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Pittori Campania 
Riassunti del '900: cap. 5 e cap.6
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Scritto da Morena   

5. LA PRIMA GUERRA MONDIALE

5.1. Dall’attentato di Sarajevo alla guerra europea. 

L’uccisione di Francesco Ferdinando. 

Il 28 giugno 1914, uno studente bosniaco uccise con due colpi di pistola l’erede al trono d’Austria e sua moglie. L’attentatore faceva parte di organizzazione irredentista che aveva la sua base operativa in Serbia. Un attentato terroristico che, si trasformò così in un caso internazionale e mise in moto una catena di reazioni e controreazioni che precipitarono l’Europa in un conflitto di proporzioni mai viste.  Un conflitto che avrebbe segnato una svolta decisiva nella storia dell’Europa e del mondo.  

Corsa agli armamenti. Più che nel conflitto nazionalistico, più che nella scintilla che viene accesa a Sarajevo, e forse le ragioni di questo conflitto stanno nelle politica di potenza degli Stati Nazione che sono diventati potenze, che corrono ad armarsi, sono in gara tra di loro, sono in gara per la conquista del mondo. I movimenti nazionalistici sono parte di questo quadro perché sono tante scintille che provocano e che aumentano la tensione degli Stati e  all’interno degli Stati.Ci sono i movimenti irredentisti che sono connaturati agli Stati multinazionali, vale a dire che ci sono fette di popolazioni che si sentono più appartenenti a uno Stato rispetto ad un altro, e quindi chiedono il ricongiungimento a uno Stato nazionale diverso da quello che geograficamente sono stati posti.

 

Il caso e la storia. Nell’Europa del 1914 esistevano, è vero, tutte le premesse che rendevano possibile una guerra:  

v      L’Impero multinazionale Austria – Ungheria ha come tutti gli altri imperi e come tutti gli altri Stati d’Europa negli anni che vanno dalla fine del XIX secolo ai primi 15 anni del XX secolo, il problema di gestire la società di massa quindi   si trova di fronte a quel lemma dei governi che noi abbiamo chiamato governo con riforme o governo autoritario, in cui si cerca di bloccare l’ingresso delle masse nella vita dello stato. L’impero Austro – Ungarico da un lato ha il problema dello sviluppo e dall’altra l’arretratezza economica, ha il problema di scegliere una via di governo che non è semplice, data la disomogeneità della società, inoltre ha un altro grosso problema che è quello dei conflitti nazionali. 

v      C’è un progetto trialistico Austria (tedeschi) – Ungheria (magiari) – Serbia, Croazia (slavi del sud), questo progetto nasce dalla spinta dei movimenti nazionalistici all’interno del grande impero Asburgico, che sono quei conflitti che via via col passare degli anni si sono fatti sempre più intensi. 

v      L’Austria – Ungheria che era divisa appunto da un progetto dualistico Austro – Ungarico via via che la pressione aumentava, e aumenta proprio sotto i fermenti degli slavi del sud, nasce anche questo progetto, un progetto che non andrà a compimento proprio perché interverrà la frattura della I Guerra Mondiale.

 

v      I Balcani e le potenze a complicare il problema delle nazionalità interne è in particolare il problema degli slavi del sud che stanno premendo per avere un’autonomia e un indipendenza, ci sono gli interessi che le varie potenze hanno sui Balcani.

o        I Balcani sono ancora divisi tra due potenze: 

Ø       L’Impero Ottomano in via di decadimento.

Ø       L’Impero Asburgico che cerca invece di mantenere compatto il suo impero.

o        ma ci sono anche gli interessi: 

Ø       Da una parte dell’Impero Russo che ha sempre ambito allargarsi nei Balcani.

Ø       Dall’ altra parte la Gran Bretagna che è interessata al dominio del Mediterraneo di cui i Balcani.

Ø       Ma c’è anche la Germania che ha sempre avuto l’interesse di avere uno sbocco al mare;

o        quindi questi Balcani che suscitano gli appetiti di tutte le potenze, sono anche però estraneamente divisi al loro interno e soprattutto a questo punto vogliono liberarsi dall’Austro – Ungheria.

 

L’attentato di Sarajevo nel 1914  è la scintilla che fa esplodere il grande I Conflitto Mondiale. Finì per mettere in movimento il sistema di alleanze contrapposte delle potenze europee, Imperi Centrali (Germania, Austria) Intesa (Francia, Inghilterra, Russia), dando così inizio alla prima guerra mondiale. 

L’ultimatum austriaco, la mobilitazione russa, l’iniziativa tedesca, l’invasione del Belgio e l’intervento Britannico.     L’Austria compì la prima mossa inviando, il 23 luglio, un durissimo ultimatum alla Serbia.     Il secondo passo lo fece la Russia assicurando il proprio sostegno alla Serbia, sua principale alleata nei Balcani.     Forte dell’appoggio russo, il governo serbo accettò solo in parte l’ultimatum.     L’Austria giudicò la risposta insufficiente e, il 28 luglio, dichiarò guerra alla Serbia.     Immediata fu la reazione del governo russo che, il giorno successivo, ordino, la mobilitazione delle forze armate.     Ma la mobilitazione fu interpretata dal governo tedesco come un atto di ostilità. Il 31 luglio la Germania inviò un ultimatum alla Russia intimandole l’immediata sospensione dei preparativi bellici. L’ultimatum non ottenne risposta e fu seguito, a ventiquattr’ore di distanza, dalla dichiarazione di guerra.     Il giorno stesso (1° agosto) la Francia, legata alla Russia da un trattato di alleanza militare, mobilitò le proprie forze armate.     La Germania rispose con un proprio ultimatum e con la successiva dichiarazione di guerra alla Francia (3 agosto). Il 4 agosto, i primi contingenti tedeschi invasero il Belgio per attaccare la Francia da nord-est. La violazione della neutralità belga ebbe anche un peso decisivo nel determinare l’intervento inglese del conflitto.     La Gran Bretagna, già fortemente preoccupata dall’eventualità di un successo tedesco, non poteva tollerare l’aggressione a un paese neutrale che si affacciava sulle coste della Manica. Così il 5 agosto, l’Inghilterra dichiarava guerra alla Germania: Per i governanti tedeschi l’intervento della Gran Bretagna rappresentò il primo grave scacco. 

La sottovalutazione della guerra. Scoppia il massacro, scoppia la I Guerra Mondiale qual è la prima reazione delle società di massa? C’è un’ondata patriottica nei paesi belligeranti, quasi come se nessuno si rendesse conto di qual è effettivamente il massacro a cui si sta andando avanti, sembra quasi che tutta la popolazione degli Stati nazionali sia entusiasta della guerra.  È una conseguenza del nazionalismo e della propaganda nazionalistica, che attraverso tutti i nuovi strumenti a disposizione di queste nuove società di massa, di queste società industrializzate (stampa, fotografia) si è via via radicata all’interno dell’anima della popolazione. È un grande successo di questa propaganda nazionalistica, sono i movimenti, le dimostrazioni nazionalistiche nelle piazze, cioè la politica ha smesso di essere la politica che si fa nei palazzi, la politica si fa in piazza. La guerra come strumento di politica interna. Noi quando parliamo di ondata nazionalistica ci dobbiamo renderci conto, che, dietro i nazionalisti ci sono anche dei valori e, una cultura di società forti. Il nazionalismo proprio perché si sposa una politica di potenza, ha bisogno di Stati forti è uno Stato forte, è anche uno Stato che vuole essere ordinato, che ha sudditi obbedienti, o comunque cittadini partecipi ma obbedienti, deve essere uno stato compatto. Come dicono i nazionalisti e come dicono i fautori di uno Stato forte autoritario, “non si può decidere una linea strategica militare nel Parlamento, ci vuole una direzione unica e ferma”. Questa idea della guerra come strumento di politica interna è tanto più valido se noi lo mettiamo nell’ottica di uno Stato forte e ordinato, fermenti sociali, scioperi è chiaro che sono in una situazione contraria a quella che è l’ordine interno, siamo al disordine interno quindi la guerra può diventare e diventa uno strumento di politica interna, perché è funzionale a chiudere e a bloccare il fermento sociale provocato dall’ascesa delle masse.  Ordine  Disciplina  Autorità Sono i contenuti forti di un messaggio e poi militarizzazione delle società. Questi valori si possono trovare nel ceto medio? Come reagiscono tutti i movimenti socialisti? I “socialpatrioti” l’appartenenza alla nazione più forte della appartenenza al socialismo. Il movimento socialista si spacca nel senso che una parte dei socialisti aderisce alla guerra nazionale, cioè la nazione è in guerra, e se la nazione è in guerra non si può più essere internazionalisti, bisogna essere nazionali bisogna essere socialpatrioti. 

