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Riassunti dell'800 dalla Nascita degli USA al Risorgimento Italiano
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Scritto da Morena   

1) La Nascita degli Stati Uniti d’America

 

La colonizzazione del Nord America ebbe inizio ai primi del 600 , da parte di società commerciali, persone in cerca di fortuna, avventurieri.

I Paesi più attivi furono i francesi, gli spagnoli, portoghesi  e soprattutto gli Inglesi.

La colonizzazione incontrò un’aspra opposizione delle popolazioni indigene locali (indiani pellerossa).

Verso il 1750 i possedimenti inglesi comprendevano 13 colonie , tutte sulla costa atlantica, la cui economia si basava, al Nord sul commercio, al Sud su grandi piantagioni di tabacco  nelle quali si faceva largo uso degli schiavi.

Per tutte le colonie  c’era una forte dipendenza economica dal governo centrale, mentre c’era una notevole autonomia sul piano politico.

Quando, intorno al 1760 la Gran Bretagna cominciò ad inasprire sempre di più le tasse imposte ai coloni  allo scopo di far pagare a questi i costi del proprio impero Americano,  le colonie iniziarono a ribellarsi. 

Nel 1774 la ribellione divenne aperta  e l’anno seguente si formò un esercito di coloni, sotto la guida di G. Washington, che  porto ad approvare una Dichiarazione di Indipendenza, non riconosciuta dalla Gran Bretagna. (L’esercito delle colonie, meno efficiente dell’esercito inglese, ebbe però il sostegno di una  grossa fetta dell’opinione pubblica europea e dell’intervento in loro sostegno della Francia e della Spagna.) 

Nel 1783 la Gran Bretagna fu costretta a dichiarare l’Indipendenza delle 13 colonie. 

A seguito accordi fra tutti gli Stati coinvolti nella disputa, si diede vita ad uno Stato Federale, Presidenziale, basato sulla divisione dei poteri e sul loro equilibrio.

La Costituzione  della Federazione degli Stati Uniti venne approvata  dai singoli Stati che comprendevano l’ Unione.

( Vi fu un acceso dibattito fra Federalisti e Antifederalisti, ma alla fine prevalsero le tesi Federaliste). 

Nascevano così gli Stati Uniti d’ America e nel 1979 veniva eletto il 1° Presidente: George Washington.

Nuovi coloni si spingevano verso l’ Ovest (Far West), colonizzando nuovi territori e formando nuovi Stati, che man mano si aggiungevano agli Stati dell’ Unione. 

 

2) La Rivoluzione Francese 

 

E’ stato l’insieme dei movimenti Politici e sociali che portarono alla caduta della monarchia assoluta e delle strutture feudali in Francia, alla fine del 18° secolo, cosa che ebbe profonde ripercussioni in tutto il resto dell’ Europa.

Una delle cause di fondo della Rivoluzione francese va individuata nella generale crisi delle strutture politiche ed economiche  della società europea, in parte dovuta all’indebolimento del regime feudale esistente.

In Francia, in particolare, nel corso del secolo venne accumulato un crescente deficit dello Stato, a seguito di un apparato statale giuridico e amministrativo accentratore, alle  eccessive spese della Corte, alle guerre ( fra cui quella di Indipendenza Americana), e ad una  irresponsabile politica finanziaria, aggravata da una sfavorevole congiuntura economica che interessava tutta l’Europa.

Il bilancio Francese registrava un deficit annuale del 20% e un debito pubblico oneroso e costosissimo, che assorbiva oltre il 50% delle entrate fiscali.

Per porre rimedio a tutto ciò occorreva estendere il carico fiscale agli ordini fino ad allora esenti: nobiltà e clero.

Tale soluzione, proposta fin dal 1787, venne osteggiata dall’ Assemblea dei notabili e dal Parlamento di Parigi, che stabilirono che una tale proposta poteva essere decisa solo dagli Stati Generali, non più convocati dal 1614.

Iniziò un lungo braccio di ferro fra la nobiltà e la Corona che prese il nome di rivoluzione aristocratica.

 

Il Re chiamò in carica un nuovo Ministro dell’Economia; Necker, e questi, non solo continuò la sua battaglia contro i privilegi di alcuni ceti, ma convocò  gli Stati Generali  per il 1° Maggio 1789. 

La crisi economica  intanto si aggravava  e  alle casse vuote dello Stato, si aggiungeva una profonda  carestia nell’agricoltura. 

Ciò portava a un forte malcontento contro le classi privilegiate; D’altronde  negli Stati Generali,il sistema di voto favoriva le decisioni delle classi privilegiati, mentre poca possibilità aveva il “Terzo Stato” di far valer le proprie ragioni.

Le elezioni si svolsero in un clima di forte malcontento in quanto le classi più povere si sentivano sempre più emarginate.

Vennero eletti 1.139 deputati, di cui: 270 rappresentavano la nobiltà; 291 il clero e 578 il Terzo Stato.

Nobiltà e clero erano segretamente appoggiati dal Re; però, a seconda del sistema di voto che si sarebbe usato nelle varie assemblee, il controllo poteva essere delle classi privilegiate o del Terzo Stato. Ad esempio così sarebbe stato in caso di voto singolo.

Avuto l’appoggio di alcuni rappresentanti della nobiltà il Terzo Stato, fece assumere all’assemblea e il nome di “Assemblea Nazionale” il 17/6/1789

Il Re cerco in tutti i modi di impedire le sedute dell’ Assemblea, fino a far trovare chiuse le porte del salone delle riunioni; l’Assemblea si spostò allora nella sala delle “Pallacorda”, dove i deputati giurarono solennemente di non separarsi più sino a quando non si sarebbe data alla Francia una  Costituzione.

Il fermo atteggiamento del Terzo Stato conquisto anche l’appoggio di numerosi deputati del clero  e piegò la resistenza del Re che fu costretto a ordinare ai rappresentanti dei ceti privilegiati di unirsi all’ Assemblea che venne definita: Assemblea  Nazionale Costituente.

Ma il Re mal sopportò lo smacco subito; licenziò Necker, e cominciò a concentrare forze militari  attorno alla capitale, facendo appello a forze straniere per un eventuale appoggio militare. 

Il Popolo  parigino allora insorse  e assaltò la Bastiglia, simbolo dell’ assolutismo della monarchia francese:  era il 14 luglio 1789.

Luigi XVI  fu costretto allora a richiamare in carica Necker  e a riconoscere la sovranità del popolo.

A Parigi veniva creata una milizia  cittadina volontaria e si dava vita a un governo municipale  rivoluzionario.

Nelle campagne si scatenava la rivolta dei contadini  contro gli Aristocratici.

Sotto la spinta di questi eventi, nella notte del 4 agosto 1789, la Costituente decise di abolire  il regime feudale e di sopprimere  il pagamento della  tassa feudale  chiamata “decima”. 

Il 26 agosto, sulla base del modello americano, il potere approvò la “Dichiarazione dei Diritti dell’ uomo e del Cittadino”, che proclamava solennemente i principi della libertà personale e dell’uguaglianza dei cittadini di fronte alla Legge, nonché l’ inviolabilità della proprietà privata e dell’ indipendenza della Magistratura ( Libertè-Egualitè-Fraternitè). 

Nonostante tutto il Re si rifiutò ancora di approvare i decreti di abolizione dei privilegi feudali e la Dichiarazione dei Diritti dell’ uomo.

Ciò porto a nuovo malcontento e a una nuova ondata insurrezionale che portò il popolo parigino a marciare su Versailles, costringendo il Re e la Costituente a trasferirsi a Parigi nella reggia di Tuileires

Da allora il potere politico fu sottoposto al controllo popolare. 

Restarono comunque problemi dovuti all’opposizione del clero  e alla continua ostilità della monarchia di fronte alle conquiste rivoluzionarie.

Vennero requisiti  beni ecclesiastici e le grosse proprietà terriere che divennero beni nazionali e servirono come garanzia per l’emissione di Titoli di Stato. Alcuni beni nazionali vennero venduti all’ asta e avrebbero contribuito a risanare il debito pubblico. Molti beni vennero acquistati dalla borghesia e da quelli che erano gia possedenti, pochi dai contadini quasi completamente esclusi dalla operazione. 

Nel 1789 cessarono le discriminazioni contro i Protestanti, e contro gli Ebrei; 

Nel 1794 venne decretata l’ abolizione della schiavitù nelle colonie. 

Il 14 luglio 1790 venne celebrato l’ anniversario della presa della Bastiglia, fra il tripudio generale, e La  Fayette, a nome dei federati,  prestò il giuramento che  univa i francesi fra loro e i francesi col Re, per difendere la libertà, la Costituzione, e la Legge, mentre il Re giurava fedeltà alla nazione. 

Sorsero in quel periodo molti club politici, fra i quali quello che faceva capo a Paul Marat.

Quello più importante fu quello dei Giacobini ( dal nome del convento di S. Giacomo). Questo club, con una presenza capillare in tutta la nazione, prefigurava la struttura dei moderni partiti politici, e mirava a esercitare un controllo sulle istituzioni. Uno dei membri di maggiore spicco fu Robespierre. 

La libertà di stampa aveva favorito il proliferare di numerose pubblicazioni di ogni tendenza.

