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Pittori Campania 
Riassunti del '900 cap.11 e cap.12
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Scritto da Morena   

11. L’ITALIA FASCISTA

11.1. Il totalitarismo imperfetto. 

Il regime fascista ha delle caratteristiche di autoritarismo e delle caratteristiche di totalitarismo. Le caratteristiche che lo renderebbero più simile ad un regime autoritario sono:    in primo luogo il fatto che nei 20 anni di dittatura fascista, la struttura dello Stato non viene toccata, lo stato rimane una monarchia (vi sono quindi due poteri, il Re e il Duce ) , lo statuto albertino, che e’ lo statuto su cui era fondato il Regno d’Italia rimane in vigore, il Parlamento rimane in auge, anche se praticamente svuotato di ogni potere, fino 1939 (nel 1939 fu abolito anche il sistema plebiscitario, in virtù della creazione della camera dei fasci e delle corporazioni, di nomina governativa).    Il Re rimane il capo dell’esercito, nell’esercito risiede il monopolio della forza. (nei regimi totalitari l’esercito e’ sempre in mano al dittatore).    Alla Chiesa viene permesso di lasciare vitali tutte le sue organizzazioni, la Chiesa infatti, che in Italia e’ un’altro potere, sarà di supporto al regime fascista. Le caratteristiche che renderebbero il regime fascista più simile ad un regime totalitario sono:    in primo luogo il fatto che il regime si organizza con un partito unico, tutti gli altri partiti vengono sciolti .    si organizza una milizia volontaria per la sicurezza nazionale (M.V.S.N.) che e’ in pratica il corpo militare del regime fascista.    viene istituito il Gran Consiglio del Fascismo, organo di partito che si sovrappone al Parlamento e si arroga addirittura il diritto di discutere sulla successione monarchica. L’aspetto del regime e’ dunque quello di un regime totalitario travestito da regime autoritario, o comunque quello di un regime autoritario che si avvia verso il totalitarismo.   Nella seconda metà degli anni ’20, in Italia lo Stato totalitario era già una realtà consolidata nelle sue strutture giuridiche. Caratteristica essenziale del regime era la sovrapposizione di due strutture e di due gerarchie parallele: quella dello Stato, quella del partito.Al di sopra di tutti si esercitava incontrastato il potere di Mussolini, che riuniva in sé la qualifica di capo del governo e quella di duce del fascismo. Vi e’ una fascistizzazione integrale della società, che inizia nelle scuole, sono i giovani che vanno trasformati da italiani a fascisti, è più facile influenzare i giovani piuttosto che gli adulti, in cui sono sedimentate le appartenenze culturali e politiche altre.  Una funzione importante nella fascistizzazione del paese fu svolta da alcune organizzazioni “collaterali” al partito:

Ø       L’opera nazionale dopo lavoro, fondata nel ‘1925, che si occupava del tempo libero di milioni di lavoratori.

Ø       Il Comitato olimpico nazionale (Coni), nato nel ’27 allo scopo di incoraggiare e controllare le gare sportive. L’organizzazione della società durante il fascismo e’ totalitaria. L’Italia viene ingabbiata in una rete organizzativa che accompagna i cittadini italiani dalla culla alla bara.   

Ø       Alla nascita i bimbi più piccoli erano i “Figli della Lupa”.

Ø       Dai 6 ai 13 anni i bambini entrano nell’organizzazione dei “Balilla” (le bambine nelle “Piccole Italiane”).

Ø       Dai 14 ai 18 anni negli “Avanguardisti” (le femmine nelle “Giovani Italiane”).

Ø       Dai 18 ai 21 anni nei “Fasci Giovanili di Combattimento”.

Ø       Vi sono inoltre i “Gruppi Universitari Fascisti” e i “Gruppi Giovani Fasciste” (Fasci Femminili).

L’italiano adulto poi si deve iscrivere al Partito Fascista, l’iscrizione in teoria non e’ obbligatoria, ma e’ necessaria per poter accedere a qualunque ufficio pubblico. Il tentativo in atto dal fascismo attraverso queste e altre organizzazioni di massa era quello di “occupare”, insieme allo Stato, anche la società, di riplasmarla dalle fondamenta facendo leva soprattutto sui giovani. In questo senso il regime fascista fu certamente totalitario, almeno nelle intenzioni.