5.2. Dalla guerra di movimento alla guerra di usura. 

Nell’agosto ’14 la Germania schierò solo sul fronte occidentale un milione e mezzo di uomini e la Francia  gliene contrappose più di un milione.La Gran Bretagna era la sola a non disporre di un esercito di leva; ma riuscì a mobilitare oltre due milioni di volontari. 

Nuovi armamenti e vecchie strategie. E la guerra sarà una guerra molto sanguinosa determinata in gran parte dai nuovi armamenti e da una grande contraddizione. Le nuove tecnologie hanno portato ad un perfezionamento delle armi, però ancora le guerre si fanno con gli uomini per cui abbiamo armi potentissime e tanti uomini in campo, vuol dire la strage.Questi eserciti così imponenti erano inoltre assai meglio armati di qualsiasi esercito ottocentesco: tutti disponevano di fucili a ripetizione e di cannoni potentissimi. Ma la novità più importante era costituita dalle mitragliatrici automaticheCi sono le vecchie strategie, non solo si mettono tanti uomini in campo, ma nella prima fase di guerra si mandavano questi soldati all'assalto, cioè la strategia dell'assalto ma dall'altra parte non c'erano più solo cavalli, baionette e qualche schioppo, ma c'erano le mitragliatrici per cui era una vera e propria strage. Tant'è vero che poi a poco a poco, dalla guerra di movimento che provoca una strage immane, si passerà alla nuova strategia che sarà la guerra in trincea [5.5]. 

L’attacco alla Francia, le vittorie tedesche sul fronte orientale e il fallimento del piano tedesco. Furono soprattutto i militari tedeschi a puntare le loro carte sull’ipotesi della guerra di movimento.Anche questa volta, nonostante i molti ostacoli imprevisti, i tedeschi ottennero una serie di clamorosi successi iniziali:    Ai primi di settembre lungo il corso della Marna costrinsero gli avversari francesi a una precipitosa ritirata.    Nel frattempo sul fronte orientale, fermavano i russi che cercavano di penetrare in Prussia orientale.Ma le cose cambiarono nel giro di pochi mesi: 

§         Il 6 settembre i francesi lanciarono  un improvviso contrattacco che colse i tedeschi di sorpresa che, dopo una settimana di furiosi combattimenti furono costretti a ripiegare su una linea più arretrata. Con l’arresto dell’offensiva sulla Marna, il progetto di guerra tedesco poteva dirsi sostanzialmente fallito.

§         Alla fine di novembre gli eserciti si erano ormai attestati in trincee improvvisate, su un fronte lungo 750 Km che andava dal Mare del Nord al confine svizzero. 

La nuova realtà della guerra. La guerra di movimento progettata dai generali si era così risolta in una situazione di stallo.Cominciava una guerra di tipo nuovo, non prevista né preparata da nessuno dei contendenti: La guerra di logoramento, o di usura, che vedeva due schieramenti praticamente immobili, affrontarsi in una serie si di sterili quanto sanguinosi attacchi, inframmezzati da lunghi periodo di stasi.  In una guerra di questo genere, diventava essenziale il ruolo della Gran Bretagna,  che poteva gettare su piatto della bilancia le risorse del suo Impero coloniale e la sua superiorità navale. Altrettanto importante si dimostrava l’apporto della Russia col suo enorme potenziale umano.Molte potenze minori temevano di restar di restar sacrificate da una nuova sistemazione per soddisfare le loro ambizioni territoriali. Di qui la tendenza del conflitto ad allargarsi, fino ad assumere dimensioni planetarie.    Nell’agosto del 1914, il Giappone, richiamandosi al trattato che lo legava alla Gran Bretagna dal 1902, dichiarava guerra alla Germania.    Nel novembre dello stesso anno, la Turchia, legata alla Germania da un trattato segreto, interveniva a favore degli imperi centrali.    Sei mesi dopo, nel maggio 1915, l’Italia entrava in guerra contro l’Austria-Ungheria.    A fianco degli imperi centrali sarebbe intervenuta la Bulgaria ( settembre 1915), la Romania (agosto 1916) e la Grecia (giugno 1917).    Decisivo sarebbe risultato, infine, l’intervento a favore dell’Intesa degli Stati Uniti (aprile 1917), che si trascinarono dietro numerosi paesi extraeuropei ( Cina, Brasile e repubbliche latino americane).Se a questo si aggiunse l’estensione del conflitto agli imperi coloniali, si capirà  come la guerra, pur avendo in Europa il suo teatro principale, assumesse sempre più carattere mondiale, coinvolgendo per la prima volta tutti e cinque i continenti.

 5.3. L’Italia dalla neutralità all’intervento. 

L’Italia entrò nel conflitto mondiale nel maggio del 1915, quando la guerra era già iniziata da dieci mesi, schierandosi a fianco dell’Intesa contro l’Impero austro-ungarico fin allora suo alleato.

La neutralità dell’Italia.Il 2 agosto 1914, a guerra appena scoppiata, il governo presieduto da Salandra aveva dichiarato la neutralità dell’Italia. Questa decisione, giustificata con carattere difensivo della Triplice Alleanza, aveva trovato concordi in un primo tempo tutte le principali forze politiche. 

La clausola difensiva della Triplice Alleanza che consente la neutralità dell’Italia, l’Italia era legata con una alleanza alla Germania e all’Austria, è un’alleanza difensiva e militare che si chiama la Triplice Alleanza un’alleanza difensiva e militare che aveva una clausola difensiva, vale a dire che l’Italia con la Germania e con Austria – Ungheria,  si impegnavano a darsi reciproco aiuto ove uno degli stati firmatari della Triplice Alleanza fosse stato aggredito. Austria e Germania non sono state aggredite dalla Serbia, quindi la clausola può scattare con un certa tranquillità.

 

L’Italia dichiara la sua neutralità, il conflitto è fra l’Austro – Ungheria e la Serbia, la Serbia è stata appoggiata dalla Russia, e l’Austro – Ungheria dalla Germania e via via partono le altre alleanze, ci sono due fronti, da una parte Russia, Francia, Inghilterra, e dall’altra Germania e Austro – Ungheria, l’Italia è fuori, l’Italia è neutrale. L’Italia ricorre alla clausola difensiva della Triplice Allenza, ma non entra in guerra, perché non è pronta al conflitto, perché è una nazione giovane.Però non tutta la popolazione è convinta di questa neutralità.

Gli Interventisti.Ci sono una parte della popolazione che vuole intervenire nella guerra e sono gli Interventisti.    Interventisti Nazionalisti.    Interventisti Democratici.    Interventisti Rivoluzionari.    Interventismo dei giovani e degli Intellettuali.Questi Interventisti hanno in comune il compimento dell’unità nazionale con l’annessione all’Italia delle terre irredente Trento e Trieste.L’ Interventismo Nazionalista ha delle caratteristiche sì alla guerra per diventare grande potenza, non importa con chi si combatte.L’Interventismo Democratico vuole la guerra per la liberazione di tutte le nazionalità oppresse, non solo quelle Italiane ma anche tutte quelle nazionalità all’interno dell’impero Austro – Ungarico: guerra contro gli imperi autoritari per una Europa democratica. Germania e Austria – Ungheria sono imperi autoritari che opprimono non solo le nazionalità presenti all’interno del loro Stato, ma anche la classe operaia subalterne perché sono gestite in modo autoritario, quindi bisogna combattere per distruggere gli imperi autoritari.Nell’ Interventismo Rivoluzionario troviamo Mussolini che sceglie la guerra e si pone su una piattaforma rivoluzionaria cosa significa: “Guerra come rivoluzione dell’esistente”, insomma la guerra è una breve, sanguinosa ma sconvolgente per mutare gli equilibri sociali all’interno del paese: “Accelera il processo di riscatto delle masse”.Interventismo dei giovani e degli intellettuali che erano in maggioranza gli studenti, gli insegnanti, gli impiegati i professionisti, ovvero la piccola e media borghesia colta, più sensibile ai valori patriottici. Erano interventisti, gli intellettuali di maggior prestigio: da Gentile a Prezzolini, da Einaudi a Salvemini che operano per la rottura dell’esistente e quindi troviamo una esaltazione della “guerra igiene del mondo”, il caso più tipico fu quello di   D’Annunzio che, noto fin allora come scrittore raffinato e  come personaggio eccentrico, si improvvisò per l’occasione capopopolo ed ebbe un ruolo di rilievo nelle manifestazioni di piazza a favore dell’intervento.