Luigi XVI continuava però a subire passivamente la rivoluzione, mentre l’aristocrazia tentava di organizzarsi all’ estero per un ritorno al vecchio regime; Ciò diffondeva i timori di un complotto aristocratico che tentasse una controrivoluzione. 

Dopo l’acquisizione dei beni della chiesa  fu inevitabile che spettasse allo Stato mantenere gli ecclesiastici, equiparati ai funzionari pubblici. La nomina dei vescovi e dei curati fu sottratta alla giurisdizione papale e affidata agli elettori. Venne promulgata la Costituzione Civile del Clero e i sacerdoti furono invitati a giurarla. Il Papa condannò questa modifica e diffidò i vescovi e i parroci dal prestare il giuramento. L’organizzazione così tracciata definiva lo “Stato Borghese”, che non riscuoteva di certo unanime consenso.

Una minoranza dei preti giurò, il più rifiutarono di riconoscere la riforma. dell’organizzazione ecclesiastica, per cui una grossa parte del clero si schierò dalla parte dei controrivoluzionari. 

Nel frattempo proseguì la riorganizzazione territoriale e politica della nazione e la Francia venne divisa in 83 dipartimenti omogenei; il regime che si veniva consolidando era un regime liberale, fondato sulla separazione dei poteri, con un Assemblea Legislativa ( Parlamento eletto dal popolo  per la durata di due anni).

La Costituzione prevedeva un equilibrio fra il potere Legislativo, il potere Esecutivo, il Re e l’Assemblea Parlamentare.

La partecipazione popolare al voto era però molto scarsa, in quanto il diritto di voto era ristretto a pochi cittadini, cosiddetti “attivi” cioè coloro che pagavano allo Stato un tributo pari ad almeno 3 giornate lavorative.

Per poter essere eletti poi bisognava essere proprietari terrieri e pagare un tributo annuo molto superiore: per questo i membri dell’Assemblea Legislativa erano invariabilmente esponenti della borghesia.

Ma l’equilibrata realizzazione della Costituzione venne spazzata dal Re che fuggì da Parigi il 20-21 giugno 1791; atto che dimostrava la chiara intenzione della Corona di appoggiare la Controrivoluzione.

Riconosciuto a Varennes, il Re venne ricondotto a Parigi, insieme alla sua famiglia,  fra due ali di Guardie Nazionali e di popolo, ostile e ammutolito. 

Riprese così la protesta popolare contro cui la maggioranza in Assemblea, guidata  ancora dal La Fayette, prese una posizione ferma, decidendo per la repressione.

L’episodio più clamoroso avvenne in luglio quando la folla radunata in Campo di Marte venne affrontata dalla guardia nazionale che uccise decine di persone. 

La parte moderata del parlamento si staccava dal gruppo giacobino, mentre il parlamento stesso attenuava la propria posizione per venire incontro alle richiesta el re e dei di Stato stranieri.

Furono presi accordi segreti con L’imperatore secondo i quali accordi si garantiva la volontà di mantenere in vita la monarchia e di reprimere le agitazioni popolari.

L’imperatore Leopoldo II s’impegnò insieme al re di Prussia ad intervenire in Francia solo nel caso di accodo fra tutte le potenze europee, Inghilterra compresa. Questo equivaleva ad una momentanea assicurazione di non intervento.

Il Re e la corte vedevano come unica possibilità di restaurare l’assolutismo monarchici l’intervento di potenze straniere; in particolare l’Austria. Per questo il Re appoggiava la parte più radicale de Parlamento nelle proposte più provocatrice nei confronti dell’Imperatore.

Il parlamento a sua volta faceva sempre più concessioni alla sinistra per attenuare le agitazioni popolari.

Man mano le posizione politico si venivano a delineare sempre più chiare nella  maniera seguente:

-          il re e la corte, nonché la destra borghese, erano per la guerra all’Austria, nella speranza di un ritorno al passato.

-          La sinistra girondina era per la guerra alla scopo di estendere la rivoluzione in tutta l’Europa.

-          Il gruppo di Robespierre era contro la guerra ed era per una sempre più massiccia partecipazione popolare al potere quale unica via di consolidamento della rivoluzione.

Robespierre si trovò nettamente in minoranza. 

Nel 1792 un nuovo Gabinetto guidato da  La Fayette votò a grandissima maggioranza la dichiarazione di guerra all’Austria.

Vennero registrate primi insuccessi della Francia contro la coalizione austro-prussiana che ebbero l’effetto di aumentare i conflitti interni fra le varie forze. Si minacciava fra l’altro la deposizione di Luigi XVI.

L’Austria dall’altra parte emise un manifesto con cui minacciava di distruggere Parigi se si fosse recato oltraggio alla famiglia reale.

Ciò fece esplodere l’odio popolare che costrinse l’assemblea a sospendere e ad incarcerare il Re.

L’esercitò francese veniva sconfitto a Verdun e la Prussia minacciava così da vicino Parigi.

Successivamente l’avanzata prussiana veniva arrestata a Valmy. Le truppe prussiane si ritirarono e Parigi era salva. La monarchia veniva dichiarata decaduta.

I giacobini il 21 gennaio 1793 ottennero in Parlamento la condanna a morte del Re.

L’esercito francese ottenne altre importanti vittorie, occupando il Belgio, la Renania, la Savoia, Nizza.

Ciò cominciò a creare preoccupazioni negli altri Stati Europei che intervennero a fianco dell’Austria e della Prussia (Inghilterra, Russia, Spagna, Regno di Napoli, Stato Pontificio, Regno di Sardegna, Granducato di Toscana).

A questo punto la guerra subì una svolta sostanziale e i francesi per far fronte all’enorme difficoltà militari ricorsero ad arruolamenti massicci (che crearono anche forti malumori), ma che portarono all’importante vittoria di Wattignies con cui veniva arrestata avanzata austriaca, successivamente anche l’avanzata spagnola e inglese, mentre veniva domata la rivolta della Vandea.

Man mano nelle mani di Robespierre si vennero a concentrare tutti i poteri e la repubblica si trasformò praticamente in dittatura personale.

Intanto la Francia conseguiva nuovi progressi sul fronte militare penetrando anche in territorio spagnolo.

Il malcontento contro Robespierre però aumentò fino ad arrivare al colpo di Stato del 28 luglio 1794 (9 termidoro) con il quale veniva restaurata la Repubblica.

Nell’aprile 1795 la Prussia firmò la pace a Basilea seguita poi dall’Olanda e dalla Spagna e la guerra continuava solo con l’Inghilterra e con l’Austria, ed anche sul fronte italiano.
 

3) Napoleone e l’Europa.

 

A questo punto la Francia subì una serie di insuccessi militari, superati solo grazie all’ingresso in campo del giovane Napoleone Bonaparte che capovolse le sorti della guerra avanzando nel fonte italiano, occupando Nizza e Savoia. Napoleone puntò poi sulla Lombardia dove sconfisse gli Austriaci e sconfinando, per ragioni tattiche, nello Stato della Chiesa. Venne invasa la Toscana benché neutrale. Successivamente Napoleone dopo aver espugnato la fortezza di Mantova arrivò fino a cento chilometri dalla capitale austriaca.

Napoleone negoziava a Campoformio (1797), dove veniva stabilito che il Belgio, la Lombardia e i territori alla sinistra del Reno, passavano alla Francia mentre l’Istria, la Dalmazia e Venezia andavano agli austriaci. 

Napoleone ormai ritenuto pericoloso dal potere politico fu incaricato di una missione in Egitto (per colpire gli interessi commerciali inglesi dove batteva i Turchi e occupava il Cairo. Ma la flotta francese veniva colata a picco nella rada di Abukir da parte dell’ammiraglio Nelson.

L’esercito francese restava così bloccato in Egitto mentre l’Inghilterra organizzava una seconda coalizione contro la Francia.

La controffensiva di Austria e Russia nelle regioni italiane portò a ricacciare i francesi oltre le Alpi, restaurando le vecchie dinastie.

I francesi comunque con la vittoria di Zurigo (1799) riuscivano a scongiurare l’invasione della patria.

La Coalizione, realizzata allo scopo di togliere ai francesi i territori occupati si scioglieva.

 

Al ritorno di Napoleone dall’Egitto, dove aveva lasciato l’esercito a presidiare il paese, venne organizzato un colpo di Stato che estromette il Parlamento costituendo un governo repubblicano costituito da un Consolato di cui faceva parte Napoleone in qualità di primo Console. Gli altri due membri del Consolato avevano solo poteri consultivi.

Napoleone finì col l’accentrare sotto di se tutto il potere stroncando l’opposizione in maniera spietata.

Napoleone torna con l’esercito in Italia e si riprende le terre perse con la precedente guerra, compreso il Belgio, la Renania, e la Repubblica Cisalpina (rinominata Repubblica Italiana) con la presidenza di Napoleone. Stipula anche la pace con l’Inghilterra.

Stipula anche un concordato anche con la Chiesa cattolica che riconosce come religione di Stato. Napoleone nel 1802 viene nominato console a vita in una consultazione popolare, e una nuova costituzione attribuì a Napoleone nuovi poteri, avviando la Francia verso la Restaurazione di un governo monarchico.  