Ma alle intenzioni non sempre corrisposero i risultati, visti i notevoli ostacoli che il fascismo doveva superare, l’ostacolo maggiore era senza dubbio rappresentato dalla Chiesa. Mussolini, non solo aveva cercato un’intesa politica col Vaticano, ma aveva mirato più lontano. Le trattative fra governo e Santa Sede cominciarono nell’estate del ’26, si protrassero per due anni e mezzo nel più assoluto segreto e si conclusero l’11 febbraio 1929 con la stipula dei patti che presero il nome dai Palazzi del Laterano. I Patti lateranensi si articolavano in tre parti distinte:  

Un trattato internazionale, con cui la Santa Sede poneva ufficialmente fine alla “questione romana”.  

Una convenzione finanziaria, con cui l’Italia si impegnava a pagare al papa una forte indennità a titolo di risarcimento per la perdita dello Stato pontificio.  

Un concordato, che regolava i rapporti interni fra la Chiesa e il Regno d’Italia. Per il regime fascista i Patti lateranensi rappresentarono un notevole successo propagandistico, fu però il Vaticano a cogliere i successi più significativi e duraturi.La Chiesa acquisto una posizione di indubbio privilegio nei rapporti con lo Stato e rafforzò notevolmente la sua presenza nella società. La Chiesa non costituì l’unico ostacolo per la aspirazioni totalitarie del fascismo. Un altro limite insuperabile stava all’interno, anzi al vertice delle istituzioni statali ed era rappresentato dalla monarchia - appunto dal re -  che restava pur sempre la più alta autorità dello Stato. Al re spettavano il comando supremo delle forze armate, la scelta dei senatori e addirittura il diritto di nomina e di revoca del capo del governo. 

11.2. Il regime e il paese. 

Se osserviamo l’Italia del ventennio fascista, vediamo emergere con preponderante evidenza l’immagine di un paese largamente fascistizzato.La figura del Duce viene mitizzata, e’ un mito volutamente costruito su un padre benevolo ma severo, uomo del popolo, ma statista. La sua figura viene tanto mitizzata, la sua popolarità è talmente alta in tutto il ventennio della sua dittatura, che si potrebbe quasi parlare di “mussolinismo” anziché di fascismo.Altro mito è quello della romanità, perché si sposa al mito della potenza e della conquista. Nelle scuole negli uffici vengono esposti ritratti del Duce, gli edifici pubblici e i monumenti, le copertine dei libri e le cartoline ornati dall’emblema del fascio littorio, i muri istoriati da scritte guerriere, gli scolari che sfilavano in formazione militare, vestiti in camicia nera e armati di fucili in legno, i loro padri anch’essi in divisa fascista. Questa e altre immagini rispecchiavano la realtà dell’Italia di allora. Ma quali erano le condizioni del “paese reale” risultante dai dati statistici? In Italia c’erano segni di sviluppo, ma alla vigilia della seconda guerra mondiale, era ancora un fortemente arretrato. Alla fine degli anni ’30, il reddito di un italiano era molto basso rispetto a quello delle altre potenze europee, spendeva più della metà del suo reddito in consumi alimentari  e poco per il vestiario. Nel ’39 c’era un’automobile ogni 100 abitanti, un telefono ogni 70, una radio ogni 40. L’arretratezza economica e civile dell’Italia fu per certi aspetti funzionale al regime e all’ideologia fascista. Il fascismo, come il nazismo:     Predicò il “ritorno alla campagna”.    Esaltò la bellezza e la sanità della vita campestre.    Difese ed esaltò la funzione del matrimonio e della famiglia, come garanzia di stabilita e come base per lo sviluppo demografico.    Aumentò gli assegni familiari dei lavoratori.    Favorì le assunzioni dei padri di famiglia.    Istituì premi per le coppie più prolifere.    Impose una tassa sui celibi. In coerenza con questa linea il regime:          

Ostacolò il lavoro delle donne, opponendosi al processo di emancipazione femminile 

Anche le donne ebbero durante il fascismo, le proprie strutture organizzative:    

Quella dei Fasci femminili.   