I Neutralisti.Oltre agli Interventisti abbiamo anche i Neutralisti.I Neutralisti socialisti che hanno come valori il Pacifismo internazionalismo, le guerre scatenate dalle rivalità tra le potenze crisi del capitalismo. Quando il capitalismo è in crisi ricorre alle guerre per poter mantenere il suo dominio sull’Umanità quindi la guerra è negata bisogna rimanere neutrali. Neutralismo cattolico, le grandi masse cattoliche sono neutraliste e abbiamo il Pacifismo cristiano e il Conflitto chiesa e Stato Italiano nel senso che non fa nulla per appoggiare un’ idea di uno Stato Italiano che va in guerra, perché non è patria per i cattolici  è ancora uno Stato usurpatore. La neutralità del Parlamento. Su quali basi è neutrale? Sulle basi che l’Italia è una nazione giovane, debole, è impreparata, non ha i mezzi sufficienti.Giolitti oppone una neutralità patteggiata con l’Austria – Ungheria, che sarebbero disposti a concedere ”parecchio” purché l’Italia rimanesse neutrale.Ma ciò che in definitiva  decise l’esito dello scontro fra neutralisti e interventisti fu l’atteggiamento del capo del governo, del ministro degli Esteri e del re.

Il Patto di Londra.Fin dall’autunno ’14, dopo il fallimento del piano di guerra tedesco, Salandra e Sonnino allacciarono contratti segretissimi con l’Intesa e, decisero col solo avallo del re e senza informare né il Parlamento né gli altri membri del governo, di accettare le proposte dell’Intesa firmando, il 26 aprile, il cosiddetto Patto di Londra con Francia, Inghilterra e Russia. Le clausole prevedevano che l’Italia avrebbe ottenuto, in caso di vittoria , il Trentino, il Sud Tirolo, la Venezia Giulia e l’intera penisola istriana (con l’esclusione della città di Fiume), una parte della Dalmazia.Restava da superare, a questo punto, la prevedibile opposizione della maggioranza neutralista della Camera,  cui spettava la ratifica del trattato. Quando, ai primi di maggio, Giolitti, non ancora al corrente del Patto di Londra, si pronunciò per la continuazione delle trattative con l’Austria, ben trecento deputati gli manifestarono solidarietà, inducendo Salandra a rassegnare le dimissioni. Ma la volontà neutralista del Parlamento fu di fatto scavalcata: da un lato dalla decisione del re, che respinse le dimissioni di Salandra; dall’altro dalle manifestazioni di piazza che in quei decisivi giorni di maggio (“Le radiose giornate di Maggio” frase di D’Annunzio) si fecero sempre più imponenti e più minacciose.

Il 20 maggio 1915, costretta a scegliere  fra l’adesione alla guerra e un voto contrario che sconfessasse  con il governo lo stesso sovrano, la Camera approvò con voto contrario dei soli socialisti, la concessione dei pieni poteri al governo, che la sera del 23 maggio dichiarava guerra all’Austria. Il 24 ebbero inizio le operazioni militari. 

 

5.4. La grande strage (1915-16).

Le battaglie dell’Isonso.Al momento dell’entrata in guerra dell’Italia, sul confine orientale le forze austro-ungariche, ripiegarono per pochi chilometri:

·         Lungo il corso dell’Isonzo.

·         E sulle alture del Carso. Contro queste linee le truppe comandate dal generale Cadorna sferrarono, nel corso del 1915, quattro sanguinose offensive senza cogliere alcun successo. Alla fine dell’anno, l’esercito italiano si trovava a combattere sulle stesse posizioni su cui si era schierato in giugno. 

Il fronte francese e il fronte orientale.Una situazione analoga, si era creata sul fronte francese. In quell’anno gli unici successi di qualche rilievo furono ottenuti sul fronte orientale dagli austro-tedeschi:

·         Prima contro i russi.

·         Poi contro la Serbia.

Verdun.All’inizio dell’anno successivo, i tedeschi ripresero l’iniziativa sul fronte occidentale, sferrando, nel febbraio 1916, un attacco in forze contro la piazzaforte francese di Verdun. Scopo dell’azione era non tanto la conquista dell’obbiettivo, quanto i dissanguamento delle forze francesi. Ma la battaglia, durata quattro mesi, risultò troppo costosa anche per gli attaccanti, che ebbero perdite di poco inferiori a quelle degli avversari.I francesi riuscirono a resistere sino alla fine di giugno, quando gli inglesi organizzarono una controffensiva sulle Somme, presto trasformatasi in una nuova, estenuante battaglia di logoramento. Il tutto si risolse in una spaventosa carneficina, forse la più tremenda cui l’umanità avesse mai assistito in uno spazio così limitato.

La “Strafexpedition”.Nel giugno 1916, mentre si andava esaurendo l’offensiva tedesca contro Verdun, l’esercito austriaco passò all’attacco sul fronte italiano, tentando di penetrare dal Trentino nella pianura veneta e di spezzare in due lo schieramento nemico. Gli italiani furono colti di sorpresa dall’offensiva, che fu chiamata Strafexpedizion (ossia spedizione punitiva contro l’antico alleato ritenuto colpevole di tradimento), ma riuscirono faticosamente ad arrestarla sugli altipiani di Asiago.

La caduta di Salandra e il fronte orientale nel 1916. L’Italia non subì alcuna perdita territoriale, ma il contraccolpo psicologico nel paese fu ugualmente fortissimo. Il governo Salandra fu costretto alle dimissioni e sostituito da un ministero di coalizione nazionale presieduto da Boselli.Nel corso dell’anno furono combattute altre cinque battaglie dell’Isonzo, tutte estremamente sanguinose e tutte prive dir risultati tangibili, salvo quello, della presa di Gorizia, avvenuta in Agosto.Anche nel 1916, a prendere l’iniziativa furono i russi che, lanciarono un violenta offensiva, riuscendo a recuperare una parte dei territori perduti prima. I successi russi ebbero l’effetto di indurre la Romania a intervenire a fianco dell’Intesa. Ma l’intervento si risolse in un completo disastro: la Romania subì la stessa sorte della Serbia.

La battaglia dello Jutland.Invano, nel maggio 1916, la flotta tedesca aveva tentato un attacco contro quella inglese, in prossimità della penisola dello Jutland. Le perdite subite nella battaglia, furono tali da indurre i comandi a ritirare le navi nei porti, rinunciando allo scontro in campo aperto.     

5.5. La guerra nelle trincee.

Dal punto di vista tecnico, la vera protagonista della guerra fu la trincea, ossia un fossato scavato nel terreno per mettere i soldati dal riparo dal fuoco nemico.Concepite all’inizio come rifugi provvisori per le truppe in attesa del balzo decisivo, le trincee divennero, la sede permanente dei reparti in prima linea. Tutta la zona del fronte fu ricoperta da una fitta rete di fossati disposti su due o più linee e collegati fra loro per mezzo di camminamenti.  Col passare del tempo del tempo le trincee furono allargate, dotate di ripari, protette da reticolati di filo spinato e da “nidi” di mitragliatrici.La vita nelle trincee, monotona e rischiosa, logorava i combattenti nel morale oltre che nel fisico e li gettata in uno stato di apatia e di torpore mentale. Soldati e ufficiali restavano in prima linea senza ricevere il cambio anche per intere settimane. Vivevano in condizioni igieniche deplorevoli, senza potersi lavare né cambiare. Erano esposti al caldo, al freddo e alle intemperie, oltre che ai periodici bombardamenti dell’artiglieria avversaria. Non uscivano dai loro ricoveri se non per compiere qualche pericolosa azione notturna di pattuglia o, quando scattava un’offensiva, per lanciarsi all’attacco delle trincee nemiche.Pochi mesi di guerra furono sufficienti a far svanire l’entusiasmo patriottico con sui molti combattenti  avevano affrontato il conflitto.Ma, mentre gli ufficiali di complemento, restarono nel complesso fedeli alle motivazioni ideali originarie, diverso fu l’atteggiamento della truppa.Gran parte dei soldati semplici, non aveva idee precise sui motivi per cui si combatteva la guerra e la considerava come una specie di flagello naturale da accettare con fatalista sopportazione.   In tutti gli  eserciti, non solo quello italiano, si avranno renitenze alla leva, diserzioni, automutilazioni, e via via che la guerra continua anche scioperi militari.  