La politica espansionistica di Napoleone non veniva accettata dall’Inghilterra che tentò, inutilmente una congiura contro il regime francese. Nel 1804 Napoleone si fa consacrare Imperatore dal Papa.

Si forma nel frattempo una terza coalizione contro la Francia e Nelson sconfigge la flotta francese (che era stata predisposta per lo sbarco in Inghilterra) a Trafalgar.

Napoleone a questo punto dirige la propria armata contro gli austriaci sconfitti ad Ulm, sconfiggendo  poi gli austro-russi ad Austerlitz e occupando Vienna.

Sconfigge anche i prussiani ed assoggetta definitivamente l’Austria.

Il successo militare permette a Napoleone di controllare tutta l’Europa fino ai confini con la Russia. Il Regno d’Italia, venne affidato tutto a un vice Re francese, il Regno di Napoli venne dato a Giuseppe Bonaparte, la Toscana alla sorella.

L’unica potenza che fronteggiava i francesi rimaneva l’Inghilterra, ed anche la Spagna veniva affidata al fratello Giuseppe, che lasciava il Regno di Napoli a Murat, marito di Carolina Bonaparte. 

La politica napoleonica nonostante fosse stata dispotica aveva consentito all’Italia di progredire attraverso l’ammodernamento delle leggi l’abolizione dei benefici feudali e della Chiesa, e per l’eliminazione di molti confini interni. 

L’imperialismo francese cominciò a trovare i primi segni di opposizione da parte delle popolazioni animate da spirito di rivendicazione nazionale.

Avvenne l’insurrezione spagnola (1809) in conseguenza dell’insediamento di Giuseppe Bonaparte,  e ciò mentre Napoleone era impegnato contro le nuove guerre in Russia. 

Infatti Napoleone attaccò i russi che tatticamente si ritirarono esponendo i francesi ai rischi dell’inverno e all’allontanamento dalle proprie basi.

Napoleone arrivò ad occupare Mosca, la situazione si fece critica in quanto i russi  distruggevano quello che andava in mano ai francesi.

All’inizio dell’inverno fu costretto a ritirare la propria armata che nel fiume Beresina trovò i russi pronti a distruggerla (solo 20.000 francesi su 600.000 mila tornarono in Patria).

 

Nel 1813 insorge a questo punto tutta l’Europa e Napoleone viene sconfitto Lipsia; abbandonato da tutti abdicò al trono e si ritirò nell’isola d’Elba che gli alleati gli assegnarono. 

I vincitori riuniti in Congresso a Vienna riportarono la Francia ai Confini del 1792.

Sul trono di Francia viene posto Luigi XVIII, fratello di Luigi XVI.

Durante il congresso di Vienna però Napoleone lascia l’isola e sbarca in Francia accolto trionfalmente dal popolo e persino dalle truppe inviate per arrestarne la marcia verso Parigi, da cui nel frattempo il Re era fuggito.

Gli alleati formano la settima coalizione, ma la Francia  prima sconfigge i prussiani a Ligny, poi attaccò a Waterloo gli Inglesi guidati Wellington; ma i prussiani, arrivati in tempo a dar man forte agli inglesi sconfiggono definitivamente Napoleone che viene imbarcato su una nave inglese e portato in esilio nell’isola di Sant’Elena dove muore il 5 maggio 1821.

Nel giugno 1815 si chiudeva il Congresso di Vienna firmato da tutte le potenze eccetto Turchia e lo Stato Pontificio.

Questo congresso che fu il più affollato consesso di sovrani  governanti in rappresentanza di tutti gli Stati e staterelli d’Europa, aveva lo scopo di cancellare le conseguenze rivoluzionarie degli ultimi 25 anni, ma anche quello di evitare di ripetersi di simili eventi, costruendo un equilibrio solido e duraturo. 

 

4. LE ORIGINI DELL’INDUSTRIALIZZAZIONE

 

4.1. La rivoluzione industriale

 

All’ inizio del 1800 prese avvio la “rivoluzione industriale”,  che avvenne a partire dall’Inghilterra.

 

Il passaggio cioè da una economia agricolo-artigianale, ad una fondata sulla fabbrica.

Questa graduale trasformazione, avvenne in tempi successivi e con differenti modalità anche nel continente europeo. 

Questo portò alla creazione di nuovi strati sociali (classe operaia e ceti medi)  che, assieme alla Rivoluzione Francese, diede inizio alla nuova “Era”: quella Contemporanea. 

A quel tempo  l’attività economica prevalente era rappresentata dall’agricoltura, e circa  l’80% degli abitanti lavorava nei campi e viveva dei prodotti della terra; le attività industriali, fra le quali predominavano quelle tessili, erano organizzate  su scala familiare.

La maggior parte della produzione nei vari rami di attività era destinata all’autoconsumo, e anche quella parte che veniva commercializzata andava in un mercato estremamente ristretto, su base locale.

Ciò sia  perché la popolazione era  dispersa nelle campagne e i contati e gli scambi erano precari, sia per  la scarsità delle vie di comunicazione.

 

4.2. I fattori del mutamento.

 

L’inizio della produzione industriale avvenne in Inghilterra, probabilmente per via del maggiore sviluppo raggiunto dal commercio, anche fuori dal proprio territorio, a livello mondiale; Commercio che  ebbe sviluppo anche grazie alla riduzione dei rischi del commercio via mare. 

Londra, al centro di questi traffici, sviluppò una rete estesa di servizi di credito e assicurativi, assumendo il ruolo di capitale finanziaria di tutta l’Europa. 

Nel corso del ‘700, anche se con forti differenze regionali, l’assetto proprietario e le strutture produttive dell’agricoltura inglese subirono cambiamenti tanto profondi da generare quella che può essere definita una vera e propria rivoluzione agricola. Il possesso delle terre si concentrò nelle mani di pochi, grandi e medi proprietari.

Le tradizionali figure dei piccoli proprietari e dei contadini autonomi andarono diminuendo di numero e di importanza, sostituite progressivamente da un nuovo ceto di braccianti.

Questa trasformazione degli assetti proprietari, fu accompagnata dalla introduzione di nuove tecniche agricole e all’adozione di nuovi sistemi di rotazioni culturali. 

L’insieme di questi fattori determinò un forte aumento della produzione. 

L’incremento della produzione, di molto  superiore all’ autoconsumo, promosse lo sviluppo di un maggiore mercato; questo venne aiutato anche dall’ampliamento e dal miglioramento delle vie di comunicazione, percorribili anche durante la cattiva stagione.

Ancora più significativa fu l’espansione dei canali navigabili, poiché attraverso questi si svolse il traffico di materiali pesanti, come il carbone e il ferro, la cui disponibilità risultò determinante. 

La rivoluzione agricola favorì un massiccio esodo dalle campagne verso le città, che portò ad uno  sviluppo del proletariato industriale (classe operaia)

 

La rivoluzione demografica.

 

Strettamente connessa alle trasformazioni del mondo rurale fu la rivoluzione demografica.

Infatti, nella vistosa crescita della popolazione verificatasi in tutta Europa nel secolo XVIII, l’Inghilterra rappresentava il caso più significativo.

Dai 6 milioni di abitanti del 1740, una cifra stabile da molti decenni, si passò agli oltre 14 milioni del 1830, grazie al notevole aumento della natalità.

La rivoluzione demografica rese disponibile all’industria nascente una manodopera numerosa e quindi a basso costo. Una manodopera che, uscendo dal ciclo dell’autoconsumo, divenne sempre più dipendente dal mercato per il soddisfacimento dei propri bisogni elementari.

 

4.3. Il progresso tecnologico.

 

Invenzioni e innovazioni

 

Il termine invenzione indica la scoperta di una determinata tecnica o tecnologia.

Il termine innovazione indica invece l’applicazione  delle nuove tecnologie scoperte.

Così non è l’invenzione in quanto tale che provoca il cambiamento, ma è la sua applicazione diffusa e costante.

In questo campo la rivoluzione industriale segna il passaggio da una situazione nella quale il progresso scientifico era caratterizzato da scoperte sporadiche e a volte casuali, a una fase segnata da un flusso continuo di ricerche e innovazioni, che generano profondi cambiamenti nelle fabbriche e nella  vita quotidiana.

I settori principalmente interessati dai cambiamenti tecnologici furono quelli delle macchine utensili e della generazione di forza motrice.

 

Le innovazioni dell’industria tessile.

 

Nel campo delle macchine utensili l’invenzione della navetta volante, rese possibile un migliore rendimento del telaio.

Fino ad allora, infatti, la larghezza del tessuto dipendeva dall’ampiezza dell’apertura di braccia del tessitore che lanciava la spola da una mano all’altra.

La diffusione dei nuovi telai determinò uno squilibrio tra le varie fasi dell’industria tessile: all’aumentata capacità produttiva della tessitura non corrispondeva un equivalente sviluppo della produzione di filato.

In pochi anni una serie di invenzioni consentì il passaggio della filatura alla completa meccanizzazione.

  

La macchina a vapore.

 

La scoperta della macchina a vapore fu un passaggio rivoluzionario per la modernizzazione tecnologica.

