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Pittori Campania 
Riassunti del '900: cap.9 e cap.10
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Scritto da Morena   

9. LA GRANDE CRISI ECONOMICA E SOCIETA’ NEGLI ANNI ’30

 

9.1. Crisi e trasformazione. 

Alla fine degli anni ’20 l’Europa e il mondo sembravano avviati a superare i traumi e le ferite del primo conflitto mondiale.Il problema tedesco sembrava avviato a una soluzione equilibrata.L’economia dell’occidente aveva ripreso a svilupparsi con discreta regolarità dopo le convulsioni del primo quinquennio postbellico.In questo quadro di apparente stabilità e di diffusa prosperità si abbatté una crisi economica tanto imprevista quanto catastrofica.Scoppiata negli Stati Uniti nell’autunno del 1929 e prolungatasi per buona parte degli anni ’30, la “grande crisi”, fece sentire i suoi effetti anche sulla politica e sulla cultura, sulle strutture sociali e sulle istituzioni statali, segnando una netta cesura, nello sviluppo storico delle società occidentali. Sconvolse i vecchi assetti e accelerò trasformazioni già in atto. 

9.2. Gli anni dell’euforia: gli Stati Uniti prima della crisi. 

Durante la prima guerra gli Stati Uniti non solo avevano risaldato la loro posizione di primo paese produttore, ma avevano anche concesso cospicui prestiti ai loro alleati in Europa, divenendo il maggior esportatore di capitali. A guerra finita, il dollaro era la nuova moneta forte dell’economia mondiale.Superata la depressione post bellica del 1920-21, cominciò per il sistema economico statunitense l’inizio di un periodo di grande prosperità. La diffusione della produzione in serie e della razionalizzazione del lavoro in fabbrica secondo i principi del taylorismo favorì notevoli aumenti di produttività. Tuttavia, nonostante gli incrementi produttivi, il numero degli occupati nell’industria calò sensibilmente, a causa della cosiddetta disoccupazione tecnologica. Parallelamente andava invece crescendo, l’occupazione nel settore dei servizi.L’espansione industriale portò anche notevoli mutamenti nell’organizzazione della vita quotidiana.  

Alla fine degli anni ’20 circolava negli Usa un’automobile ogni cinque abitanti, mentre l’uso degli elettrodomestici (radio, frigoriferi, aspirapolvere) si era largamente diffuso nelle famiglie, grazie anche ai sistemi di vendita rateale.  Gli Stati Uniti divennero così il laboratorio in cui fu per la prima volta sperimentato un nuovo modo di vita, caratterizzato da una continua espansione dei consumi e da una loro progressiva standardizzazione.

 Dal punto di vista politico, gli anni ’20 furono segnati da un’incontrastata egemonia del Partito repubblicano. I repubblicani attuarono una politica fortemente conservatrice.I presidenti repubblicani, insomma, costruirono le proprie fortune alimentando le più ottimistiche aspettative sui destini della prosperità americana, senza troppo preoccuparsi dei gravi problemi sociali che pure continuavano a manifestarsi nel paese. La borghesia americana cercava facili guadagni nella speculazione borsistica, inconsapevole delle fragili basi dell’espansione economica di quegli anni. La conseguenza più vistosa di questo clima fu la frenetica attività della borsa di New York: un’attività consistente in gran parte in pure operazioni speculative, incoraggiate dalla prospettiva dei facili guadagni che si potevano ottenere acquistando azioni e rivendendole poi ad una prezzo maggiorato. Questa incontenibile euforia speculativa poggiava in realtà su fondamenti assai fragili, quando, nel 1928, molti capitali americani furono dirottati verso le più redditizie operazioni speculative di Wall Street, le conseguenze sull’economia europea si fecero sentire immediatamente, ripercuotendosi subito dopo sulla produzione industriale americana, il cui indice cominciò a scendere già nell’estate del ’29. 

9.3. Il “grande crollo” del 1929. 

Il corso dei titoli Wall Street raggiunse i livelli più elevati all’inizio del settembre 1929. Seguirono alcune settimane di incertezza durante le quali cominciò a emergere la propensione degli speculatori a liquidare i propri pacchetti azionari per realizzare i guadagni fin allora ottenuti.Il 24 ottobre, il “giovedì nero”, furono scambiati 13 milioni di titoli; il 29 le vendite ammontarono a 16 milioni. La corsa alle vendite determinò naturalmente una precipitosa caduta del valore dei  titoli, distruggendo in pochi giorni i sogni di ricchezza dei lori possessori. Il crollo del mercato azionario colpì in un primo luogo i ceti ricchi e benestanti. Ma riducendo drasticamente la loro capacità di acquisto e di investimento, finì con l’avere conseguenze disastrose sull’economia di tutto il paese e sull’intero sistema economico mondiale, che ormai dipendeva in larga parte da quello statunitense. Attraverso la contrazione degli scambi, la recessione economica si diffuse in tutto il mondo come una spaventosa epidemia, molte aziende dovettero chiudere.Le misure protezionistiche adottate subito in Usa – e poi negli altri paesi – provocarono una brusca contrazione del commercio internazionale. La recessione economica – cui si accompagnò un altissimo numero di disoccupati –  si diffuse in tutto il mondo. 

9.4. La crisi in Europa. 

In Europa una grave crisi finanziaria culminò nella sospensione della convertibilità della sterlina. Scarso successo ebbero le politiche di austerità perseguite dai governi dei paesi industrializzati, che finirono con l’aggravare la recessione in corso e col ripercuotersi negativamente sugli equilibri politici e sociali. 