Quella delle piccole italiane e delle giovani italiane.   

Quella delle massaie rurali, che valorizzava le virtù domestiche delle donna, vista come “angelo focolare”. 

Il fascismo non era solo un regime conservatore e immobilista, cercò in qualche modo di proiettarsi verso il futuro, verso la creazione “dell’uomo nuovo”, ossia il fascista che e’ un uomo nuovo, diverso dal passato sia interiormente e fisicamente.   Per creare "l’italiano nuovo" la scuola fascista adottò testi scolastici, quaderni, diari e pagelle in cui si esaltava il fascismo sia attraverso le immagini, strumento rapido ed efficace, che attraverso i contenuti. Nei testi si trovano brani, filastrocche e storie in cui la vita militare e in particolare la figura del Duce e la storia del fascismo ricoprono grande spazio. Passando alla Quinta Classe, risaltano per originalità problemi geometrici e aritmetici davvero singolari: calcolare la superficie complessiva delle province italiane della Libia o calcolare le bombe sganciate da un aereo da guerra per esempio. La grammatica veniva insegnata proponendo l’analisi logica di frasi come "Io ho lavorato con piacere tutto il giorno" o "I nemici si affrontano con coraggio". Le letture infine trattavano svariati temi d’attualità, come "La razza latina", "Gli ebrei", "Parla il Duce" o "L’emigrazione”. La fascistizzazione poté realizzarsi solo in parte a causa del ritardo economico e culturale del paese, non era facile far giungere il messaggio fascista nei piccoli paesi sperduti: il fascismo riuscì ad ottenere il consenso della piccola e media borghesia, ma solo in misura limitata e superficialmente quello dell’alta borghesia e delle classi popolari (queste ultime videro diminuire i loro salari e i loro consumi). 

11.3. Scuola, cultura, comunicazioni di massa. 

Il fascismo dedicò un’attenzione tutta particolare al mondo della cultura e della scuola.Una volta consolidatosi, il regime si preoccupò di fascistizzare l’istruzione sia attraverso una stretta sorveglianza sugli insegnanti, sia attraverso il controllo dei libri scolastici ( dove c’è un libro unico approvato dal fascismo). L’obbligo del giuramento di fedelta’ al regime fu imposto prima ai maestri elementari, poi si estese ai professori delle scuole medie inferiori e superiori. Nel 1931 fu imposto anche ai docenti universitari. Quasi tutti i docenti si piegano, solo 11 su 1200 rifiutarono di giurare perdendo così le loro cattedre. Gli ambienti dell’alta cultura si allinearono su una posizione si sostanziale adesione al regime. Sulle attività culturali, il controllo del fascismo si esercitò in forme relativamente blande. Ben più diretto e capillare fu, invece, il controllo nel campo della cultura e dei mezzi di comunicazione di massa.L’uso dei mass media, assume un’importanza dovuta anche al sapore di novità dei moderni mezzi di comunicazione. Tutto il settore della stampa politica fu sottoposto a un controllo sempre più stretto e soffocante da parte del potere centrale, grazie all’acquisto da parte del partito fascista tra il 1911 e il 1925 delle maggiori testate giornalistiche e grazie all’introduzione degli albi nel 1925 e interveniva con precise direttive sul merito degli articoli. Al controllo sulla carta stampata il regime univa quello sulle trasmissioni radiofoniche, affidate, dal 1927, a un ente di Stato denominato Eiar (oggi RAI). Come mezzo di ascolto privato la radio ebbe però una diffusione abbastanza limitata. Solo dopo il ’35 essa si affermò come essenziale canale di propaganda, grazie anche alla decisione del governo di installare apparecchi nelle scuole, negli uffici pubblici, nelle sedi delle organizzazioni di partito.E solo negli ultimi anni ’30 entro stabilmente nelle case della classe media. Attraverso il nuovo mezzi giungevano alle famiglie non solo messaggi propagandistici, ma anche canzonette, i servizi sportivi, gli sceneggiati radiofonici, le trasmissioni di varietà.Come la radio, anche il cinema fu soggetto privilegiato delle attenzioni del regime e ne ricevette generose sovvenzioni. Avvenne la costituzione nel 1925 dell’istituto nazionale L.U.C.E., ente parastatale e poi di stato per la propaganda e la diffusione della cultura popolare. Questo istituto, i cui cinegiornali venivano proiettati obbligatoriamente in tutte le sale cinematografiche a partire dal 1926, rappresenta il più efficace mezzo del regime nel campo dello spettacolo. La tematica più ricorrente diventa il mito bellico con il conseguente elogio del patriottismo. 

