rapporto di significazione (= associazione di un insieme di significati ad un insieme di significanti) esistono tante lingue quanti sono i rapporti di associazione istituibili.
Il discriminante tra lingue verbali e non verbali:
ü non è la fonicità. Per molto tempo è stata considerata tale, ma ora si sa che sono molte le realizzazioni del parlare: fonica, scritta, endofasica (linguaggio interiore), mimico-gestuale (sordomuti), tattile (alfabeto ciechi);
ü non è la doppia articolazione (la prima è quella delle unità minime dotate di significato, i monemi o morfemi à il segno autonomo -la parola- si scompone in unità dotate di significato o funzione, i morfemi. La seconda è quella delle minime unità prive di significato, i fonemi che costituiscono i monemi à I morfemi si scompongono in unità prive di significato, ma distintive, i fonemi)
ü non è la riflessività (o capacità metalinguistica), cioè la capacità di parlare di sé stessa o di altre lingue. Adam Schaff la propone.
ü non è la creatività proposta da Chomsky, cioè la capacità di esprimere nuovi pensieri e di capire espressioni di pensiero nuove nel quadro di una lingua istituita
ü è l’onnipotenza semantica (o semiotica o omniformatività), cioè la proprietà che permette alla lingua di esprimere qualsiasi contenuto.
v Fds: nelle lingue verbali si può associare qualunque idea a qualunque sequenza di suoni
v Tullio de Mauro: le lingue verbali sono le sole in cui ogni cosa è dicibile attraverso i segni. In quanto semanticamente onnipotenti sono anche riflessive e creative (capaci di dar luogo ad un n° indefinito di lingue).
v Hjemslev e Prieto: consentono una traducibilità illimitata
L’onnipotenze semantica consente inoltre di individuare le differenze all’interno delle stesse lingue verbali, proponendone una gerarchia: lingua di usi quotidiani (vi si traduce tutto, magari con notevoli giri di frasi), dialetti, vernacoli ecc.
Questa gerarchia però non è una tassonomia scientifica, ma dipende solo dal sistema sociale cui fa riferimento à ciò che distingue una lingua da un dialetto non è un criterio scientifico, ma il sentimento linguistico di una comunità.
GLI ATTI LINGUISTCI O ATTI DI PAROLE = atto di dire qualcosa nella circostanza concreta della sua esecuzione.
La Teoria degli atti linguistici (John Austin, 1962 e John Searle, 1970) afferma l’idea che dire è sempre anche fare.
Sono gli atti di parole a permettere al linguaggio di passare dal potere significare al significare effettivo e non la lingua à la lingua dà agli atti delle regole (che limitano anche), gli atti permettono alla lingua di realizzarsi e di evolversi in linea con i mutamenti sociali.
Come si diceva l’atto linguistico è l’atto di dire qualcosa nella circostanza concreta della sua esecuzione (John Austin) à
à non è semplicemente la traduzione di segni in suoni, ma piuttosto l’attivazione del processo semiotico (i significati si associano ai significanti).
L’atto linguistico comprende:
1) aspetto locutivo (emissione dei suoni ed articolazione delle parole conformemente a lessico e grammatica). Atti locutori = semplice azione di pronunciare qlc
2) aspetto illocutivo (messa in atto del processo di significazione e realizzazione di un’intenzionalità da parte di chi parla). Atti illocutori = costituiscono azioni che si compiono per il fatto stesso di pronunciare date parole (vi dichiaro marito e moglie, promesse, ordini, giuramenti)
3) aspetto perlocutivo (produzione di reazioni in chi ascolta). Atti perlocutori comprendono le conseguenze dell’atto linguistico nei confronti degli ascoltatori: persuasione, spavento, intimidazione ecc
Sono tre aspetti interdipendenti (se c’è uno, ci sono gli altri due)
LE FUNZIONI DEL LINGUAGGIO
Svolte attraverso gli atti linguistici.
Vengono individuate in vario modo:
1) Considerandole come dipendenti dagli usi del linguaggio (Cecil Ogden e Ivory Richards). Due sono gli usi principali del linguaggio: uso simbolico (descrittivo, consiste nella registrazione e comunicazione dei riferimenti) e uso emotivo (per esprimere o suscitare sentimenti o atteggiamenti) à 5 funzioni del linguaggio: 1) simbolizzazione del riferimento (connessa all’uso simbolico, il linguaggio ha la funzione di esprimere concetti e conoscenze); 2) x esprimere la disposizione psicologica di chi parla nei confronti di chi ascolta; 3) x esprimere il suo stato d’animo nei confronti di ciò che esprime; 4) per provocare in chi ascolta effetti voluti; 5) x stabilizzare il riferimento nei confronti di ciò di cui si parla (connesse all’uso emotivo).
Successivamente Richards le ha ridotte a due principali: referenziale e evocativa con plauso di Hans Reichenbach e dei > esponenti del Circolo di Vienna. Herbert Feigl (Circolo Vienna) distingue funzione informativa (quando il linguaggio parla della propria struttura o della realtà) e funzione espressiva (quando è usato x esprimere emozioni, manifestare desideri).
2) Considerandole distinte dagli usi del linguaggio e ponendo l’accento sulla natura di mezzo di comunicazione del linguaggio (Circolo di Praga e Karl Buhler).
Per il Circolo di Praga sono due: 1) di comunicazione e 2) poetica.
Per Buhler, tre principali: 1) rappresentazione della realtà; 2) espressione del modo di pensare/sentire di chi parla; 3) richiamo rivolto al destinatario.
3) Basandole sulla struttura del processo comunicativo: Roman Jakobson che dà l’esito più organico del dibattito sulle funzioni.
Il processo di comunicazione è costituito da sei fattori: mittente; messaggio; destinatario; contesto; codice linguistico; canale fisico. Nella pratica si centra su uno di questi fattori dando così origine a 6 funzioni del linguaggio:
1) funzione referenziale (comunicazione centrata su contesto o referente) à per riferirsi a qualcosa
2) funzione espressiva o emotiva (comunicazione centrata su emittente) à per esprimere gli stati d’animo di chi parla
3) funzione conativa (comunicazione centrata su destinatario) à ingiunzione (via!) o imperativo (vattene)
4) funzione fatica (comunicazione centrata su contatto) à per accentuare il contatto con il destinatario (allora, mi ascolti?) e per verificare che il canale funzioni (pronto, mi senti?)
5) funzione metalinguistica (comunicazione centrata su codice) à per verificare se si usa lo stesso codice (non ti seguo, cosa vuoi dire?)
6) funzione poetica (comunicazione centrata su messaggio)
La debolezza di questo impianto risiede nel fatto che è centrato sull’aspetto informativo del processo comunicativo e non a sufficienza su quello pragmatico, cioè degli effetti prodotti dal linguaggio sul destinatario. La trasmissione del sapere infatti si ha anche con il fare persuasivo e quello interpretativo che sono finalizzati alla manipolazione (non all’informazione).
4) Basandole sugli atti linguistici: teoria di Michael Halliday.
Le funzioni sono la realizzazione del poter fare del linguaggio (compresa dunque la manipolazione). Sono tante quante le realizzazioni, ma quelle più frequenti sono:
1) funzione strumentale à per soddisfare i propri bisogni materiali; è la funzione dell’io voglio
2) funzione regolativa à per influire sul comportamento altrui; fai come ti dico
3) funzione interattiva o interpersonale à per interagire con gli altri; x fare domande, conoscere, sapere
4) funzione euristica à
5) funzione immaginativa à per fare le cose secondo i propri desideri, aspettative
6) funzione rappresentativa à per trasmettere un messaggio, dare un’info; ho qualcosa da dirti
Riconosce che alcune (strumentale e regolativa) coincidono con gli usi del linguaggio, ma rivendica l’indipendenza delle interattiva e immaginativa che chiama macrofunzioni (proprie del linguaggio e comuni a tutti i suoi impieghi).
+
Austin le connette alla forza illocutiva degli atti. Le collega così ai significati degli enunciati e all’intenzionalità con cui sono eseguiti. 5 sono i tipi di forza Illocutiva e 5 le funzioni:
1) funzione verdittiva à emissione di un verdetto, ufficiale o no
2) funzione esercitiva à si formula una decisione intorno ad un’azione sulla base delle esercizio di poteri, diritti o influenze
3) funzione commissiva à per esprimere l’assunzione di un impegno o la formulazione di una promessa
4) funzione comportativa o behabitiva à per reagire alla condotta o atteggiamento altrui
5) espositiva à x esporre un punto di vista, condurre un’argomentazione
+
John Searle considera la tassonomia austiniana sperimentale e ne propone una alternativa che, escludendo l’aspetto locutivo, pone l’accento solo sulla forza illocutiva degli atti ed individua 5 funzioni: rappresentativa, direttiva, commissiva, espressiva, dichiarativa.
Ma il problema è che tutte le classificazioni sono incomplete o, quanto meno, non organiche e unitarie. Xchè? Xchè i modi di funzionare del linguaggio sono illimitati e imprevedibili, ergo lo sono anche i tipi di funzione che il linguaggio può espletare.
IL SEGNO COME UNITA’ MINIMALE
L’uso del termine segno è molto vario. Si usa riferito:
ü ad eventi naturali (che usiamo per riconoscere qlc o inferire che esiste): sintomo (febbre), indizio (fumo), accenno palese a qlc di latente (colorito viso..)
ü ad un gesto con cui si vuol comunicare qlc, a contrassegni, a marchi, a linee e figure tracciate per indicare dove si è arrivati, a note musicali, a lettere Morse.
Ciò è possibile perché il segno è l’unità minimale di cui la semiotica si occupa.
Ma cosa s’intende per unità minima?
Per Aristotele, segno = ciò che manifesta sé stesso al senso e qualcos’altro, oltre se stesso, alla mente, dunque qlc che rappresenta qualcos’altro e ha significato
Eric Buyssens osserva che non tutte la parole o lettere hanno significato
Per Eco, segno = qualsiasi entità minima sembri avere un significato preciso.
/qui/ da solo non è un segno, /vieni qui/ o opposto a /lì/ è un segno.
Li distingue in semplici /tazza/ e complessi /la tazza del caffè/ distinguendoli dagli enunciati o asserzioni /la tazza del caffè è rotta/.
Per Peirce, segno = tutto quello che, sulla base di una convenzione sociale accettata, possa essere inteso come qlc che sta al posto di qualcos’altro
Per Morris, segno = cosa che è interpretata da un interprete come segno di qualcos’altro
Insomma, caratteristica del segno è che richiede un destinatario umano (non un emittente) à è garanzia oltre che di comunicazione, di significazione mediante l’interpretazione.
à quindi segno e segnale sono due cose diverse.
Il segnale risponde ad un’istanza di informazione ma diventa segno solo quando risponde anche ad un’istanza di significazione ed assume un significato sulla base di un codice che prevede regole.
LA STRUTTURA DEL SEGNO
Fds: il segno è l’insieme inscindibile di significante (immagine acustica) e significato (concetto)
Parla anche di una forma e di una sostanza dei segni linguistici, sia sul piano dell’espressione (il significante), sia sul piano del contenuto (il significato)
à à
forma = il modo con cui sono organizzati i segnali
sostanza = ciò di cui sono fatti i segnali
Hjelmslev: il segno è il risultato della semiosi
Parla, per entrambi i piani, di materia (ciò di cui sono fatti i segnali), forma (principio arbitrario che una lingua adotta per plasmare la materia), sostanza (materia strutturata dalla forma che vi si è proiettata).
La materia appartiene all’essere umano, forma e sostanza sono invece caratteri della singola lingua.
Materia -----------> Forma --------------> Sostanza
(amorfa) (costante) (variabile)
espressione massa fonico-acustica Fonologia fonetica
(significante)
contenuto massa logico-cognitiva Semantica semiotica
(significato)
A differenza di Fds per cui il segno = unione delle due sostanze di significante e significato, per H il segno è dato dall’unione delle due forme di espressione e contenuto.
Tutti i segni sono caratterizzati da questa relazione, ciò che li differenzia è l’articolazione, cioè la particolare organizzazione semiotica che assume la forma significante in ciascun segno.
Dunque il segno è il luogo d’incontro di elementi indipendenti (significante e significato), provenienti da due piani diversi (espressione e contenuto), associati da una correlazione basata su codice, quindi su una convenzione socialmente riconosciuta (ma non arbitraria. Arbitraria è solo la modalità concreta che lega significante e significato).
Il codice è la conditio sine qua non dell’esistenza di un segno
SEGNO COME ELEMENTO DEL PROCESSO DI COMUNICAZIONE E DI QUELLO DI SIGNIFICAZIONE
La struttura del segno può essere considerata da due punti di vista diversi:
1) Segno come elemento del processo di comunicazione
Lo schema classico del processo di comunicazione prevede:
ü fonte (indica la provenienza)
ü emittente (chi trasmette il messaggio)
ü canale (mezzo di trasmissione)
ü messaggio (notizia trasmessa)
ü ricevente (destinatario)
Il segno, dunque, rappresenta il messaggio.
Xò xchè ci sia comunicazione deve esistere un codice (= insieme di regole sintattiche, semantiche e pragmatiche) tra emittente e ricevente altrimenti si ha solo un processo di trasmissione dell’informazione, del modello S-R e si ha un segnale (non un segno. Eco dice che il segnale provoca qualcos’altro, ma non sta per qualcos’altro).
à Dunque questo schema è quello del processo di trasmissione dell’info (= forma semplificata del processo di com)
Per Jakobson, invece, il processo della comunicazione verbale prevede:
ü contesto à novità (identificato nel referente, necessario all’esplicitazione del messaggio)
ü destinante à sostituito ad emittente (proprio della prospettiva meccanicistica della trasmissione dell’info)
ü messaggio
ü destinatario à sostituito a ricevente (proprio della prospettiva meccanicistica della trasmissione dell’info)
ü contatto
ü codice
2) Segno come elemento del processo di significazione
Il triangolo semiotico rappresenta la relazione che esiste tra le 3 componenti del segno (significante, significato e referente ) considerato dal punto di vista della significazione à
ü significante (corsivo) e significato (tra ‘ ‘) sono legati dal segno linguistico;
ü il significato è legato al referente (o realtà esterna)
ü significante e referente sono uniti da una linea tratteggiata perché il loro rapporto è difficile. Spesso è semplicemente arbitrario (non c’è nessun motivo per chiamare il cane cane anziché dog. Inoltre il significante cane si può usare anche in assenza dell’animale e anche nel caso non fosse mai esistito)
Esistono molte varianti del triangolo proposte nel corso del tempo, ma si tratta x lo più di varianti terminologiche. Comunque, sempre, dal punto di vista della significazione il segno è sempre considerato come qualcosa che sta per qualcos’altro (da un certo punto di vista o ai fini di un certo uso pratico).
LA CLASSIFICAZIONE DEI SEGNI CHE INTERVENGONO NEI RAPPORTI UMANI
Ce ne sono svariate:
1)SEGNI DISTINTI PER LA FONTE DI PROVENIENZA
Già Agostino distingue tra:
ü segni naturali: provengono da una fonte naturale e noi li interpretiamo come sintomi ed indizi (macchia di sangue, impronta sul terreno).
Si dicono espressivi quando sono sintomi di disposizioni d’animo (segni di dolore non volontari)
Buyssens ne riconosce l’esistenza, ma non li considera segni.
Algirdas Greimas invece li riconduce ad una semiotica del mondo naturale, perché con essi noi interpretiamo il mondo
Quel che si può dire è che i segni naturali sono segni purché qualcuno li interpreti come tali in base ad un sistema di convenzioni condiviso
ü segni artificiali: quelli che qualcuno (uomo o animale) emette intenzionalmente, sulla base di convenzioni riconosciute, per comunicare qlc a qualcun altro (parole, gesti, note musicali..)