9.5. Roosevelt e il “New Deal”. 

Nel novembre 1932, quando tre anni di crisi avevano diffuso in tutto il paese un angoscioso senso di insicurezza, si tennero negli Stati Uniti le elezioni presidenziali. Divenne presidente Roosevelt. Quando presentò la sua candidatura alla presidenza, Rooselvelt non aveva un programma organico da contrapporre ai repubblicani, già nel discorso inaugurale della sua  presidenza, nel marzo 1933, Roosevelt annunciò di voler iniziare un New Deal nella politica economica e sociale: un nuovo stile di governo che si sarebbe caratterizzato soprattutto per un più energico intervento dello Stato nel processi economici. Il New Deal fu avviato immediatamente, nei primi mesi della presidenza Roosevelt, con una serie di provvedimenti che dovevano servire da terapia d’urto per arrestare il corso della crisi:     Fu ristrutturato il sistema creditizio.     Fu svalutato il dollaro per rendere più competitive le esportazioni.    Furono aumentati i sussidi di disoccupazione e furono concessi prestiti. A queste misure di emergenza il governo affiancò alcuni provvedimenti più organici e qualificanti, caratterizzati dall’uso di nuovi e originali strumenti di intervento. Inoltre il governo potenziò ulteriormente l’iniziativa statale, varando vasti programmi di lavori pubblici e allargando al di là di ogni consuetudine il flusso della spesa pubblica.  Parallelamente, si intensificò l’impegno del governo nel campo delle riforme sociali. Nel 1935 furono varate:

v      Una riforma sociale.

v      Una legge sulla sicurezza sociale.

v      Una nuova disciplina dei rapporti di lavoro. 

Con questa politica progressista Roosevelt si guadagnò l’appoggio del movimento sindacale che, negli anni del New Deal, attraversò una fase di espansione grazie anche a un’ondata di lotte operaie senza precedenti nella storia americana.  D’altra parte, le novità del New Deal e i suoi risultati non sempre brillanti diedero spazio al formarsi di un’ampia coalizione antirooseveltiana. Persino la Corte suprema, massimo organo del potere giudiziario, cercò di bloccare le riforme di Roosevelt. Forte dello schiacciante successo ottenuto nelle elezioni presidenziali del ’36, Roosevelt reagì con energia, ripresentando con lievi modifiche le leggi bocciate.   

9.6. Un nuovo ruolo dello Stato. 

Un po’ in tutti i paesi la grande crisi finì col far adottare nuove forme d’intervento dello Stato in campo economico, che giunsero a configurare una forma di capitalismo “diretto”. Quanto i governi fecero solo empiricamente, fu teorizzato dall’economista Keynes che, in particolare, sottolineò il ruolo della spesa pubblica ai fini dell’incremento della domanda e del raggiungimento della piena occupazione. 

9.7. I nuovi consumi. 

Nei paesi europei si verificò proprio durante la grande crisi uno sviluppo di quei consumi di massa che si erano affermati in Usa negli anni ’20. Nel corso degli anni ’30, la popolazione delle città non smise mai di accrescersi a scapito di quella delle campagne. Anzi , il processo di urbanizzazione si accelerò ulteriormente a causa della grave crisi in cui versava il settore agricolo. Crescita delle città significava sviluppo del settore edilizio. Lo sviluppo edilizio ebbe a sua volta conseguenze notevoli non solo sull’economia, ma anche sulla qualità della vita delle masse urbane. Le case di nuova costruzione erano di solito fornite di acqua corrente e di elettricità; inoltre, resero necessario uno sviluppo dei trasporti pubblici e della stessa motorizzazione privata. Alcune industrie produttrici di beni di consumo durevoli risultarono dunque avvantaggiate dal boom edilizio e, contribuirono a stimolarlo. La produzione di veicoli a motore, fece registrare consistenti progressi, anche se restò lontana dai livelli statunitensi. Nel vecchio continente l’automobile rimase, per tutti gli anni ’30, un bene riservato a pochi. Ma intanto cominciavano a comparire anche in Europa le prime vetture “popolari”. Un discorso analogo si può fare per la produzione degli elettrodomestici. I più costosi, come frigoriferi e scaldabagni, continuarono a essere considerati beni di lusso, ma il loro uso si andò ugualmente estendendo. Più ampia, ebbero altri apparecchi domestici, come il ferro da stiro, la cucina a gas e la radio. 

9.8. Le comunicazioni di massa. 

I primi apparecchi per la trasmissione del suono attraverso l’estere senza l’ausilio dei fili erano stati sperimentati alla fine del ‘800. Durante i primi vent’anni del secolo la tecnica radiofonica aveva fatto continui progressi e aveva ricevuto una forte spinta dal primo conflitto mondiale.Il grande salto si ebbe dopo la fine della guerra, quando la radio si trasformò da mezzo di comunicazione fra i singoli soggetti in strumento di irradiazione di programmi destinati a un pubblico fornito di apparecchi riceventi: in mezzo di informazione e di svago. I primi programmi regolari di trasmissioni si ebbero  negli Stati Uniti nel 1920, nei maggiori paesi europei le trasmissioni si svilupparono negli anni immediatamente successivi, per lo più ad opera di enti che operavano sotto il controllo statale, e imponevano agli utenti un canone di abbonamento. Lo sviluppo della radiofonia fu rapidissimo, le vendite di apparecchi radio registrarono un boom spettacolare. La radio divenne presto un fondamentale mezzo di svago, anche come mezzo di informazione la radio non temeva confronti: i notiziari radiofonici entravano nelle case. A partire dagli anni ’30, infatti lo sviluppo della stampa di informazione subì un netto rallentamento, per riguadagnare terreno perduto , il settore della carta stampata cominciò a puntare più sull’immagine di qui lo sviluppo delle riviste illustrate. La radio dunque segnò una tappa decisiva nel cammino della società di massa e inaugurò un’era nuova nel campo delle telecomunicazioni.Gli anni di trionfo della radio videro anche l’affermazione di un’altra forma di comunicazione di massa tipica del nostro tempo: il cinema. Verso la fine degli anni ’20 con l’invenzione del sonoro, il cinema divenne uno spettacolo “completo”.Col boom del cinema nacque il fenomeno del “divinismo” di massa, ossia quel particolare rapporto di attrazione, che lega il grande pubblico agli attori più popolari. Una forma di propaganda più diretta era quella affidata ai cinegiornali d’attualità che venivano proiettati nella sale cinematografiche in apertura di spettacolo e svolgevano una funzione complementare a quella dei notiziari radiofonici.La radio il cinema, divennero elementi caratteristici della società di massa: mezzi di svago, di informazione ma anche di propaganda, essi contribuirono al accentuare il lato spettacolare della politica.