11.4. Il fascismo e l’economia. La “battaglia del grano” e “quota novanta”.  

Il fascismo, non costruì un nuovo sistema economico: il modello corporativo rimase in fatti sulla carta. Sul piano della politica economica, si passò nel ’25 da una linea liberista ad una protezionistica e di maggior intervento statale.Questa linea provocò, un riaccendersi dell’inflazione, un crescente deficit nei conti con l’estero e un forte deterioramento del valore della lira.Primo importante provvedimento in questo senso fu, nel ’25 l’inasprimento del dazio sui cereali: una misura volta a favorire il settore cerealicolo, ma che questa volta fu accompagnata da una rumorosa campagna propagandistica detta “battaglia del grano” che doveva servire al raggiungimento dell’insufficienza cerealicola.La seconda “battaglia” fu quella per la rivalutazione della lira la cosiddetta “quota novanta” (ossia 90 lire per una sterlina) che aveva il compito di dare al paese un’immagine di stabilità monetaria. 

Accanto alla grande macchina del consenso, non dimentichiamo che il fascismo e’ violenza e che vi e’ anche la macchina della repressione, che non consente che ci siano voci fuori dal coro.Viene creata l’OVRA, la polizia segreta fascista, avvolta da grande mistero, che dava la caccia ai nemici del regime.Le ondate squadriste continuano la loro opera, nonostante ormai non ci sia più opposizione, in modo da colpire anche ci solo pensasse di ribellarsi.

11.5. Il fascismo e la grande crisi: lo “Stato-imprenditore”. 

L’economia italiana non si era ancora ripresa dalla cura deflazionistica, quando cominciarono a farsi sentire le conseguenze della grande crisi mondiale.Di fronte alla crisi del ’29, il regime reagì attraverso una politica di lavori pubblici che ebbe il suo maggiore sviluppo nella prima metà degli anni ’30.

Furono realizzate nuove strade e nuovi tronchi ferroviari, fu varato il “risanamento” di Roma fu avviato il programma di bonifica integrale (Agro Pontino) che avrebbe dovuto portare al recupero a alla valorizzazione delle terre incolte o mal coltivate.Inoltre lo Stato l’intervenne a sostegno dei settori in crisi (bancario e industriale).Per far fronte alla crisi e salvare le banche in fallimento, il governo intervenne creando dapprima (1931) un istituto di credito pubblico (l’Imi, Istituto mobiliare italiano) col compito si sostituire le banche nel sostegno alla industrie in crisi e dando vita due anni dopo (1933) all’Istituto per la ricostruzione industriale (Iri), dotato di competenze eccezionalmente più ampie. Con l’Iri lo Stato italiano si trovò a controllare una quota dell’apparato industriale e bancario superiore a quella di qualsiasi altro Stato: diventò cioè Stato—imprenditore.Superata la crisi, il fascismo indirizzo l’economia verso la produzione bellica.  

