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La lunga marcia dell'emancipazione femminile
Il problema della condizione femminile cominciò a porsi con l'emergere
delle prime caratteristiche della società di massa, tra la fine dell'800 e
l'inizio del '900.
La condizione delle donne non era mai stata
considerata nel pensiero liberale e democratico ottocentesco. I primi movimenti
di emancipazione, legati alla rivoluzione industriale e a quella francese, non
avevano avuto alcun seguito.
Alla fine dell'800, le donne erano escluse
ovunque dal diritto di voto, non potevano in molti casi accedere all'Università e alle
professioni, erano fortemente discriminate sul lavoro in termini di trattamento
economico.
Il lavoro extradomestico, inoltre, non era
visto come una possibilità di emancipazione, ma semplicemente come una necessità,
che non esimeva del resto neanche dai lavori domestici. Naturalmente però le
prime esperienze lavorative portarono le donne ad avere una prima
consapevolezza della propria condizione e quindi dei propri diritti e
potenzialità.
Il movimento di emancipazione rimase
comunque legato a piccole minoranze operaie o intellettuali, senza un coinvolgimento consistente. L'unica
eccezione fu rappresentata dal movimento delle “Suffragette” di
Emmeline Pankhurst, attivo in GB nei primi anni del XX Secolo, che si proponeva
di allargare il suffragio alle donne (obiettivo che sarà
raggiunto nel 1918), e che utilizzava metodi di protesta anche duri come
scioperi della fame, marce, persino attentati.
Dal punto di vista politico, i movimenti
femminili non furono molto considerati dai partiti, anche quelli di sinistra,
che vedevano nel voto alle donne la possibilità di affermazione
delle formazioni politiche di ispirazione religiosa, oppure addirittura
vedevano la soluzione del problema in un ritorno della donna al focolare
domestico.
Prima della prima guerra mondiale, le donne
rimanevano ancora fortemente discriminate e prive del diritto di voto.
Le condizioni cambiarono notevolmente nel periodo delle due guerre
mondiali, durante le quali le donne svolsero un ruolo fondamentale sostituendo
gli uomini impegnati in combattimento, in tutte le attività lavorative, creando
non pochi problemi per il reinserimento dei reduci nei dopoguerra, e aumentando
l'indipendenza e la consapevolezza dei propri diritti. Alla fine della seconda
guerra mondiale il suffragio universale femminile era ormai dovunque una
realtà.
Esauritasi la battaglia per i diritti politici, la lotta per la parità
dei sessi si rivolse al mondo del lavoro, rivendicando parità di trattamento
economico e di diritti, e rimettendo in gioco il ruolo della donna nella
società e anche all'interno della famiglia stessa.
Tra gli anni 60 e 70, in coincidenza con il
movimento di contestazione nei confronti dei valori della cosiddetta società “borghese”,
il movimento femminista si rivitalizzò e assunse caratteri
molto radicali, rivendicando un “punto di vista femminile” sul mondo che comprendeva la revisione di tutti quei modelli culturali
che venivano considerati legati al maschilismo: quindi anche i movimenti
politici e le organizzazioni tradizionali, nonché l'immagine
convenzionale della donna proposta dalle culture tradizionali e dalla pubblicità.
Nel contempo si portavano avanti battaglie per la riforma del diritto di
famiglia, l'aborto, l'accesso alle professioni.
Nel corso degli anni 70 il movimento si diffuse in tutto l'occidente,
poi cominciò una fase di ripiegamento, dovuto soprattutto al conflitto tra
diverse rivendicazioni: da una parte la parità con gli uomini, dall'altra la
specificità femminile. Le parole d'ordine del femminismo sono comunque ormai
entrate a far parte del dibattito politico moderno, e continuano tutt'oggi a
farsi sentire.
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