 9.9. La scienza e la guerra. 

Il boom dei mezzi di comunicazione di massa non fu solo il risultato saliente dell’evoluzione tecnologica e scientifica negli fra le due guerre mondiali. In questo periodo l’onda lunga della rivoluzione della scienza applicata, continuò a far sentire i suoi effetti sulla vita quotidiana e sulla salute.Risalgono agli anni ’20 e ’30 alcune scoperte che avrebbero segnato in modo decisivo la storia del nostro secolo.In questi anni un folto gruppo di fisici di diversi paesi, portò avanti gli studi e gli esperimenti sul nucleo dell’atomo avviati all’inizio del ‘900. Negli anni ’20 e ’30 l’aeronautica compì in tutti i paesi industrializzati progressi notevoli: gli aerei divennero più sicuri e più rapidi, aumentando nel contempo la loro capacita di carico e la loro autonomia.L’aviazione civile, dopo i primi passi negli anni ’20, conobbe nel decennio successivo un considerevole incremento, pur restando, a causa dei suoi alti costi, un servizio accessibile solo alle categorie privilegiate.I progressi dell’aviazione civile furono però superati dai contemporanei e più consistenti sviluppi dell’aeronautica militare, che assorbiva allora la maggior parte della produzione del settore.Tutte le grandi e medie potenze intensificarono, dall’inizio degli anni ’30, la costruzione di aerei militari.  

9.10. La cultura della crisi. 

Nella cultura europea si accentuarono allora i fenomeni di disgregazione e di perdita dell’unità, tanto che nessuna delle correnti del periodo può essere assunta, da sola, come particolarmente rappresentativa. Furono anni, per gli intellettuali, di grandi contrapposizioni ideologiche (liberalismo-comunismo, democrazia-fascismo) e di impegno politico. L’emigrazione degli intellettuali tedeschi durante il nazismo provocò un impoverimento culturale dell’Europa.

10. L’ETA’ DEI TOTALITARISMI

 

10.1. L’eclissi della democrazia. 

Nel corso degli anni ’30, la democrazia europea, visse i suoi momenti più neri. Con la grande crisi, con i successi del nazismo in Germania e con la crescita generalizzata dei movimenti autoritari in Europa  e nel mondo, si capì che il male era  profondo e non risparmiava nemmeno i paesi economicamente più sviluppati. In ampi strati dell’opinione pubblica si diffuse la convinzione che i sistemi democratici avessero ormai i giorni contati; che fossero deboli per tutelare gli interessi nazionali e troppo insufficienti per garantire il benessere dei cittadini; che la vera alternativa fosse quella fra il comunismo sovietico e i regimi autoritari di destra. Si affermarono quindi  regimi antidemocratici, sia di tipo tradizionale (Monarchie), sia di tipo “moderno” (cioè ispirati al fascismo e al nazismo); oltre ai regimi comunisti. Caratteristica fondamentale dei movimenti  e dei regimi che convenzionalmente chiamiamo fascisti, era un tentativo di dar vita a un nuovo ordine politico e sociale, diverso da quelli conosciuti fin allora. Sul piano dell’organizzazione politica, fascismo significava accentramento del potere nelle mani di un capo, struttura gerarchica dello Stato. Sul piano economico e sociale, il fascismo si vantava di aver indicato una terza via fra capitalismo e comunismo.La terza via proposta dal fascismo esercitò una notevole attrazione, soprattutto sugli strati sociali intermedi.Mentre le classi popolari si piegarono di malavoglia ai regimi autoritari, mentre la grande borghesia appoggiò le dittature più per calcolo utilitaristico che per convinzione, i ceti medi offrirono al fascismo un’adesione diffusa e talvolta entusiastica. Ai giovani in cerca di avventura, agli intellettuali bisognosi di certezze, ai piccolo-borghesi delusi dalla democrazia, il fascismo pareva offrire una prospettiva nuova ed emozionante.  Il fascismo seppe capire le società di massa, ne interpretò le componenti aggressive e violente e soprattutto né sfrutto appieno le tecniche e gli strumenti: i mezzi di propaganda, i canali di informazione e di istruzione, le strutture associativa (in particolare quelli giovanili).  Questa capacità di adattamento alla società di massa e di controllo sui suoi meccanismi costituì una caratteristica specifica e sociale (come avvenne nel modello sovietico nell’età di Stalin); fu insomma propria di tutti quei regimi che, per la loro pretesa di dominare in modo “totale” la società, di condizionare non solo i comportamenti ma la stessa mentalità dei cittadini, sono stati definiti totalitari. 