Barthes ritiene che tutti gli aspetti della vita sociale e della cultura siano segni. Dunque anche gli oggetti artificiali (alcuni prodotti solo x significare come la parola o i cartelli stradali, altri non sembrano avere intenzioni comunicative, una penna, un abito).
Eco propone:
segni à artificiali + naturali
▼
segni artificiali à prodotti esplicitamente per significare + prodotti esplicitamente come funzioni
▼
segni prodotti esplicitamente come funzioni à s.di funzioni prime + s.di funzioni seconde + s.misti
segni naturali àidentificati con cose o eventi di natura + emessi inconsciamente da 1 agente umano
▼
segni emessi inconsciamente da 1 agente umano à sintomi medici + sintomi psicologici + indizi di atteggiamenti e disposizioni + indizi razziali, regionali, di classe + altri
2) SEGNI DISTINTI PER L’INTENZIONE E IL GRADO DI COSCIENZA DELL’EMITTENTE
E’ una classificazione difficile perché:
ü raramente l’emittente palesa la propria intenzione, lo scopo che vuole raggiungere usando il linguaggio
ü raramente l’emittente palesa il ° di coscienza, anche perché spesso non riesce ad immaginare l’effetto che sta producendo
ü esistono segni emessi involontariamente alla base dell’equivoco e dell’incomprensione
3) SEGNI DISTINTI PER IL CANALE FISICO E L’APPARATO RICEVENTE UMANO
Per la classificazione basata sul canale fisico, Thomas Sebeok:
canali à materia + energia
▼
materia à liquida + solida
energia à chimica + fisica
▼
chimica à prossima + distante
fisica à ottica + tattile + acustica + elettrica + termica ecc
▼
ottica à luce riflessa + bioluminescenza
elettrica à aria + acqua + solidi
Per la classificazione basata sul canale sensoriale che l’uomo usa per ricevere segni:
ü odorato: vi rientrano segni ed indizi (odore cibo come segno della presenza di cibo), alcuni segni artificiali e intenzionali (profumo per indicare pulizia, status) e odori usati dagli animali a scopo repellente a scopo seducente o repellente)
ü tatto: vi rientrano i gesti delle dita dei ciechi e sordomuti
ü gusto: vi rientrano il sapore che è un indizio della nazionalità del cibo, un cibo dolce o salato usato x comunicare intenzionalmente un messaggio…
ü vista: vi rientrano immagini, lettere dell’alfabeto, diagrammi, simboli scientifici….
ü Udito: vi rientrano segnali acustici di vario tipo e i segni del linguaggio verbale
Per Buyssens, i segni auditivi sono i privilegiati (non richiedono la prossimità della sorgente come tattili e palatali, né la presenza di luce), a seguire i segni visivi (si conservano nel tempo).
Altri studiosi fanno notare che esistono anche altri segni che sono stati esclusi:
ü segnali termici (dalla variazione di temperatura del corpo si riconosce la disposizione emotiva)
ü segnali olfattivi (usare o meno un deodorante diventa discriminante per l’ammissione in società)
ü linguaggi gestuali (convenzionalizzati e più spontanei)
ü intonazioni di voce, variazioni prosodiche, accento ecc (decisive per stabilire se siamo davanti ad un comando o ad un’implorazione)
4) SEGNI DISTINTI IN RAPPORTO AL LORO SIGNIFICATO
Per Eco:
segni à con puro valore sintattico + con valore semantico
con valore semantico à univoco (riferiti ad altri segni + riferiti a significati) + equivoco + plurivoco + vago o simbolico
ü I segni con puro valore sintattico: esprimono solo le reciproche relazioni (segni matematici, segni musicali)
ü I segni con valore semantico: rinviano ad un significato che può essere univoco, equivoco, plurivoco, vago o simbolico
ü Segni di significato univoco: hanno un solo significato, senza equivoco (segni aritmetici).
Il max dell’univocità dovrebbe essere la sinonimia (2 significanti diversi rimandano allo stesso significato), ma non esistono veri e propri sinonimi, proprio xchè il segno risulta dall’unione di significante e significato.
Inoltre, con unicità s’intende quella “sintattica”, nel senso che segni univoci come i numeri sono tali solo xchè inseriti in una data convenzione, ma sul piano semantico sono aperti a tutte le significazioni possibili (sei bello, 6 bello)
ü Segni di significato equivoco: possono avere più significati egualmente fondamentali (omonimia, stesso segno con 2 significati diversi)
ü Segni di significato plurivoco: hanno più significati per forza di connotazione (?) o per artifici retorici (metafora, doppio senso)
ü Segni di significato vago o simbolico: hanno un rapporto non definito e vagamente allusivo con una serie non precisata di significati (La Croce, il Loto?). Non vi rientrano le semie sostitutive che sono segni che rimandano ad altri segni (le linee e i punti del Morse)
5) SEGNI DISTINTI PER LA REPLICABILITÀ DEL SIGNIFICANTE
Il significante può legarsi ad un referente unico, ma ci sono anche casi in cui un referente compare in più situazioni.
Eco propone questa classificazione (anche basata sulle distinzioni di Pierce: qualisegno = qualità che è un segno, per es. il tono della voce, un colore di una stoffa, la grandezza di lettere; sinsegno = cosa o evento effettivamente esistente che è un segno, per es. una parola replicata su fogli; legisegno = è una legge che è un segno, la parola così come definita nei dizionari):
segni à unici + replicabili
▼
segni unici à opere d’arte + parametri: oro
segni replicabili à replica con puro valore sinsegnico (parole, diagrammi, simboli vari) + replica fornita di valore di qualisegno (banconote, fotografie)
6) SEGNI DISTINTI PER IL TIPO DI LEGAME PRESUNTO CON IL REFERENTE
Per Pierce i segni si distinguono in:
segni à icone + indici + simboli
somiglianze, poi icone:
segni in cui il legame segno-referente è dato da qualità che hanno in comune. E’ un segno che possiede una motivazione analogica, in cui cioè l’espressione ha un rapporto di somiglianza con l’oggetto denotato. In sostanza la relazione semiotica è stabilita sulla base della somiglianza di tratti che caratterizzano ciascuna delle 2 entità della relazione. Li distingue in immagini, diagrammi e metafore.
Indici:
segni in cui il legame segno-referente è dato da una corrispondenza di fatto colta mediante un’esperienza che non è provocata dall’uomo. Il segno si riferisce all’oggetto in virtù del fatto che da quell’oggetto è causato. La relazione semiotica è un rapporto di causa-effetto. Es., fumo che rinvia al fuoco, dito puntato su un oggetto, direzione della banderuola x direzione del vento, sbadiglio al sonno o noia
simboli:
segni in cui il legame segno-referente si basa su convenzioni socialmente stabilite. Es., segno linguistico, gesto
Per Eco è una classificazione ambigua perché, a seconda delle circostanza, un segno può essere assunto come icona, indice o simbolo. Perciò propone una sua classificazione:
segni à naturali + artificiali
▼
segni naturali à sintomi + indici
sintomi = nel caso di contiguità e di rapporto causale con il referente che non è percepito (sintomi medici, fumo x fuoco)
indici à tracce + indizi
tracce = quando da un rapporto causale presupposto si inferisce una contiguità non attuale con il referente (orme sulla sabbia, fotografie)
indizi = quando da un rapporto di contiguità presupposto si inferisce una dipendenza causale (indizi criminali, fazzoletto abbandonato, ciocca di capelli)
segni artificiali à produttivi + sostitutivi
segni artificiali produttivi à omosostanziali (quando il significante usa come sostanza la stessa materia dei possibili oggetti di riferimento) + eterosostanziali (quando no)
segni omosostanziali à intrinseci (il segno ripropone una parte dell’oggetto x il tutto) + traslativi (il segno riproduce un colore, un aspetto della materia) + ostensivi (quando l’oggetto è inteso come segno)
segni eterosostanziali à proiettivi (disegno prospettico ..) + caratterizzanti (le strisce per la zebra, ideogrammi..)
segni artificiali sostitutivi à simboli linguistici + indici vettori (dito puntato, freccia) + segni visivi astratti (il senso vietato, la bandiera) + emblemi o simboli araldici (stemmi)+ altri
7) SEGNI DISTINTI PER IL COMPORTAMENTO CHE STIMOLANO NEL DESTINATARIO
Quella di Morris è la più articolata, nonostante risenta della def di segno come stimolo preparatorio (che fa confondere segno con stimolo)
Segno à segni complessi o ascrittori + segni semplici
▼
segni ascrittori = segni che corrispondono ad enunciati. Vengono prima dei segni semplici ed ad essi danno significato
Sia gli ascrittori che i semplici si dividono nelle stesse categorie:
ü identificatori: dirigono la risposta dell’interprete in una data direzione spazio-temporale. Sono degli stimoli preparatori per i segni che seguono. Si dividono in indicatori (x dire cosa si designa, dito puntato), descrittori (cosa si apprezza, /stasera alle 22/), nominatori (cosa si prescrive, /quello/);
ü designatori: designano le caratteristiche di una situazione spazio-temporale (/nero/, /più alto/);
ü apprezzatori: significano qualcosa che è da preferirsi rispetto ad un comportamento da realizzarsi. Sono: positivi (/onesto/), negativi (/codardo/), utilitari (inducono all’uso di un mezzo), consumatori (conducono al conseguimento di un fine);
ü prescrittori: comandano un comportamento. Si dividono in ipotetici (/se chiamo, vieni/), categorici (/vieni!/), fondati (/vieni qui che ti do il libro/)
ü formatori: apparentemente privi di significato, fanno da connettori e modificano la struttura degli ascrittori à /domani piove/ e /domani è sereno/ sono ascrittori designativi, ma in /domani piove oppure è sereno/, /oppure/ è determinante x capire la frase xchè pone in alternativa le 2 affermazioni
CLASSIFICAZIONE GENERALE
E’ quella di Pierce che vede il segno da 3 punti di vista:
1) segno in sé à qualisegno + sinsegno + legisegno
2) segno in rapporto al proprio oggetto à indice + icona + simbolo
3) segno in relazione all’interpretante à rema (indica all’interpretante una possibilità qualitativa, cioè un certo tipo di oggetto possibile) + dicisegno (indica all’interpretante qlc che esiste di fatto) + argomento (indica all’interpretante una legge, cioè alcune convenzioni)
▼che producono dunque
9 categorie di segni che combinandosi producono
▼
dieci classi
Ma è incompleta e non troppo rigorosa (visto che comporta sovrapposizioni)
I LIVELLI DI ANALISI = tre tipi di analisi cui il segno (e l’enunciato) può essere sottoposto: sintattico, semantico e pragmatico.
Nell’uso abituale i segni si usano sì, ma più che altro inseriti in insiemi, cioè in enunciati o discorsi.
Frase = è un’unità sintattica visto che è connessa alla concatenazione che presiede all’organizzazione dell’asse sintagmatico del linguaggio.
Enunciato = è una grandezza provvista di significato visto che risulta da un atto linguistico
Discorso 1 = processo semiotico. Nelle lingue naturali è dato da un insieme di pratiche linguistiche (comportamenti verbali) e non linguistiche (comportamenti semantici significanti, manifestati attraverso gli organi sensoriali). Prendendo in considerazione solo le pratiche linguistiche, coincide con il testo.
Discorso 2 = enunciato per la linguistica frastica (che prende x unità di base la frase considerando dunque il discorso come una concatenazione di frasi) e per quella discorsiva (che prende per unità di base il discorso di cui le frasi sono considerate segmenti)
IL CONTESTO = elemento fondamentale del processo semiotico, specie per Pierce e Morris à fa luce sui rapporti tra i segni, sulle relazioni di segni ed enunciati con i relativi oggetti, sulle relazioni di segni ed enunciati con chi li usa, sulle relazioni di segni ed enunciati con le modalità con cui vengono usati.
Si divide in:
1) contesto verbale che fa luce sulla natura dei segni che rientrano in + classi. Es. /avere/ verbo vs /avere/ sostantivo. Non coincide con la sequenza in cui il segno ricorre, ma può comprendere un insieme di enunciati o un libro intero (/peste/ ne La peste di Camus)
2) contesto situazionale che indica la situazione in cui ricorre un segno (o un enunciato). Chiarisce il significato di segni troppo vaghi o ambigui per avere valore da soli, le intenzioni di chi parla e le reazioni suscitate in chi ascolta.
Può influire:
1) su tutti i segni di un enunciato
2) su alcuni dei segni di un enunciato
E’ importante pure per i nomi propri: /Regina Elisabetta II/ à è il contesto che dice se si tratta di una giovinetta che partorisce l’erede o dell’anziana che non molla il trono.
LE DIMENSIONI DELLA SEMIOSI = sono le sintattica, semantica e pragmatica definite da Morris sulla base dei tre componenti che articolano la semiosi per Peirce. Corrispondono ai tre tipi di analisi cui il segno (e l’enunciato) può essere sottoposto
Semiosi = processo da cui scaturisce il segno o che il segno mette in atto.
Si articola in 3 componenti che x Peirce sono:
1) segno (= segno materialmente inteso)
2) oggetto (= ciò cui il segno rinvia)
3) interpretante (= effetto mediante il quale una cosa agisce su un interprete come segno di un’altra… insomma, il segno che traduce il segno originale) à
à da questo Morris deriva per parlare di tre dimensioni della semiosi:
1) dimensione sintattica = riguarda il segno nelle sue relazioni con altri segni
2) dimensione semantica = riguarda il segno in rapporto al suo oggetto
3) dimensione pragmatica = riguarda il segno in relazione ad usi ed interpreti
Corrispondono ai tre tipi di analisi cui il segno (e l’enunciato) può essere sottoposto. Non sono ovviamente tipologie nette perché il segno (e l’enunciato) va sempre considerato in relazione al contesto e alla funzione che espleta.
LIVELLO SINTATTICO DELLA SEMIOSI (E ANALISI SINTATTICA DEL SEGNO) = tale livello riguarda il segno nelle sue relazioni con altri segni. L’analisi del segno è di tipo formale, cioè prescinde dall’oggetto cui si riferisce, dall’intenzione con cui è usato e dalle reazioni che suscita nell’interprete.
X Rudolph Carnap esistono due classi di regole con cui i segni si combinano: regole di formazione (stabiliscono quali combinazioni indipendenti di segni sono permessi in una lingua, cioè come si formano le frasi) e regole di trasformazione (stabiliscono quali frasi possono derivare a partire da quelle iniziali).
Morris descrive la struttura della frase attraverso le categorie di segni che vi ricorrono (e che si qualificano per il tipo di aspettative che vi va corrispondere chi li usa):
ü segni indessicali: vi corrispondono aspettative particolare. La loro identificazione dipende dal contesto verbale;
ü segni caratterizzanti: vi corrispondono aspettative definite dagli indessicali e da altri segni;
ü segni universali: non vi corrispondono aspettative definite
Nella semiotica generativa di Greimas il livello sintattico si divide in:
ü livello fondamentale: quello delle strutture semio-narrative. Comprende una sottocomponente tassonomica che si propone come una logica della comprensione (quadrato semiotico) e una sottocomponente operativa con operazioni fondamentali dette trasformazioni (la negazione per produrre termini contradditori e l’asserzione per riunire termini situati sull’asse dei contrari e dei sub-contrari)
ü livello narrativo: quello delle strutture discorsive dove avviene la manipolazione degli enunciati.