11.6. L’imperialismo fascista e l’impresa etiopica. 

Fino ai primi anni ’30 le aspirazioni imperiali, connaturate all’ideologia del fascismo, rimasero vaghe. Con l’aggressione all’Etiopia (1935) mutò bruscamente la posizione internazionale del regime. A spingere Mussolini verso un’impresa del genere, furono motivi di politica interna e internazionale.Naturalmente vi furono conseguenze economiche e politiche, il 18 novembre 1935 all’Italia vennero inflitte sanzioni economiche che vietavano alle nazioni facenti parte della Società delle Nazioni di mandare armi e munizioni in Italia, concedere prestiti al governo di Roma, importare merci Italiane, esportare verso l’Italia merci che potessero essere utili all’attività di guerra. Politicamente la guerra d’Etiopia rovinò in maniera irreparabile i rapporti italo-inglesi.La guerra in Etiopia era per Mussolini il perseguimento della politica di potenza, era per gli Italiani una guerra popolare, per conquistare terre da coltivare, questo passo però allontanò l’Italia dai paesi democratici e questo allontanamento la spinse “tra le braccia” di Hitler, nel 36 infatti venne firmato l’asse Roma-Berlino.  Con la creazione dell’asse Roma-Berlino si ha la nazificazione del fascismo.Nel 1938 vengono “importate” dalla Germania le leggi razziali, vi e’ quindi l’accettazione dell’antisemitismo. A questo punto il regime aumenta la sua stretta repressiva nei confronti della cultura alta.Viene intensificata la censura. Tale riavvicinamento era concepito da Mussolini come un mezzo di pressione su Francia e Inghilterra: si risolse invece – con la firma del “patto d’acciaio” (1939) – che legava definitivamente le sorti dell’Italia a quelle dello Stato nazista.

11.7. L’Italia antifascista. 

A partire soprattutto dagli anni 1925-26, un numero crescente di italiani dovette affrontare il carcere il confino politico o la clandestinità.Fu questa la strada scelta da quasi tutti gli ex popolari, dalla maggioranza dei liberali non fascistizzati e anche da molti socialisti.Per coloro che intendevano opporsi attivamente al fascismo, restavano aperte solo due strade: l’esilio all’estero e l’agitazione clandestina in patria. A praticare fin dall’inizio quest’ultima forma di lotta furono soprattutto, i comunisti.Durante il ventennio, il Pci riuscì a tenere in piedi e ad alimentare dall’interno e dall’esterno una propria rete clandestina, a diffondere opuscoli, giornali e volantini di propaganda.Anche gli altri gruppi antifascisti (socialista riformisti e massimalisti, repubblicani, liberal-democratici che avevano raccolto l’eredità di Amendola e Gobetti) cercarono di tenere in vita qualche isolato nucleo clandestino in Italia. Ma la loro attività si svolse quasi esclusivamente all’estero, soprattutto in Francia , già sede di una numerosa comunità italiana, dove molti esponenti antifascisti (Turati e Treves, Nenni e Saragat) si erano rifugiati fra il ’25 e il ’27 e dove i due partiti socialisti, quello repubblicano e la Confederazione del lavoro ricostituirono i loro organi dirigenti.Nel 1927 questi gruppi si federarono in un’organizzazione unitaria, la Concentrazione antifascista, che si ricollegava all’esperienza dell’Aventino. Nonostante questi limiti, i partiti della Concentrazione svolsero un’attività importante a livello di testimonianza e di propaganda, mantennero i contatti con l’emigrazione di lavoro in Francia, fecero sentire la voce dell’Italia antifascista nelle organizzazioni internazionali, stamparono i loro giornali, proseguirono in esilio le loro elaborazioni ideologiche e i dibattiti politici iniziati in patria sulle ragioni della loro sconfitta e sui possibili fattori di una  riscossa democratica.Un nuovo impulso all’azione concreta contro il fascismo e un’aperta critica alla tattica “attesista” della Concentrazione vennero dal movimento di Giustizia e Libertà ( in sigla GL), fondato nell’estate del ’29 da due antifascisti della giovane generazione: Emilio Lussu e Carlo Rosselli. GL voleva essere innanzitutto un organismo di lotta sul tipo del Partito d’azione mazziniano, capace di far concorrenza ai comunisti sul piano dell’attività clandestina. Fortemente polemici verso i partiti della Concentrazione, erano i comunisti. Anche i comunisti avevano un “centro estero” con sede a Parigi: ma esso dipendeva strettamente dai dirigenti che risiedevano a Mosca, a contatto con i vertici dell’Internazionale comunista.Palmiro Togliatti, il leader che aveva preso il posto di Gramsci, e che guidò con notevole abilità il partito negli anni dell’esilio e della clandestinità, era anche un dirigente di primo piano del Comintern. Era dunque inevitabile che il Pci si allineasse senza riserve alla strategia dettata da Mosca. I dirigenti che assunsero posizioni eterodosse furono espulsi dal partito.A metà degli anni ’30, la svolta dei fronti popolari inaugurò anche per l’antifascismo italiano una fase nuova , che vide il Pci riannodare i contatti con le altre forze d’opposizione, partecipare alle manifestazioni unitarie contro il fascismo, stringere nel ’34 un patto di unità d’azione con i socialisti.Ma questa stagione, durò solo pochi anni. Il fallimento del fronte popolare in Francia, le lotte interne allo schieramento repubblicano in Spagna, gli echi delle grandi purghe staliniane, la rottura fra l’Urss e le democrazie occidentali culminata, nel patto tedesco-sovietico del ’39: questi fatti si ripercossero negativamente sull’unità del movimento antifascista italiano, che fu colto disorientato e diviso  dallo scoppio del secondo conflitto mondiale. Per molto tempo gli antifascisti attesero invano un grande sommovimento popolare che abbattesse il regime. Quando infine scoppiò la guerra, si trovarono nella difficile posizione di chi è costretto ad augurarsi la sconfitta del proprio paese; e solo nell’ultima fase del conflitto, ebbero l’occasione di combattere il fascismo con le armi e sul suolo italiano. Eppure il movimento antifascista svolse, fra il ’26 e il ’43, un ruolo di grande importanza politica oltre che morale. Testimoniò con la sua sola presenza l’esistenza di un Italia che non si piegava al fascismo e ad essa diede voce rappresentanza politica; rese possibile il sorgere, dopo il ’43, di un movimento di resistenza armata al nazifascismo.                