Il termine totalitarismo fu inventato , dagli antifascisti italiani già nella prima metà degli anni ’20. Successivamente, furono gli stessi fascisti, a cominciare da Mussolini, a usarlo “in positivo” per definire la loro aspirazione, a una identità totale fra Stato e società. Nel secondo dopoguerra, il termine fu adottato dalla scienza politica e dalla pubblicistica dei paesi occidentali per designare quella particolare forma di potere assoluto,  che non si accontenta di controllare la società, ma pretende di trasformarla dal profondo in nome di un’ideologia onnicomprensiva, di pervaderla tutta attraverso l’uso combinato del terrore e della propaganda: quel potere cerca di mobilitare i cittadini attraverso proprie organizzazioni, di imporre la propria ideologia attraverso il monopolio dell’educazione e dei mezzi di comunicazione di massa.

 

 10.2. La crisi della Repubblica di Weimar e l’avvento del nazismo. 

Negli anni venti, nonostante vi fossero ancora gli effetti disastrosi della grande guerra, la Germania raggiunse un periodo di stabilità, che si rivelò ben presto precaria quando le conseguenze della crisi economica del '29 si abbatterono sul paese. L’economia tedesca era infatti molto subordinata a quella americana (finanziamenti). La produzione industriale si dimezzò e aumentò la disoccupazione. L’inflazione, colpendo il potere d’acquisto dei salari, provocò intensi conflitti sindacali. In questo quadro di instabilità si colloca l’ascesa al potere di Hitler. Si può in pratica dire che la crisi del 1929 è la data dell’avvio dell’ascesa  del nazismo verso il potere. Le ragioni che hanno favorito l’ascesa al potere di Hitler vanno ricercate nel successo del suo programma, grazie al quale ottenne ampi consensi in una società profondamente lacerata dalle conseguenze della guerra e dalla dura crisi economica. Egli nel suo programma univa in modo confuso ma efficace, elementi che attiravano diverse estrazioni sociali. 

Il suo partito si basava su due elementi:           

uno nazionalista (per riscattarsi della sconfitta e l’umiliazione subita nella prima guerra mondiale)             

l’altro socialista (ma, a differenza del marxismo, basato sui valori del popolo tedesco e sul potere di uno stato forte). Un ruolo fondamentale ebbero l’antisemitismo e il razzismo, da sempre propagandati da Hitler. Nel programma politico del Partito nazionalsocialista era già proposta la revoca dei diritti civili degli ebrei. In breve tempo gli ebrei divennero capro espiatorio della situazione di crisi: il successo di molti ebrei nelle professioni veniva sbandierato di fronte ai disoccupati. Gli ebrei sono considerati il “nemico interno”
Hitler
non predicava solo odio verso gli ebrei, ma li classificava come una razza inferiore, da eliminare, per creare una società pura e ariana.  Un altro elemento fu la crisi della repubblica di Weimar. Questa si basava su un fragile compromesso tra ceti dominanti e la classe operaia.  L’equilibrio di quella situazione poté funzionare finché l’economia del paese si sviluppava , ma con la crisi del ’29 entrò in crisi tale equilibrio e il governo di Weimar non riusciva ad elaborare strategie economiche.  Con le elezioni politiche del 30 crescono le opposizioni alla repubblica di Weimar: i comunisti e i nazisti. I nazisti sono tuttavia più forti, perché, come i fascisti, si avvalgono della violenza.La svolta decisiva si ebbe tra il '30 e il '32, quando il nuovo governo cattolico, privo di maggioranza in parlamento, era costretto a ricorrere alternativamente all’appoggio della destra e della sinistra e spesso legiferava con decreti d’urgenza, controfirmati dal presidente.  In questi anni si indebolì il potere legislativo a favore di quello del presidente. Intanto Hitler stringeva rapporti con l’esercito, con l’industria pesante e con i grandi proprietari terrieri.

10.3. Il consolidamento del potere di Hitler. La trasformazione della Repubblica tedesca in dittatura avvenne nel giro di pochi mesi:           

1932Hitler pretese che gli venisse affidato il governo; ormai la situazione era ingovernabile e non si riusciva a formare una maggioranza stabile. Alle elezioni il partito nazionalsocialista risulta il primo partito. Hitler sale al potere a capo di un governo di coalizione conservatore e in poco tempo distrusse la democrazia e creò uno stato totalitario.           

1933Hitler nominato cancelliere, assume la guida del governo e ha la maggioranza assoluta in parlamento, dal quale ottiene pieni poteri: mette fuori legge il partito comunista, abolisce ogni libertà e garanzia costituzionale e ogni dissenso. Chiude i giornali di opposizione e le sedi sindacali. Scioglie tutti gli altri partiti tranne quello nazionalsocialista.           

1933Distruzione dell'edificio che ospitava il Parlamento tedesco a Berlino. Ne furono accusati alcuni comunisti, ma quasi tutti furono assolti in un clamoroso processo. Il nazismo lo sfruttò comunque per intensificare la stretta reazionaria, sospendere la costituzione di Weimar e per una feroce repressione degli oppositori.          

1933 Simbolico rogo dei libri a Berlino. Rappresenta il rifiuto della cultura creata dagli illuministi. Il nazismo nega l’uguaglianza illuminista e contrappone la disuguaglianza, che si esprimeva attraverso l’obbedienza al “capo”.
 

1934 Alla morte di Hindenburg, Hitler diventa capo dello Stato e concentra su di sé tutti i poteri. Attua la completa fusione fra partito e Stato quindi non esistevano più gli organi costituzionali: il Führer diventa l’unica fonte del diritto e aveva potere assoluto in ogni campo.           