Fino ad allora erano le ruote idrauliche installate lungo i fiumi che fornivano l’energia necessaria a muovere le nuove macchine. Ma la limitata disponibilità di energia idrica vincolava la dislocazione delle fabbriche alla presenza dei corsi d’acqua, la cui portata inoltre non era sempre costante e che comunque garantivano potenze limitate.

Le macchine a vapore (alimentate a carbone, o da altri combustibili e che garantivano una forza motrice costante e disponibile ovunque) indispensabili strumenti dell’industrializzazione e del progresso.

 

4.4. L’industria del cotone.

 

L’attività industriale che per prima si avvalse dei mutamenti nelle tecniche e nei sistemi organizzativi fu quella cotoniera.

 

Fattori di sviluppo dell’industria della Lana e del cotone.

 

L’espansione commerciale inglese e i contatti con le colonie, fornì una grande disponibilità di materia prima all’ industria inglese.

 

Nell’industria cotoniera numero fattori contribuirono allo sviluppo del settore:

 

·         la mancanza, nel settore cotoniero, di tradizioni consolidate e l’esistenza di metodi rudimentali di fabbricazione permisero di adottare  più facilmente le nuove tecnologie, che a volte potevano convivere con i  vecchi sistemi di produzione.

·         La lavorazione industriale si basava su impianti e tecnologie fortemente innovativi, ma di costo limitato.

Non richiedeva perciò grandi investimenti iniziali, mentre permetteva una rapida ed elevata remunerazione dei capitali impiegati, rendendo questa destinazione particolarmente appetibile per un numero notevole di piccoli investitori con propensione al rischio.

Serviva all’industria nascente un’ampia disponibilità di manodopera, favorita dalla facilità dell’utilizzo delle nuove macchine tessili, consentita dallo sviluppo demografico e dalla  possibilità di impiegare donne e bambini.

Ciò diede  all’industria adeguate forze di lavoro  a basso costo per potere entrare sul mercato a prezzi competitivi e sostenere quindi l’allargamento della domanda da parte di classi che disponevano basso reddito.

Veniva altresì incentivato il consumo da parte di settori sociali più benestanti, attratti dal miglioramento della qualità.

 

4.5. L’industria del ferro.

 

L’industria siderurgica inglese attraversò un processo assai rapido di espansione che coincise, in larga misura, con la fase di accelerazione della rivoluzione industriale.

La progressiva meccanizzazione degli impianti tessili, dipendeva infatti da investimenti in nuove attrezzature e macchine costruite in ferro. 

L’industria siderurgica riuscì a far fronte a questa domanda in parte modificando la propria  struttura, ma, soprattutto, introducendo nuove tecniche nel processo di produzione.

Questo settore industriale aveva subito una prolungata crisi che era dipesa, tanto dalla scadente qualità del minerale di ferro inglese, che dalla ridotta disponibilità di energia.

Il combustibile adoperato negli altiforni era infatti costituito dal carbone di legna, una risorsa in via di progressivo esaurimento.

 

Il coke.

 

I tentativi che pure erano stati compiuti di sostituire al carbone di legna il coke prodotto dalla distillazione del carbone fossile disponibile nel sottosuolo inglese, si erano scontrati con varie difficoltà:

  • Il carbone di legna era caratterizzato da una combustione lenta e incompleta,
  • Il coke era troppo ricco di impurità, e la sua raffinazione richiedeva temperature notevolmente più elevate di quelle raggiungibili in un tradizionale altoforno a coke.

 

Invitabile conseguenza di queste difficoltà fu la crescente importazione di ferro dalla Svezia e la stagnazione dell’industria siderurgica nazionale.

 

Il sistema di Cort.

 

La macchina a vapore e il sistema di H. Cort, brevettato nel 1783-84, mutarono totalmente questa situazione, permettendo la produzione di ghisa e un  notevole abbattimento dei costi di produzione.

La macchina a vapore rendeva inoltre disponibili in modo continuo le grandi potenze necessarie per modellare la ghisa con i magli e i laminatoi. Il sistema di Cort riunificava puddellaggio (fusione e rimescolamento), martellatura e laminazione.

La produzione di ghisa crebbe costantemente dalle 68.000 tonnellate del 1788 alle 581.000 del 1825, e dal 1812 l’Inghilterra diventò un paese esportatore.

 

4.6. La fabbrica e le trasformazioni della società.

 

L’avvento del sistema di fabbrica trasformò i metodi di produzione e le forme di organizzazione del lavoro.

In Inghilterra, fino alla metà al 1750 la maggior parte dell’attività lavorativa si svolgeva o nelle botteghe artigiane, o più comunemente nei sobborghi e nelle campagne dove il metodo di produzione prevalentemente era quello a domicilio.

 

Il sistema di fabbrica.

 

Con l’introduzione delle macchine e del vapore questo sistema venne progressivamente ma ineluttabilmente smantellato e il lavoratore divenne un operaio: abbandonò cioè tutte le altre attività che nell’impresa familiare continuava a svolgere, in particolare quella agricola, ed ebbe nella fabbrica il suo unico impiego.

 

Lo sviluppo delle città.

 

Il sistema di fabbrica trasformò, insieme a quella interna ai luoghi di produzione, anche l’organizzazione territoriale del lavoro e ridisegnò con essa l’immagine topografica e architettonica delle città e il paesaggio. Infatti l’attività lavorativa si concentrò progressivamente in alcuni centri urbani.

 

Condizioni di vita e di lavoro.

 

L’avvento del sistema di fabbrica impose condizioni di lavoro molto gravose, che prevedevano orari oscillanti fra le dodici e le sedici ore giornaliere.

La semplificazione del processo produttivo rese possibile il largo impiego, soprattutto nell’industria tessile, di donne e bambini che furono sottoposti a livelli disumani di sfruttamento.  La condizione operaia era caratterizzata dalla estrema precarietà del posto di lavoro ed era inoltre aggravata da tutti i problemi connessi al processo di inurbamento.

 

Il luddismo.

 

Fu tra i lavoratori a domicilio, gli artigiani e i giornalieri del settore tessile che si diffuse il luddismo, una delle prime manifestazioni di opposizione sociale.

I luddisti contrastavano il diffondersi della prima meccanizzazione adottando come principale, forma di lotta la distruzione delle macchine, nel cui impiego veniva individuata la causa fondamentale della disoccupazione e dei bassi salari.

In questa elementare protesta trovavano espressione soprattutto il rifiuto del nuovo ordinamento della produzione e delle condizioni di vita che a questo si accompagnavano, ma anche la reazione alla politica governativa dei primi anni dell’800. La durissima legislazione penale inglese non solo contro i distruttori di macchine, ma contro qualsiasi forma di organizzazione, di sciopero e di rivendicazioni salariat,i venne ulteriormente inasprita nel 1812 con l’introduzione della pena di morte contro i luddisti.

 


4.7. Problemi e prospettive della società industriale.

                                                                              

L’utilitarismo.

 

Importante il pensiero di Adam Smith, che sostiene l’importanza del lavoro come produttore di ricchezza  e sostiene la libera iniziativa individuale che garantisce l’interesse del singolo ma contemporaneamente l’interesse della società.

 

4.8. ECONOMIA EUROPEA: continuità e dinamismo.

 

L’arretratezza dell’agricoltura.

L’economia dell’Europa continentale era rimasta ancora essenzialmente agricola e  l’agricoltura era ancora tecnicamente arretrata.

I principali cambiamenti introdotti in questo periodo si erano limitati  al perfezionamento di tecniche già note.

Le macchine agricole, già usate in Inghilterra, erano ancora pressoché sconosciute sul continente.

Di concimi artificiali si cominciò a parlare solo dopo il 1840.

L’arretratezza dell’agricoltura era del resto legata non solo ai fattori tecnici, ma anche alla ristrettezza e alla frammentazione del mercato.

I trasporti erano lenti e il movimento delle merci era ulteriormente ostacolato dalla presenza di un gran numero di barriere doganali  fra Stato e Stato, e all’interno dei singoli Stati.

Tutto ciò impediva a una parte consistente della produzione agricola di entrare nel circuito di un mercato mondiale, o anche solo nazionale.

 

La crescita demografica.

 

Tuttavia, accanto agli elementi di arretratezza e di continuità col passato operavano alcuni importanti fattori di crescita e di progresso, quali l’aumento della popolazione.

 

Le scoperte scientifiche.

 

Un altro fattore di crescita della società europea fu rappresentato dal progresso scientifico.

In questo periodo si verificarono numerose e significative scoperte.

Nel campo delle scienze applicate, la novità più rivoluzionaria fu certamente l’uso della macchina a vapore come strumento di locomozione e di trasporto.

 

4.9. L’industrializzazione dell’Europa continentale.

 

Un inizio difficile.

 

Nei paesi dell’Europa continentale, l’affermazione dell’industria moderna fu, all’inizio dell’800 piuttosto lenta e difficile. I capitali erano ovunque scarsi.

Il sistema bancario era poco sviluppato; il basso livello dei prezzi riduceva i possibili margini di profitto.

Il tenore di vita del grosso della popolazione era mediamente molto più basso che in Gran Bretagna. E ciò limitava fortemente la capacità di assorbimento dei prodotti industriali da parte di un mercato debole e  frammentato da molti ostacoli, naturali e artificiali.

In queste condizioni l’investimento nei macchinari, comportava rischi  elevati.