11.8. Apogeo e declino del regime fascista. 

Il consenso ottenuto dal regime cominciò a incrinarsi dopo l’impresa etiopica. La politica  “dell’autarchia” – finalizzata all’obiettivo dell’auto sufficienza economica in caso di guerra – ottenne solo parziali successi e suscitò un diffuso malcontento. Soprattutto l’avvicinamento alla Germania e la politica discriminatoria nei confronti degli ebrei suscitarono timori e dissensi nella maggioranza della popolazione. Soltanto fra le nuove generazioni il disegno mussoliniano di trasformare in senso fascista la vita e la mentalità degli italiani ottenne qualche successo.Fu con lo scoppio del conflitto e con i primi rovesci bellici che il fascismo cominciò a perdere progressivamente il sostegno sul quale più contava:  quello appunto dei giovani. I quali, diventati nel frattempo soldati e ufficiali,, vissero in prima persona il drammatico fallimento di un regime che, si dimostrò poi incapace di preparare sul serio la guerra, la perse rovinosamente e finì per questo col crollare come un castello di carte.

12. IL TRAMONTO DEL COLONIALISMO. L’ASIA E L’AMERICA LATINA

12.1. Il declino degli imperi coloniali. 

A causa degli sforzi compiuti nel 1° conflitto mondiale per via della successiva crisi economica della fine degli anni ’20, le potenze europee non avevano più le risorse economiche e la capacità militare necessarie per mantenere il controllo sui  loro sterminati imperi. Ciò agevolò le aspirazioni all’indipendenza delle colonie; le colonie asiatiche, il Medio Oriente e l’Africa settentrionale, raggiunsero per primi l’indipendenza.Le aspirazioni erano state, tra l’altro, alimentate dalle potenze europee, mediante l’appoggio  dei nazionalismi e delle rivolte contro le nazioni opposte nella guerra mondiale.  

12.2. Medio Oriente 

In Medio Oriente era stata effettuata, praticamente, una spartizione fra la Francia e la Gran Bretagna, con zone sotto l’influenza Turca. I movimenti indipendentisti di tale zona erano stati però spesso strumentalizzati durante la guerra; vedi per esempio l’ appoggio dato dalla Gran Bretagna ai movimenti indipendentisti egiziani contro l’impero Ottomano. Per la Palestina, in particolare, la Gran Bretagna riconosceva per la prima volta,  il diritto del movimento sionista di farne una sede per il popolo ebraico. 