Lo Stato, ovvero Hitler, controllava tutti gli aspetti della vita lavorativa e produttiva attraverso le corporazioni e la formazione dei giovani attraverso la Gioventù hitleriana. Egli effettuava una manipolazione delle coscienze, basando il regime su rapporto diretto con le masse. Il nazismo non si servì solo del terrore, ma si sforzò di integrare le masse popolari nella sua opera.  

10.4. Il Terzo Reich. 

Con l’assunzione della presidenza da parte di Hitler scomparivano anche le ultime tracce  del sistema repubblicano. Nasceva il Terzo Reich, il terzo Impero.Nel nuovo regime si realizzava pienamente quel “principio del capo” che costituiva un punto cardine della dottrina nazista.Il capo (Fuhrer è l’equivalente tedesco di  “duce”) non era soltanto colui al quale spettavano le decisioni più importanti, ma anche la fonte suprema del diritto; non solo era la guida del popolo, ma anche colui che sapeva esprimere le autentiche aspirazioni. Era insomma fornito di quel potere che Max Weber, ai prima del secolo, aveva definito carismatico, in quanto fondato su un dono, su una presunta qualità straordinaria (appunto carisma).Il rapporto fra capo e popolo doveva essere diretto, al di là di ogni mediazione istituzionale e di ogni forma di rappresentanza. L’unico tramite con le masse era costituito dal partito unico e da tutti gli organismi ad esso collegati: come il Fronte del lavoro, che sostituiva i disciolti sindacati. Compito di queste organizzazioni era di trasformare l’insieme dei cittadini in una comunità di popolo compatta e disciplinata. Dalla “comunità di popolo” erano esclusi per definizione gli elementi “antinazionali”, i cittadini di origine straniera o di discendenza non “ariana” e soprattutto gli ebrei.Gli ebrei erano allora in Germania una ristretta minoranza. Ma nell’Europa orientale, erano concentrati in prevalenza nelle grandi città, e occupavano le zone medio-alte della scala sociale: erano per lo più commercianti, liberi professionisti, intellettuali e artisti; parecchi avevano posizioni di prestigio nell’industria e nell’alta finanza. Nei confronti di questa minoranza attivamente inserita nella comunità nazionale, la propaganda nazista riuscì a risvegliare quei sentimenti di ostilità che, erano largamente diffusi, soprattutto fra le classi popolari, in tutta l’Europa centro-orientale. La discriminazione fu ufficialmente sancita nel settembre 1935, dalle cosiddette leggi di Norimberga: leggi razziste “i non ariani non sono cittadini e non possono sposare ariani”. Secondo queste leggi, chiunque risultasse avere tre o quattro nonni osservanti della religione ebraica veniva considerato ebreo; mezzo-ebreo era chi aveva due nonni osservanti o era sposato con un ebreo; chi aveva un solo nonno ebreo veniva considerato come un meticcio ("mischlinge" in tedesco). A queste tre categorie vennero proibiti il matrimonio ed i rapporti sessuali con tedeschi ariani e furono colpite da tutta una serie di privazioni e discriminazioni razziali.La vera e propria azione di persecuzione cominciò però il 9 novembre 1938, quando, nel cosiddetto Pogrom della "notte dei cristalli", al fine di vendicare l’uccisione, avvenuta a Parigi, di un diplomatico tedesco, ucciso da un dissidente ebreo, furono devastati dei negozi ebrei, distrutte, case, sinagoghe, profanati cimiteri, arresti e deportazioni nei campi di concentramento (sterminate intere famiglie e poi il genocidio).  L’organizzazione della società è simile a quella fascista. 30 gennaio 1939: In un discorso al Parlamento, Hitler prevede che una guerra in Europa avrebbe condotto all’annientamento della razza ebraica in Europa. Inizia la deportazione di massa e il progressivo sterminio del popolo ebraico, con la sterilizzazione forzata per i portatori di malattie ereditarie e la soppressioni degli infermi di mente classificati come incurabili. 

10.5. Repressione e consenso nel regime nazista. 

Non vi fu, durante il nazismo, alcuna forma di opposizione politica. Anvhe la Chiesa cattolica e quelle luterane finirono con l’adattarsi al regime. L’efficienza dell’apparato repressivo spiega la mancanza di un esplicito dissenso, ma non spiega di certo l’estensione notevole del consenso al regime.Tale consenso ebbe varie cause: i successi in politica estera, la ripresa economica ( dovuta a una politica di riarmo  e lavori pubblici), il raggiungimento della piena occupazione e il miglioramento dei servizi sociali; ma  anche l’uso molto abile che il nazismo fece della  comunicazione di massa. 

 

10.6. Il contagio autoritario.

Già nel corso degli anni ’20 regimi autoritari si erano affermarti in molto paesi. - Nell’Europa centro-orientale, dove le istituzioni parlamentari avevano radici molto deboli e dove, molto forte era in vece il peso delle forze conservatrici, della grande proprietà terriera e delle chiese.-         

 Ungheria: fu il primo fra questi Stati a sperimentare l’autoritarismo di destra; qui  l’ammiraglio Horthy impose un regime rigidamente conservatore, in cui le libertà politiche e sindacali erano di fatto abolite. -         

Polonia: si affermò  nel 1926 un altro regime semidittatoriale, anche se diversamente connotato rispetto a quello ungherese; qui  l’ex socialista Pilsudski organizzò una marcia su Varsavia per riformare la costituzione in senso autoritario e dar vita a un governo “al di sopra dei partiti”.  -       

Stati Balcanici: non meno agiate furono negli anni ’20 le vicende degli Stati balcanici 