5.6. La nuova tecnologia militare. 

Il primo conflitto mondiale si caratterizzò per l’applicazione intensiva e sistematica dei nuovi ritrovati della tecnologia alle esigenze della guerra. Artiglierie pesanti, fucili a ripetizione e mitragliatrici giovarono un ruolo decisivo nei combattimenti, ma non costituirono delle novità assolute. Del tutto nuova sconvolgente fu invece l’introduzione di nuovi mezzi d’offesa subdoli e micidiali come le armi chimiche, gas che venivano indirizzati verso le trincee nemiche provocando la morte per soffocamento di chi li respirava.Inoltre la guerra sollecitò notevolmente lo sviluppo di settori relativamente giovani, come quello automobilistico, come l’aeronautica e la radiofonia. Il perfezionamento delle telecomunicazioni, via radio o via filo, permise di coordinare i movimenti delle truppe su fronti vastissimi. L’impiego sempre più massiccio dei mezzi motorizzati consentì di far affluire rapidamente enormi masse di soldati dalle retrovie al fronte.Non sempre,  però, l’uso di nuovi mezzi o di nuove armi riuscì a influire sul corso delle guerra. Il caso più tipico fu quello dell’aviazione. Nel corso della guerra la produzione di aerei conobbe un enorme incremento.Un altro protagonista delle guerre del ‘900 fu il carro armato. Sperimentati per la prima volta nel 1916 dagli inglesi, i carri armati furono impiegati in modo massiccio e con discreto successo, sempre dagli inglesi, solo nel novembre del ’17.Fra le macchine belliche sperimentate in questi anni, una sola influì in modo significativo sul corso della guerra: il sottomarino. Furono soprattutto i tedeschi a intuire le possibilità del nuovo mezzo e a servirsene sia per attaccare le navi da guerra nemiche, sia per affondare senza preavviso le navi mercantili, anche di paesi neutrali, che portarono rifornimenti verso i porti dell’Intesa. Nonostante il numero limitato dei mezzi disponibili, la guerra sottomarina si rivelò subito un’arma molto efficace. Essa però sollevava gravi problemi politici e morali e urtava in particolare gli interessi commerciali degli Stati Uniti.

5.7. La mobilitazione totale e il “fronte interno”.

I civili vittime della guerra.Durante il primo conflitto mondiale, anche i civili furono investiti in varia misura dagli eventi bellici. Per le popolazioni che vivevano nelle zone attraversate dalla guerra, il coinvolgimento era diretto e poteva avere conseguenze drammatiche. Il caso limite fu quello degli armeni in Turchia che, furono sottoposti a una brutale deportazione, che per molti di loro si trasformò in vero e proprio sterminio.

La mobilitazione industriale.Ma anche per coloro che vivevano lontano dal fronte risentirono, più o meno  direttamente, delle trasformazioni legate alla guerra. I mutamenti più vistosi furono quelli che interessavano il mondo dell’economia e in particolare il settore industriale, chiamato ad alimentare la macchina gigantesca degli eserciti al fronte. Le industrie interessate alle forniture belliche ( siderurgiche, meccaniche e chimiche) conobbero uno sviluppo imponente, al di fuori di qualsiasi legge di mercato: il cliente principale era lo Stato che, pressato dalle urgenze della guerra, badava soprattutto alla rapidità delle consegne, preoccupandosi poco dei prezzi.Interi settori dell’industria furono posti sotto il controllo dei poteri pubblici, che distribuivano le materie prime a seconda delle necessità. La manodopera  impiegata nell’industria di guerra fu ovunque sottoposta a disciplina militare o semimilitare. Anche la produzione agricola fu assoggettata a un regime di requisizioni e di prezzi controllati. In alcuni casi si giunse al razionamento dei beni di consumo di prima necessità. In Germania si giunse addirittura a parlare di socialismo di guerra.Strettamente legate ai mutamenti nell’economia furono le trasformazioni degli apparati statali.  Ovunque i governi furono investiti di nuove attribuzioni e dovettero farvi fronte con l’aumento della burocrazia.

La propaganda.Strumento essenziale per la mobilitazione dei cittadini era la propaganda: una propaganda che non si rivolgeva soltanto alle truppe, ma cercava anche di raggiungere in tutti i modi possibili la popolazione civile. I governi di tutti i paesi profusero un impegno senza precedenti per stampare manifesti murali, organizzare manifestazioni di solidarietà ai combattenti, incoraggiare la nascita di comitati e associazioni “per la resistenza interna”.

Col protrarsi del conflitto si rafforzarono i gruppi socialisti contrari ad esso, divisi però tra il pacifismo delle sinistre riformiste e il “disfattismo rivoluzionario” dei gruppi più radicali: fra questi spiccavano gli “spartachisti” tedeschi e soprattutto i bolscevichi russi.

 

5.8. La svolta del 1917.

La rivoluzione russa e l’intervento americano.Nei primi mesi del 1917, due fatti nuovi intervennero a mutare il corso della guerra e dell’intera storia europea e mondiale:    All’inizio di marzo, uno sciopero generale degli operai di Pietrogrado si trasformò in un imponente manifestazione politica contro il regime zarista. Quando i soldati chiamati a ristabilire l’ordine rifiutarono di sparare sulla folla e fraternizzarono coi dimostranti, la sorte della monarchia fu segnata; lo zar abdico il 15 marzo. Si metteva in moto, così, un processo che avrebbe portato in breve tempo al collasso militare della Russia.    Circa un mese dopo, gli Stati Uniti decidevano di entrare in guerra contro la Germania che, ai primi di febbraio aveva ripreso la guerra sottomarina. L’intervento americano sarebbe risultato decisivo sul piano militare sia su quello economico.

La dissoluzione dell’esercito russo.Il crollo del regime zarista era stato infatti il preludio della disgregazione dell’esercito:

·         Molti reparti rifiutarono di riconoscere l’autorità degli ufficiali ed elessero organi di autogestione.

·         Molti soldati-contadini abbandonarono il fronte e tornarono ai loro villaggi per partecipare alla probabile spartizione delle terre dei signori. Il tentativo del governo provvisorio di lanciare, in luglio, una nuova offensiva contro gli austro-tedeschi in Galizia si risolse in un fallimento. I tedeschi penetrarono in profondità nel territorio dell’ex Impero zarista e, una volta raggiunti i propri obiettivi, poterono trasferire forti contingenti di truppe sul fronte occidentale. Per le potenze dell’Intesa, colpite dalla guerra sottomarina e ancora in attesa dell’aeroporto militare americano, i mesi fra la primavera e l’autunno del ’17 furono i più difficili dall’inizio del conflitto.

Le “Nazionalità oppresse” in Austria-Ungheria. Negli Imperi centrali sia andavano frattanto moltiplicando i segni di stanchezza:     In aprile una serie di scioperi ebbe luogo in Germania e in Austria.     In maggio si ammutinarono i marinai della flotta tedesca del Baltico.     Particolarmente delineata era la posizione dell’Impero austro-ungarico, dove l’andamento non brillante della guerra aveva ridato forza alle aspirazioni indipendentiste delle “nazionalità oppresse”.     Alla costituzione di un governo cecoslovacco in esilio seguì, nell’estate del ’17, un accordo fra serbi, croati e sloveni per la costituzione di uno Stato unitario degli slavi del Sud (Jugoslavia). Consapevole del pericolo di disgregazione cui era esposto l’Impero, il nuovo imperatore Carlo I avviò a febbraio e l’aprile del ’17 negoziati segreti in vista di una pace separata. Ma le sue proposte furono respinte dall’Intesa.     Non ebbe miglior fortuna una iniziativa promossa in agosto dal papa benedetto XV che invitò i governi a por fine “all’inutile strage” e a prendere in considerazione l’ipotesi di una pace senza annessioni.    

