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La resistenza al
nazifascismo in Europa
Il dominio nazista in Europa si contraddistinse per la sua durezza e
per la sua netta imposizione del mito della “razza eletta” e della
subordinazione delle “razze inferiori”. La germania non concesse nulla alle
esigenze di autodeterminazione dei popoli delle nazioni occupate. In
particolare verso i popoli slavi si arrivò ad un livello di sfruttamento
inumano. Nelle idee di Hitler l'Europa dell'Este doveva essere il granaio della Germania, tutte le
strutture industriali e urbane dovevano essere smantellate, la classe dirigente
e degli intellettuali eliminata fisicamente, mentre gli operai e i prigionieri
di guerra venivano utilizzati per lavorare nella produzione bellica tedesca.
Ovviamente il mito della purezza della
razza prevedeva anche la persecuzione degli ebrei, particolarmente numerosi
nell'Europa Orientale, che vennero inizialmente confinati nei ghetti, poi
deportati e massacrati a milioni nei lager tedeschi e polacchi a partire dal
1941.
Questo tipo di dominio, anche se garantiva mano d'opera a costo zero e
grandi proventi di materie prime e beni di consumo che permisero ai tedeschi di
mantenere un alto tenore di vita, ovviamente aveva degli aspetti
negativi:prevedeva la permanenza di forti contingenti militari nei paesi
occupati, e soprattutto provocava odio nei confronti degli occupanti che
sarebbe sfociato in aperta ribellione e quindi in resistenza armata.
I primi movimenti di resistenza, che più che altro consisteva nella non
collaborazione con gli occupanti, propaganda antinazista, spionaggio e
sabotaggio, si svilupparono da subito nei paesi occupati, finanziati dagli
inglesi e legati ai movimenti di opposizione in esilio (per esempio il
movimento Francia Libera di De Gaulle).
Dalla primavera-estate del 1941 si
svilupparono movimenti più vasti, soprattutto in Jugoslavia e in Grecia. Anche l'attacco all'URSS
contribuì alla partecipazione dei comunisti alla resistenza in tutta Europa.
Gli orientamenti politici dei movimenti di
resistenza erano i più vari, e non sempre riuscivano a convivere. Stalin, con lo scioglimento
del Comintern nel 1943, subordinò l'esigenza della lotta al nazifascismo ad ogni obiettivo
rivoluzionario, ma i comunisti continuavano ad essere visti con diffidenza dai
movimenti più moderati dello schieramento antifascista. In alcuni casi (Francia,
Italia) si riuscì a giungere ad un accordo, in altri (vedi Jugoslavia) il movimento
comunista soverchiò nettamente gli altri, in altri ancora (il resto dell'Europa dell'Est)
era netto il timore che i comunisti facessero gli interessi dell'URSS nelle sue
mire di dominio su quei territori.
Naturalmente l'altra faccia dell'Europa sotto il giogo nazista fu
quella dei collaborazionisti: in ogni paese occupato infatti i tedeschi
trovarono una parte della popolazione favorevole ad aiutarli, dai movimenti
fascisti locali a quelli indipendentisti (gli ustascia croati), fino a leader
politici legati al potere prima della guerra che accondiscesero a governare
alle dipendenze dei tedeschi (vedi la Francia di Vichy). Tantissimi giovani di
diverse nazionalità infine furono indotti ad arruolarsi nelle SS.
In Italia la Resistenza cominciò a farsi viva a partire dall'autunno
del 43, dopo l'armistizio. Inizialmente i gruppi partigiani erano costituiti da
ex-soldati dell'esercito regolare e militanti antifascisti. I gruppi agivano
con azioni di sabotaggio o contro specifiche personalità degli occupanti
tedeschi o repubblichini. Spesso i tedeschi reagivano con spietate rappresaglie
nei confronti della popolazione civile.
In seguito, con il ritorno sulla scena
politica dei partiti antifascisti, i gruppi partigiani si andarono organizzando
in brigate, a seconda delle correnti politiche: i comunisti nelle Brigate
Garibaldi, il Partito d'Azione nelle Brigate Giustizia e Libertà, i
socialisti nelle Brigate Matteotti, ecc.
Si andavano formando infatti nel paese
nuove formazioni politiche (Democrazia Cristiana, Partito repubblicano, Partito
liberale, Partito Socialistà di Unità Proletaria, ecc.) che si riunirono nel Comitato di Liberazione
Nazionale, e incitarono gli italiani alla resistenza e alla lotta, proponendosi
come i veri rappresentanti dell'Italia democratica in opposizione non solo al
nazifascismo, ma anche al governo Badoglio e alla monarchia.
Dopo la svolta di Togliatti e la formazione
del governo Bonomi, la resistenza si legò più
strettamente al potere legale, fece maggiori proseliti tra operai e
contadini, e si organizzò
anche militarmente. Le azioni si fecero più frequenti ed
efficaci, così come più feroci si fecero le rappresaglie dei tedeschi. In alcuni casi vennero
fondate delle Repubbliche Partigiane, fondate sull'autogoverno popolare.
Naturalmente la resistenza, nonostante il
suo alto valore di rappresentanza morale e civile, aveva il suo limite sul
piano militare, sia per le divisioni politiche interne, sia per il sempre
scarso apporto della popolazione, preoccupata soprattutto di sopravvivere fino
alla pace.
In particolare nell'inverno 44-45 il
movimento partigiano ebbe il suo momento più difficile,
momentaneamente arrestatasi l'offensiva alleata e in coincidenza con il
contrattacco fascista alle zone liberate. Il movimento riprese forza nella
primavera del 45, con la ripresa delle operazioni alleate in Italia.
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