| Movimento Operaio 800 |
| Scritto da Mario Fabiani | |
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Il pensiero socialista nasce come reazione all'avvento della civiltà
industriale e delle relative questioni sociali. Il socialismo teorizzò l'opposizione
ai valori tipici del capitalismo (individualismo, profitto, concorrenza)
proponendo nuovi valori (solidarietà, uguaglianza) che permettessero di porre
rimedio alle ingiustizie sociali e mettessero lo sviluppo industriale al
servizio di tutta la collettività. Il socialismo traeva le sue basi ideologiche
da movimenti radicali e ugualitari tipici delle rivoluzioni inglese e francese,
applicate allo sviluppo industriale.
I padri del pensiero socialista possono essere considerati Robert Owen
e Claude Henri de Saint-Simon. Owen (1800-1825) era un industriale inglese che determinò la nascita del movimento sindacale delle Trade Unions e delle cooperative di consumo. Saint-Simon era un aristocratico francese che elaborò un'utopia egualitaria dell'industrialismo e una sorta di “religione del progresso” che avrebbe avuto molta influenza sui movimenti socialisti e soprattutto su Mazzini. Spiccatamente utopista, anche perchè in Francia ancora non c'era una classe operaia, la teoria di Fourier, che proponeva un'organizzazione del lavoro pre-industriale e basata su piccole comunità. Più collettiviste le teorie di Etienne Cabet e Auguste Blanqui, i primi ad usare il termine “comunismo”. Blanqui teorizzava l'abbattimento insurrezionale dello stato borghese e la dittatura del proletariato, riprese poi da Marx. Blanc si può considerare il padre del socialismo riformista, dato che teorizzò l'intervento dello stato nell'economia, con la costituzione di “fabbriche statali” che avrebbero dovuto soppiantare i privati. Proudhon propone un cooperativismo di stampo anarchico che si contrappone al socialismo statalista di Blanc e poi di Marx. Con Marx ed Engels, espressione della “lega dei comunisti “ tedesca si ha la prima sistemazione “scientifica” del pensiero socialista, in contrapposizione a quella utopistica. Nella teoria marxista i rapporti economici sono alla base di tutta la società (struttura). Anche lo stato e le istituzioni sono al servizio del potere economico (sovrastrutture). I regimi liberali e democratici sono l'espressione del potere borghese. Dopo la rivoluzione borghese, si avrà quella del proletariato. Il proletariato dovrà organizzarsi al di sopra delle nazioni, e approfittare dell'inevitabile crisi del capitalismo per prendere il potere ed instaurare una temporanea dittatura, dopo la quale si avrà il passaggio alla società comunista, senza classi e senza stato. Inizialmente le istanze marxiste non furono prese molto in considerazione, in quanto la classe operaia non era ancora così numerosa e organizzata.
La vera e propria emersione del proletariato di fabbrica avviene negli
anni dal 1850 al 1880, in Francia ma soprattutto in Germania, dove maggiore fu
lo sviluppo industriale. I salari erano leggermente superiori a quelli dei braccianti agricoli, ma le condizioni di vita (orari di lavoro, abitazioni, sicurezza) erano nettamente peggiori. In più gli operai, costantemente a contatto con i borghesi nelle città, potevano più facilmente fare paragoni tra condizioni di vita diverse, non consentendogli più di trovare giustificazioni alla propria condizione di subordinazione sociale. La convivenza forzata nelle periferie urbane portò al formarsi di una coscienza di classe, la consapevolezza di una condizione comune e la possibilità di associarsi per emanciparsene. IN generale i movimenti operai in Europa prima del 1848 si configurano soprattutto come associazioni corporative, società di mutuo soccorso consone ad un proletariato più artigianale che industriale, quale era quello del periodo, ancora non condizionato dallo sviluppo industriale che verrà. La carica rivendicativa era molto bassa. In Inghilterra il movimento operaio, dopo la fallimentare esperienza del cartismo, rinuncia alle aspirazioni politiche, affidate ai partiti della sinistra liberale. Si sviluppa molto invece il movimento sindacale, con il Trade Unions Congress (1868). In Francia il movimento, duramente sconfitto nei moti del 1848 e 1851, si divideva tra seguaci di Blanqui (comunisti insurrezionalisti) e di Proudhon (anarchici). Le teorie proudhoniane, non propriamente socialiste, ma libertarie e autonomistiche, ebbero un certo successo anche in Italia, dove peraltro il proletariato industriale era quasi inesistente, e gli operai e artigiani aderivano ad organizzazioni mazziniane avverse alla lotta di classe. In Germania, il movimento socialista si rafforza alla fine degli anni 50 con Ferdinand Lassalle, che elabora una teoria simile a quella marxista, ma che prevede la possibilità di trasformare lo stato borghese