5.9. L’Italia e il disastro di Caporetto.

La stanchezza delle truppe italiane.Anche per l’Italia il 1917 fu l’anno difficile della guerra. Fra maggio e settembre Cadorna ordinò una nuova serie di offensive sull’Isonzo, con risultati modesti e costi umani ancora più pesanti che in passato. Fra i soldati le manifestazioni di proteste i gesti di insubordinazione si fecero più frequenti. Intanto fra la popolazione civile si moltiplicavano i segni di malcontento per i disagi causati dall’aumento dei prezzi e della carenza di generi alimentari.

I moti di Torino dell’Agosto ’17.L’unico vero episodio insurrezionale si verifico a Torino fra il 22 e i 26 agosto, quando una protesta originata dalla mancanza di pane si trasformò in un autentica sommossa. Fatti come quelli di Torino indicavano comunque che la situazione si stava avvicinando al punto di rottura.

Lo sfondamento di Caporetto e le sue cause. Il 24 ottobre 1917, un’armata austriaca rinforzata da sette divisioni tedesche attaccò le linee italiane sull’alto Isonzo e le sfondo nei pressi del villaggio di Caporetto. Buona parte delle truppe italiane, per evitare di essere accerchiate,  dovettero abbandonare precipitosamente le posizioni che tenevano dall’inizio della guerra. L'esercito italiano si disfa, è una resa, una sconfitta, il territorio nazionale viene invaso e l'esercito si sbanda. Dopo solo due settimane un esercito praticamente dimezzato riusciva ad attestarsi sulla nuova linea difensiva del Piave, lasciando in mano al nemico circa 10.000 Km² di territorio italiano. La sconfitta di Caporetto nel 1917 è per l'Italia un grandissimo shock. Prima di essere rimosso dal comando supremo, dove fu sostituito da Armando Diaz, il generale Cadorna gettò le colpe della disfatta sui suoi stessi soldati, accusando i reparti investiti dall’offensiva di essersi arresi senza combattere in realtà poi ci sarà una commissione d'inchiesta che dirà che c'è un errore invece di strategia militare. Le autorità militari reagiscono con rabbia nel senso che sono state sconfitte però  hanno capito che gli eserciti non combattono come loro vorrebbero combattessero ma non era nemmeno possibile combattere così. In ogni caso reagiscono con la repressione, ci sono le fucilazioni, le decimazioni, ci sono le corti marziali.  Sarà una repressione veramente durissima. 

Il governo Orlando.Paradossalmente la svolta imposta dalla disfatta di Caporetto finì con l’avere ripercussioni positive sull’andamento della guerra italiana:

v      I soldati si trovarono a combattere una guerra difensiva, contro un nemico che occupava una parte del territorio nazionale.

v      Intorno al nuovo governo di coalizione nazionale presieduto da Orlando, le forze politiche parvero trovare una maggiore concordia. Gli stessi leader dell’ala riformista del Psi, con in testa Turati, assicurarono la loro solidarietà allo sforzo di resistenza del paese.

v      Anche il cambio della guardia alla testa dell’esercito ebbe effetti positivi sul morale delle truppe. Il nuovo capo di stato maggiore si mostrò meno incline di Cadorna all’uso indiscriminato dei mezzi repressivi e più attento alle esigenze dei soldati.

v      A cominciare all’inizio del ’18, fu svolta un’opera sistematica di propaganda fra le truppe, attraverso la diffusione dei giornali di trincea, di manifesti, di conferenze, e poi organizzazioni di solidarietà ai combattenti, e la creazione di un servizio P (cioè propaganda). Ci sono non solo repressioni ma promesse, solidarietà educazioni ai combattenti si arriva al punto di promettere la terra alla fine della guerra ai combattenti. Attraverso la propaganda si cercò di prospettare ai soldati la possibilità di vantaggi materiali di cui il paese e i singoli cittadini avrebbero potuto godere in caso di vittoria. 

v      C’è assistenza morale e materiale, pacchi dono contributi alle vedove e agli orfani, ci sono le “madrine di guerra” cioè molte signore e soprattutto signorine adottavano soldati e diventavano le loro madrine. Questa è un grande mobilitazione femminile, è molto importante il ruolo delle donne nella prima guerra mondiale non solo per questa assistenza ma anche per il lavoro, gli uomini sono partiti sono rimaste le donne nel fronte interno, e le donne nel fronte interno hanno grande valorizzazione, sostituiscono gli uomini nel lavoro e questa crea una rivoluzione del mondo femminile.   

5.10. Rivoluzione o guerra democratica?

Nella notte fra il 6 e il 7 novembre un’insurrezione guidata dai bolscevichi rovesciava in Russia il governo provvisorio. Il potere fu assunto da un governo rivoluzionario presieduto da Lenin, che decise immediatamente di porre fine a una guerra diventata ormai impossibile e dichiarò la sua disponibilità a una pace “senza annessioni e senza indennità”, firmando subito dopo l’armistizio con gli imperi centrali. Per concludere la pace, che fu stipulata il 3 marzo 1918 nella città di Brest-Litovsk, ai confini delle Polonia, la Russia dovette però accettare tutte le durissime condizioni imposte dai tedeschi, che comportavano la perdita di circa un quarto dei territori europei dell’Impero russo.Nel frattempo il presidente americano Wilson, nell’aprile del ’17, nel momento dell’entrata in guerra, aveva dichiarato solennemente che gli Stati Uniti non avrebbero combattuto in vista di particolari rivendicazioni territoriali, ma col solo obbiettivo di ristabilire la libertà dei mari violata dai tedeschi, di difendere i diritti delle nazioni, di instaurare infine un nuovo ordine internazionale basato sulla pace e “sull’accordo fra i popoli liberi”.Nel gennaio 1918, quasi in risposta all’armistizio russo-tedesco, Wilson precisò le linee ispiratrici della sua politica in un organico programma di pace in quattordici punti.Oltre a invocare l’abolizione della diplomazia segreta, il ripristino della libertà di navigazione, l’abbassamento delle barriere doganali, la riduzione degli armamenti, il presidente americano formulava alcune proposte concrete circa il nuovo assetto europeo che avrebbe dovuto uscire dalla guerra:     Piena reintegrazione del Belgio, della Serbia e della Romania.     Evacuazione dei territori russi occupati dai tedeschi.    Restituzione alla Francia dell’Alsazia-Lorena.    Possibilità di “sviluppo autonomo” per i popoli soggetti all’Impero austro-ungarico e a quello turco.    Rettifica dei confini italiani secondo le linee indicate dalla nazionalità.     Nell’ultimo punto si proponeva infine l’istituzione di un nuovo organismo internazionale, la Società delle nazioni, per assicurare il mutuo rispetto delle norme di convivenza fra i popoli. I governati dell’Intesa non condividevano affatto il programma wilsoniano, o lo condividevano solo in parte, vincolanti com’erano al raggiungimento dei rispettivi obiettivi di guerra. Dovettero ugualmente far mostra di accettarlo, sia perché avevano troppo bisogno dell’aiuto americano.      

5.11. L’ultimo anno di guerra.

Nonostante i grandi mutamenti intervenuti nel corso dell’anno precedente, l’inizio del 1918 vedeva ancora i due schieramenti in una situazione di sostanziale equilibrio del piano militare.  

L’ultima offensiva tedesca.La partita decisiva continuava a giocarsi sul fronte francese. Fu qui che lo stato maggiore tedesco tentò la sua ultima e disperata scommessa impegnando tutte le forze rese disponibili dalla firma della pace con la Russia. 

v      Negli ultimi giorni di marzo, i tedeschi avanzarono in territorio francese per una profondità di oltre cinquanta chilometri. L’attacco proseguì senza soste nei mesi successivi.

v      In giugno l’esercito di Hindenburg era di nuovo sulla Marna e Parigi era sotto il tiro dei nuovi cannoni tedeschi a lunga gittata.

L’attacco austriaco sul Piave. 

v      Sempre in giugno, gli austriaci  tentarono di sferrare il colpo decisivo sul fronte italiano attaccando in forze sul Piave, ma furono respinti dopo una settimana di furiosi combattimenti.

v      Anche l’offensiva tedesca cominciava frattanto a esaurirsi.

v      A metà luglio l’ultimo attacco sulla Marna fu fermato dagli anglo-francesi, che agivano ora sotto un comando unificato.  