L’analisi sintattica spiega la conversione dalla sintassi fondamentale a quella narrativa in base al principio x cui alle relazioni e alle trasformazioni corrispondono, a livello di sintassi narrativa, enunciati di stato (congiuntivi e disgiuntivi) e enunciati di fare (rendono conto del passaggio da uno stato all’altro).
LIVELLO SEMANTICO DELLA SEMIOSI (E ANALISI SEMANTICA DEL SEGNO) = tale livello riguarda il segno in relazione al suo oggetto, cioè in rapporto a ciò che significa.
Si è detto che la semiosi è il processo per cui ad un elemento dell’espressione detto significante si associa un elemento del contenuto detto significato, secondo un codice determinato… ma cos’è il significato? Ci sono varie definizioni:
1) definizioni referenziali: basate sul rapporto tra segno (o enunciato) ed oggetto (inteso come cosa esistente al di fuori del linguaggio, cioè come referente o denotatum del segno –o enunciato-).
Risalgono ad Aristotele e agli stoici, ma quelle più recenti si rifanno alle distinzioni di Gottlob Frege tra denotazione (= significato di un segno, cioè l’oggetto che esso designa), rappresentazione (= immagine soggettiva che accompagna il segno) e senso (= aspetto sotto il quale l’oggetto viene dato da parte del segno).
Si presentano in due forme:
ü significato = ciò cui il segno si riferisce
ü significato = relazione tra il segno ed il suo oggetto di riferimento
▼
il linguaggio è cmq usato x parlare di cose che sono fuori dal linguaggio
Il referente può essere costituito da:
ü oggetti, proprietà, processi esistenti (casa, bianco, mangiare);
ü oggetti immaginari (centauro);
ü oggetti che cambiano con le condizioni d’uso (io, tu, questo)
Punto debole: non riescono a dar conto dei segni che non hanno referenti fuori dal linguaggio (e, se, mentre, di).
2) definizioni concettuali o ideazionali: identificano il significato di un segno (o enunciato) con il concetto cui dà origine nell’emittente o nel destinatario.
Risalgono ad Aristotele e agli stoici, passano nel Medioevo fino a Sassure.
Molte critiche: la nozione di concetto è troppo vaga + le immagini mentali variano con il parlante e con le circostanza d’uso + non tutti i segni esprimono concetti (preposizioni, congiunzioni..)
3) definizioni comportamentali: identificano il significato nella situazione che si determina sotto la sollecitazione di chi parla e la risposta di chi ascolta sul modello SàR.
Sviluppate specie in Usa, nell’ambito della psicologia comportamentista. Louis Bloomfield e Morris.
Critiche: criterio troppo meccanicistico + i segni spesso producono nel destinatario effetti diversi da quelli previsti.
4) definizioni operative: identificano il significato di un segno (o enunciato) con l’uso che la lingua fa del segno (non con l’oggetto designato).
Quindi x capire il significato occorre conoscere le regole che governano l’impiego del segno e le consuetudini della società in questione.
Sostenute specie da Wittgenstein hanno trovato largo sostegno (Gilbert Ryle, Austin) xchè eliminano ogni ricorso a stati mentali di difficile identificazione.
5) il significato come unità culturale à Eco: il segno non rappresenta oggetti o referenti. Il suo significato si chiarisce solo con il rimando ad un interpretante che, a sua volta, rimanda ad un altro interpretante à il significato si chiarisce dentro un processo di semiosi illimitata fermandosi al punto che basta x decodificare il segno originario ai fini della comunicazione in atto. à Quindi il significato di un termine (cioè l’oggetto che il termine denota) è un’unità culturale, cioè qlc che quella cultura ha definito come unità distinta diversa dalle altre (persona, cosa, località geografica, idea…)
La differenza tra denotazione(= significato specifico di un termine) e connotazione (= associazioni relative ad una data parola) non sta nella differenza tra significazione univoca e significazione vaga o tra significazione referenziale e significazione emotiva, ma nel fatto che la connotazione si costituisce sulla base della denotazione, cioè il suo significante è dato dal segno (significante+significato) denotativo.
Criticità: il contesto non basta, c’è poca attenzione all’aspetto pragmatico dell’atto linguistico (intenzioni e disposizioni di chi parla e di chi ascolta).
Identificare il significato è difficile per:
1) la vaghezza dei segni (e degli enunciati)à i segni sono vaghi per:
2) i sovratoni emotivi à che sono determinati da diversi fattori:
ü ecc
ü ambiguità lessicale: causa principale la polivalenza che si può presentare come polisemia (la stessa parola ha 2 o + significati diversi, /deve ringraziarti/ vs /l’uomo deve morire/) o omonimia (due o + parole diverse sono identiche nel suono).
Il significato, inoltre, cambia. E’ l’elemento della lingua che si modifica con + facilità xchè (per Antoine Meillet e Ullmann):
Le cause del cambiamento di significato per Maillet sono:
ü cause linguistiche: da nuova collocazione delle parole nel discorso;
ü cause storiche: il concetto scientifico, gli oggetti, le idee possono cambiare nel tempo, ma il nome rimanere fisso;
+
per Ullman:
cause psicologiche: stati d’animo del parlante o sue disposizioni particolari che gli fanno cogliere somiglianze, associazioni che danno luogo a segni che, x la loro appropriatezza, diverranno di uso comune. Vi concorrono come cause i fattori emotivi (grande interesse x un oggetto che me lo tiene sempre alla mente) e i tabù (fanno abbandonare certe parole che sostituiamo con altre di significato diverso);
influenza straniera: specie se una lingua fa da modello ad un’altra;
Nei cambiamenti di significato devono essere compresi anche le estensioni/restrizioni di significato e le evoluzioni in senso peggiorativo/migliorativo.
LIVELLO PRAGMATICO DELLA SEMIOSI (E ANALISI PRAGMATICA DEL SEGNO) = riguarda i segni in relazione a chi li usa e al destinatario cui sono rivolti. Considera il segno come elemento del processo di comunicazione.
Ci sono 3 tradizioni di studio:
1) quella di Carnap, Montague, Lewis e altri, che si concentra sui segni e complessi di segni indessicali come fattori che modificano il significato in relazione al contesto di impiego.
2) quella di Katz, successiva alla prima, che assegna all'analisi semantica lo studio dei significato indipendentemente dall'uso e dal contesto, e all'analisi pragmatica lo studio del senso che gli enunciati assumono in riferimento a questi ultimi.
3) quella propria della filosofia del linguaggio, a partire da Wittgenstein fino ad Austin, Grice, Searle ed altri. Questa distingue tra enunciati puramente assertivi (constatativi) che hanno il ruolo di constatare e riferire fatti, ed enunciati performativi che, pur avendo la stessa forma grammaticale, se pronunciati in un dato contesto, costituiscono l'esecuzione di un'azione moralmente o socialmente rilevante, e quindi hanno un aspetto pragmatico valutabile. Su questa base, pur ammettendo che un enunciato possa avere un senso convenzionale (linguistico) e uno attribuito da chi lo emette (intenzionale), si fa dipendere comunque il senso dalla situazione in cui l'enunciato è inserito e dall'uso che ne viene fatto.
Ma sono tutte insufficienti.
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Xciò, x rendere esplicita (in ambito semiotico) la differenza tra analisi semantica e pragmatica si è iniziato a considerare (in accordo con Peirce) l’interpretazione dei segni, ma il segno è elemento tanto del processo di significazione che di comunicazione à si considerano due livelli di interpretazione: 1) riguarda il contenuto del segno in sé stesso, cioè ciò che lo rende comprensibile 2) riguarda i tipi di azione e reazione che segno ed enunciato rendono possibili tra chi lo usa e chi lo riceveà ciò consente di riservare all’analisi semantica l’interpretazione del segno come elemento di un processo di significazione e all’analisi pragmatica quella del segno come elemento di un processo di comunicazione. Facile a dire, ma meno ad applicarsi.
MODELLI COMUNICATIVI = quelli proposti dalla semiotica. Si tratta (ordine cronologico) del modello informazionale, del modello semiotico-informazionale, del modello semiotico-testuale, del modello semiotico-enunciazionale e del modello semiotico-strutturale.
Occorre preliminarmente distinguere tra comunicazione ed informazione.
X Greimas e Courtes:
Informazione = ogni elemento suscettibile di essere trasmesso grazie ad un codice à riguarda le sequenze di segnali trasmessi, non i contenuti. Quindi, le teorie dell’informazione si occupano del significante (che concerne la trasmissione), ma non della significazione (che concerne la ricezione).
X Buhler, Jakobson ecc la comunicazione ha le stesse caratteristiche dell’informazione, ma tale tesi ora non può + essere sostenuta. La comunicazione, infatti, istituisce relazioni intersoggettive, pone in atto un confronto che comporta uno scambio di valori pragmatici (competenze), cognitivi (conoscenze), descrittivi (oggetti di consumo, piaceri, stati d’animo), modali (volizioni, possibilità, doveri). Insomma, emittente e destinatario non sono semplici astrazioni, ma soggetti presi in un momento storico e posti in certo contesto socio-culturale. La comunicazione si connota perciò x una forte componente partecipativa.
Processo di comunicazione = quando un emittente, intenzionalmente, emette segni (in base ad un codice) che vengono trasmessi (attraverso un canale) ad un apparato ricevente che li trasforma in messaggio percepibile da parte di un destinatario che, sulla base di un codice (lo stesso o meno) associa al messaggio come significante un significato.
Ogni processo di comunicazione presuppone sempre un sistema di significazione come conditio sine qua non (non si ha che vedere con stimoli).
Il destinatario (attivo e cosciente) coopera al percorso di costituzione del significato (ricordando esperienze già fatte, con le proprie competenze e conoscenze, con le suggestioni che gli provengono dall’emittente). Comunicare, dunque, è “mettere in comune”, cioè confrontare opinioni diverse che possono essere condivise attraverso la persuasione e la manipolazione.
IL MODELLO INFORMAZIONALE = è il 1° ad essersi affermato cronologicamente. Deriva dagli studi di ingegneria delle tlm di Shannon e Weaver (’49) volti a migliorare la v di trasmissione dei messaggi e a diminuire le distorsioni. Si fonda sulla teoria dell’informazione nella quale: fonte emette messaggio/trasmittente lo codifica trasformandolo in segnale/un canale lo trasferisce/eventuale intervento di fonte di rumore/ricevente lo decodifica/destinatario riceve il messaggio. Conditio sine qua non: uso dello stesso codice (= sistema di regole che assegna ai singoli segnali un valore determinato).
Ha avuto molta fortuna: xchè è adatto alla comunicazione macchina-macchina, ma anche uomo-uomo, uomo-macchina. Inoltre, consente di individuare il rumore, cioè i fattori di disturbo della trasmissione dell’informazione.
Debolezza: non prende in considerazione il significato del messaggio (d’altronde la teoria di riferimento è quella dell’informazione). Pone attenzione sull’efficienza del processo di com, + che sullo svolgimento effettivo del processo.
IL MODELLO SEMIOTICO INORMAZIONALE = by Eco 1968. Si centra sulla nozione di decodifica autonoma (non + complementare alla codifica), cioè il destinatario può attribuire un significato al messaggio anche molto diverso da quello dell’emittente. Il destinatario trae significato non dal messaggio, ma dal codice con cui lo decodifica (codice = sistema di regole sintattiche, semantiche e pragmatiche che mette in correlazione un sistema di significanti con uno di significati). Tra il messaggio emesso (che veicola un certo significato) e il messaggio ricevuto entra in gioco il modo con cui emittente e destinatario condividono le competenze (linguistiche, di sapere, comunicative). Se esistono codici di base accettati da tutti, le differenze si hanno nei sottocodici (una parola capita da tutti nel suo significato denotativo + diffuso, può connotare per uno una cosa e per un altro un’altra cosa).
Schematicamente: emittente emette messaggio e lo codifica in base a codici e sottocodici come un messaggio che ha un certo significante e un certo significato/un canale lo trasferisce/il destinatario riceve il messaggio come significante quindi, con codici e sottocodici, lo traduce in significato.
Differenze con il modello informazionale:
ü il modello focalizza l’attenzione sullo svolgimento del processo di comunicazione;
ü mette in discussione due cardini del modello informazionale: la costanza dell’informazione nelle operazioni di codifica e decodifica + l’idea che il codice sia = tra emittente e destinatario;
ü la comunicazione non è + intesa come trasferimento di informazione, ma come trasformazione di un sistema di correlazioni tra significanti e significati in un altro sistema, perché si passa da un codice ad un altro;
ü considera gli ostacoli che si frappongono alla linearità della trasmissione dell’info non + come cose negative.
La decodifica può anche essere aberrante (cioè non corretta). Giovanni Manetti distingue 4 casi:
ü incomprensione del messaggio x totale carenza di codice: il messaggio non viene decodificato, quindi arriva al destinatario come segnale fisico, come puro rumore;
ü incomprensione del messaggio x disparità dei codici: il destinatario non conosce bene il codice dell’emittente;
ü incomprensione del messaggio x interferenze circostanziali: il destinatario ha il codice dell’emittente, ma riferisce il messaggio alle proprie aspettative;
ü incomprensione del messaggio x delegittimazione dell’emittente: il messaggio è compreso secondo le modalità dell’emittente, ma volutamente stravolto dal destinatario mosso da credenze forti ed in contrasto con quelle dell’emittente. Eco parla di guerriglia semiologia (decodifica intenzionalmente divergente)
X capire meglio la decodifica aberrante occorre prestare attenzione al contesto. Infatti la competenza linguistica varia con la stratificazione sociale ed economica à pertanto esistono pubblici diversi che usano codici diversi (legati a spazio e tempo) e che quindi danno interpretazioni diverse dello stesso messaggio.
La ricerca ha distinto tra culture egemoni e culture subalterne proponendo due diverse ipotesi x “gli errori di decodifica”:
1) ipotesi deficitaria à le culture subalterne, che hanno un codice ristretto (x scarsa scolarizzazione e, in genere, una posizione sociale di svantaggio), incontrano difficoltà nella decodifica dei messaggi
2) ipotesi differenziale à le culture subalterne non hanno codici ristretti, ma un orientamento più legato al contesto enunciativo e più specifico (meno metalinguistico ed universale) che rende i codici specifici, ben determinati anche ad avvenuta socializzazione della cultura dominante.
IL MODELLO SEMIOTICO-TESTUALE = riformula il semiotico-informazionale ponendo al centro del processo comunicativo il testo (non + il messaggio). Pertanto nn importa tanto la conoscenza di codici e sottocodici, quanto la competenza testuale (o discorsiva). La significazione ha carattere negoziale, cioè il senso si determina solo con l’interazione comunicativa testo-pubblico
Per la centralità del testo è + adatto a dar di conto della comunicazione dei mass-media.
I destinatari ricevono non tanto singoli messaggi quanto insiemi testuali + nn commisurano i messaggi a codici, ma a pratiche testuali sedimentate nel contesto culturale + nn ricevono mai un unico messaggio, ma molti (sia sicronicamente che diacronicamente).
Inoltre, il testo si riferisce a più sostanze espressive (non ad una unica come il messaggio): verbali+ musicali+visive ecc.
Infine, il testo ingloba anche il non detto (mentre il messaggio esaurisce la significazione in relazione al codice): cio che l’emittente presuppone del destinatario, le intenzioni che il destinatario attribuisce all’emittente, le tracce del processo di produzione à ciò che importa non è tanto la conoscenza di codici e sottocodici, ma la competenza testuale (o discorsiva).
Nella comunicazione massmediatica ad essere veicolati non sono + i messaggi (con il loro rimando univoco ad un codice), ma la relazione comunicativa che ne ha permesso la produzione.
Nella comunicazione massmediatica testi e pubblici non si escludono, ma interagiscono à la significazione ha carattere negoziale, cioè il senso si determina solo con l’interazione comunicativa testo-pubblico.