12.3. Turchia 

In Turchia la sconfitta subita dall’Impero ottomano nella grande guerra suscitò un movimento di riscossa nazionale promosso dalle forze armate e guidato da un generale, Mustafà Kemal. Questi, dopo aver sconfitto la Grecia che occupava la zona di Smirne,  proclamò la repubblica e avviò una politica di modernizzazione e di laicizzazione del paese

12.4. L’Impero britannico e l’India. 

La Gran Bretagna fu una delle prime potenze coloniali, a venire incontro alle aspirazioni indipendentiste delle sue colonie. Concesse l’indipendenza all’Egitto e creò, con il Commonwealth, una libera associazione degli Stati ad essa soggetti.  Il più difficile da risolvere fu il problema indiano,  dove il movimento nazionalista organizzato nel Partito del Congresso era attivo fin dal 1885 ed era ispirato dalla figura carismatica di Gandhi. In India la Gran Bretagna alternò interventi repressivi a concessioni di autonomia.  

12.5. Nazionalisti e comunisti in Cina. 

Nel 1913 Yuan Shi Kai, impone un regime autoritario, senza riuscire ad assicurare al Paese tranquillità e unità, al punto che la Cina precipita in una situazione di semi-anarchia. Il governo, soprattutto dopo la morte di Yuan Shu Kai, non aveva la forza per imporre la propria autorità sulle province, tanto meno opporsi alle mire egemoniche del Giappone che – entrata in guerra contro la Germania nel ’15 - mirava a sostituirsi alle potenze europee nel controllo delle zone più ricche della Cina. La decisione presa dal governo cinese  di intervenire nel conflitto mondiale a fianco dell’Intesa  (Francia-G.B.-Italia), non servì a mutare la situazione, in quanto, nonostante fosse un Paese vincitore, nella conferenza di Versailles,  la Cina fu sacrificata dalle potenze occidentali, che riconobbero al Giappone il diritto di subentrare alla Germania (sconfitta), nel controllo economico della regione dello Shantung. Questa ennesima umiliazione  (che significava conferma per la Cina di una sovranità limitata),  risvegliò l’agitazione nazionalista che si raccolse ancora una volta  attorno  al Kuomitang ed al suo Leader Sun Yat-Sen. Il Kuo-min-tang: Partito Nazionale del Popolo, venne fondato nel 1900 dal suo leader (Sun Yat-Sen, sotto il nome di “Associazione per la rigenerazione della Cina”, venne ridenominato in Kuo-min-tang nel 1911. Il Kuo-ming-tang, riuscì a sconfiggere  i grossi feudatari (ancora legati alle tradizioni del “celeste impero”), e ad assumere il controllo della Cina intorno al 1920. Il Kuomitang intraprese una lotta contro il governo (che era quello succeduto a Yuan Shi-Kai e riconosciuto dalle potenze occidentali europee) ed ebbe l’appoggio del Partito Comunista Cinese  ( fra le cui fila vi era il giovane Mao Tse-Tung). , e forma un proprio governo a Canton nel 1921. Negli anni successivi si scatenò una lunga guerra civile  tra i nazionalisti del Kuomitang (guidati da Chang Kai Shek, esponente dell’ala moderata e diffidente nei riguardi dei comunisti) e il Partito Comunista guidato da  Mao Tse-Tung. Il Partito  Comunista viene messo fuori legge e molti dirigenti vennero incarceratiChangKai Shek stroncò l’opposizione operaia  e cercò  di riorganizzare l’economia.Sconfitto il governo centrale, Chang, proseguì nella sua lotta contro i comunisti, relegando in secondo piano la  lotta contro i giapponesi che, nel 31 avevano invaso la Manciuria. I comunisti, sconfitti nelle città cominciarono a organizzare basi rosse nelle campagne, fecero numerosi proseliti fra i contadini (furono espropriate vaste zone di terreno poi concesso ai contadini), e fondarono, con Mao, la Repubblica Sovietica Cinese. Il governo comunista che si installò al potere, si proponeva l’immane compito di assicurare la sopravvivenza a mezzo miliardo di persone avviando al contempo le premesse socio-economiche per costruire una società socialista. Il governo comunista diede al paese un’organizzazione politica ricalcata sul modello sovietico e fondata sull’identificazione tra Stato e partito. La ricostruzione dell’economia fu avviata attraverso una gigantesca riforma agraria, che distribuì le terre ai contadini, e la nazionalizzazione delle industrie; in un secondo tempo l’economia fu trasformata in senso socialista secondo il modello sovietico.  Chang Kai Shek, lancia fra il ’31  e  il ’34 una serie di sanguinose campagne militari contro le zone controllate dai comunisti; questi, investiti dall’offensiva e scarsamente appoggiati dalla Russia, furono costretti ad abbandonare molte posizioni non più difendibili; Mao,  con una lunga marcia  riuscì comunque a salvare il nucleo dirigente comunista  e a ricostruire la sua Repubblica Sovietica. Quando nel ’36 Chang Kai Shek, decide di lanciare una nuova campagna contro i comunisti, dietro la pressione di una  parte dell’esercito e della Russia, fu costretto un accordo con i comunisti, contro l’aggressione Giapponese. Ma i giapponesi sferrarono un attacco contro l’intero territorio cinese; la resistenza fu accanita, sia da parte dell’esercito regolare (Chang), sia da aprte dei contadini organizzati dai comunisti (Mao).Ma nonostante ciò, i giapponesi, nel ’39, dopo due anni di guerra, controllavano tutto il Nord-Est industrializzato e quasi tutte le città più importanti della Cina.Ma a questo punto, le vicende della guerra cino-giapponese, cominciavano a intrecciarsi con quelle della seconda guerra mondiale. 