L’intesa al contrattacco e la crisi politica in Germania. 

v      Alla fine di luglio le forze dell’Intesa, passarono al contrattacco.

v      Fra l’8 e l’11 agosto, nella grande battaglia di Amies, i tedeschi subirono la prima grave sconfitta sul fronte occidentale. Da quel momento cominciarono ad arretrare lentamente, mentre fra le loro truppe si facevano evidenti i segni di stanchezza. I generali tedeschi capirono allora di aver perso la guerra. Mentre la Germania cercava invano una soluzione di compromesso, i suoi alleati crollavano militarmente o si disgregavano dall’interno.

v      La prima a cedere, alla fine di settembre, fu la Bulgaria.

v      Un mese dopo era l’Impero turco a chiedere precipitosamente l’armistizio. Il crollo dell’Austria-Ungheria e Vittorio Veneto. 

v      Sempre alla fine di ottobre si consumò la crisi finale dell’Austria-Ungheria.

v      Quando, il 24 ottobre, gli italiani lanciarono un’offensiva sul fronte del Piave, l’Impero era ormai in crisi.

v      Sconfitti sul campo della battaglia di Vittorio Veneto, gli austriaci non riuscirono a organizzare una linea di resistenza per la defezione dei reparti cechi e ungheresi e il 3 novembre firmarono a Villa Giusti, presso Padova, l’armistizio con l’Italia che sarebbe entrato in vigore il giorno successivo il 4 novembre.

La rivoluzione in Germania dell’armistizio di Rethondes.Intanto la situazione precipitava anche in Germania. Ai primi di novembre i marinai di Kiel, si ammutinarono e diedero vita, assieme agli operai della città, a consigli rivoluzionari ispirati all’esempio russo. Il moto si propagò a Berlino e in Baviera e ad esso parteciparono anche i socialdemocratici. Un socialdemocratico, Ebert, fu proclamato capo del governo il 9 novembre. L’11 novembre i delegati del governo provvisorio tedesco firmavano l’armistizio nel villaggio francese di Rethondes, accettando le durissime condizioni imposte dai vincitori.

ll bilancio della guerra.La Germania perdeva così una guerra  che più degli altri aveva contribuito a far scoppiare. La perdeva per fame e per stanchezza, per esaurimento delle forze morali e materiali. Gli Stati dell’Intesa, vincitori grazie all’apporto, tardivo e decisivo, di una potenza extraeuropea, uscivano dal conflitto scossi e provati per l’immane sforzo sostenuto. La guerra, che era nata da una contesa locale e si era poi trasformata in uno scontro fra due blocchi di potenze per l’egemonia europea e mondiale, si chiudeva non solo con un tragico bilancio di perdite umane   (8 milioni e mezzo di morti, oltre 20 milioni di feriti e mutilati, questo è il tragico bilancio della I guerra mondiale, che è un vero e proprio trauma per l’Europa, un’intera generazione – quella dei nati nell’ultimo ventennio dell’800 – letteralmente decimata), ma anche con un drastico ridimensionamento  del peso politico del vecchio continente sulla scena internazionale.Era prevedibile un simile massacro? È possibile cioè che quella scintilla a Sarajevo accesa dai Movimenti Nazionalisti abbia provocato questo trauma gigantesco che ha delle ripercussioni infinite nella storia di tutto il mondo? 

5.12. I trattati di pace e la nuova carta d’Europa.

Il compito dei vincitori.Un compito di eccezionale difficoltà era quello che attendeva gli statisti impegnati nella conferenza della pace, i cui lavori si aprirono il 18 gennaio 1919 nella reggia di Versailles e si protrassero per oltre un anno e mezzo.  Si doveva ridimensionare la carta politica del vecchio continente, rimasta pressoché immutata per oltre mezzo secolo e ora sconvolta dal crollo contemporaneo di ben quattro imperi (tedesco, austro-ungarico, russo turco). Si doveva ricostruire un equilibrio europeo. Quando la conferenza si aprì, era convinzione diffusa che la sistemazione dell’Europa postbellica si sarebbe fondata essenzialmente sul programma indicato da Wilson nei suoi “quattordici punti”. In pratica, però la realizzazione del programma wilsoniano si rivelò assai problematica. Questi problemi si manifestarono fin dalle prime discussioni fra i capi di governo delle principali potenze vincitrici:   L’americano Wilson.   Il francese Clemenceau.   L’inglese Lloyd George.   L’Italiano Orlando.

Pace democratica e pace punitiva.Nelle dure condizioni imposte alla Germania risultò evidente il contrasto fra l’ideale di una pace democratica l’obiettivo francese di una pace punitiva. La carta europea fu profondamente mutata.

Il trattato di Versailles e l’umiliazione della Germania.Il trattato di pace con la Germania fu firmato il 28 giugno 1919. Si trattò di una vera e propria imposizione (un diktat). Dal punto di vista territoriale il trattato prevedeva:

v      La restituzione dell’Alsazia-Lorena alla Francia.Il passaggio alla Polonia di alcune regioni orientali abitate solo in parte da tedeschi.

v      La perdita delle sue colonie, spartite tra Francia, Gran Bretagna e Giappone. Ma la parte più pesante del Diktat era costituita dalle clausole economiche e militari. Indicata nel testo stesso del trattato come responsabile della guerra, la Germania dovette impegnarsi a rifondere ai vincitori, a titolo di riparazione, i danni subiti in conseguenza del conflitto. Per finire la Germania fu costretta ad abolire il servizio di leva, a rinunciare alla marina da guerra, e ridurre la consistenza del proprio esercito.Erano le condizioni umilianti, tali da ferire profondamente la Germania nel suo orgoglio nazionale, oltre che nei suoi interessi. Ma erano anche, agli occhi dei vincitori e soprattutto dei francesi, l’unico mezzo per impedire alla Germania di riprendere la posizione di grande potenza che naturalmente le competeva.

La dissoluzione dell’Impero asburgico.Un problema completamente diverso era costituito dal riconoscimento delle nuove realtà nazionali emerse dalla dissoluzione dell’Impero asburgico. Il trattato di pace stabiliva inoltre che l’indipendenza austriaca sarebbe stata affidata alla tutela della costituenda Società delle nazioni. Un trattamento severo toccò all’Ungheria che, costituitasi in Repubblica nel novembre ’18, perse non solo tutte le regioni slave fin allora dipendenti da Budapest, ma anche alcuni territori abitati in prevalenza da popolazioni magiare.

Le nuove nazioni.A trarre vantaggio dal crollo dell’Impero asburgico, oltre all’Italia, furono soprattutto i popoli slavi:

Ø       I polacchi della Galizia si unirono alla nuova Polonia.

Ø       I boemi e gli slovacchi confluirono nella Repubblica di Cecoslovacchia.

Ø       Gli slavi del Sud si unirono a Serbia e Montenegro per da vita alla Jugoslavia.

Ø       Il nuovo assetto balcanico era completato dall’ingrandimento della Romania.

Ø       Dal ridimensionamento della Bulgaria.

Ø       Dalla quasi completa estromissione dall’Europa dell’Impero ottomano che, privato di tutti i suoi territori arabi, si trasformava in Stato nazionale turco.

Il rapporti con la Russia.Un problema particolarmente delicato per gli Stati vincitori era infine quello dei rapporti con la Russia rivoluzionaria:

§         Le potenze occidentali, imposero alla Germania l’annullamento del trattato di Brest-Litovsk.

§         Ma non riconobbero la Repubblica socialista.

§         Furono invece riconosciute e protette le nuove Repubbliche indipendenti che si erano formate con l’appoggio dei tedeschi nei territori baltici perduti dalla Russia: la Finlandia, l’Estonia, la Lettonia e la Lituania.

Un equilibrio delicato.L’Europa uscita dalla conferenza di Parigi contava dunque ben otto nuovi Stati sorti dalle rovine dei vecchi imperi. Ad essi si sarebbe aggiunto, nel 1921, lo Stato libero d’Irlanda, cui la Gran Bretagna si risolse infine a concedere un regime di semi-indipendenza.Nelle intenzioni di salvaguardia della pace avrebbe dovuto provvedere la Società delle Nazioni, la cui istituzione, fu ufficialmente accettata, sotto la pressione degli Stati Uniti, da tutti i partecipanti alla conferenza di Versailles.