 

I primi nuclei industriali.

 

Nonostante la presenza di tanti fattori sfavorevoli, alcuni nuclei di industria moderna riuscirono ad affermarsi già nell’età della Restaurazione, ossia dopo il 1815. Ciò avvenne in alcune zone “privilegiate”, favorite dalle ricchezze del sottosuolo, dalla disponibilità di energia idrica da particolari fattori geografici, ma anche da determinate condizioni politico-sociali.

 

Un’accelerazione di questo processo si verificò intorno al 1830, grazie al concorrere di fattori di diversa natura: da un lato il parziale miglioramento della congiuntura economica, che ebbe effetti positivi sui redditi; dall’altroda i rivolgimenti politici dell’inizio degli anni ’30.

Senza contare l’avvento della ferrovia, che diede un notevole impulso ai lavori pubblici e favorì i decollo delle industrie meccaniche e siderurgiche, nonché i trasporti.

 

Belgio: grazie ai suoi stretti rapporti con la Gran Bretagna, oltre che alla ricchezza dei suoi giacimenti carboniferi, riuscì ad assicurarsi in questo periodo un indiscusso primato in campo industriale fra i paesi dell’Europa continentale.

 

Francia:  pure partiva da posizioni di apparente vantaggio, ebbe invece una crescita più lenta.

Progressi importanti si ebbero nel settore laniero e cotoniero e anche in quello siderurgico e meccanico. A impedire un decollo più rapido, era la stessa struttura della società rurale francese, caratterizzata dalla diffusione della piccola e media proprietà contadina.

 

Confederazione Germanica: il cammino verso l’industrializzazione fu in questo periodo ancora più difficile. A metà secolo, l’area tedesca era ancora di parecchie lunghezze indietro rispetto alla  Francia per numero di macchine a vapore e per volume della produzione di ferro e di carbone; e ancora più grave era il ritardo nel settore tessile.

 

Impero Asburgico

Lo sviluppo delle prime aree industrializzate fu ostacolato non solo dallo strapotere esercitato dalla aristocrazie terriere, ma anche dai particolarismi nazionali, che spesso si traducevano in barriere doganali.

 

Italia Settentrionale, Spagna del Nord e Russia: l’industria moderna era praticamente sconosciuta. I paesi dell’Europa orientale e di quella mediterranea mancarono l’appuntamento con la prima fase dell’industrializzazione.

 

4.10. La formazione della classe operaia.

 

Lo sviluppo e la diffusione dell’industria moderna provocarono in tutti i paesi coinvolti in questo processo profonde trasformazioni  a  livello della struttura sociale.

Al concetto di ceto, si venne sostituendo quello di classe sociale, definito soprattutto in rapporto al ruolo svolto nel processo produttivo in una società che, almeno dal punto di vista formale, tendeva ad assicurare l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge.

L’antagonismo fondamentale che si veniva profilando non era più quello fra l’aristocrazia e il popolo, ma quello fra il borghese, proprietario dei mezzi di produzione, e il lavoratore salariato, ricco soltanto della forza delle sue braccia e della sua capacità di riprodursi: il proletariato.

 

La classe operaia in Inghilterra.

 

Imprenditori e salariati erano  protagonisti del confronto sociale in Gran Bretagna: qui la borghesia svolgeva, già negli anni ’30 e ’40, un ruolo politico di primo piano; una parte della stessa aristocrazia tendeva a “imborghesirsi” e a farsi imprenditrice; lo sviluppo della fabbrica stava concentrando in alcune città industriali una massa operaia sempre più consistente e agguerrita.

Nel 1850, i lavoratori impiegati nelle attività manifatturiere inglesi assommavano a 3.250.000. Il solo settore tessile impiegava oltre un milione di lavoratori.

Il sistema di fabbrica non era quello prevalente. Ma il controllo capitalistico era largamente esteso anche a piccole imprese e al lavoro a domicilio che assorbivano la maggioranza della manodopera.

Per la gran massa dei lavoratori dell’industria le condizioni di vita rimanevano estremamente disagiate.

 

Riformismo borghese e organizzazione di classe.

 

Da questa realtà derivava, da un lato, l’impulso delle classi dirigenti a farsi carico degli aspetti più gravi della questione operaia; dall’altro, la spinta degli operai stessi ad associarsi fra loro e a ribellarsi alla propria condizione.

I primi episodi di ribellione contro il sistema di fabbrica avevano assunto, la forma del luddismo.

Negli anni ’20 gli operai inglesi, avevano cominciato a sperimentare forme di agitazione pacifica in cui le rivendicazioni economiche si mescolavano a quelle politiche; e avevano lottato per ottenere l’abrogazione di quelli leggi che – in Gran Bretagna come in altri paesi – dichiaravano illegali le associazioni fra i prestatori d’opera e proibivano il ricorso allo sciopero.

Da queste lotte nacquero le prime Trade Unions, nucleo originario di un movimento sindacale destinato a grandi sviluppi.

Nei paesi dell’Europa continentale, il processo di formazione del proletariato di fabbrica e di crescita delle organizzazioni operaie fu naturalmente molto più lento.

In Francia e in Germania, attorno alla metà del secolo, gli occupati nell’industria erano circa un quarto della popolazione.

 

L’emergere della questione operaia.

 

Anche nei paesi “secondi arrivati” sulla via dell’industrializzazione, la questione operaia si venne sempre più imponendo all’attenzione dell’opinione pubblica e delle classi dirigenti.

L’addensarsi di masse proletarie numerose e compatte in alcuni fra i maggiori centri urbani, e soprattutto nelle capitali, suscitava ovunque diffuse preoccupazioni di ordine igienico-sanitario, crescenti timori per l’ordine pubblico, ma anche reazioni di tipo moralistico: nelle periferie operaie dilagavano infatti l’alcolismo e la prostituzione, aumentavano la nascite illegittime , salivano gli indici della criminalità.

Si diffondeva fra i ceti urbani benestanti l’equazione: classi lavoratrici  = classi pericolose

 

5. LE ORIGINI DELLA POLITICA CONTEMPORANEA

 

5.1. Lo Stato e i suoi strumenti.

 

Durante gli anni del dominio napoleonico, in Francia e nell’Europa continentale i poteri dello Stato, il sistema di governo e l’organizzazione amministrativa avevano raggiunto un livello di efficienza elevato.

Con la definitiva scomparsa dei privilegi della Chiesa e dei Ceti alti (nobiltà), con la codificazione delle norme giuridiche (norme di Legge, scritte, chiare e valide per tutti), con il rafforzamento dell’ Amministrazione Pubblica, lo Stato ottenne definitivamente quel monopolio di forza legittima, in conseguenza dell’apparire,  adesso, uno Stato più giusto e più equo.

 

Stato e amministrazione.

 

Nello Stato moderno non ci fu più il controllo della nobiltà e della Chiesa che precedentemente minavano la credibilità  dei governi.

 

Il sistema di potere tradizionale venne sostituito da un sistema di potere legale, fondato su precise Leggi alle quali dava esecuzione un ceto di funzionari-burocrati

 

A partire dal periodo napoleonico, fu ancora la Francia a porsi all’avanguardia nelle applicazioni della statistica, la nuova scienza al servizio dello Stato.

 

La statistica è l’insieme di metodologie matematiche e rappresentazioni numeriche, che consente di seguire l’andamento dei fenomeni sociali ed economici  di una collettività-Stato; E che comprende quindi: strumenti di conoscenza, di previsione e di intervento.

Nel corso dell’ 800 tutti gli Stati si dotarono di un’organizzazione di statistica.

 

La primaria attività di raccolta di dati statistici è  quella legata ai censimenti.

 

L’espansione dello Stato burocratico-amministrativo coincise infatti, nel corso dell’ 800, con la  nascita dei partiti politici.

 

5.2. Da sudditi a cittadini.

 

Alla costruzione dello Stato moderno corrispose pertanto l’avvio di primi sistemi politici rappresentativi del popolo, fondati sulla parità dei diritti civili  fra i cittadini, senza distinzione di classi, e di sistemi  basati  su un parlamento elettivo.

La rivoluzione francese aveva trasformato i sudditi in cittadini!   

Questo processo, esteso gradatamente a tutta l’Europa continentale, non sarebbe stato più reversibile.

La sovranità non apparteneva più al Re o all’ Imperatore!  ma  a questi, insieme al popolo e ai suoi rappresentanti: era così nata la monarchia costituzionale rappresentativa.

Anche nei regimi privi di organismi elettivi il sovrano non era più il solo centro del potere.

Nei regimi repubblicani la sovranità apparterrà invece interamente al popolo e a suoi rappresentanti.

La Costituzione, oramai, definisce  dettagliatamente il nuovo patto che regge la  Comunità e fonda lo Stato come insieme di ordinamenti giuridici e politici.

L’ordinamento politico retto da una legge fondamentale come la Costituzione, si definisce come Stato di diritto.

Lo sviluppo dei sistemi politici si caratterizzo in Europa per la presenza di due diverse forme di governo:

v      Il governo Costituzionale, in cui il capo dell’esecutivo era responsabile solo di fronte al sovrano che lo aveva che lo aveva nominato;

v      Il governo Parlamentare, in cui invece l’esecutivo rispondeva solo al parlamento che gli  aveva concesso la fiducia.