Il fatto che sono i testi (+ che i codici) i punti di riferimento trova conferma nell’esistenza dei generi (= struttura profonda con fattori che una cultura riconosce come tipici della serie paradigmatica in cui il testo si inserisce) che lo spettatore riconosce. Nessun testo infatti è completamente unico.
Il genere ci orienta all’interpretazione delle situazioni e fa assumere ai testi delle caratteristiche costanti:
1) un’identità riconosciuta da emittente e destinatario
2) un certo formato (ritmo, struttura, linguaggio..)
3) una stabilità che si consolida nel tempo.
IL MODELLO SEMIOTICO-ENUNCIAZIONALE = la comunicazione avviene attraverso il testo, pertanto l’enunciatore empirico introduce nel testo simulacri testuali di se’ stesso e dell’enunciatario e l’enunciatario empirico proietta (o ricerca) nel testo i simulacri di sè stesso e dell’enunciatore.
La comunicazione, + che un fare informativo, è un’attività complessa che sfocia nel confronto tra due soggetti.
Segue l’affermazione in semiotica della teoria dell’enunciazione.
Nella comunicazione non si attiva una circolazione di messaggi, ma di valori (pragmatici, cognitivi, materiali, astratti) che influiscono sull’essere stesso dei soggetti in gioco.
Nella comunicazione mediale non c’è mai un rapporto diretto, faccia a faccia emittente-destinatario à la comunicazione avviene attraverso il testo à l’emittente (o enunciatore) determina il proprio messaggio non solo pensando ai contenuti ma anche facendo ipotesi sul suo destinatario (eunciatario) .
à à l’enunciatore empirico (sta fuori dal testo) introduce nel testo simulacri testuali di se’ stesso e dell’enunciatario. Es: talk-show: conduttore=simulacro dell’enunciatore, personaggi=simulacri dell’enunciatario, così come lo sono anche il pubblico in sala, chi guarda la tv.
à à l’enunciatario empirico (sta fuori dal testo) proietta (o ricerca) nel testo i simulacri di sè stesso e dell’enunciatore
à à i simulacri sono disgiunti da enunciatore ed enunciatario empirici
I due simulacri creano gli effetti di realtà necessari alla credenza e alla persuasione. Inoltre danno al processo di comunicazione le caratteristiche di un processo interattivo tra soggetti che si scambiano oggetti di valore, da loro stessi messi in circolazione.
Xchè la comunicazione riesca non basta far conoscere al destinatario dei contenuti, ma occorre farglieli credere à la comunicazione, + che un fare informativo, è un’attività complessa che sfocia nel confronto tra due soggetti. Inoltre, poiché in circolazione ci sono valori che costituiscono l’identità dei soggetti, questa si trova a rischio di modifiche continue (e quindi può risultare + o – credibile).
finora analizzate solo semiotiche interpretative
IL MODELLO SEMIOTICO-STRUTTURALE = studia la forma del contenuto xchè suo scopo è definire i sistemi semiotici in base al modo con cui, al loro interno, producono il significato. Quindi ogni forma di significazione è vista alla luce delle condizioni che la rendono possibile.
La produzione del significato si sviluppa su due livelli: 1) livello profondo delle strutture semio-narrative dove la produzione di significato avviene come conseguenza dell’istaurarsi di una struttura di tipo paradigmatico che mette in relazione dei valori che possono essere rappresentate da uno schema di tipo logico: il quadrato semiotico. 2) livello superficiale delle strutture semio-narrative dove i valori virtuali inscritti nel quadrato diventano oggetti di valore per un soggetto che si trova con essi in congiunzione o disgiunzione. Il passaggio da stato di congiunzione e disgiunzione dinamizza la narrazione, rendendola un qlc che è una trasfomazione di stati.
Lo schema narrativo canonico di Greimas prevede 4 fasi successive per il soggetto: manipolazione, competenza, performanza, sanzione.
Più recentemente lo schema canonico è stato profondamente modificato e riarticolato non + su 4 fasi successive, ma su due dimensioni (pragmatica e cognitiva).
Le strutture semio-narrative sono poi trasformate in strutture narrative (convocazione).
La semiotica strutturale non si occupa degli aspetti superficiali del senso (quelli che possono essere osservati e descritti), ma del modo in cui il senso è prodotto e del modo in cui è interpretato. Si occupa:
ü del modo in cui i segni sono organizzati in livelli di profondità (no della loro evidenza)
ü di sistemi semiotici (no del segno isolato)
ü del piano della significazione dei segni (no della circolazione dei segni, cioè della com)
Propone un sistema semiotico che si articola in vari livelli in cui ciascuno dipende da quello che lo precede e rende possibile quello che lo segue.
Il tutto senza uscire dall’orizzonte del linguaggio: non c’è referente e non ci sono autore e lettore empirico.
Il modello studia la forma del contenuto xchè vuole definire i sistemi semiotici in base al modo con cui, al loro interno, producono il significato. Quindi ogni forma di significazione è vista alla luce delle condizioni che la rendono possibile.
La produzione del significato si sviluppa su due livelli:
1) livello profondo delle strutture semio-narrative: dove la produzione di significato avviene come conseguenza dell’istaurarsi di una struttura di tipo paradigmatico che mette in relazione dei valori (contrarietà, contraddittorietà e complementarità) che possono essere rappresentati da uno schema di tipo logico: il quadrato semiotico.
Il quadrato esprime la condizione differenziale minima che è alla base della significazione, articolando il livello profondo delle strutture semio-narrative. La relazione di contrarietà si sviluppa sui lati orizzontali, quella di complementarità sui verticali e quella di contraddizione sulle diagonali;
2) livello superficiale delle strutture semio-narrative: dove le relazioni di contrarietà e contraddizione e le operazioni (sono tutti e tre astratte) di affermazione-negazione dei termini del quadrato si traducano in azioni e volizioni (atto del volere finalizzato al compimento di una determinata azione) di soggetti. Cioè, dove i valori virtuali inscritti nel quadrato diventano oggetti di valore per un soggetto che si trova con essi in congiunzione o disgiunzione. Soggetto ed oggetto non sono ovviamente empirici, ma attanti cioè ruoli narrativi che esistono solo l’uno in funzione dell’altro (i soggetti xchè valorizzano gli oggetti, gli oggetti perché assumono un valore x i soggetti).
I soggetti sono in competizione tra di loro per lo stesso oggetto di valore à ciascuno dunque è mosso da un differente (e spesso contrastante) programma narrativo. Il passaggio da uno stato di congiunzione ad uno di disgiunzione o da un’appropriazione ad una spoliazione (poi ci sono anche attribuzioni e rinunce) caratterizza la narrazione facendone una trasformazione di stati.
L’intenzione di ogni soggetto nei confronti dell’oggetto di valore desiderato dà luogo infatti a diversi tipi di comportamento nei suoi confronti (detti tipi di modalizzazione) che si esprimono in predicati di stato (esprimono un’idea di essere, di avere..) e in predicati del fare (esprimono un’idea di azione, come muoversi, correre, prendere…). à Sono quindi i predicati che specificano la relazione che si stabilisce tra gli attanti-soggetto e l’oggetto di valore. Tale relazione può essere di giunzione (congiunzione/disgiunzione) o di trasformazione (a sua volta di tipo congiuntivo o disgiuntivo a seconda che il passaggio sia da stato di disgiunzione a stato di congiunzione e viceversa) à Anche il soggetto assume o una modalità di stato o del fare in accordo con il predicato che gli è connesso.
Per Greimas lo schema del percorso narrativo del soggetto prevede 4 fasi successive, quelle del cosiddetto schema narrativo canonico (strumento astratto o generale con cui si può analizzare qualsiasi testo):
1) la manipolazione = proposta da parte del destinante ed accettazione da parte del soggetto di un programma narrativo da portare a termine che comporta l’effettuazione di azioni ed il possedimento di uno o + oggetti di valore. E’ una fase di tipo contrattuale in cui il soggetto è in interazione con un destinante-manipolatore;
2) la competenza o prova qualificante = acquisizione da parte del soggetto della capacità cognitiva e pratica di realizzare il programma narrativo. E’ una fase in cui il soggetto acquista la competenza;
3) la performanza o prova decisiva = realizzazione del programma narrativo. Comprende lo scontro (di solito vincente) del soggetto con un anti-soggetto che gli vuol impedire la congiunzione desiderata. E’ una fase in cui avviene il passaggio all’atto;
4) la sanzione o prova glorificante = è un nuovo confronto con il destinante (ora presente come destinatario) per verificare la realizzazione del programma narrativo (così come previsto dal contratto) in modo da emettere un giudizio positivo (premio o riconoscimento) o negativo (punizione o disconoscimento) sull’operato del soggetto. E’ una fase in cui si ha di nuovo interazione tra soggetto e destinante, ma in forma di sanzione (positiva o negativa).
I programmi narrativi possono essere semplici o complessi (quando si servono di sottoprogrammi d’azione, detti programmi narrativi d’uso, che servono a congiungere il soggetto ad oggetti di valore secondario ma indispensabili perché il soggetto compia la sua performanza).
Più recentemente lo schema canonico è stato profondamente modificato perché Greimas ha individuato 4 predicati pressoché universali visto che appartengono alle lingue naturali: volere, dovere, potere, sapere. à Attraverso la combinazione degli enunciati del fare (volere fare, dover fare, poter fare, saper fare) con quelli dell’essere (voler essere, dover essere, poter essere, saper essere) competenza e performanza del soggetto si cofigurano come “far essere” (fare che fa essere) e “essere del fare”(essere che permette il fare), cioè relazioni modali di natura pragmatica a cui se ne possono aggiungere due di natura cognitiva così da distinguere le principali relazioni modali (tipi di comportamenti de soggetto verso l’oggetto, ndr) con:
1) performanza pragmatica: “far essere” (fare che fa essere);
2) competenza pragmatica: “essere del fare”(essere che permette il fare);
3) performanza cognitiva (manipolazione): “far fare” (il fare che fa fare);
4) competenza cognitiva (sanzione): “essere dell’essere” (l’essere che è essere)
à à è possibile riconsiderare lo schema narrativo canonico articolandolo (non + su 4 fasi successive) su due dimensioni (pragmatica e cognitiva):
ü sulla dimensione pragmatica prende forma l’atto pragmatico dello schema narrativo che consiste nell’unione di una competenza (essere del fare) e di una performanza (far essere) nello stesso attore;
ü sulla dimensione cognitiva si sviluppano i 2 momenti della relazione contrattuale: quello che dà inizio all’azione narrativa (manipolazione, far fare, performanza, in cui il destinante fa il manipolatore x indurre il soggetto ad accettare l’accordo) e quello che la conclude (sanzione, essere dell’essere, competenza in cui il destinante giudica).
Le strutture semio-narrative sono poi trasformate in strutture discorsive (convocazione). Il discorso che corrisponde ad un enunciato si ottiene con un processo articolato in 3 procedure di discorsivizzazione:
ü spazializzazione (= localizzazione spaziale messa in atto dall’enunciante x iscrivere le vicende narrate in un’organizzazione spaziale):
ü temporalizzazione (= produce l’effetto di temporalità);
ü attorizzazione (= si istituiscono gli attori, cioè individui dotati di un identità continua e costante. L’attore intraprende dei programmi narrativi e si carica a livello semantico dei temi, cioè stereotipi con cui ogni cultura ricopre le proprie strutture narrative)
Nei discorsi + articolati intervengono anche i rivestimenti figurativi (processo di figurativizzazione), cioè unità discorsive che si presentano come + concrete dei temi.
PARTE II – IL MODELLO INTERPRETATIVO
SEMIOTICA INTERPRETATIVA = quella proposta da Eco sulla base delle tesi di Pierce. E’ fondata sull’atto di interpretazione (cioè di traduzione del segno in un altro segno) e pertanto comporta la cooperazione del destinatario che deve trarre dal testo anche quello che il testo nn dice, ma presuppone, promette, implica ed implicita
X Eco la semiotica ha a che fare con qualsiasi cosa possa essere assunta come segno. Il segno, d’altro canto, è ogni cosa che possa essere assunto come sostituto significante di qualcos’altro, anche nn esistente o nn presente nel momento in cui il segno è usato à la semiotica è la disciplina che studia tutto ciò che può essere usato x mentire, una sorta di “Teoria della menzogna”.
Ovviamente, l’atto dell’interpretazione è l’atto fondante della semiotica xchè qlc può essere assunta come segno di qualcos’altro solo se c’è qualcuno che lo assume e lo interpreta come tale.
Eco costruisce la sua def di semiotica sulla base delle tesi di Peirce che considera la semiosi (= oggetto di studio della semiotica) come un meccanismo interpretativo à la comunicazione nell’ottica semiotica è una semiosi illimitata, cioè una sequenza illimitata di interpretazioni di segni mediante altri segni. Per stabilire il significato di un’espressione, cioè x interpretarla, devo quindi tradurla in altri segni. Il segno che traduce il primo segno (il rapresentament) è detto interpretante.
INTERPRETANTE = è il segno che traduce il 1° segno aggiungendo ad esso senso.
Spiega come riconosciamo i significati dei segni che usiamo, ma anche come in una cultura si circoscrivono i significati, cioè quelle unità che la cultura ha individuato nel suo processo di pertinentizzazione del contenuto
L’interpretante, xò, non è solo un segno che nasce da un altro segno, ma anche l’idea o significato a cui la serie di segni dà luogo à “Quello è un ornitorinco”: i suoi interpretanti sono tutte le ulteriori specificazioni (descrizioni, immagini ecc) che il parlante può fornire. Dunque, interpretante è anche l’idea che mi faccio mettendo insieme tutti gli interpretanti che mi sono stati forniti.
L’interpretante, inoltre, dice qlc in più, aggiunge cioè senso o qualche specificazione ulteriore al 1° segno.
L’interpretante, è ovvio, non è l’interprete, ma il segno che si crea nella mente dell’interprete, cioè il prodotto semiotico dell’atto di interpretazione.
L’interpretante non solo spiega come riconosciamo i significati dei segni che usiamo, ma anche il meccanismo con cui si determina il senso di un’intera cultura attraverso un processo di continua aggiunta o approssimazione al significato: i processi semiotici, riferendo un segno ad altri segni, circoscrivono i significati (contenuti) in modo asintotico, ovvero senza mai toccarli direttamente, ma rendendoli accessibili mediante altre unità culturali (contenuti). Il significato di un segno si esprime solo con altri segni, insomma dicendolo in altro modo.
L’interpretazione del testo comporta la cooperazione del destinatario che deve trarre dal testo anche quello che il testo nn dice, ma presuppone, promette, implica ed implicita.
ENCICLOPEDIA = insieme registrato di tutte le interpretazioni, il sapere base x cercare di comprendere i testi che sono “macchine pigre”.
Il concetto di enciclopedia è fondamentale per capire il meccanismo dell’interpretazione testuale di Eco.
Nasce dall’esigenza di allargare il concetto di codice di Jakobson (= codice linguistico, lingua naturale) al contesto culturale e sociale della lingua: ogni parola o segno rimanda infatti ad un universo di senso (tutto ciò che sappiamo sul dato argomento) à
à
ü L’enciclopedia è un postulato semiotico.
ü E’ l’insieme registrato di tutte le interpretazioni.
ü E’ la libreria delle librerie (con libreria = archivio di tutta l’informazione non verbale in qualche modo registrata, dalle pitture rupestri alle cineteche).
ü E’ il sapere di base per cercare di comprendere testi (discorsi, libri, immagini, film, foto ecc).