La mancata adesione degli Stati Uniti.Ma il colpo più grave e inatteso la Società delle nazioni lo ricevette proprio dagli Stati Uniti, il Senato degli Stati Uniti respinse nel marzo 1920 l’adesione alla Società delle nazioni e fece cadere anche l’impegno assunto da Wilson circa la garanzia dei nuovi conflitti franco-tedeschi.Wilson, gravemente ammalato, non si ripresentò alle elezioni presidenziali nel novembre 1920, che videro la netta vittoria dei repubblicani. Cominciava per gli Stati Uniti una stagione di isolazionismo.   

6. LA RIVOLUZIONE RUSSA

6.1. Da febbraio a ottobre.

 Nel marzo 1917, il regime zarista fu abbattuto dalla rivolta degli operai e dei soldati di Pietrogrado ( o San Pietroburgo, che poi diventerà Leningrado e poi di nuovo San Pietroburgo), e  si formò  un governo provvisorio dominato dalle forze liberal-moderate.  Questo governo provvisorio dichiarava di voler  continuare la guerra a fianco dell’Intesa e di promuovere un’occidentalizzazione del Paese.In questo senso il governo era appoggiato da:

-          gruppi liberal-moderati

-          Menscevichi (che si ispiravano ai modelli della socialdemocrazia europea)

-          Socialisti rivoluzionari  (masse rurali che aspiravano a riforme agrarie) Questi schieramenti diedero luogo a un 2° governo provvisorio  costituito da l’ Vov nel maggio del 1917, un cui Kerenskij assunse il Ministero della guerra Non ne fecero parte invece i bolscevichi, perchè ritenevano che solo la classe operaia  e gli strati più poveri della popolazione avrebbero potuto effettuare la trasformazione in senso comunista del Paese.Frattanto, accanto al potere “legale” del governo,  veniva crescendo un potere parallelo, quello dei soviet (che erano organismi, “consigli” eletti direttamente dal popolo, che erano nati a San Pietroburgo già durante la rivoluzione del 1905.Lenin torna in Russia e con lui i Bolscevichi accentuano la loro  opposizione al governo provvisorio, chiedendo la pace immediata, la socializzazione della terra e il passaggio di tutti i poteri ai soviet. Il contributo da essi dato alla sconfitta del tentativo di colpo di Stato di Kornilov rafforzò la loro posizione. A questo punto, grazie alla determinazione di Lenin, decisero di conquistare il potere con la forza. 

6.2. La rivoluzione d’ottobre.

 Il 23 ottobre del 1917 i bolscevichi e Lenin, decidono  di rovesciare con la forza il governo Kerenskij, nonostante forti contrasti all’interno del partito.Favorevole  era un leader di grande prestigio, noto con lo pseudonimo Trotzkij che, fu l’organizzatore e la mente militare dell’insurrezione.Kerenskij cercò di correre ai ripari ordinando, l’allontanamento dei reparti “sovversivi” e l’arresto dei dirigenti bolscevichi. Ma  le truppe non obbedirono.La mattina del 7 novembre, soldati rivoluzionari e guardie rosse, circondavano il Palazzo d’Inverno. L’attacco fu praticamente incruento: pochissime furono le vittime nei rari e confusi scontri che ebbero luogo nei corridoi e nei saloni dell’antica reggia.Nel momento stesso in cui cadeva l’ultima resistenza del governo provvisorio, più moderato, si riuniva a Pietroburgo il Congresso panrusso dei soviet. Come suo primo atto il congresso approvò due decreti proposti direttamente da Lenin:

·         Il primo  faceva appello a tutti i popoli dei paesi belligeranti “per una pace giusta e democratica senza annessioni e senza indennità”.

·         Il secondo stabiliva in forma lapidaria che la grande proprietà terriera era “abolita immediatamente e senza alcun indennizzo”. Il nuovo potere tendeva così a garantirsi l’appoggio, delle masse contadine.Veniva formato un  nuovo governo rivoluzionario, composto esclusivamente da bolscevichi e di cui Lenin era presidente, che fu chiamato Consiglio dei commissari del popolo. Questo governo rivoluzionario e le azioni dei  bolscevichi (7 novembre ’17),  incontrarono l’opposizione della maggioranza delle forze politiche. In dicembre i socialisti rivoluzionari riportarono un grande successo nelle elezioni per l’Assemblea costituente: questa, però, fu subito sciolta dai bolscevichi, che in tal modo rompevano definitivamente con la tradizione democratica occidentale. 

6.3. Dittatura e guerra civile. 

Se era stato relativamente facile per  bolscevichi impadronirsi del potere centrale, molto più difficile si presentava il compito di gestire questo potere. Un compito reso ancor più difficile dal fatto che i bolscevichi non potevano contare né sull’appoggio delle altre forze politiche, né sulla collaborazione degli strati sociali più elevati: ufficiali e tecnici, imprenditori e intellettuali, molti dei quali abbandonarono  il paese, assieme a numerosi esponenti dell’aristocrazia che era stata estromessa dei propri possedimenti e privata di tanti privilegi, dando vita al più imponente fenomeno di emigrazione politica.Lenin intendeva por fine alla guerra in corso con la Germania; il  progetto dei bolscevichi e’ di portare in Russia il socialismo; la guerra invece si lega ad un’idea di nazione che e’ opposta a quella del socialismo, inoltre la forza che li ha portati al potere è nell’esercito, un esercito che vuole tornare a casa e che tornando a casa serve  ai bolscevichi nel mantenere il loro potere. Al prezzo di gravissime perdite territoriali fu concluso, dunque, dai bolscevichi, per mano del neo-commissario per gli affari esteri Trotzkij, il trattato di pace di Brest-Litovsk con i tedeschi. Finirono così le ostilità, ma non finirono le sofferenze del popolo russo.Le potenze occidentali, che considerano ovviamente la pace della Russia un tradimento,  nel timore del “contagio rivoluzionario” sovietico, mandarono truppe ai confini russi ( le cosiddette armate bianche), per cercare di fermare la rivoluzione bolscevica.Ciò scatenò una spaventosa guerra civile, che, anche a causa della nuova, terrificante, carestia del periodo 21/22, avrebbe provocato milioni di morti. Per mantenere l’ordine, il regime mise in atto una politica repressiva molto forte, con l’istituzione della polizia politica (la Ceka) e del tribunale rivoluzionario. Vi fu la formazione di un esercito rivoluzionario con un forte controllo ideologico, l’armata rossa, che  avrà la meglio sull’armata bianca e pone  fine alla guerra civile nel 1920,  facendo nascere l’ Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, con capitale Mosca; fu il trionfo definitivo della rivoluzione d’ottobre e del comunismo.Con una coda però che è la guerra in Polonia. In Polonia vi erano molti simpatizzanti del nuovo regime sovietico, e ciò  spinse l’armata rossa a cercare di allargare il proprio campo di azione decidendo di invadere la Polonia. L’autorità polacca però avrà una reazione molto dura fino ad arrivare ad avere la meglio sull’armata rossa ed addirittura avanzare in territorio russo. Tuttavia nè la Russia nè la Polonia avevano benefici nel continuare una guerra così sanguinosa e nel 21 si firmò la pace di Riga.Il timore degli stati democratici del contagio rivoluzionario era fondato, in quanto la promessa dei rivoluzionari ai proletari di tutto il mondo era quella di esportare la rivoluzione

6.4. La Terza Internazionale. 

Con l’insurrezione d’ottobre e poi con la vittoria nella guerra civile i bolscevichi avevano compiuto di far nascere il primo Stato socialista in un paese profondamente arretrato. Fra i dirigenti bolscevichi era tuttavia diffusa l’idea che questa fosse una situazione transitoria e che alla lunga il regime comunista avrebbe potuto sopravvivere solo con l’aiuto del proletariato dell’Europa più progredita.All’inizio del ’19 Lenin decise di realizzare un progetto e cioè sostituire alla vecchia Internazionale socialista una nuova “Internazionale  Comunista”, che coordinasse gli sforzi dei partiti rivoluzionari di tutto il mondo e rappresentasse anche nel nome, una rottura definitiva con la socialdemocrazia europea.La Seconda Internazionale aveva fallito, perché invece di portare avanti il motto “proletari di tutto il mondo unitevi”, aveva  lasciato i proletari a combattersi tra di loro.Già nel marzo 1918, i bolscevichi avevano abbandonato l’antica denominazione di Partito Comunista (bolscevico) di Russia. La riunione costitutiva della Terza  Internazionale, ebbe luogo a Mosca ai primi di marzo del 1919, fu decisa, su proposta dei russi, la costituzione della nuova Internazionale Comunista (Comintern).La struttura e i compiti dell’Internazionale Comunista furono fissati soltanto nel II congresso, che si tenne, sempre a Mosca, nel luglio del 1920. Il problema centrale del congresso fu rappresentato dalle condizioni cui i singoli partiti avrebbero dovuto sottostare per essere ammessi a far parte dell’Internazionale. Furono fissate le condizioni in un documenti di ventuno  punti.     La Terza Internazionale avrà come centro il partito, il cui compito principale era:

·         Insegnare come fare la rivoluzione ai proletari di tutto il mondo.