 Queste due forme di governo si alternarono in Europa.

Sull’adozione dei vari sistemi elettorali, il dibattito fu  lungo ed acceso, fra :

-          Il  suffragio (seppur ristretto), legato al censo e alle capacità di una circoscritta elite sociale, voluto dai Liberali

-          Il suffragio universale maschile esteso a tutta la popolazione, seppur inizialmente solo maschile, voluto dai Democratici (solo negli anni recenti venne consentito il voto alle donne!)

 

Del resto, non fu questo il solo terreno su cui liberalismo e democrazia si scontrarono: fu anzi proprio l’antagonismo fra liberali e democratici a caratterizzare la politica nel corso di tutto il secolo  19°

 

5.3. Liberalismo e democrazia.

 

Il termine “liberalismo”, nacque con l’emergere di una nuova classe che prima subiva lo strapotere delle aristocrazie, della chiesa, e delle monarchie assolute.

Indicava non tanto una corrente politica ben determinata, quanto un orientamento  e una visione del mondo fondato sull’idea di libertà:

Liberta nel campo economico e commerciale, libertà di opinione, difesa dell’individuo contro gli abusi delle autorità, difesa degli interessi materiali di un determinato ceto sociale  (costituito dalla borghesia, minacciata dallo strapotere delle aristocrazie e delle monarchie assolute).

Si comincia a identificare altresì con una serie di istituti organizzativi che già erano operanti  in alcuni paesi.

Il modello istituzionale  che il liberalismo europeo si proponeva era in effetti molto vicino a quello britannico.

Un regime in cui i diritti fondamentali del cittadino fossero rispettati, in cui la proprietà, l’iniziativa privata e il libero commercio fossero salvaguardati e incoraggiati, in cui l’autorità del potere centrale fosse limitata e controllata da organismi rappresentativi espressi da una elite più o meno ristretta di cittadini: coloro che, per posizione sociale, per ricchezza o per istruzione, si supponeva fossero i soli realmente interessati e capaci di apportare un contributo al buon andamento della cosa pubblica.

In questo senso il pensiero liberale si distaccava nettamente da quello democratico, che aveva come cardine l’idea di sovranità popolare, intesa come governo di tutto il popolo.

Per i democratici la forma di governo ideale era la Repubblica e il canale legittimo di espressione della volontà popolare era l’assemblea eletta a suffragio universale.

Mentre i liberali si preoccupavano soprattutto di costituire meccanismi giuridici e istituzionali atti a garantire i diritti individuali, i democratici, legati per lo più a una visione utopistica e quasi religiosa, insistevano sulla libertà “in positivo” e vedevano nella politica il mezzo per l’attuazione del “bene comune”.

La Costituzione, il Parlamento elettivo, la garanzia delle libertà fondamentali erano obiettivi comuni agli  uni  ed agli altri.

Questi obiettivi costituirono il programma minimo e il terreno comune di lotta per tutte le forze politiche che si battevano contro l’equilibrio della Restaurazione.

Il rapporto fra liberalismo e democrazia  fu al centro della riflessione di due pensatori politici:

 

  • L’inglese John Stuart Mill.
  • Il francese Alexis de Tocqueville.

 

5.4. L’idea di nazione.

 

In molti paesi europei, un ulteriore elemento di coesione fra tutti gli avversari del vecchio ordine assolutista era dato dall’esigenza di liberarsi  da un dominio straniero, e quindi arrivare all’ indipendenza nazionale.

L’affermazione degli ideali nazionali e la stessa idea di nazioni, rappresentarono, nell’Europa del primo ‘800, un assoluta novità sul piano politico e culturale.

L’idea che lo Stato dovesse coincidere con una nazione era poi sostanzialmente estranea alla cultura dell’antico regime.

L’idea moderna di nazione nacque con Rousseau e con la sua concezione dello Stato come espressione di un popolo, di una comunità di cittadini come  corpo morale e collettivo, ” capace di esprimere una volontà comune.

Concezione che la rivoluzione francese avrebbe per la prima volta cercato di tradurre in realtà e che le guerre napoleoniche avrebbero diffuso in tutta Europa con un doppio processo di imitazione e di reazione.

Ma fu soprattutto la cultura romantica tedesca del ‘700-800 a scoprire la nazione, a esaltarla in quanto comunità “naturale”, unita da legami indissolubili di lingua, di cultura e di sangue.

 

Lo stesso Mazzini, propugnava la concezione, tutta romantica della nazione come Comunità di sangue e di cultura,)

Le due componenti che stavano alla base dell’idea di nazione – quella moderna, intesa come espressione della volontà comune di  un popolo,  e quella  della cultura romantica, naturalistica tedesca - erano molto diverse fra loro e furono alla base di trasformazioni distinte.

In realtà, soprattutto nei movimenti nazionali di quei paesi in cui l’indipendenza andava conquistata, o riconquistata (Italia, Polonia, Ungheria, Grecia, etc.), il sentimento patriottico assumeva quasi automaticamente una connotazione rivoluzionaria, tendeva a collegarsi con le ideologie liberali e democratiche e acquistava un respiro soprannazionale (nella storia delle rivoluzioni ottocentesche si incontra spesso la figura del patriota che combatte per la liberta di altri popoli: es. Garibaldi).

 

 

5.5. Cattolicesimo politico e cattolicesimo sociale.

 

Superata la crisi del periodo rivoluzionario e napoleonico, la Chiesa di Roma si chiuse nelle difesa delle propria tradizione, dei propri dogmi, e dei propri diritti, diventando sostenitrice dell’assolutismo.

Buona parte del mondo cattolico si attestò su posizioni contrarie ai nuovi  ideali liberali e democratici.

 

Non mancavano comunque  i cattolici schierati su posizioni progressiste o addirittura rivoluzionarie; ma si trattava di casi individuali, non riconducibili a una corrente ben definita.

 

Le prime evidenze di un  cattolicesimo liberale, (che sosteneva la possibilità e l’opportunità di affermare i valori religiosi  nel quadro delle libertà costituzionali), si ebbero in Francia nei tardi anni ’20, a opera di un gruppo di intellettuali raccolti attorno all’abate Félicité de Lamennais, che si  schierò su  posizioni democratiche.

 

Nel 1830 Lamennais, assieme a un altro ecclesiastico, Lacordaire, e al conte di Montalembert, fondò una rivista intitolata “L’Avenir”, che si proponeva di suscitare un moto di riforma all’interno della Chiesa per indurla ad abbandonare i vecchi sogni  che vedvano ancora la chiesa al di sopra di tutto. (aprendosi così verso le nuove  forme di governo liberaliste e/o democratiche).

 

Intanto il cattolicesimo liberale si era diffuso in altri paesi europei: soprattutto in Belgio, in Italia, in Germania e in Irlanda.

 

Il programma dei cattolici liberali.

 

Il programma dei cattolici liberali era generalmente moderato;  Spesso il loro principale obbiettivo era quello di salvare la Chiesa dai pericoli derivanti da una troppo stretta identificazione con l’antico regime.

I cattolici  liberali non si spingevano comunque  al punto di invocare la completa separazione fra Chiesa e Stato, teorizzata invece  da ampi settori del mondo cattolico protestante.

 

Per i cattolici liberali lo Stato doveva rispettare i diritti della chiesa, e  mantenere un carattere cristiano alla sua legislazione,  pur assicurando piena libertà alla altre confessioni religiose.

 

Queste idee nuove, per quanto moderate, non venivano però accettate dai vertici ecclesiastici, in quanto la Chiesa era preoccupata soprattutto di riaffermare la sua autorità e il suo magistero sulle masse popolari, in particolare su quelle contadine.

 

Nel 1832, il Papa Gregorio XVI condannò duramente ogni apertura liberale, definendo “assurdo ed erroneo, anzi, delirio” il principio delle libertà di coscienza, e scagliandosi contro la libertà di stampa e di opinione, “cosa pessima né mai abbastanza esecrata ed aborrita”.

 

Lamennais si ribellò alla condanna papale, mentre gli altri esponenti del cattolicesimo liberale evitarono lo scontro con la Santa Sede defilandosi in vari modi.

A volte trasferendo il proprio impegno sul piano sociale, organizzando associazioni ai fini assistenziali e caritativi  convincendo esponenti dell’aristocrazia ed alta borghesia  della necessità di aiutare le classi più bisognose: (nascevano le prime organizzazioni caritatevoli, come quella di San Vincenzo De Paoli)

  

5.6. Il pensiero socialista.

 

I fondamenti del pensiero socialista.

 

La diffusione in Europa delle ideologie socialiste rappresentò una risposta al diffondersi del processo di industrializzazione, alla crescita del proletariato di fabbrica e alla nuove dimensioni assunte dalla questione sociale  in conseguenza di ciò

 

Il pensiero socialista si basava sulla necessità di migliorare le condizioni umane, economiche e sociali delle classi operaie, aggravate dal processo di industrializzazione sempre più spinto.