ü E’ una ipotesi regolativa in base alla quale un destinatario si costruisce una porzione di enciclopedia concreta per assegnare ad un testo o a un emittente una serie di competenze semantiche.
E’ un postulato xchè nn è descrivibile nella sua totalità: 1) la serie delle interpretazioni è indefinita ed inclassificabile 2) contempla interpretazioni contraddittorie 3) si trasforma nel tempo 4) è posseduta in modo diverso dai diversi utenti.
Ognuno possiede l’enciclopedia della propria cultura e del proprio tempo in modo diverso dagli altri: alcune porzioni base di essa sono possedute da tutti (es, riconoscere la differenza tra cane e gatto), altre no perché più tecniche e specialistiche (il gatto x lo zoologo o l’etologo) o popolari o tradizionali (proverbi, “tanto va la gatta al lardo che…”).
E’ un distillato di altri testi, cioè il frutto di una precedente circolazione intertestuale (tra testi).
Ogni interpretazione di una data espressione vi è registrata: il gatto come animale domestico e il gatto animale prediletto dalle streghe. Ciascuna definisce l’espressione (/gatto/) sotto un certo aspetto ed ognuna fa conoscere qualcosa in + dell’espressione. Ciascuna vale ed è attualizzabile in un determinato contesto à x trovare il significato di un testo occorre cercare i “pezzi giusti”, le interpretazioni giuste nell’enciclopedia à il lettore deve essere attivo, deve cooperare con il testo per riempire gli spazi di non-detto à il testo è una macchina pigra, una macchina presupposizionale.
IL LETTORE MODELLO = lettore capace di cooperare all’attualizzazione testuale così come previsto dall’autore, quindi quello che interpreta il testo secondo le modalità previste dall’autore in fase di generazione. E’ un’ipotesi che l’autore costruisce nella fase generativa del testo. DUNQUE à E’ una strategia testuale. E’ un insieme di condizioni di felicità che devono essere soddisfatte perché un testo sia pienamente attualizzato nel suo contenuto potenziale
e
L’AUTORE MODELLO = autore che l’autore empirico crea generando strategicamente il testo. E’ una strategia testuale, funzionale alle intenzioni dell’autore empirico o alle esigenze che questi crede essere proprie del proprio lettore potenziale, per indirizzare nel senso voluto l’attività cooperativa del lettore.
Il testo nella sua superficie linguistica è una catena di artifici espressivi che devono essere attualizzati dal destinatario. Ha spazi volutamente bianchi (che il lettore deve riempire) perché: 1) il testo è una macchina pigra che vive sul plusvalore di senso che il lettore vi introduce 2) il testo vuole lasciare al lettore l’iniziativa interpretativa, pur desiderando nella > parte dei casi di essere interpretato con una certa univocità.
Insomma, il testo (parlato, scritto, visivo) è emesso x qualcuno che lo attualizzi PERO’ non è assolutamente detto che emittente e destinatario posseggano le stesse parti dell’enciclopedia culturale, DUNQUE l’emittente, o autore empirico, deve lavorare preventivamente con presupposizioni su competenze e modo di lettura del suo potenziale fruitore ideale à
à Allora il testo è un prodotto la cui sorte interpretativa deve far parte del proprio meccanismo generativo. à à Generare un testo significa attuare una strategia che comprenda le previsioni delle mosse altrui, cioè di un modello di fruitore: è il lettore modello, quello capace di cooperare all’attualizzazione testuale come previsto dall’autore, quindi quello che interpreta il testo secondo le modalità previste dall’autore in fase di generazione.
L’autore empirico (emittente) deve quindi riferirsi ad una serie di competenze (roba che oltrepassa la “conoscenza dei codici”) che diano contenuto alle espressioni che usa assumendo che siano le stesse del proprio lettore. Deve quindi scegliere una lingua, un tipo di enciclopedia, un patrimonio lessicale e stilistico, delle immagini e così via e produrre un testo presupponendo che il proprio lettore potenziale li corrisponderà. à à à à
Insomma, il lettore modello è una strategia testuale dell’autore empirico che, nell’elaborarla, disegna anche se stesso come autore modello, (dunque in termini di strategia testuale) in modo funzionale alle proprie intenzioni o alle esigenze del proprio lettore potenziale, cioè per indirizzare nel senso voluto l’attività cooperativa del lettore.
Infatti, quando consideriamo un testo in quanto tale (specie se concepito per un audience vasta: romanzo, discorso politico ecc) l’autore vi si manifesta come stile, puro ruolo attanziale (“io” come soggetto di questo enunciato), occorrenza illocutiva (“io giuro che”), operatore di forza perlocutiva (= soggetto estraneo all’enunciato che xò interviene nel testo, come il giudizio del narratore, “accadde qlc di orribile”).
Ovviamente anche il destinatario, o lettere empirico, formula una propria ipotesi di autore modello, in qualche modo più sicura (di quella del lettore modello fatta dall’autore empirico) xchè dedotta dal testo.
Il testo, macchina pigra, è dunque messo in moto dalle strategie testuali di autore e lettore modello à autore e lettore empirici devono lavorare in funzione delle strategie testuali: l’autore empirico creando l’autore modello, il lettore empirico seguendo il lettore modello (x lui approntato dall’autore) à il lettore empirico nn può fare ciò che vuole con il testo, ma deve cooperare con esso per realizzarsi come lettore modello, cioè deve cercare di recuperare meglio che può i codici dell’autore empirico.
I LIVELLI DELLA COOPERAZIONE = quelli che definiscono il percorso ideale che l’interprete dovrebbe fare davanti ad un testo e che portano a presupporre il mondo possibile a cui il testo si riferisce
Davanti ad un testo, un interprete dovrebbe compiere un cammino ideale composto da una serie di passi:
1) Si applicano alla manifestazione lineare del testo, detta superficie lessematica, (in poche parole le espressioni, le strutture discorsive) dei codici e sottocodici (propri della lingua in cui il testo è scritto e della competenza enciclopedica a cui per tradizione culturale la lingua rinvia) in modo da attualizzare tali strutture discorsive, cioè da trasformarle in un primo livello di contenuto. I codici e sottocodici sono:
a) Dizionario di base: con cui individuo le proprietà semantiche elementari delle espressioni, così da tentare amalgama provvisori, almeno a livello sintattico (sostantivi che introducono un soggetto, verbi che introducono un’azione ecc);
b) Ipercodifica retorica e stilistica: riferendomi ad un’enciclopedia ipercodificata decodifico tutta una serie di espressioni “fatte”, di solito registrate dalla tradizione retorica;
c) Inferenze da sceneggiature comuni: considero le info che mi fornisce il frame (=struttura di dati che rappresenta una situazione stereotipata. Proviene dalla normale competenza enciclopedica del lettore, quella che condivide con la > parte dei membri della cultura cui appartiene. Sono x lo + regole x l’azione pratica) che mi dicono cosa posso aspettarmi accada in una data situazione e anche cosa devo fare se queste aspettative non sono confermate;
d) Inferenze da sceneggiature intertestuali: considero le info che mi forniscono le sceneggiature intertestuali, cioè schemi retorici e narrativi che fanno parte di un corredo ristretto e selezionato di conoscenza che non tutti i membri di una data cultura posseggono, come x es. gli schemi standard del romanzo o del film poliziesco, la struttura della fanciulla perseguitata (seduttore + fanciulla ingenua + castello tenebroso ecc), la struttura del duello tra sceriffo e cattivo nei western. Posso dunque riconoscere la violazione di regole di genere, prevedere il finale di una storia, soluzioni che x me sono banali mentre x altri veri e propri colpi di scena;
e) Ipercodifica ideologica: avvicino il testo da una prospettiva ideologica personale (che fa parte della mia competenza), anche non accorgendomene
2) Si crea un’isotopia, cioè una struttura che lega i diversi livelli di senso con le proprietà semantiche del testo in modo coerente, definendo cioè una coerenza del percorso di lettura
3) Sulla base della coerenza di cui sopra e della competenza di lettore si fanno previsioni sul modo in cui il testo si svilupperà, cioè si azzardano mondi possibili à x fare ciò il testo deve essere rapportato di continuo all’enciclopedia, perciò il lettore esce dal testo, cioè fa le cosiddette passeggiate inferenziali: esce, ricorre a sceneggiature comuni o intertestuali (di solito, tutte le volte che, come avviene in altri racconti, come ci insegna la psicologia ecc) e vi rientra carico di bottino. Si sottrae così alla tirannia del testo (ma anche al suo fascino) e va a ritrovare esiti possibili nel repertorio del già detto.
DUNQUE, in ogni testo si deve sempre presupporre l’esistenza di un retrostante mondo possibile a cui il testo fa riferimento x ogni suo sviluppo o ricostruzione di senso. Il mondo possibile dietro ad un testo è un costrutto culturale, cioè è stato fatto da qualcuno. Ogni mondo narrativo prende in prestito individui e proprietà dal mondo reale e decide di ignorarne (narcotizzare) altre. Anche il mondo reale è descrivibile come mondo possibile narrativo (cronaca giornalistica).
I LIMITI DELL’INTERPRETAZIONE
Prevedere il proprio lettore modello non significa semplicemente sperare che esista, ma anche costruire il testo in modo da guidarlo, da istituirne la competenza à un testo non solo riposa su una competenza, ma contribuisce a produrla à il testo non è poi così pigro? E’ un kit che fa lavorare l’utente in modo che costruisca un oggetto e solo quello o un lego che gli fa costruire molte forme a scelta? La risposta è compresa tra due estremi:
IL TESTO CHIUSO = testo che cerca di indirizzare in modo stringente l’interpretazione del lettore, in modo che ogni termine, ogni modo di dire e ogni riferimento enciclopedico sia quello che prevedibilmente il lettore può capire.
Lascia poco spazio alla creatività interpretativa del lettore. Il lettore è poco cooperativo con il testo che infatti gli chiede solo di seguire un dato percorso. L’autore fissa con sagacia sociologica e brillante medierà statistica il proprio lettore modello (come il target dei pubblicitari) e costruisce il testo in modo che ogni parola, ogni modo di dire, ogni riferimento enciclopedico siano quelle che il lettore può capire. Vuole provocare un effetto preciso. Può anche riuscire a certi livelli.
IL TESTO APERTO = testo strutturato in modo da lasciare al lettore un ampio margine di manovra interpretativa, sfruttando la fondamentale ambiguità e incompletezza di ogni testo a fini strategici.
Lascia il > spazio possibile per le passeggiate inferenziali e intertestuali del lettore modello. Ovviamente una cosa cerca però di controllare strategicamente: che, x quante interpretazioni siano possibili, si richiamino rafforzandosi a vicenda.
PERO’ il lettore può scegliere o meno di seguire la guida offerta dall’autore à ci sono due pratiche di lettura del testo:
USO = modo strumentale o idiosincratico (cioè personale) di interpretare il testo senza riguardo per quanto esso effettivamente dice.
Non è una lettura scorretta, ma solo diversa che porta alla parodia, alla riscrittura e modernizzazione del testo. Borges, x es., suggeriva di leggere L’Odissea come fosse posteriore all’Eneide producendo, di fatto, un altro testo che serve per la critica o la scoperta di possibilità nascoste del testo d’origine
e
INTERPRETAZIONE = rispettare sostanzialmente i testi, ciò che dicono “letteralmente”. Ricostruire il suo significato legittimo.
Ci sono 3 modalità di interpretazione di un testo collegate a 3 diversi tipi di intentio del lettore:
ü Interpretazione come ricerca dell’INTENTIO AUCOTORIS = ricercare quello che l’autore empirico voleva realmente dire;
ü Interpretazione come ricerca dell’INTENTIO OPERIS = cercare nel testo ciò che un’opera esprime di per sé, al di là delle intenzioni di chi la produce o di chi la legge.
ü Interpretazione come ricerca dell’INTENTIO LECTORIS = cercare nel testo ciò che il destinatario vi trova, fa dire al testo in riferimento ai propri sistemi si significazione e/o in riferimento ai propri desideri.
Eco propende tra una via di mezzo tra le ragioni dell’opera e quelle del lettore fermo restando che l’intentio operis è il punto di riferimento obbligato per una interpretazione in senso corretto e ristretto à il testo rimane un punto fermo rassicurante a cui attenersi.
Il lettore può essere più o meno professionale, cioè:
LETTORE INGENUO O SEMANTICO = quello che fa l’interpretazione semantica o semiosica, cioè davanti alla manifestazione lineare del testo la riempie di significato
LETTORE CRITICO = quello che fa l’interpretazione critica o semiotica, cioè cerca di spiegare per quali ragioni strutturali il testo produce quelle interpretazioni semantiche.
Un testo può essere interpretato semanticamente o criticamente, ma solo certi testi prevedono entrambe le interpretazioni à in certi casi il testo non prevede un solo lettore modello, ma due: un lettore modello ingenuo e un lettore modello critico.
Come stabilire che un’interpretazione è quella giusta?
Provando ogni congettura sulla coerenza del testo. Il lettore empirico è colui che fa una congettura sul tipo di lettore modello postulato dal testo, quindi colui che fa congetture non sulle intenzioni dell’autore empirico, ma di quello modello. L’autore modello è colui che, come strategia testuale, tende a produrre un certo lettore modello à la ricerca sull’intenzione dell’autore e quella sull’intenzione dell’opera coincidono.
Uso e interpretazione sono due modelli astratti: ogni lettura risulta sempre da una commistione dei due.
ANALISI DE “IL CAVALIERE INESISTENTE” DI CALVINO (testo letterario)
ü Prima di tutto sappiamo di leggere un romanzo: cosa diversa da un manuale di chimica. Possediamo nella ns. memoria culturale le caratteristiche almeno min del romanzo: sappiamo che fa riferimento a mondi di fantasia, a realtà lontane, che nelle prime pagg si trovano la > parte delle info che ci fanno capire dove ci troviamo.
ü Quindi cominciamo a costruire ipotesi sul mondo narrativo.
Partiamo dalla manifestazione lineare e vi troviamo una serie di indizi da cui partire: Parigi ed esercito di Francia à colloco geograficamente l’azione + esercito à pressupongo che nel corso della lettura troverò altri elementi tipicamente militari, cioè potrò riconoscere una continuità di senso o isotopia militare e infatti alla seconda riga si parla di passare in rassegna (sceneggiatura comune) + non ho una data precisa per la collocazione temporale, ma Carlomagno attiva tutte le ns. conoscenze storiche, cioè la ns. enciclopedia culturale di base da cui deriviamo che siamo in un contesto temporale medievale. Altri elementi confortano questa ipotesi: i termini paladini, cavalieri, elmi, cimieri (quest’ultimo termine può anche far sorgere qualche dubbio à entra in gioco il dizionario di base, cioè la conoscenza + o – vasta del lessico della lingua naturale in cui il testo è scritto). Se anche alcuni significati sfuggono, si ricostruisce il senso del discorso dal contesto grazie alla ns. esperienza di contesti medievali (da libri e da film x es.). Questi indizi inoltre attivano un rapporto intertestuale con l’enciclopedia richiamando il Ciclo di Francia e l’epopea di Ariosto (caro a Calvino come sa il lettore critico, ma nn necessariamente quello ingenuo). Molte situazioni di questo romanzo dunque fanno riferimento ad altri testi letterari e non. Tutti questi processi interpretativi operano in concatenazione: da un dubbio posso passare ad interpretare altre situazioni esterne al testo, da un indizio posso costruire una micro-enciclopedia del mondo narrativo in questione. MA questo è il principio base della semiosi.
