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La resistenza al nazifascismo in Europa
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Scritto da Mario Fabiani   

La resistenza al nazifascismo in Europa


Il dominio nazista in Europa si contraddistinse per la sua durezza e per la sua netta imposizione del mito della “razza eletta” e della subordinazione delle “razze inferiori”. La germania non concesse nulla alle esigenze di autodeterminazione dei popoli delle nazioni occupate. In particolare verso i popoli slavi si arrivò ad un livello di sfruttamento inumano. Nelle idee di Hitler l'Europa dell'Este doveva  essere il granaio della Germania, tutte le strutture industriali e urbane dovevano essere smantellate, la classe dirigente e degli intellettuali eliminata fisicamente, mentre gli operai e i prigionieri di guerra venivano utilizzati per lavorare nella produzione bellica tedesca.

Ovviamente il mito della purezza della razza prevedeva anche la persecuzione degli ebrei, particolarmente numerosi nell'Europa Orientale, che vennero inizialmente confinati nei ghetti, poi deportati e massacrati a milioni nei lager tedeschi e polacchi a partire dal 1941.

Questo tipo di dominio, anche se garantiva mano d'opera a costo zero e grandi proventi di materie prime e beni di consumo che permisero ai tedeschi di mantenere un alto tenore di vita, ovviamente aveva degli aspetti negativi:prevedeva la permanenza di forti contingenti militari nei paesi occupati, e soprattutto provocava odio nei confronti degli occupanti che sarebbe sfociato in aperta ribellione e quindi in resistenza armata.

I primi movimenti di resistenza, che più che altro consisteva nella non collaborazione con gli occupanti, propaganda antinazista, spionaggio e sabotaggio, si svilupparono da subito nei paesi occupati, finanziati dagli inglesi e legati ai movimenti di opposizione in esilio (per esempio il movimento Francia Libera di De Gaulle).

Dalla primavera-estate del 1941 si svilupparono movimenti più vasti, soprattutto in Jugoslavia e in Grecia. Anche l'attacco all'URSS contribuì alla partecipazione dei comunisti alla resistenza in tutta Europa.

Gli orientamenti politici dei movimenti di resistenza erano i più vari, e non sempre riuscivano a convivere. Stalin, con lo scioglimento del Comintern nel 1943, subordinò l'esigenza della lotta al nazifascismo ad ogni obiettivo rivoluzionario, ma i comunisti continuavano ad essere visti con diffidenza dai movimenti più moderati dello schieramento antifascista. In alcuni casi (Francia, Italia) si riuscì a giungere ad un accordo, in altri (vedi Jugoslavia) il movimento comunista soverchiò nettamente gli altri, in altri ancora (il resto dell'Europa dell'Est) era netto il timore che i comunisti facessero gli interessi dell'URSS nelle sue mire di dominio su quei territori.

Naturalmente l'altra faccia dell'Europa sotto il giogo nazista fu quella dei collaborazionisti: in ogni paese occupato infatti i tedeschi trovarono una parte della popolazione favorevole ad aiutarli, dai movimenti fascisti locali a quelli indipendentisti (gli ustascia croati), fino a leader politici legati al potere prima della guerra che accondiscesero a governare alle dipendenze dei tedeschi (vedi la Francia di Vichy). Tantissimi giovani di diverse nazionalità infine furono indotti ad arruolarsi nelle SS.

In Italia la Resistenza cominciò a farsi viva a partire dall'autunno del 43, dopo l'armistizio. Inizialmente i gruppi partigiani erano costituiti da ex-soldati dell'esercito regolare e militanti antifascisti. I gruppi agivano con azioni di sabotaggio o contro specifiche personalità degli occupanti tedeschi o repubblichini. Spesso i tedeschi reagivano con spietate rappresaglie nei confronti della popolazione civile.

In seguito, con il ritorno sulla scena politica dei partiti antifascisti, i gruppi partigiani si andarono organizzando in brigate, a seconda delle correnti politiche: i comunisti nelle Brigate Garibaldi, il Partito d'Azione nelle Brigate Giustizia e Libertà, i socialisti nelle Brigate Matteotti, ecc.

Si andavano formando infatti nel paese nuove formazioni politiche (Democrazia Cristiana, Partito repubblicano, Partito liberale, Partito Socialistà di Unità Proletaria, ecc.) che si riunirono nel Comitato di Liberazione Nazionale, e incitarono gli italiani alla resistenza e alla lotta, proponendosi come i veri rappresentanti dell'Italia democratica in opposizione non solo al nazifascismo, ma anche al governo Badoglio e alla monarchia.

Dopo la svolta di Togliatti e la formazione del governo Bonomi, la resistenza si legò più strettamente al potere legale, fece maggiori proseliti tra operai e contadini,  e si organizzò anche militarmente. Le azioni si fecero più frequenti ed efficaci, così come più feroci si fecero le rappresaglie dei tedeschi. In alcuni casi vennero fondate delle Repubbliche Partigiane, fondate sull'autogoverno popolare.

Naturalmente la resistenza, nonostante il suo alto valore di rappresentanza morale e civile, aveva il suo limite sul piano militare, sia per le divisioni politiche interne, sia per il sempre scarso apporto della popolazione, preoccupata soprattutto di sopravvivere fino alla pace.

In particolare nell'inverno 44-45 il movimento partigiano ebbe il suo momento più difficile, momentaneamente arrestatasi l'offensiva alleata e in coincidenza con il contrattacco fascista alle zone liberate. Il movimento riprese forza nella primavera del 45, con la ripresa delle operazioni alleate in Italia.

 
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