 

Il nucleo centrale del pensiero socialista stava nella convinzione che, per superare i mali e le ingiustizie del capitalismo industriale ( in particolare quelli inerenti alla condizione operaia), non bastava il ricorso a riforme fatte dall’alto, ma  era necessario invece colpire alla radice i principi della società capitalistico-borghese ( individualismo sfrenato, concorrenza selvaggia, corsa al profitto irragionevole),  e sostituirli con i valori della solidarietà e dell’uguaglianza.

 

Vecchio e nuovo socialismo.

 

I primi decenni del secolo 19° videro un grande sviluppo ed evoluzione del pensiero socialista.

 

Antesignani dello sviluppo del socialismo moderno, furono:

 

- Owen, inglese, che  ebbe un ruolo di rilievo nell’organizzazione del movimento operaio (organizzazione delle Trade Unions; cooperative di consumo fra i lavoratori).

 

- In Francia, Fourier  con un pensiero  chiaramente utopistico e antiindustriale (pensava a una società organizzata in tante piccole comunità autosufficienti dal punto di vista economico)

- Sempre in Francia,  Saint Simon,   fu uno dei primi a capire appieno la novità dell’industrialismo  e a esaltarne le potenzialità di progresso, nell’interesse dell’intera collettività.

- Diverse furono invece  le posizioni di Proudhon,  che sviluppò il suo pensiero in direzione di un cooperativismo a sfondo anarchico più che socialista.

- Etienne Cabet  indicava invece una via al socialismo, basata sul rigidamente sul collettivismo; Tutto si basava sulla proprietà statale  dei mezzi di produzione e sullo stretto controllo pubblico  su ogni aspetto della vita associata. Egli tracciò questa utopia nel libro Viaggio a Icaria dove, per primo, usò il termine  comunismo”.

 

- Comunista si definiva anche Auguste Blanqui, che si dedicò, non tanto a descrivere la futura società socialista, quanto a studiare i mezzi per abbattere il sistema borghese tramite l’insurrezione che avrebbe consegnato il potere nelle mani del popolo. Fu lui a elaborare per primo il concetto di “dittatura del proletariato” che sarebbe poi stato ripreso da Marx ed Engels.

 

- Un altro francese, Louis Blanc, era convinto che la soluzione dei mali del capitalismo poteva venire solo da un intervento dello stato come regolatore, e al limite come gestore in proprio, dei processi produttivi ( creò gli ateliers sociaux; ossia officine sociali, che avrebbero avuto il doppio scopo di combattere la disoccupazione e di soppiantare progressivamente le imprese private).

 

Marx ed Engels: Ma la principale novità, nel panorama delle teorie socialiste, fu il prender forma del nuovo indirizzo scientifico di Marx ed  Engels.

Questi facevano parte di un gruppo di lavoratori tedeschi che operavano in Belgio; gruppo  denominatosi Lega dei Comunisti; tale gruppo, nel 1847, affidò l’incarico di stendere il suo manifesto programmatico a questi due intellettuali non ancora trentenni: Karl Marx e  Friedrich Engels.

Questi, con il loro “Manifesto dei Comunistidel 1848, sottolinearono il ruolo rivoluzionario che il proletariato era destinato a svolgere per abbattere la società borghese.

Marx  avrebbe sviluppato in seguito meglio le  proprie idee nella sua opera maggiore: “Il Capitale”; Secondo Marx ed Engels, le ideologie, e  le istituzioni politiche (a cominciare dallo Stato), sono solo sovrastrutture che servono a organizzare e a legittimare il dominio di una classe sulle altre.

 

Borghesia e proletariato

 

Secondo Marx ed Engels, la stessa borghesia ha svolto, nella fase della sua ascesa, una funzione rivoluzionaria e positiva.

Infatti, dando vita al capitalismo industriale, ha accresciuto enormemente le capacità produttive dell’umanità ed ha abbattuto le disuguaglianze giuridiche della società feudale.

 

Ma, al tempo stesso, ha suscitato contraddizioni che non riesce più a risolvere (di qui le ricorrenti crisi economiche) e ha prodotto il suo antagonista storico: il proletariato, che è  il nuovo soggetto sociale che soppianterà la borghesia.

 

Ribellandosi al sistema capitalistico, il proletariato non ha da perdere nulla “se non le proprie catene”: è dunque una classe naturalmente rivoluzionaria.

 

Per far valere i propri interessi, il proletariato deve organizzarsi non solo all’interno dei singoli Stati, ma anche su scala sovranazionale.

 

Una volta organizzata, la classe operaia profitterà dell’inevitabile crisi del capitalismo e assumerà il potere. In una prima fase, questo potere assumerà le forme della dittatura, allo scopo di fronteggiare le inevitabili reazioni della borghesia  e per assicurare il passaggio alla vera società Comunista: società senza privilegi, senza classi e senza Stato, in cui le enormi potenzialità produttive di cui la tecnica umana è capace, saranno messe al servizio dell’intera collettività.         

 

6. RESTAURAZIONE E RIVOLUZIONI (1815-1848).


6.1. La Restaurazione e i suoi limiti.

 

Ricostruzione del vecchio ordine.

 

Con la sconfitta di Napoleone a Waterloo, nel giugno 1815, si chiudeva definitivamente la lunga stagione delle guerre che avevano opposto la Francia rivoluzionaria e napoleonica alla vecchia Europa delle dinastie.

Comincia l’età della Restaurazione, ossia della ricostruzione del vecchio ordine europeo.

Ma restaurare tutto e per tutto il vecchio ordine non era in realtà facile e possibile, dopo i mutamenti sociali, istituzionali e giuridici verificatisi nel venticinquennio precedente.

 

6.2. Il congresso di Vienna e il nuovo assetto europeo.

 

Nel giugno 1815 si chiudeva il Congresso di Vienna firmato da tutte le potenze eccetto Turchia e lo Stato Pontificio.

Questo congresso che fu il più affollato consesso di sovrani  governanti in rappresentanza di tutti gli Stati e staterelli d’Europa, aveva lo scopo di cancellare le conseguenze rivoluzionarie degli ultimi 25 anni, ma anche quello di evitare di ripetersi di simili eventi, costruendo un equilibrio solido e uraturo.

 

Il suo maggior demerito fu quello di non avere rispettato le aspirazione unitarie di alcuni popoli come il polacco e l’italiano. E di aver utilizzatocriteri settecenteschi:

 

La Polonia venne smembrata e affidata allo zar Alessandro I ed in parte all’Austria e alla Prussia.

L’Italia venne considerata come terra di baratto.

L’Italia non ebbe nessuna voce in capitolo al Congresso di Vienna e il nostro delegato si accorse subito che i giochi erano stati fatti.

Francesco I d’Austria disse alla deputazione della reggenza milanese nel maggio 1814: “Voi mi appartenete per diritto di cessione e per diritto di conquista: vi amo come buoni sudditi e, come tali mi starà a cuore  il vostro bene”.  

L’assetto dell’Italia viene così stabilito dal Congresso di Vienna:

-          Lombardo Veneto:                 sotto l’Austria.

-          Regno di Sardegna:                sotto Emanuele I di Savoia

-          Ducato di Parma:                    sotto la moglie di Napoleone e, dopo la morte di questa, passato     

-                                                                   ai  borboni di Parma.

-          Ducato di Modena e Reggio:  sotto Francesco IV d’Asburgo.

-          Granducato di toscana:           sotto Ferdinando III d’Asburgo.

-          Ducato di Lucca:                     sotto Maria Luisa di Parma destinato a tornare poi sotto la 

                                                               Toscana quando i Borboni fossero tornati a Parma.

-          Stato Pontificio:                      sotto Pio VII.

-          Regno delle due Sicilie che comprende il regno di Napoli e di Sicilia: sotto ?????????

Repubblica di san Marino:  rimane indipendente

 

Il nuovo equilibrio europeo.

 

Intere regioni passarono da uno Stato all’altro. Gli Stati si ridussero notevolmente di numero.

 

I mutamenti più importanti si verificarono nel Centro e nel Nord dell’Europa:

 

·         La Russia si espanse verso occidente, inglobando buona parte della Polonia.

·         La Prussia si ingrandì a Ovest. Cedette infatti alla Russia alcune regioni polacche, ma acquisì buona parte della Sassonia e una serie di territori nella zona del Reno.

·         L’Impero Asburgico si affermò sotto l’abile guida di Metternich, come fulcro dell’equilibrio continentale e uscì dal congresso più forte e più compatto; la perdita del Belgio e del Lussemburgo che, uniti all’Olanda, formarono il Regno dei Paesi Bassi, fu compensata dall’acquisizione  del Veneto ( che fu unito alla Lombardia nel Regno Lombardo-Veneto).

·         Quanto all’Italia, la maggiore novità, scomparivano le antiche repubbliche di Genova, Venezia e Lucca, e si rafforzaval’egemonia austriaca.                                                              Un egemonia ottenuta attraverso una serie di legami militari e dinastici con gli altri Stati della penisola. Sul trono granducale di Toscana era tornato Ferdinando III di Asburgo-Lorena, fratello di Francesco I d’Austria. A una figlia dello stesso Francesco I, fu assegnato a titolo vitalizio il Ducato di Parma e Piacenza, mentre il Ducato di Modena e di Reggio andò Francesco IV d’Asburgo-Este. Il Regno di Napoli, era legato all’ Austria da un trattato di alleanza militare. Anche lo Stato pontificio, dovette consentire all’Austria di mantenere guarnigioni a Ferrara e a Comacchio. L’unico fra gli Stati italiani a mantenere una certa autonomia rispetto all’Impero asburgico era il Regno di Sardegna, ingranditosi con l’acquisto della Savoia e soprattutto di una regione ricca e popolosa come la Liguria.