ü Il tono è ironico, se non esplicitamente parodistico: il mondo dell’epica è rivisitato in chiave decadente à spostando l’interpretazione al livello ideologico capiamo che Calvino muove una critica all’epica cavalleresca, al mondo militare di ogni tempo e luogo, alla falsa ingenuità di certi ideali, ai limiti dell’umanità à l’ironia è la strategia dell’autore x portare il lettore a costruire una precisa ipotesi ideologica (sia riguardo al mondo narrativo che sulla realtà di tutti i giorni)
ANALISI INTERTESTUALE DI ANDREOTTI TESTIMONIAL DINERS CLUB
L’uso del testimonial in pubblicità deriva da un’antica tradizione, quella dell’uso retorico e letterario di citare a sostegno della propria tesi le parole, o anche solo la figura, di un celebre o potente. La Diners in questo caso ha scelto Andreotti.
ü Questa pubblicità (come ogni altra basata su testimonial) mette in gioco quanto il fruitore sa o crede di sapere riguardo al personaggio. Da Andreotti il fruitore mette in moto una serie di info (eventi politici e di costume degli ultimi decenni dati dall’informazione giornalisitica) archiviate nella memoria culturale
ü Le associazioni intertestuali sono innescate anche da frasi. Una prima passeggiata inferenziale è data da Credeva di aver già visto tutto. Credeva à quella che mi fa ricavare l’Andreotti che sa tutto (compresi segreti). Una seconda da Internet logora chi non ce l’ha à comprensibile solo se conosco la “il potere logora chi non ce l’ha”, cioè attivando una specifica memoria culturale. Inoltre potere è sostituito da internet, ergo internet è potere
ü L’autore ha in mente un ben definito lettore modello: quello in possesso di determinate competenze sulla storia politica italiana + recente e di date competenze di informazione giornalistica à il testo dichiara il proprio target d’utenza à è dunque un testo chiuso (nonostante scateni un’ampia serie di associazioni) che prevede uno specifico target e non permette libere interpretazioni
ü Il fastidio che potrebbe suscitare in chi non condivide la politica di Andreotti produce una forma controllata di decodifica aberrante, perché il lettore che prova fastidio ha comunque l’ironia tra le proprie competenze
ü La foto attiva le nostre conoscenze enciclopediche sugli atteggiamenti e le espressioni umane e l’ambito dello spettacolo. L’espressione ed il modo di illuminazione rimandano a stereotipi cinematografici: idea di un sapere nascosto, ma anche orgoglio ferito, la sceneggiatura intertestuale del “misterioso personaggio che trama e agisce nell’ombra”
PARTE II – IL MODELLO GENERATIVOTESTO = qualsiasi oggetto significante, ma anche una porzione di un altro testo. X Greimas il testo è tale quando è potenzialmente interpretabile da qualcuno o quando è semplicemente significativo x qualcuno
La semiotica testuale si è sviluppata dai ’60.
Testo = qualsiasi oggetto significante (romanzo, film, spot, quadro, vestito, discorso, enunciato, frase, gesto ecc), ma anche una porzione di un altro testo (x es. una citazione) che, anche leggermente modificata, entra a far parte di un altro testo (es. sequenze di film riproposte in spot). Proprio per l’intertestualità (= ogni tipo di relazione tra testi, citazioni, allusioni, parodie ecc), i limiti, i bordi del testo non sono dati una volta x tutte, ma posti di volta in volta da chi legge il testo.
Per Algirdas Julien Greimas (di seguito G), fondatore e > esponente della scuola di Parigi in cui è stata elaborata la semiotica generativa, il testo (definizione antisostanzialistica e costruttivistica) non è l’oggetto nella sua materialità (immagine, suoni, parole ecc), ma qualcosa che deve essere istituito come testo a monte (fase di sua progettazione) o a valle (fase di sua interpretazione). Insomma, il testo è tale quando è potenzialmente interpretabile da qualcuno o quando è semplicemente significativo x qualcuno à aderisce + alla def di segno di Pierce che di Fds (ci deve essere intenzionalità della significazione).
IL RAPPORTO TEORIA-TESTO = è un rapporto forte xchè i testi sono la fonte stessa di una teoria semiotica generale, l’oggetto con cui il teorico si misura x elaborare ipotesi che poi verranno provate su altri testi. Prevede due movimenti: uno induttivo e uno deduttivo.
Non è che ad una teoria semiotica generale (sia essa interpretativa o generativa) spetta di elaborare gli strumenti per analizzare i testi e alla semiotica del testo di applicarli à i testi, infatti, sono la fonte stessa di una teoria semiotica generale, l’oggetto con cui il teorico si misura x elaborare ipotesi che poi verranno provate su altri testi.
Il rapporto teoria-testo prevede due movimenti: uno induttivo (dal testo formulo ipotesi e osservazioni che costituiscono la teoria) ed uno deduttivo (la teoria provvede gli strumenti x sollecitare il testo).
Paolo Fabbri dice che la semiotica ha una vocazione scientifica e una empirica à pertanto deve sì contemplare le grandi teorie filosofiche sul segno, ma anche le pratiche di significazione da cui si possono dis-implicare dei funzionamenti di senso à non è tanto importante sapere cosa Spinoza pensasse del segno, quanto indagare se nella pittura dell’epoca di Spinoza ci fosse qualche idea di segno implicita che, con gli strumenti di oggi, possiamo dis-implicare.
IL TESTO E’ OPACO = cioè non necessariamente capibile con gli strumenti che abbiamo a disposizione perché ha una propria originalità
Scopo della semiotica del testo = capire il funzionamento del testo à il semiologo si dota di strumenti x armeggiare sul testo, MA SPESSO gli strumenti paiono spuntati, parti del testo rimangono oscure, l’ipotesi di partenza naufraga. Non si tratta di imperizia, ma del fatto che pur creando la semiotica del testo (quindi anche la generativa) strumenti elaborati, trattasi sempre di strumenti generali mentre ogni testo (pur fondandosi su un universo culturale condiviso) ha una propria originalità à l’analista la deve cogliere con la sua abilità, il suo intuito, scegliendo gli strumenti + idonei o creandone di nuovi.
IL METALINGUAGGIO DI GREIMAS = quello della semiotica generativa, ed è ostico! Ogni termine del metalinguaggio infatti etichetta il risultato di un’elaborazione teorica (conclusa o in fase di dibattito), ma pure, questo linguaggio artificiale, riesce ad assicurare un tot di concetti che stanno alla base della teoria di cui, dunque, assicura scientificità e coerenza.
CONFINI INTERNI ED ESTERNI DEL TESTO = sono posti dal fruitore e quindi sono indefiniti e mobili
I confini del testo sono posti dal fruitore à riprova del fatto che il testo è un oggetto costruito, un oggetto di contrattazione anche quando i suoi limiti sono dati fenomenicamente.
Un testo che pone esplicitamente la questione dei bordi (interni ed esterni) è ESERCIZI DI STILE DI RAYMOND QUENEAU (1947) che è un’opera costruita come variazioni infinite su un tema minimo, originale ma banale, che ogni esercizio trasforma agendo su regole morfologiche, stilistiche o di altro genere (si parte con Notazioni e si passa per Litoti che riscrive Notazioni giocando sulla litote).
E’ un aggregato di testi brevi (99) con limiti esterni (con la traduzione si producono variazioni diverse) ed interni (nel corso delle diverse edizioni alcune variazioni sono state sostituite) indefiniti e mobili.
E’ un testo che indaga gli stessi problemi della semiotica testuale: la questione dei confini e l’esplorazione dei diversi livelli che compongono il testo (dai ’70 infatti il testo è stato considerato non solo come oggetto costruito, ma anche stratificato -in strutture che da profonde diventano superficiali o discorsive-).
LA NARRATIVITA’ COME PRINCIPIO DI ORGANIZZAZIONE DEL SENSO = x G. la narratività è il principio di organizzazione di ogni discorso (poesia o ricetta di cucina), sia esso narrativo che non.
Invece, Emile Beneviste crede che la narratività sia prerogativa solo di certi discorsi, quelli storici o narrativi, di contro ai discorsi propriamente detti.
Gerard Genette evidenzia che è difficilissimo imbattersi in discorsi “puri”: una conversazione contiene parti narrative e nelle narrazioni spesso ci sono dialoghi e interventi che esprimono il punto di vista del narratore à xciò preferisce parlare di livelli del discorso: la narrazione propriamente detta e il modo con cui questa narrazione prende forma.
IL PERCORSO GENERATIVO = modello elaborato da G. per descrivere la significazione. Questa è descritta a partire da livelli profondi che, trasformandosi, producono le forme di superficie che usiamo comunemente. La significazione è dunque una prospettiva dinamica. Dalle strutture semio-narrative si passa a quelle discorsive, analizzando entrambe nell’ambito sintattico e in quello semantico.
X G. la concatenazione di frasi, immagini e sequenze audiovisive che costituiscono un testo sono la rappresentazione superficiale di una struttura profonda soggiacente à non significa che in un discorso prima si mettono le strutture e poi si rivestono di strutture discorsive (cioè nn è da intendere in modo genetico), ma è un’ipotesi che presiede alla costruzione di un modello per la descrizione della significazione.
Il modello del percorso generativo è quello più sintetico. Generativo à indica la volontà di descrivere la significazione a partire da livelli profondi (= forme logico-semantiche) che, a seguito di trasformazioni, producono le forme di superficie (parole, frasi, immagini). Percorso à indica la disposizione lineare ed ordinata degli elementi che lo compongono, ma, soprattutto, una prospettiva dinamica che implica il passaggio da un livello all’altro del percorso che porta alla manifestazione del senso. Questo passaggio è detto conversione.
IL QUADRATO SEMIOTICO = è la struttura elementare della significazione (situata nel percorso a livello delle strutture semio-narrative profonde). E’ la rappresentazione grafica di alcune relazioni logiche secondo cui si articolano le categorie semantiche (categoria semantica = relazione di opposizione tra due contrari da cui si genera il senso: per capire “vita” devo anche sapere che cos’è “morte”). Queste relazioni sono: contrarietà, contraddizione e complementarità.
MANCA L'IMMAGINE DEL QUADRATO!
Il quadrato semiotico si legge più o meno così: presi due termini A e B (x.es. vita e morte, natura e cultura, etc...) esistono diversi rapporti che li definiscono, il primo è tra gli stessi termini ed è di contrarietà , il secondo è tra A e NON A e si chiama di contraddizione positiva e tra B e NON B, che è di contraddizione negativa , poi abbiamo il rapporto tra NON A e NON B, che prende il nome di sub-contrario ed infine tra A e NON B, nonché tra B e NON A, che è un rapporto complementare (in particolare una deissi positiva la prima complementarietà, deissi negativa l'altra).
Altra spiegazione:
Si parte da due semi fra loro opposti e per la precisione contrari, che in virtù della loro contrarietà fanno parte costituiscono una sola categoria semica a due membri. Ad esempio: bianco nero. Ad ambedue questi semi viene applicata l'operazione logica della negazione in modo da generare il contraddittorio di ciascuno di essi: bianco conduce così a non bianco e nero a non nero. Il risultato è la seguente struttura a quattro vertici:
bianco nero
non nero non bianco
I due termini in alto, connessi dall'asse della contrarietà, sono appunto fra loro contrari; le coppie di termini connesse dalle diagonali (dette schemi) sono coppie di contraddittori. Bisogna infatti distinguere l'opposizione qualitativa caratteristica della contrarietà dalla negazione che genera la contraddizione. I due termini in basso sono chiamati subcontrari e sono fra loro meno nettamente opposti di quanto non siano i due contrari originari. E' spesso possibile individuare un termine neutro che combina i due subcontrari, come sarebbe, in questo caso, grigio (nè nero nè bianco). A volte è possibile individuare anche un termine complesso che combina i due contrari. Per esempio pensando a un'articolazione che parta da maschile e femminile come contrari possiamo avere un termine neutro come asessuato o forse angelo (né maschio nè femmina) e possiamo avere anche un termine complesso come androgino o ermafrodita (sia maschio che femmina). I lati verticali del quadrato sono chiamati deissi e sono caratterizzati da una relazione di presupposizione. In effetti non nero suggerisce o indica o rende possibile bianco, mentre non bianco suggerisce o indica o rende possibile nero. Nell'altro senso si può dire che bianco presuppone non nero e che nero presuppone non bianco.
X es, con la categoria semantica costituita dall’opposizione maschile/femminile:
CONTRARIETA’
Ermafrodito
/ maschile / CONTRADDIZIONE / femminile /
COMPLEMENTARIETA’ COMPLEMENTARIETA’
/ non femminile / / non maschile /
Angelo
CONTRARIETA’
Oppure la categoria essere/apparire:
verità
essere apparire
segreto menzogna
non apparire non essere
falsità
La valorizzazione dei termini è sempre arbitraria, per soggettività o cultura (es. di solito la menzogna è out, ma c’è anche quella detta a fin di bene).
IL QUADRATO SEMIOTICO NELL’ANALISI DELLA PUBBLICITA’ = è stato usato da Floch per individuare 4 comportamenti di consumo del consumatore e 4 strategia pubblicitarie delle imprese. I due quadrati sono sovrapponibili.
Applicato all’ambito delle strategie pubblicitarie il quadrato semiotico ha avuto molto successo.
Gli studi più recenti considerano + efficace la pubblicità orientata al consumatore (si presenta il prodotto come confacente a soddisfare bisogni e desideri che il consumatore avverte già) di quella orientata al prodotto (si esalta il prodotto per indurne il desiderio nel consumatore) à occorre xciò conoscere il target (= segmento di mercato mirato), cioè individuare i valori in cui si riconosce per associarli poi al prodotto che magari ne è anche distante.
Insomma, nell’era della globalizzazione si è capito che la competitività si basa non sulla generalizzazione, ma sulla differenziazione à proprio x analizzare preferenze e desideri dei diversi target J. M. Floch ha usato il quadrato semiotico, producendo IL QUADRATO SEMIOTICO DELLE VALORIZZAZIONI DI CONSUMO O DEI COMPORTAMENTI DI CONSUMO.
E’ partito dall’opposizione valori d’uso (quelli legati all’utilità, praticità) vs valori di base (legati alla sfera ludica, al gioco, alla spensieratezza) e, articolandoli, ha ottenuto:
ü relazione di contrarietà: valorizzazione pratica vs valorizzazione utopica (cioè maneggevolezza, confort, affidabilità vs vita, identità, avventura) e
ü sull’asse dei subcontrari: ancora contrarietà con valorizzazione critica vs valorizzazione ludica. Infatti, la contraddizione della valorizzazione utopica (il NON B) è la valorizzazione critica del consumatore avvertito, sensibile all’esito del qualità/prezzo. Invece, la contraddizione della valorizzazione pratica (il NON A) è la valorizzazione ludica legata a gratuità e raffinatezza.
L'opposizione del quadrato, che si riferisce come esempio all'acquisto di un automobile, è:
valori di base/valori d'uso.
MANCA L'IMMAGINE!!!
Floch ha usato il quadrato anche per elaborare un classico, quello del QUADRATO SEMIOTICO DEI DIVERSI STILI PUBBLICITARI, MODI DIVERSI DI FARE PUBBLICITÀ (4).
Parte dalla contrarietà: funzione rappresentazionale del linguaggio (pretende di descrivere una realtà oggettiva e veritiera) vs funzione costruttiva del linguaggio (non si riferisce ad un oggetto esterno, ma crea un rivestimento da sogno al prodotto), poi articolando:
ü contrarietà: pubblicità referenziale vs pubblicità mitica (uso della funzione rappresentazionale del linguaggio vs uso costruttivo). Es del primo è il pubblicitario David Ogilvy x cui la pubblicità non deve ingannare, ma essere veritiera. Vero x il suo periodo (prima metà ‘900) quando la pubblicità doveva anche informare sui nuovi prodotti via via inventati. Ora xò per pubblicità referenziale s’intende una modalità espressiva realistica (Mulino Bianco che da inesistente, cioè referente interno presentato come vero, viene effettivamente costruito). Del secondo Jaques Seguela x cui la pubblicità deve creare un rivestimento da sogno al prodotto mettendo in scena miti, personaggi (legati al prodotto) che il consumatore aspira essere.