 Grecia: qui il regime repubblicano, non riuscì a funzionare regolarmente per i continui interventi dei militari e per la ricorrente minaccia dei gruppi monarchici.-         

Bulgaria: qui  l’esperimento democratico, fu interrotto nel ’23 dal un colpo di Stato militare.-        

  Jugosglavia: rappresenta una caso a parte in quanto  la scena politica era dominata dal contrasto fra i diversi gruppi etnici. Per domare la protesta dei croati, che si sentivano oppressi dal centralismo serbo, il re Alessandro I attuò nel 1929 un colpo di Stato, col risultato di aggravare le tensioni e di spingere il movimento separatista croato sulla via del terrorismo.Tutti questi regimi non potevano definirsi autenticamente fascisti, anche se avevano col fascismo non pochi elementi di affinità. Erano piuttosto regimi autoritari di tipo tradizionale, sostenuti dall’esercito e dai gruppi conservatori e privi di una propria base di massa. -          

Spagna: qui i la democrazia parlamentare aveva sempre vissuto di vita precaria, un colpo di Stato fu attuato nel 1923 dal generale Primo de Rivera. Nel 1930, dopo sette anni di governo semidittatoriale, Primo de Rivera fu costretto a dimettersi di fronte a una massiccia ondata di proteste popolari. Nelle elezioni del 1931 i partiti democratici e repubblicani ottennero un larghissimo successo, che indusse il re a lasciare il paese. Si formò così una Repubblica, destinata anch’essa a vita breve e travagliata.-          

Portogallo: Anche in Portogallo furono i militari a interrompere, nel 1926, l’esperienza di una fragile democrazia parlamentare. Ma fu un economista cattolico Olivera de Salazar ad assumere il ruolo di ispiratore e guida di un regime autoritario, rimanendo in vita per quasi mezzo secolo. Con la vittoria di Hitler in Germania, la crisi dei regimi e dei valori democratici subì, ovviamente, una ulteriore accelerazione. In tutta l’Europa centro-orientale si assisté, a partire dal ’33, alla crescita di movimenti estremisti ispirati all’esempio del nazismo, al rafforzamento delle tendenze dittatoriali e militaristiche nei paesi già soggetti  a regimi autoritari, alla nascita di nuove dittature di stampo monarchico-fascista.Anche in Austria, dove la democrazia sembrava aver radici più solide, cristiano-sociali e conservatori, al potere dal 1920, cercarono di modificare le istituzioni in senso autoritario, scontrandosi con l’opposizione di una socialdemocrazia ancora molto forte a livello organizzativo ed elettorale. 

10.7. L’Unione Sovietica e l’industrializzazione forzata.

Il piano di sviluppo economico guidato dallo Stato, impostato su 5 anni con inizio nel 1928, doveva avere il completo controllo di ogni attività produttiva. Per questo fu subito abbandonata la NEP. Con Stalin nelle campagne fu abolita la proprietà individuale e venne attuato un piano di collettivizzazione forzata della terra.  

v   Nacquero i kolchoz, grandi aziende agricole affidate a cooperative di contadini.

v   Nacquero i sovchoz, aziende gestite direttamente dallo Stato che salariava gli agricoltori come operai delle campagne. I contadini che possedevano terre, i kulaki, si opposero al passaggio allo Stato di ogni loro proprietà e alla trasformazione in operai.Molti reagirono non seminando più i campi e macellando il bestiame per vivere. La Russia ritornò ad una situazione simile al "comunismo di guerra". La reazione del governo comunista fu durissima: quasi due milioni di kulaki furono deportati nei campi di lavoro in Siberia o uccisi in caso di resistenza armata. Nel 1934, al termine del primo piano quinquennale, i 25 milioni di poderi della piccola e media proprietà contadina non esistevano più, sostituiti da 200 000 aziende collettive. Questo programma attuato con la forza non raggiunse però i risultati produttivi sperati da Stalin.L’industrializzazione forzata invece raggiunse i risultati sperati: la produzione industriale quasi triplicò nel quinquennio, in particolare i settori dell'industria pesante (metallurgica, meccanica, mineraria) su cui si concentrarono investimenti e sforzi produttivi.  La crisi del ’29 ebbe sulla Russia un impatto meno grave rispetto agli altri paesi, grazie appunto ai piani quinquennali e anche perché a quel tempo la Russia era meno industrializzata rispetto agli altri. La produzione di beni di consumo (alimentari, vestiti, scarpe, casalinghi, automobili ecc.) venne lasciata in secondo piano e penalizzata: i prodotti erano di qualità scadente e spesso insufficienti di fronte alle richieste, e questo alimentava il malcontento tra la gente.  L'obiettivo di Stalin fu comunque raggiunto: nel 1939 l'URSS si era trasformata in un Paese altamente industrializzato; la sua produzione era più che quadruplicata in soli dieci anni e corrispondeva al 17% di quella mondiale.  Ma per raggiungere tale risultato fu creato un regime fortemente centralizzato, autoritario e repressivo nei confronti di ogni dissenso, dove inoltre viene utilizzata la mobilitazione ideologica, a questo proposito ricordiamo il mito di Stakaov, lavoratore che in nome del prestigio del socialismo e’ disposto a lavorare 24 ore su 24. Grandi ritratti di Stalin bonario e rassicurante si vedevano negli uffici pubblici e sulle piazze. La propaganda comunista alimentò un vero e proprio "culto della personalità" staliniana: la sua immagine fu esaltata ed egli fu celebrato come la guida salda e ferma del Paese, che aveva aperto la via dello sviluppo e avviato l'URSS a divenire una grande potenza mondiale. Dopo la seconda guerra mondiale l'esaltazione di Stalin fu amplificata dalla vittoria militare sul nazismo e si allargò al di fuori dell'Unione Sovietica tramite i Partiti comunisti dei vari Paesi. 