·         Far nascere dei partiti comunisti, al posto di quelli socialisti che avevano “ingannato le masse” in quanto avevano sostenuto che si potesse arrivare al socialismo  tramite le riforme e non tramite la rivoluzione.

La rivoluzione russa diventa un mito per i proletariato di tutti gli stati;  questo sogno del paradiso di giustizia divenuto realtà,  ha un grande potere di fascino sulle masse.La guerra era anche stata un ottimo veicolo di propaganda comunista, perché aveva dato un primo grado di politicizzazione delle masse. Aveva dato la consapevolezza che per vincere bisognava essere solidali ed uniti; aveva messo in risalto i privilegi della gerarchia militare che  mandavano le masse a morire, e quindi aveva fatto  emergere la lotta di classe. Tutto ciò portò  nuove adesioni al  comunismo, che aveva potuto raggiungere strati della società che prima non raggiungeva. 

6.5. Dal comunismo di guerra alla Nep. 

Quando i comunisti presero il potere, l’economia russa si trovava già in uno stato di gravissimo dissesto; la rivoluzione e le devastazioni della guerra civile finirono col renderlo ancorpiù grave.A partire dall’estate del ’18 il governo bolscevico, cercò di attuare anche in campo economico una politica più energica e autoritaria, che fu poi definita col termine comunismo di guerra, con evidente riferimento al “socialismo di guerra” sperimentato in Germania. Si cercò innanzitutto di risolvere il problema più urgente, quello degli approvvigionamenti alle città, dove la fame si faceva sentire in modo sempre più drammatico. Per questo furono istituiti in tutti i centri rurali dei comitati col compito di provvedere all’ammasso e alla distribuzione delle derrate.Fu incoraggiata, senza molto successo, la formazione di comuni agricole volontarie, le cosiddette “fattorie collettive”, e furono anche istituite  delle  “fattorie sovietiche” gestite direttamente dallo Stato o dai soviet locali.In campo industriale il comunismo di guerra fu inaugurato da un decreto del giugno 1918 che stabilì la nazionalizzazione di tutti i settori dell ‘industria più importanti.Grazie al comunismo di guerra il regime bolscevico riuscì ad assicurare lo svolgimento di alcune funzioni essenziali alla vita organizzata e soprattutto  ad armare e nutrire il suo esercito. Ma sul piano economico l’esperienza si risolse in un totale fallimento. Alla fine del 1920 il volume della produzione industriale era di ben sette volte inferiore a quello del 1913. Le grandi città si erano spopolate per la disoccupazione e per la fame. Nelle campagne i raccolti dei cereali risultavano più che dimezzati rispetto all’anteguerra.I contadini manifestarono sempre più chiaramente la loro insofferenza dando vita, nell’inverno 1920-21, a vere e proprie sommosse. La crisi raggiunse il culmine nella primavera-estate del ’21, quando , una terribile carestia colpì le campagne della Russia e dell’Ucraina, provocando la morte di almeno tre milioni di persone. Questa catastrofe, rappresentò un duro colpo per l’immagine del regime sovietico.Il punto di maggior tensione fu toccato  ai primi di marzo del 1921, quando a ribellarsi al governo furono i marinai della base di Kronstadt, presso Pietroburgo.In quello stesso marzo del 1921 si tenne a Mosca il X congresso del Partito Comunista. Nel marzo 1921 ci fu un mutamento di rotta con la nuova politica economica (Nep).Basata su una parziale liberazione delle attività economiche, la Nep stimolò la ripresa produttiva, ma ebbe anche effetti non previsti e non desiderati (crescita dei contadini ricchi, degli imprenditori e degli affaristi). Le condizioni della grande industria di Stato – e degli operai in essa impiegati – non migliorarono sensibilmente.  

6.6. L’unione Sovietica: costituzione e società. 

La prima costituzione della Russia rivoluzionaria era stata varata nel luglio del ’18, in piena guerra civile. La costituzione prevedeva che il nuovo Stato avesse carattere federale, rispettasse l’autonomia delle minoranze etniche e si aprisse all’unione, su basi di parità, con altre future repubbliche “sovietiche”. La prospettiva a lungo termine era quella di un’unica repubblica socialista mondiale. Nel dicembre 1922 i congressi dei soviet delle singole repubbliche decisero di dar vita all’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (URSS).La nuova costituzione dell’URSS, comportava di fatto la dittatura del Partito comunista, l’unico del quale  fosse consentita esistenza. I bolscevichi si proposero anche di trasformare cultura e valori tradizionali,  andando contro  la Chiesa ortodossa; vennero decise nuove norme sulla famiglia e i rapporti fra i sessi, l’impegno nell’istruzione (che fu resa obbligatoria fino all’età di quindici anni) e nell’educazione dei giovani.Gli anni dopo-rivoluzione rappresentarono una stagione di intensa sperimentazione, di accessi dibattiti fra le varie correnti e soprattutto di straordinaria fioritura creativa.    

6.7. Da Lenin a Stalin: il socialismo in un solo paese. 

Nell’aprile 1922 Stalin, fu nominato segretario generale del Partito Comunista dell’URSS. Poche settimane dopo Lenin fu colpito dal primo attacco di quella malattia che lo avrebbe condotto alla morte nel gennaio 1924.Finché era rimasto sulla breccia, Lenin aveva controllato saldamente il partito e aveva impedito, che i contrasti del gruppo dirigente degenerassero in veri e propri scontri.Con la malattia di Lenin e la quasi contemporanea ascesa di Stalin alla segreteria, le cose cambiarono rapidamente, si scatenò all’interno del gruppo dirigente bolscevico una dura lotta che ebbe per oggetto il problema della centralizzazione e della burocratizzazione del partito e degli enormi poteri che si andavano accumulando nelle mani del segretario generale Stalin.Protagonista sfortunato fu Lev Trotzkij che era, dopo Lenin,  il più autorevole e popolare fra i capi bolscevichi. Lo scontro fra Trotzkij e Stalin, cominciato nell’autunno del ’23 si fece più aspro dopo la morte di Lenin, e non riguardava solo il problema della “burocratizzazione”.Trotzkij collegava infatti l’involuzione del partito all’isolamento internazionale dello Stato sovietico, costretto a dedicare energie preziose alle esigenze della difesa e a sopportare da solo il peso dell’arretratezza. L’Unione Sovietica. Lo stato doveva perciò accelerare i suoi ritmi di industrializzazione, e  concentrare i suoi sforzi per favorire l’estendersi del processo rivoluzionario all’Occidente capitalistico e soprattutto nei paesi più sviluppati.Contro questa tesi, per la quale fu coniata l’espressione rivoluzionaria permanente, scese in campo lo stesso Stalin.Stalin riuscì dapprima a emarginare Trotzkij (fautore di un continuo sviluppo e di una continua estensione del processo rivoluzionario), contrapponendogli la teoria del  “socialismo in un solo paese” (cioè Stalin sosteneva che, l’Unione Sovietica aveva in sé le forze sufficienti a fronteggiare l’ostilità del mondo capitalista), e rappresentava una rottura con quanto era sempre stato affermato dai bolscevichi. Anche l’atteggiamento delle potenze europee, che fra il ’24 e il ’25 che si decisero a riconoscere lo Stato sovietico e a instaurare con esso normali rapporti diplomatici, fini col rafforzare le tesi di Stalin. Il risultato fu l’ulteriore emarginazione di Trotzkij. Una volta sconfitto Trotzkij, Stalin si sbarazzò “dell’Opposizione di sinistra” (Zinov’ev, Kamenev), che chiedeva la fine della Nep e l’accelerazione dello sviluppo industriale.  

Si affermava sempre più il potere personale di Stalin.

 
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