ü sui subcontrari: pubblicità sostanziale vs pubblicità obliqua.
Infatti, la contraddizione della pubblicità mitica (il NON B) è la pubblicità sostanziale che mette al centro tutti i valori riferibili al prodotto, c’è una specie di iperrealismo del prodotto. Invece, la contraddizione della pubblicità referenziale è la pubblicità obliqua che conquista il consumatore con ironia e paradosso, facendolo divertire.
MANCA L'IMMAGINE!!!
I quattro modi di fare pubblicità sono quindi i seguenti:
- pubblicità referenziale, quando il testo è adeguato alla realtà;
- pubblicità obliqua, quando si sfruttano le strategie del paradosso e dell'ironia, che vanno contro l'opinione comune;
- pubblicità mitica, nei casi in cui c'è un "rivestimento" di sogno del prodotto;
- pubblicità sostanziale, quando esiste un "iperrealismo" del prodotto, del quale si selezionano ed enfatizzano alcune caratteristiche individuanti.
I due quadrati sono sovrapponibili: la pubblicità obliqua è efficace su un target ludico; la referenziale per un consumatore pratico; la sostanziale per uno critico e la mitica per uno esistenziale.
MODELLO ATTANZIALE = definito da G. per descriverei 6 ruoli narrativi (attanti) dei testi.STATI, TRASFORMAZIONI NARRATIVE = sono indicati dalle funzioni narrative. Sono quelli di congiunzione-disgiunzione o di trasformazione che descrivono la relazione tra S e O e che, succedendosi, fanno della narrazione una trasformazione di stati.i
Implicano gli enunciati di stato e di trasformazione (4) che sono le unità minime della sintassi narrativa
Stanno nel livello superficiale delle strutture semio-narrative.
Vladimir Popp, studiando favole russe di magia giunge alla conclusione che esistono uniformità nelle storie: due livelli (superficiale con azioni e personaggi + profondo composto da 31 funzioni narrative e 7 sfere d’azione) e partono tutte da una mancanza e si evolvono attraverso movimenti.
G. rielabora le 32 funzioni narrative di Propp fino a ridurle a 5 gruppi.
Inoltre sostituisce alle sfere d’azione dei personaggi 6 attanti, cioè sei ruoli narrativi:
ü destinante = il mandante, colui che incarica l’eroe di compiere l’impresa x anche se molto spesso il ruolo è svolto da un universo di valori (amore x la libertà e l’integrità umana in Matrix);
ü destinatario = ha il compito di giudicare alla fine della narrazione se l’eroe è riuscito o ha fallito e quindi di premiarlo o punirlo;
ü soggetto = cerca di acquisire (se ne è privo) o di mantenere l’oggetto di valore;
ü oggetto = di valore;
ü aiutante = ruolo di quanti condividono il Programma Narrativo del soggetto e cercano di aiutarlo;
ü opponente = ruolo di quanti non condividono il Programma Narrativo del soggetto e cercano di ostacolarlo.
E’ il modello attanziale, poi riformulato nello schema narrativo canonico.
Per quanto riguarda le funzioni narrative G. inoltre distingue tra:
ü funzioni narrative che indicano uno stato in cui il soggetto si trova congiunto con l’oggetto di valore (bimbo felice con i genitori);
ü funzioni narrative che indicano uno stato in cui il soggetto si trova disgiunto con l’oggetto di valore (orfano che vive con matrigna);
ü funzioni narrative che indicano trasformazioni di congiunzione (il soggetto acquisisce ciò che desidera);
ü funzioni narrative che indicano trasformazioni di disgiunzione (il soggetto perde l’oggetto di valore).
Così G. individua le unità minime della sintassi narrativa:
(TRA S e O MANCANO I SEGNI DI CONG. E DISG.!!!!)
ü enunciato di stato congiunto (S O)
ü enunciato di stato disgiunto (S O)
ü trasformazione di congiunzione (S O)à (S O)
ü trasformazione di disgiunzione (S O)à (S O)
Come si diceva, G. usa il termine “percorso” x indicare che il modello è dinamico e prevede il passaggio dai livelli logico-semantico più astratti a quelli discorsivi. La conversione dal livello + profondo e astratto (quadrato semiotico) a quello semio-narrativo di superficie (modello attanziale) fa corrispondere alle operazioni logiche di affermazione e negazione gli enunciati di stato e di trasformazione. à
In breve:
il quadrato che articola i termini di una categoria semantica equivale ad un quadrato che articola gli enunciati narrativi di stato à quindi noi cogliamo il senso solo se viene articolato narrativamente. Se si vuole affermare o negare qualcosa, si mettono in scena dei soggetti che gareggiano tra loro x allontanare o ottenere quella cosa.
Il passaggio dalle strutture profonde a quelle narrative (ancora non discorsive, né manifestate) comporta il passaggio da una logica astratta ad una narrativa.
INVESTIMENTO DI VALORE = valore investito a livello di quadrato semiotico. Mette in moto la narrazione xchè rende il termine desiderabile.
La prima cosa da fare nell’analisi di un testo è dividerlo in sequenze, ovvero fare un’operazione arbitraria (visto che la sequenza non è un’unità definita a priori) che dipende dalla sensibilità dell’analista e dallo scopo dell’analisi.
X es., Notazioni si può dividere in 3 sequenze: nella 1° S bellezza, nella 2° S frustrazione di chi è escluso dagli agi, nella 3° S eleganza à l’oggetto di valore è il riconoscimento sociale.
PROGRAMMA NARRATIVO PRINCIPALE PN = successione di enunciati narrativi di trasformazione e stato. E’ ciò che il soggetto vuole fare.
PROGRAMMI NARRATIVI D’USO = azioni strumentali alla realizzazione del PN. Sono anch’esse un livello di conversione del quadrato semiotico.
X es. in Matrix il PN = affrancarsi dalla schiavitù del pc, i programmi narrativi d’uso = trovare l’eletto, convertirlo alla causa, sconfiggere gli agenti ecc.
G. li illustra usando una ricetta di cucina, la zuppa al pesto, testo di solito considerato normativo e non narrativo. Il valore investito nell’O (= zuppa al pesto) è una piacevole sensazione x il palato. X ottenerlo posso o andare al ristorante o cucinare, quindi dare luogo a due diversi programmi narrativi d’uso a loro volta articolati in altri programmi d’uso (ristorante à prendere auto-chiamare taxi-andare a piedi; ordinare…)
La concatenazione dei programmi narrativi di un testo è il PERCORSO NARRATIVO.
CARATTERE POLEMICO DELLA NARRATIVITA’ = data dal fatto che ogni PN si sviluppa in relazione ad un PN inverso.
Ogni PN si sviluppa in relazione ad un PN inverso, non sempre esplicitato, ma sempre implicato. Es, in Matrix c’è il PN del pc (ovviamente cambiano gli attanti, Matrix =S, O=supremazia del sistema informatico).
LO SCHEMA NARRATIVO CANONICO = elaborato da G. nei ’70 rielaborando in modo + generale il modello attanziale. E’ adeguato a descrivere ogni universo narrativo. Si articola in 4 fasi: manipolazione, competenza, performanza, sanzione.
Nei ’70 G rielabora il modello attanziale. Considerando le 32 funzioni di Propp centra la sua attenzione su 3 prove che ci sono sempre:
ü la prova qualificante: il soggetto si dota degli strumenti necessari x eseguire il suo compito (chiama il taxi x andare al ristorante);
ü la prova principale: il soggetto rimuove la mancanza (mangia la zuppa);
ü la prova glorificante: l’azione compiuta dal soggetto viene giudicata e quindi ricompensata o punita.
Le prove sono la manifestazione figurativa delle relazioni logiche astratte rappresentate dal quadrato semiotico ma anche 3 istanze del “senso della vita”: la qualificazione del soggetto, la sua realizzazione, la sanzione à la narratività quindi è intesa come principio di organizzazione del senso non solo a livello testuale, ma anche esistenziale
Seguendo questa idea G. elabora lo schema narrativo canonico adeguato a descrivere tutti i testi, nn solo le fiabe. Si articola in 4 fasi:
1) manipolazione: momento contrattuale in cui il destinante affida il compito e l’eroe lo accetta
2) competenza: acquisizione da parte dell’eroe delle competenze (cognitive e pratiche) necessarie a svolgere il suo compito
3) performanza: realizzazione del PN da parte dell’eroe
4) sanzione: il destinante verifica e sanziona la riuscita del PN
MODALITA’ = tipi di comportamento diversi che un S può adottare nei confronti di O o di altri S e che quindi orientano il suo PN. Sono 4: del dovere, del sapere, del potere e del volere. Poi riconsiderate come modalità virtualizzanti, attualizzanti e realizzanti.
X G. un S nei confronti della realtà o di altri soggetti si rapporta in 4 possibili modi diversi:
1) modalità del dovere: di tipo sociale. E’ l’insieme di diritti e doveri stabiliti da una cultura;
2) modalità del sapere: definisce le abilità di S, cioè ciò che sa;
3) modalità del potere: definisce le possibilità di S, cioè ciò che sa fare;
4) modalità del volere: i desideri del S.
Possono entrare in conflitto tra di loro anche nello stesso S.
La modalità del dovere è tipica della manipolazione dello schema narrativo canonico à in Cappuccetto Rosso la narrazione ha inizio con un dovere, quello di nn fermarsi x strada.
Ma non è sempre così, x es. in Matrix la manipolazione (parte in cui Morpheus cerca di convincere Neo ad aderire alla causa) è centrata sulla modalità del sapere (che il mondo in cui vive è virtuale) che ricopre il ruolo attanziale di oggetto di valore x Neo (la sua acquisizione è un PN d’uso).
Successivamente G le ha combinate con un predicato di stato (essere) e un predicato di trasformazione (fare) distinguendo così:
1) modalità virtualizzanti: dover fare e voler fare che innescano il PN (che resta ancora xò allo stato virtuale);
2) modalità attualizzanti: saper fare e poter fare che pongono il PN in atto (è il momento in cui il S acquista la competenza);
3) modalità realizzanti: far essere che compie il PN (il S è instaurato definitivamente come eroe positivo o negativo).
Articolando le modalità sul quadrato semiotico si possono capire le articolazioni logiche che stanno sotto a termini come prescrizione, interdizione, necessità ecc:
NECESSITA’ IMPOSSIBILITA’
dover essere dovere non essere
non dover non essere non dover essere
POSSIBILITA’ CONTINGENZA
PRESCRIZIONE INTERDIZIONE
Dover fare dover non fare
Non dover non fare non dover fare
PERMISSIVITA’ FACOLTATIVA
LE STRUTTURE DISCORSIVE
Si ricordi che conversione = passaggio dalle strutture semio-narrative profonde (quadrato semiotico) alle strutture semio-narrative di superficie (modello attanziale). Essa fa corrispondere alle operazioni logiche di affermazione e negazione di valori gli enunciati narrativi di congiunzione o disgiunzione di un S da un O.
La messa in discorso del racconto viene separata da Greimas dalla sua struttura. Questo significa che possiamo avere racconti con la stessa struttura ma che utilizzano personaggi diversi, ambientazione diversa, eccetera. Immaginiamo una versione urbana di Cappuccetto Rosso con la città al posto del bosco, le medicine al posto delle fragole, un automobilista come lupo e un vigile al posto del cacciatore. La differenza fra grammatica narrativa e semiotica discorsiva corrisponde a una differenza fra attanti e attori. Gli attanti sono entità narrative di carattere sintattico. Gli attori sono entità discorsive in cui è importante l'aspetto semantico. La corrispondenza fra attanti e attori non è uno a uno: un attante può essere manifestato da più di un attore-un attore può manifestare più di un attante e ciò può avvenire sia in sequenza (ad es. un certo personaggio all'inizio del racconto manifesta il Destinante, mentre poi manifesterà l'Antisoggetto) sia simultaneamente (ad es. un certo personaggio può manifestare tanto il Soggetto che l'Antisoggetto poiché il racconto mette in scena una lotta interiore).
LA CONVOCAZIONE = il passaggio nel percorso generativo dal livello di superficie delle strutture semio-narrative alle strutture discorsive.
Si è scelto questo termine xchè + che di una trasformazione si tratta di un habillage, un rivestimento delle strutture più astratte con scelte di spazi e tempi (in cui la vicenda si svolge e in cui attori assumono forme).
Insomma da temi astratti (storia di un burattino) si passa a configurazioni discorsive concrete (Le avventure di Pinocchio)
ENUNCIAZIONE = istanza di mediazione che assicura la messa in enunciato-discorso delle virtualità della lingua. Assicura la convocazione delle strutture discorsive. X G. attualizza le strutture semio-narrative che costituiscono la competenza semiotica del soggetto dell’enunciazione
La Teoria dell’enunciazione è stata formulata da Beneviste a partire dalla distinzione di Sassure tra langue (intesa come sistema) e parole, intesa come atto linguistico, processo.
Enunciazione = istanza di mediazione che assicura la messa in enunciato-discorso delle virtualità della lingua à
X G. l’enunciazione attualizza (cioè rende figurative) le strutture semio-narrative che costituiscono la competenza semiotica del soggetto dell’enunciazione
DEBRAYAGE = disinnesco. Operazione enunciazionale con cui si proiettano nell’enunciato tempi, luoghi e personaggi diversi da quelli dell’enunciazione. In 2 tipi: enunciazionale e enunciativo
EMBRAYAGE = innesco. Operazione di ritorno (sempre attraverso le figure installate nel testo) all’istanza dell’enunciazione dopo un debrayage.
Debrayage = operazione enunciazionale con cui si proiettano nell’enunciato tempi, luoghi e personaggi diversi da quelli dell’enunciazione. Esistono due tipi:
1) debrayage enunciazionale: proietta nel discorso simulacri del soggetto dell’enunciazione à il discorso si tiene in 1° persona e lo tiene il narratore, figura vicaria dell’enunciatore (autore empirico), che si installa nel testo
2) debrayage enunciativo: il discorso si tiene in 3° persona
Embrayage = innesco. Operazione di ritorno (sempre attraverso le figure installate nel testo) all’istanza dell’enunciazione dopo un debrayage.
TEMATIZZAZIONE = procedura di conversione semantica che assume i valori in congiunzione con i diversi S dei PN e li dissemina nel testo sotto forma di temi.
FIGURATIVIZZAZIONE = procedura che figurativizza i temi
L’azione dell’enunciazione corrisponde ad una serie di operazioni sia sul piano semantico che sul piano sintattico. Sul piano semantico si trovano le operazioni di tematizzazione e di figurativizzazione. Sul piano sintattico, si pongono invece le procedure di attorizzazione, temporalizzazione, spazializzazione
X es. il valore “libertà” può essere tematizzato come “evasione” e figurativizzato come “fuga dalla prigione”, oppure tematizzato come “lotta contro l’oppressore” e figurativizzato con “una rivolta di schiavi” o guerriglia con il pc” ecc à secondo l’ipotesi generativa infatti i temi astratti si articolano secondo configurazioni discorsive che generano molteplici percorsi figurativi.
TEMPORALIZZAZIONE = è una delle marche (cioè tracce) dell’enunciazione nell’enunciato xchè il tempo dell’enunciato assume significato solo in relazione all’enunciazione
ASPETTUALIZZAZIONE = aspetto incoativo, aspetto durativo, aspetto terminativo di un’azione, cioè il momento iniziale, quello di svolgimento e quello di fine. E’ autonoma dalla temporalizzazione.