10.8. Lo stalinismo. 

Gli anni ’30 videro anche il continuo rafforzamento della dittatura personale di Stalin, che servendosi della potentissima polizia segreta, eliminò tutti gli oppositori, tra i quali molti protagonisti della rivoluzione d'ottobre del 1917.  Il clima di terrore che caratterizzò lo stalinismo contrasta con l'immagine pubblica che il dittatore volle dare di sé. Nei manifesti Stalin è al fianco di minatori e contadini sorridenti, felici di contribuire alla riuscita dei piani quinquennali. I bambini lo adorano e gli offrono fiori in segno di omaggio e riconoscenza per il bene. 

Il fascismo, il nazismo e il comunismo sovietico sono ideologie talmente forti che possono essere considerate come religioni laiche, movimenti di aggregazione in cui il popolo si sente un’anima sola.Per ottenere questo, tutti e tre questi totalitarismi fanno un gran uso delle più avanzate tecniche di comunicazione. Utilizzano miti, rituali, organizzano grandiose cerimonie pubbliche dove si curano le scenografie e le coreografie fin nei minimi particolari.  A gestire la propaganda ci sono i ministeri, che controllano ovviamente tutti i mezzi di comunicazione di massa (la radio, il cinema, la stampa).

 

Nel 1934 Stalin prese a pretesto la misteriosa uccisione del suo collaboratore Kirov per scatenare le "grandi purghe", che èbbero il culmine tra il 1936 e il 1939: centinaia di migliaia di militanti comunisti e soldati dell' Armata Rossa furono messi sotto accusa come "nemici dello Stato", incarcerati, costretti a confessare colpe inesistenti e condannati a morte o al lavoro forzato.  Trotskij, acerrimo oppositore di Stalin anche dall'esilio, fu rintracciato in Messico da agenti della polizia segreta sovietica e assassinato nel 1940.  È difficile calcolare quanti morti provocò il terrore scatenato da Stalin negli anni Trenta in tutti i settori della società, ma si può parlare di alcune centinaia di migliaia di persone.  Tra i 15 e i 20 milioni furono invece i deportati nell'arcipelago dei campi di lavoro, il Gulag.

Questo sistema carcerario, controllato direttamente dalla polizia segreta, era formato da almeno
160 campi di prigionia dislocati prevalentemente nella Russia siberiana. Vi furono rinchiusi oppositori veri o presunti del regime, trotskisti, kulaki; alcuni milioni erano i deportati di nazionalità non russa, appartenenti a popoli che reclamavano maggiore autonomia da Mosca, come i Cosacchi del Don, i Tatari di Crimea e gli Ucraini. Con identica brutalità il regime staliniano eliminò ogni forma di libertà religiosa: fu imposto l'insegnamento dell'ateismo, le Chiese cristiane e le comunità ebraiche vennero perseguitate.Il Gulag fornì a Stalin una massa di manodopera forzata impiegata nella costruzione di grandi opere - canali, strade, ferrovie - e nelle industrie, impegnate a centrare gli obiettivi prefissati dai piani quinquennali.  

10.9. La crisi della sicurezza collettiva e i fronti popolari. 

L’avvento al potere di Hitler diede un duro colpo all’equilibrio internazionale già scosso dalle conseguenze della grande crisi.La prima importante decisione del governo nazista in materia di politica estera fu, nell’ottobre ’33, il ritiro della delegazione tedesca della conferenza internazionale di Ginevra, dove le grandi potenze cercavano di giungere a un accordo sulla limitazione degli armamenti. Seguì, pochi giorni dopo, il ritiro della Germania dalla Società delle nazioniQueste decisioni, con le quali Hitler mostrava chiaramente di non sentirsi legato al “sistema di Locarno”destarono allarme in tutta Europa. Anche l’Italia fascista, ebbe ben presto motivo di preoccuparsi per le mire aggressive tedesche. Quando in Austria, nel luglio del ’34, gruppi nazisti ispirati da Berlino tentarono di impadronirsi del potere e uccisero il cancelliere Dollfuss al fine di preparare l’unificazione fra Austria e Germania, Mussolini reagì immediatamente facendo schierare quattro divisioni al confine italo-austriaco. Hitler, che non era ancora pronto per una guerra, fu costretto a far macchina indietro sconfessando gli autori del complotto.Meno di un anno dopo, i rappresentanti di Italia, Francia e Gran Bretagna, si riunirono a Stresa per condannare il riarmo tedesco, per ribadire la validità dei patti di Locarno e per riaffermare il loro interesse all’indipendenza in Austria.Fu questa l’ultima manifestazione di solidarietà fra le tre potenze vincitrici. Pochi mesi più tardi l’aggressione italiana all’Etiopia avrebbe rotto il “fronte di Stresa” e dato avvio a un processo di riavvicinamento italo-tedesco. Ma intanto la causa di sicurezza collettiva aveva trovato un nuovo sostegno proprio nel paese che fin allora era rimasto completamente estraneo a tutte le iniziative nate nell’ambito della Società delle nazioni: Unione sovietica.Nel settembre ’34 l’Urss entrò nella Società delle Nazioni e nel maggio ’35 stipulò un’alleanza militare con la Francia.E nel VII congresso del Comintern, la parola d’ordine fu quella della lotta al fascismo.Ai partiti comunisti spettava il compito di riallacciare i rapporti non solo con gli altri partiti operai, ma anche con le forze democratico-borghesi, di favorire ovunque la nascita dei fronti popolari, di appoggiare i governi democratici decisi a combattere il fascismo. Questa spinta si avvertì soprattutto in Francia, dando spazio alla crescita della destra reazionaria e dei movimenti filofascisti.Nel maggio dello stesso anno, in Francia il netto successo elettorale delle sinistre aprì la strada alla formazione di un governo composto da radicali e socialisti. La Francia repubblicana e socialista parve ritrovare per un momento l’atmosfera fra esaltata e festosa delle rivoluzioni ottocentesche, ma l’improvviso aumento del costo del lavoro innescò un rapido processo inflazionistico.L’inflazione, e la contemporanea fuga dei capitali all’estero, costrinsero i governi di fronte popolare a due successive svalutazioni del franco.Nella primavera del ’38, mentre la situazione internazionale si andava rapidamente deteriorando, l’esperienza del Fronte popolare poteva considerarsi già chiusa. 