dall'interno con il suffragio universale. Lassalle fonda l'Associazione Generale dei Lavoratori Tedeschi nel 1863. Nel frattempo Marx elabora le sue teorie economiche e pubblica “Il capitale” nel 1867. In esso delinea la storia del capitalismo e i suoi sviluppi futuri. L'avvento del socialismo diventa un evento inevitabile, legato all'evoluzione e alla crisi del capitalismo. Le sue teorie diventano molto popolari perchè si adattano bene allo spirito positivista dell'epoca. Sembra quasi un evoluzionismo sociale alla Darwin. Il marxismo non diventa però subito la dottrina ufficiale del movimento operaio. Negli anni 60 si comincia a sentire l'esigenza di un collegamento tra i movimenti dei vari paesi, e nel 1864 viene fondata la Prima Internazionale, con la partecipazione delle Trade unions e dei proudhoniani francesi. C'erano anche i mazziniani e Karl Marx, il quale nello statuto riuscì a dare la sua impronta all'internazionale in senso classista. Per i primi anni l'internazionale fu dominata dal dibattito tra i socialisti e i proudhoniani. Prevalsero le tesi socialiste (socializzazioni dei mezzi di produzione, collettivismo), ma le tesi proudhoniane erano comunque molto popolari soprattutto nel proletariato dei paesi meno avanzati, e presero nuova vita con la formulazione di Bakunin. Bakunin individuava nello stato e nella religione i nemici da abbattere, l'espressione delle classi dominanti che impedivano l'instaurarsi di una società libera e comunista. Per Marx invece l'eliminazione dello stato era solo l'ultima fase della rivoluzione, prima era necessario abbattere il sistema capitalistico. Inoltre, mentre per Marx il protagonista della rivoluzione doveva essere il proletariato urbano e industriale, per Bakunin erano le masse diseredate in genere. Inoltre Bakunin escludeva ogni possibilità di lavorare all'interno del sistema: l'unica possibilità era la lotta armata. Nel 1872 Marx ed Engels riuscirono a mettere in minoranza i bakuniani e praticamente sciolsero l'internazionale portandone la sede a New York. La forza delle tesi anarchiche continuò comunque a farsi sentire soprattutto nei paesi europei dove non c'era ancora forte industrializzazione.
Un'esperienza importante per il movimento operaio fu la Comune di
Parigi (1871), anche se di breve durata, come terreno di sperimentazione di
forme di democrazia diretta e di autogoverno della classe operaia.
In Italia per molto tempo l'associazionismo operaio fu contraddistinto
dalle Società di mutuo soccorso, di ispirazione mazziniana, che puntavano alla
solidarietà e rifiutavano la lotta di classe e il ricorso allo sciopero. Dopo
gli anni 70, in coincidenza con l'aumento delle tensioni sociali, comincia a
farsi strada nel paese l'internazionalismo, legato alla Prima Internazionale di
Marx e Bakunin. Soprattutto le teorie di quest'ultimo ebbero una certa fortuna
in un paese ancora fortemente agricolo come l'Italia. Tuttavia le iniziative di
alcuni agitatori (quali Andrea Costa, Enrico Malatesta, Carlo Cafiero) che
cercarono di portare all'insurrezione il proletariato agricolo, fallirono
miseramente. Si cominciava a capire l'esigenza di un programma preciso e di una
organizzazione politica che potesse coinvolgere veramente i lavoratori. Negli anni successivi vi fu la fondazione di numerosi circoli e leghe operaie, finalizzate soprattutto all'organizzazione degli scioperi. Poi fu fondato a Milano il Partito Operaio Italiano, a carattere fortemente classista. Tra l'87 e il 93 si formarono ovunque Camere del Lavoro. L'esigenza di un'organizzazione comune era sempre più sentita, ma era resa difficile dalla diversità delle esperienze e dalla mancanza di una base ideologica forte. Un primo contributo alla base ideologica del movimento operaio fu dato da Antonio Labriola, profondo conoscitore e divulgatore del pensiero marxista, che però rimase abbastanza isolato nella classe dirigente socialista, proprio per il suo rigore teorico. L'apporto fondamentale si deve però a Filippo Turati, esponente della democrazia radicale convertitosi al socialismo grazie all'incontro con l'esule russa Anna Kuliscioff. Turati precisò gli obiettivi del movimento operaio nell'autonomia dalla democrazia borghese, nel rifiuto dell'insurrezionalismo anarchico, nella priorità alle lotte economiche che dovevano essere collegate agli obiettivi politici. Nel 1892, delegazioni dei più vari organismi associazionistici operai e contadini si riuniscono a Genova, e dopo una scissione operata nei confronti degli esponenti anarchici, fondano il Partito dei Lavoratori italiani, con l'obiettivo dichiarato della “socializzazione dei mezzi di produzione”, che si sarebbe dovuto ottenere con le lotte prima per l'emancipazione economica, e quindi per il potere politico. Nel 1895 sarebbe poi nato il Partito Socialista Italiano.