La temporalizzazione è una delle marche (cioè tracce) dell’enunciazione nell’enunciato à infatti il tempo dell’enunciato può essere scelto solo al momento dell’enunciazione, quindi in relazione ad esso à quindi il tempo dell’enunciato assume significato solo in relazione all’enunciazione.
Se l’enunciato si riferisce ad un tempo passato rispetto a quello dell’enunciazione devo usare forme verbali al passato ecc. Ovviamente, il linguaggio può essere usato anche x mentire à quindi posso usare il futuro anche x qlc che in realtà è già accaduto.
In Esercizi di stile ci sono Passato prossimo, Presente e Passato remoto che giocano tutti sui tempi dei loro titoli. E’ ovvio che una stessa storia può essere raccontata in tutti i tempi, ma quel che qui interessa è osservare l’effetto di senso provocato dall’uso nel discorso di una sola dimensione aspettuale (solo durativa x il presente, solo terminativa x il passato)
Infatti, un avvenimento è qualcosa che ha uno sviluppo, che dunque ha sempre un inizio (aspetto incoativo), uno svolgimento (aspetto durativo) e una fine (aspetto terminativo) del discorso, indipendentemente dalla collocazione dell’evento al passato, al presente ecc. C’è un aspetto incoativo al presente (“sto iniziando a leggere questo libro”) e al futuro (“inizierò a leggere questo libro”), e così via à l’aspettualizzazione, osserva G., è autonoma dalla temporalizzazione.
Il discorso di solito ha tanti aspetti
ATTORIZZAZIONE = procedura prevista dalla sintassi discorsiva.
Attore = struttura testuale (no personaggio, né attante) à
à Un attante, infatti, può esser figurativizzato da 2 o + attori (Hansel e Gretel ricoprono il ruolo di attante soggetto, tanto quanto Pollicino). Viceversa, un attore può ricoprire + ruoli attanziali (nei conflitti interiori il protagonista è Soggetto, ma pure Opponente).
à D’altro canto l’attore, si diceva, non è manco un personaggio. E’ una struttura più astratta, una specie di mediazione tra strutture semio-narrative e strutture discorsive. L’attore, infatti, può manifestarsi anche in forma nn figurativa (fortuna, destino, sfortuna che possono intervenire nelle narrazioni senza assumere una forma figurativa)
L’attorizzazione ha carattere processuale in quanto gli attori sono luoghi di trasformazione narrativa e discorsiva: anche una figura non acquisisce la sua identità tutta in una volta (come i personaggi). Questa attorizzazione processuale, questo processo di costituzione come attore, graduale, per trasformazioni è detta aspettualizzazione attoriale (così come in un’azione c’è una aspetto in incoativo ecc). Serve per differenziare gli attori, x farli emergere dallo statuto di figure o x stagliarli su uno sfondo collettivo.
Gli attori possono essere anche collettivi (non solo individuali, es. la folla, la classe), tanto G. ha analizzato l’aspettualizzazione attoriale relativa all’opposizione individuale/collettivo e, articolandola su quadrato semiotico, ha trovato 4 modi in cui l’attore può essere figurativizzato:
1) come unità integrale: quando è costituito da un fascio d’individui (la folla che ricolma l’autobus in Esercizi di stile);
2) come unità partitiva: quando si seleziona un individuo (il giovane di circa 26 anni di Esercizi di stile);
3) come totalità integrale: quando è costituito da un tutto (il popolo, la gente);
4) come totalità partitiva: quando è costituito da un attore collettivo (la folla, la classe).
LA SPAZIALIZZAZIONE = procedura di messa in discorso delle strutture semiotiche + profonde. Comporta operazioni enunciative e una programmazione spaziale.
Procedura di messa in discorso delle strutture semiotiche + profonde à quindi comporta operazioni enunciative (di debrayage e embrayage) che proiettino nel testo un’organizzazione spaziale in cui mettere i programmi narrativi. Oltre a queste operazioni enunciative, prevede una programmazione spaziale che faccia sì che le singole organizzazioni spaziali siano disposte linearmente come da svolgimento temporale dei PN.
Questa è una localizzazione spaziale di tipo pragmatico (che dà una scena agli avvenimenti narrati), diversa da una spazializzazione cognitiva che introduce alla prossemica (disciplina che studia i casi in cui il discorso usa lo spazio x produrre effetti di senso, nn x mettere in scena una situazione).
LE DUE SEMIOTICHE
Che rapporto esiste tra la semiotica generativa e il modello interpretativo?
G. non introduce nella sua teoria lo stile (che pure è un livello testuale), xchè x lui nn se ne può dare una definizione semiotica à da qui la differenza (marcatissima) vista da alcuni autori à il modello interpretativo è costituito da percorsi liberi nn gerarchizzati (le passeggiate inferenziali), quello generativo ha invece livelli testuali fortemente gerarchizzati.
Eco invece considera i due modelli come 2 momenti complementari, due modi complementari di considerare la ns. competenza à la ns. possibilità di conoscere e di produrre creazioni originali si basa sull’alternanza tra un momento di strutturazione dei dati e l’attività interpretativa (di questi dati strutturati) che individua nuovi rapporti e produce nuove strutturazioni che a loro volta acquisteranno una temporanea stabilità ecc.
PARTE III – CAPIRE I MEDIA SECONDO McLUHAN
McLuhan si interessa di media dalla 2° metà dei ’40, quando insegna letteratura inglese. Si accorge infatti che gli studenti usano nuovi strumenti espressivi che derivano dai nuovi mezzi di comunicazione (radio, tv, pubblicità, stampa quotidiana e popolare).
Nel 1951 pubblica The mechanical bride in cui, analizzando testi pubblicitari, delinea anche la propria concezione di ricerca sui media, ovvero occorre osservare, stare in mezzo a tutti gli effetti prodotti dai media per capire come funzionano ed elaborare quindi strategie individuali. Esemplifica questo modo di ricerca ricorrendo a Una discesa nel Maelstrom di Edgar Allan Poe (un marinaio si salva dal naufragio perché, osservando il gorgo, si rende conto che risparmia oggetti che galleggiano, xciò si aggrappa ad una botte e si salva) à il marinaio si salva xchè studia l’azione del gorgo e coopera con essa.
La pubblicità ci rende impotenti? Bene, McLuhan la usa come mezzo per rendere consapevoli le menti che dovrebbero subirne passivamente gli effetti.
Modi della sua ricerca: stile complesso fortemente metaforico + testi brevi e densi (quasi punti di partenza verso + profonde riflessioni) + citazioni storiche e letterarie oscure + sviluppo alogico del pensiero (propone un argomento, di solito ipernuovo, ma non lo argomenta logicamente, bensì fornisce una serie di esempi curiosi e di paralleli letterari) à il lettore deve quindi collaborare con il testo, costruendo la coerenza che manca al discorso di McLuhan.
E’ come se i suoi scritti si fossero adattati alla frammentarietà della comunicazione televisiva.
MEDIUM = ogni tecnologia intesa come estensione del ns. corpo o del n. sistema nervoso centrale (cioè estensione di qualche facoltà umana, fisica o psichica).
L’uomo non riesce ad avvertire consapevolmente gli effetti che i nuovi media hanno sul contesto in cui vive à lo spiega con la metafora della “NARCOSI DI NARCISO” = forma particolare di autoipnosi, un effetto di intorpidimento, una sindrome che rende l’uomo inconsapevole degli effetti psichici e sociali di una nuova tecnologia, tanto quanto lo è un pesce dell’acqua in cui nuota.
Quando si fa vivo un nuovo media il sistema nervoso centrale (si ricordi che il media è un’estensione del corpo) cerca di isolare o anestetizzare l’area interessata (come quando nn avvertiamo inizialmente un trauma fisico xchè il dolore è troppo intenso).
Di conseguenza, l’uomo (che non ha coscienza dei nuovi contesti tecnologici) vive una prospettiva distorta definita con la metafora della “PROSPETTIVA DELLO SPECCHIETTO RETROVISORE”: visto che ogni ambiente è invisibile nel periodo di rinnovamento, l’uomo è consapevole solo dell’ambiente che lo ha preceduto. O, un ambiente diventa visibile solo quando è sostituito da uno nuovo à l’uomo è sempre un passo indietro nella sua visione del mondo
Insomma, il presente è invisibile.
Ogni nuovo medium ha il “TOCCO DI RE MIDA”, cioè un nuovo medium fa sì che tutte le funzioni della società in cui si è introdotto vi si adattano, cambiando di conseguenza funzione.
Qualunque sia la nuova tecnologia che si introduce nella società, satura ogni sua istituzione à la tecnologia è un agente rivoluzionario.
LE GRANDI RIVOLUZIONI DEI MEDIA = quelle determinate dai nuovi media al loro ingresso in società. Ne sono esiste 3:
1) L’ingresso della scrittura/alfabeto fonetico (passaggio dall’uso prevalente di forme di comunicazione orali –discorso parlato ed oratoria- all’uso di forme scritte, via via sempre + complesse –alfabeto fonetico in Grecia nell VIII sec a.C.);
2) L’ingresso della stampa tipografica (cioè la riproduzione meccanica della scrittura, dalla metà del 1400);
3) L’ingresso dei media elettrico-elettronici (dal telegrafo, circa metà del 1800).
L’idea che i media (o + in generale le tecnologia) trasformassero pesantemente la società gli deriva da Harold Adam Innis (economista dell’Università di Toronto) che, a fine carriera (1950 e ’51), pubblica due libri in cui collega le forme delle società alle caratteristiche strutturali dei media.
E McLuhan in quegli anni insegna a Toronto, come pure Eric Havelock (filologo classico) che studia a lungo gli effetti dell’interazione tra comunicazione orale e scritta-alfabetica nella Grecia classica.
Si parla x questo di Scuola di Toronto.
L’ALFABETO FONETICO
La prima grande rivoluzione dei media è stata quella determinata dall’uso dell’alfabeto fonetico, cioè di un sistema espressivo che associava un numero limitato di segni grafici (le lettere) ai suoni di vocali e consonanti (cosa diversa dalla scrittura in senso esteso che comprende geroglifici ed ideogrammi che danno un’espressione pittorica della realtà ricorrendo a molti segni).
La società pre alfabeto fonetico era una società tribale: cultura orale dominata da un senso uditivo della vita. Il medium primario della comunicazione era il linguaggio à nessun uomo conosceva di + o di – rispetto agli altri à c’era poco individualismo e specializzazione (caratteristiche dell’uomo occidentale civilizzato) e le culture tribali odierne lo comprovano. Tutti i sensi erano dominati dall’udito. Era il mondo del suono.
L’effetto passaggio si ricava anche dal Fedro di Platone in cui Socrate racconta la storia di Theuth che glorifica la sua invenzione (l’alfabeto) come una medicina x la memoria e fonte di sapienza davanti a Thamus, re d’Egitto che xò non è dello stesso parere. L’alfabeto, infatti, provocherà l’oblio xchè gli uomini nn eserciteranno + la memoria richiamando le cose dall’esterno (non + da dentro loro stessi). Inoltre, non darà sapienza, ma solo l’apparenza xchè gli scolari saranno privi di insegnamento. Curioso è che Platone si scagli contro la scrittura proprio scrivendo… è il primo esempio di sindrome dello specchietto retrovisore?
LA STAMPA TIPOGRAFICA
La stampa è stata una bomba H sull’uomo. E’ stata l’ultima estensione dell’alfabeto fonetico, quella in grado di realizzare l’alfabetizzazione umana.
Si tratta di un medium lineare, uniforme e ripetibile, che riproduce l’info in quantità illimitate e a v impensate (allora). Assicura all’occhio una posizione di predominio assoluto nel sistema sensoriale umano.
Intensificò gli effetti già innescati dalla scrittura fonetica, ma la stampa l’ambiente (psichico e sociale) lo cambiò di brutto. Questo mondo che la stampa creò, McLuhan lo chiama Galassia Gutemberg. Ha le stesse caratteristiche della stampa (intesa come processo meccanico): è ripetitivo, frammentato, seriale, specializzato.
Del grande cambiamento si accorse Victor Hugo, con Notre-dame de Paris, 1831: ceci tuera cela, questo (libro a stampa) ucciderà quella (Notre-Dame), cioè la stampa ucciderà l’architettura sacra medievale (forma di comunicazione mediante immagini)
I MEDIA ELETTRICO-ELETTRONICI
A partire dalla metà del 1800 è xò la volta della Costellazione Marconi (telegrafo, radio, cinema, telefono, televisione, pc e telematica) che eclissa la galassia Gutemberg (società consumistica essenzialmente meccanica).
Si tratta di media che hanno esteso un solo senso o una sola funzione, come facevano i vecchi media meccanici (la ruota estensione del piede, l’alfabeto fonetico dell’occhio).
Costituiscono un punto di rottura tra l’uomo di Gutemberg (frammentato) e l’uomo integrale (così come l’alfabetismo fonetico fu un punto di rottura tra l’uomo-orale tribale e l’uomo visuale).
Questi media segnano il ritorno al concetto di spazio-tempo discontinuo tipico dell’uomo tribale. La società viene ri-tribalizzata à ne deriva un mondo che è un Villaggio Globale, in cui tutto appare così vicino da annullare la sensazione che spazio e tempo esistano (sembra che tutto sia qui e ora).
IL MEDIUM E’ IL MESSAGGIO
Il medium è il messaggio = è la frase + citata di McLuhan (che la dice nel lontano 1964).
Cioè, il mezzo è il messaggio, invece del contenuto à nn significa che il contenuto è ininfluente, ma che è subordinato.
Porre tutta l’attenzione sul contenuto significa perdere ogni possibilità di percepire e influenzare l’impatto delle nuove tecnologie sull’uomo e dunque essere impreparati alle trasformazioni che i media apportano.
X valutare l’impatto di un nuovo medium nn conta ciò che attraverso il medium è detto, ma la forma del medium stesso (che muta i ns. rapporti sociali, mentre i contenuti dei media nn hanno influenza sulle forme sociali). X es. x la tv, ciò che ci modifica è l’esperienza di partecipazione come spettatore, non il contenuto delle immagini.
O altra spiegazione:
il vero messaggio di un medium è nel mutamento che produce, indipendentemente dal suo contenuto. La nascita del villaggio globale, x es., nn dipende dalla natura dei programmi trasmessi dalla tv.
Il contenuto di un medium è un altro medium (della scrittura il discorso, della stampa la scrittura, del telegrafo la stampa ecc). Ogni nuovo mezzo di com nn sostituisce i media precedenti, ma li ingloba (Internet tiene dentro quotidiani, libri, tv, radio, telefono ecc).
MEDIA CALDI VS MEDIA FREDDI
Media caldi = quelli che escludono, cioè esigono una bassa partecipazione del pubblico. Estendono solo un senso, data la loro alta definizione (=completo riempimento di dati da parte del medium). Cioè saturano un solo senso con info molto dettagliate che poco spazio lasciano alla libertà di percezione del fruitore.
Media freddi = quelli che includono, cioè esigono una forte partecipazione del pubblico. Colpiscono tutti i sensi ma con poche informazioni.
Foto: calda
Fumetto = freddo (il contorno “rozzo” dell’immagine mi obbliga a completare l’immagine)
Cinema = caldo
Radio = caldo
Telefono = freddo
Televisione = fredda
Cartoon= freddo
E’ una suddivisone molto controversa. Tra l’altro la temperatura di un medium dipende anche dal contesto à il libro è caldo, ma la poesia è fredda; la tv è calda con un film e fredda con un talk show.
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