12.6. Giappone:  Imperialismo e autoritarismo 

In Giappone, negli anni ’20 l’alleanza tra i grandi monopoli, l’esercito e la burocrazia riuscì a imporre, sotto il culto e la direzione dell’imperatore Hirohito, un regime di tipo fascista, fondato sul controllo autoritario della vita politica interna e sull’imperialismo verso l’esterno. Il Giappone si lanciò alla conquista della Cina e si alleò con la Germania nazista e l’Italia fascista, protese a loro volta verso nuove avventure imperialistiche. 

La partecipazione alla prima guerra mondiale consentì al Giappone di consolidare, la sua posizione di massima potenza asiatica, di rafforzare la sua struttura produttiva, vedendo  l’affermarsi di una spinta imperialistica, in coincidenza con lo sviluppo dei movimenti di destra e con un crescente autoritarismo del sistema politico.Questo spinse il Giappone nella catastrofica avventura del secondo conflitto mondiale.

12.7. Dittature militari e regimi populisti in America Latina.

In America Latina la grande crisi ebbe conseguenze fortemente negative, ma stimolò comunque in alcuni paesi un processo di diversificazione produttiva. Sul piano politico, molti Stati latino-americani videro l’affermarsi di dittature personali o di governi più o meno autoritari. In alcuni casi (Brasile, Messico e, più tardi, Argentina ), questi regimi assunsero un indirizzo populista e godettero dell’appoggio delle classi operaie. 

Per “populismo” si intende un orientamento politico e culturale che si fonda su una visione idealizzata e indifferenziata del “popolo”, visto - in opposizione all’Aristocrazia e ai ceti privilegiati -  come depositario dei più autentici valori nazionali e come protagonista del processo di rinnovamento sociale.Il Populismo si differenzia dal Marxismo in quanto:-  il populismo, vede il popolo come un tutt’unico- il Marxismo, ha una visione della società divisa  in classi individuate in base al loro ruolo nel processo produttivo. Il populismo nacque e si sviluppò in Russia nella seconda metà dell’800. I teorici del populismo russo teorizzavano il dovere degli intellettuali di “andare verso il popolo” e si ispiravano a ideali di socialismo agrario. A ideali di democrazia rurale si ispirò anche il Partito populista che nacque e si affermò negli Stati Uniti nell’ultimo decennio dell’800 ed esprimeva la protesta dei piccoli e medi agricoltori, messi in difficoltà dalla crisi agraria di fine ‘800, contro il mondo industriale e finanziario.

 
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