Negli anni 70-80, in tutta Europa i movimenti socialisti si organizzano
in veri e propri partiti, che cercano di entrare nella vita politica attiva dei
vari paesi, anche rinunciando in parte all'ideologia rivoluzionaria. Il primo
nasce in Germania nel 1875, ed è la SPD (Partito Socialdemocratico Tedesco),
che diventerà un esempio per tutta Europa grazie ai suoi successi elettorali e
alla scelta della dottrina marxista come base ideologica. In Francia, nonostante i contrasti ideologici e la scarsa adesione al marxismo, nel 1882 si fonda il Partito Operaio Francese, che dopo una serie di scissioni e contrasti, si rifonda nel 1905 nella SFIO (Sezione Francese dell'Internazionale Operaia). In Gran Bretagna, i gruppi marxisti non ebbero fortuna presso i lavoratori delle Trade Unions, che però diedero vita loro stessi ad un partito, nel 1906, il Labour Party, che esprimeva le aspirazioni del movimento operaio ma non aveva una caratterizzazione ideologica precisa. Tutti questi partiti portavano avanti ideali ed obiettivi in larga parte condivisi: superamento dell'economica capitalista in senso socialista, pacifismo e internazionalismo, associazionismo di massa.
Nel 1889 venne quindi fondata la Seconda Internazionale, che a
differenza della prima non si proponeva di dirigere il movimento operaio, ma
era più una federazione di partiti, che si ponevano obiettivi comuni: la
riduzione dell'orario di lavoro a 8 ore, la protesta contro l'imperialismo e la
guerra, l'affermazione della teoria marxista. Si delineò infatti l'espulsione
degli esponenti anarchici e di quelli che rifiutavano la partecipazione
politica. Venne istituito il 1° maggio.
La dottrina marxista nella seconda internazionale aderiva alle
formulazioni di Engels, che ponevano l'accento sulle fasi intermedie del
processo rivoluzionario, sulla partecipazione alla vita politica e alle
elezioni e sulla lotta per le riforme. Lo stesso orientamento di quasi tutti i
leader socialisti europei: Bebel, Adler, Turati, Jaurés. Il maggiore teorico di
questa nuova tendenza fu Eduard Bernstein, che partì dalla critica di alcuni
aspetti dell'evoluzione capitalista delineata da Marx (evoluzione e non
immiserimento del proletariato, democratizzazione della borghesia) per
affermare che i partiti socialisti dovevano abbandonare l'ideale rivoluzionario
ed entrare nei meccanismi democratici per proporre quelle riforme che avrebbero
portato alla fine alla realizzazione della società socialista. Le teorie
revisioniste di Bernstein furono aspramente criticate dai marxisti ortodossi, e
suscitarono la nascita di correnti di estrema sinistra nel movimento socialista
che criticavano le posizioni troppo “centriste” dei dirigenti dei partiti (in
Germania, Liebknecht e Luxembourg). Naturalmente il movimento “dissidente” più importante fu quello di Lenin, che nel suo famoso “Che fare?” del 1902, critica la posizioni della socialdemocrazia tedesca e formula una sua teoria basata sul ruolo di un'elite intellettuale di rivoluzionari che avrebbe dovuto guidare il proletariato verso l'emancipazione. Le tesi di Lenin provocarono la spaccatura nel Partito Socialdemocratico Russo tra bolscevichi e menscevichi.
Un altro movimento interessante che si sviluppò nei primi del secolo in
Francia fu quello del sindacalismo rivoluzionario (Georges Sorel, 1904-05), che
teorizzava l'uso dello strumento dello sciopero come via per arrivare al
rovesciamento dello stato borghese, e la forza liberatoria della violenza
proletaria. Il sindacalismo rivoluzionario, di tendenze anarchiche, trovò molto
favore soprattutto nei paesi latini. |
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