10.10. La guerra civile in Spagna. 

Dopo la fine della dittatura di Primo de Rivera e la caduta della monarchia, la Spagna aveva attraversato un periodo di grave instabilità economica e sociale, che aveva visto succedersi un fallito colpo di Stato militare e una insurrezione anarchica sanguinosamente repressa. La Spagna è anche il teatro del primo scontro armato tra fascismo e antifascismo, con la partecipazione di molti intellettuali da ogni parte del mondo, a partire dagli Usa e con gli italiani – le camice nere di Mussolini da un lato, e gli antifascisti e gli anarchici dall’altro – impegnati su entrambi i fronti.  Alle elezioni del 1936 i fronti popolari delle sinistre vinsero le elezioni, dando il via a una politica di riforme Il 18 Luglio, ci fu però il golpe del Generale Franco, che sbarcò sul suolo nazionale con le truppe coloniali dal Marocco ed innescò una sanguinosissima guerra civile contro il governo repubblicano del Fronte Popolare che si protrarrà fino al 1939, vigilia della II guerra. Italia e Germania intervennero a fianco del generale Franco, questo diede alla guerra civile spagnola una connotazione di guerra delle nazioni fasciste contro alle altre nazioni, anche se, nonostante Germania e Italia avessero violato il patto di non intervenire, le potenze democratiche preferirono stare a guardare e non inviare truppe.L’Unione Sovietica invece intervenne col solo invio di approvvigionamenti, medicinali e armi, non con l’invio di truppe.L’opinione pubblica antifascista premeva per un intervento delle nazioni democratiche perché capiva che il fascismo rappresentava una minaccia per la pace, infatti lo sviluppo economico della Germania dopo la crisi del ‘29 si era basato sul riarmo. Mentre le potenze democratiche europee (Francia e Inghilterra) proclamavano il "non intervento", accorrevano in Spagna in sostegno della Repubblica molti volontari che costituivano le "brigate internazionali", a prevalente direzione comunista. Fra i numerosi Italiani (in larga parte antifascisti fuorusciti) spiccano i fratelli Carlo e Nello Rosselli, il socialista Pietro Nenni e il comunista Luigi Longo, che fu il Comandante delle Brigate.È l’inizio della guerra civile, con pesanti ripercussioni anche sul piano internazionale. Sarà infatti la prova generale della seconda guerra mondiale perché il conflitto vede impegnate a sostegno delle due parti in lotta da un lato Urss, Messico e, a fasi alterne, Francia  (in favore dei "repubblicani"), e dall’altro Italia, Germania e Portogallo (in favore dei "nazionalisti"). La guerra si concluderà nel marzo del '39, con la vittoria di Francisco Franco e l'instaurazione di una dittatura fondata sul potere legislativo del "Caudillo" e sulla repressione degli oppositori (la "Feroz matanza"), che durerà fino al 1975 e causerà la morte di 200.000 antifascisti, centinaia di migliaia condannati a pene varie, 300.000 esiliati. Tre anni di guerra civile lasciarono nel paese una pesante eredità di lutti, distruzioni, un dissesto economico di proporzioni  incalcolabili. Terminata pochi mesi prima dello scoppio del secondo conflitto mondiale, la guerra civile spagnola, anticipò il carattere di “guerra ideologica”, ma anche perché in Spagna furono adottati per la prima volta metodi e tecniche di guerra che l’Europa e il mondo avrebbero presto sperimentato su ben più ampia scala (bombardamenti).

10.11. L’Europa verso la catastrofe. 

Negli stessi anni della guerra di Spagna, la politica di arrendevolezza (appeasement) praticata dalla Francia e Inghilterra nei confronti della Germania finì coll’incoraggiare la politica espansionistica del nazismo.Nel 1938 Hitler ottenne il primo successo clamoroso con l’annessione (Anschluss) dell’Austria al Reich tedesco. Nel 1938 il nuovo cancelliere Kurt von Schuschnigg indisse un plebiscito popolare per riaffermare l'indipendenza dell'Austria; Hitler chiese e ottenne le sue dimissioni, quindi invase il paese, promuovendo la formazione di un governo collaborazionista guidato da Seyss-Inquart. L'Austria fu rinominata Ostmark (Marca Orientale) e posta sotto la diretta autorità del Terzo Reich tedesco per tutta la durata della seconda guerra mondiale. La questione austriaca si era appena chiusa, e già Hitler mirava apertamente all’annessione della regione dei Sudeti e alla distruzione dello Stato cecoslovacco.Gli accordi di Monaco (settembre ’38) sembrarono conservare la pace, ma – accettando le richieste tedesche – finirono con lo spianare a un nuovo conflitto mondiale. 

 
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