·         La Gran Bretagna, non accampò pretese territoriali sul continente. Si preoccupò piuttosto di assicurare in Europa un equilibrio tale da impedire l’emergere di nuove ambizioni egemoniche, oltre che di consolidare la sua posizione di massima potenza marittima sia nel Mediterraneo, sia sulle rotte asiatiche.

 

Restaurato l’ordine in Europa e ridisegnata la carta politica del vecchio continente, i capi delle grandi potenze cercarono di approntare gli strumenti diplomatici e militari atti a garantire la conservazione degli equilibri interni e internazionali usciti dal congresso di Vienna.

 

Santa Alleanza

 

E’ un patto sottoscritto da Austria, Prussia e Russia, e successivamente da tutti gli altri paesi europei tranne Inghilterra, Turchia e Stato Pontificio, per garantire l’ordine e la stabilità politica  a mezzo riunioni periodiche e consultazioni sulle decisioni da prendere, allo scopo di tenere a bada i nascenti movimenti nazionali e liberali.

 

Alla Santa alleanza aderirono in seguito molti altri Stati europei, fra cui la Francia.

 

Non vi aderì invece la Gran Bretagna, che ne giudicò il contenuto inconsistente agli effetti pratici. In compenso il ministro degli Esteri inglese Castlereagh si fede promotore di un secondo trattato la cosiddetta Quadruplice alleanza che fu firmato nel novembre 1815 fra le quattro potenze vincitrici ( Gran Bretagna, Austria, Russia, e Prussia) e che impegnava i contraenti a vigilare contro possibili tentativi di rivincita da parte della Francia.

 

6.3. La Restaurazione Politica

 

La Restaurazione ebbe caratteri diversi nei singoli paesi, sempre però nel quadro di un indirizzo conservatore e tradizionalista.

                                                                                         

*   In Gran Bretagna si ebbe la prevalenza dell’ala destra del partito conservatore, che favorì gli interessi della grande proprietà terriera.

*   In Prussia, Austria e Russia venne seguita una linea che si richiamava all’assolutismo settecentesco e ostacolava ogni evoluzione in senso liberale.

*   Il caso più significativo di Restaurazione “morbida” fu quello della Francia, dove Luigi XVIII promulgò una Costituzione, che proclamava l’uguaglianza di tutti i francesi davanti alla legge, e tra l’altro prevedeva un Parlamento bicamerale, composto da una Camera dei pari di nomina regia e da una Camera dei deputati elettiva, e conservò molte innovazioni del periodo rivoluzionario e napoleonico.

*   In Italia la Restaurazione fu particolarmente dura nel Regno di Sardegna.

*   Nello Stato della Chiesa e nel Regno delle due Sicilie le spinte reazionarie furono in parte frenate dalla presenza di correnti moderate.

*   Nel Lombardo-Veneto l’Austria ispirò il proprio governo ad una miscela di autoritarismo e buona amministrazione.

  

6.4. Gli aspetti sociali della Restaurazione

 

Vincoli feudali e rapporti sociali: la Restaurazione non interruppe il processo di emancipazione dai vincoli feudali avviato dalla rivoluzione francese e di crescita  della borghesia.

Tuttavia la borghesia fu danneggiata da politiche dei governi che favorivano gli interessi della proprietà terriera e dal ristabilimento delle antiche barriere doganali che ostacolavano gli scambi.

 

In buona parte dell’ Europa  dell’Est, il processo di emancipazione dai vincoli feudali fu invece assai lento; spesso i contadini erano ancora legati da obblighi e vincoli di dipendenza nei confronti dei signori locali, che rappresentavano l’ autorità.

 

Nell’Impero asburgico il processo di emancipazione dai vincoli feudali fu assai lento  e si compi soltanto nel 1848.

 

Nell’Europa del Sud la defeudalizzazione fu più rapida, ma non intaccò se non in minima parte le tradizioni gerarchiche sociali.

 

In Francia e nei Paesi che avevano subito la dominazione napoleonica (parte della Germania, Paesi Bassi, Italia settentrionale),  la situazione era molto diversa e la rivoluzione antifeudale si era compiuta in modo irreversibile, mentre media la borghesia aveva aumentato considerevolmente la sua quota di partecipazione alla  proprietà della terra.

 La piccola proprietà contadina fu invece complessivamente danneggiata dalla legislazione napoleonica.

 

L’Europa continentale cominciava comunque a conoscere un fenomeno analogo a quello che si stava già  verificando in Inghilterra: la formazione di una massa di lavoratori non più legati alla terra e alle antiche comunità rurali, pronta spostarsi verso i centri urbani e verso le nuove opportunità di lavoro dell’industria: la classe operaia.

 

6.5. La cultura del Romanticismo

 

Durante l’età della Restaurazione si diffuse in tutta Europa la cultura romantica.

 

Il Romanticismo,  esaltava la spontaneità del sentimento, i valori della tradizione e della nazione, che guardava con un nuovo interesse alla storia;  segnava un mutamento rispetto alla cultura e alla mentalità illuministica.

 

Come corrente letteraria, artistica e filosofica , il Romanticismo era nato in Germania negli ultimi decenni del ‘700.

 

Si affermò in Inghilterra, e cominciò a diffondersi anche in Francia, già patria dell’Illuminismo.

 

A partire  dal 1815, il Romanticismo si diffuse un po’ ovunque, fino a costituire il quadro di riferimento comune a tutte le più importanti espressioni della cultura europea della prima metà dell’800: dalla poesia al romanzo, dalla musica sinfonica al melodramma, dalla storiografia alla filosofia, dalla pittura all’architettura.

 

Il  Romanticismo non si limitò al mondo delle lettere e delle arti;   fu una cultura nel senso più ampio del termine: fu una mentalità diffusa; un fenomeno di costume che influenzò in modo decisivo, come non era mai accaduto prima, il modo di pensare, di agire e di apparire della minoranza colta, in particolare dei giovani intellettuali.

 

Per le generazioni formatesi tra la fine del ‘700 e l’inizio dell’800, il Romanticismo fu anche una posa, un modo di atteggiarsi ispirato a una serie di modelli reali o immaginari.

 

Ma in realtà il Romanticismo poté costituire altrettanto bene la premessa delle battaglie liberali dell’epoca e stimolare, con il culto del passato e dei valori nazionali, lo sviluppo del nazionalismo.

 

6.6. Cospirazioni e società segrete

 

La lotta politica nel periodo della Restaurazione fu dovuta  dalla contrapposizione tra i sostenitori dell’antico regime, da un lato, e i liberali e i democratici dall’altro.

 

In quasi tutti i paesi europei l’azione di liberali e democratici si doveva svolgere in forme clandestine, attraverso società segrete.

 

La Carboneria si ispirava ad un liberalismo moderato, mentre altre sette avevano posizioni più spiccatamente democratiche. In massima parte la base sociale delle società segrete era  costituita da intellettuali, studenti e – soprattutto – militari: furono essi i protagonisti della rivoluzioni degli anni ’20.

 

6.7. I moti del ’20-21 in Spagna e in Italia

 

L’ondata rivoluzionaria partì dalla Spagna: il Re Ferdinando VII fu costretto a concedere la nuova Costituzione Liberale nel 1812 e a indire le elezioni per le Cortes, ma il nuovo regime non riuscì a consolidarsi, anche per i contrasti in seno allo schieramento costituzionale.

 

Nell’estate del 1820, moti rivoluzionari, sempre iniziati da militari, scoppiarono a poche settimane di distanza nel Regno delle due Sicilie e in Portogallo.

 

In Portogallo il Re Giovanni VI fu costretto, in agosto, a concedere una costituzione simile a quella spagnola.

La stessa cosa aveva dovuto fare il Re di Napoli Ferdinando I, lo schieramento liberale e democratico rimase fragile, anche per il sopraggiungere della violenta rivolta di Palermo a sfondo indipendentista.

 

Il successo della rivoluzione napoletana aveva intanto acceso le speranze di altri  liberali italiani, soprattutto in Piemonte e in Lombardia, dove erano nate nuove organizzazioni che aveno l’obbiettivo di cacciare gli austriaci dal Lombardo-Veneto.

 

In Lombardia ogni ipotesi insurrezionale fu però stroncata dalla scoperta,  nell’ottobre 1820.

 

In Piemonte, il moto scoppiò nel marzo del 1821, quando alcuni reparti si ammutinarono, inducendo il Re Vittorio Emanuele I ad abdicare in favore del fratello Carlo Felice.

Dal momento che il nuovo Re si trovava fuori dal regno, la reggenza fu affidata al nipote Carlo Alberto, che si impegnò dapprima a concedere una costituzione simile a quella spagnola; ma poi, sconfessato e richiamato all’ordine da Carlo Felice, si unì alle truppe lealiste che, all’inizio di aprile sconfissero a Novara i rivoluzionari.

 

Le rivoluzioni costituzionali di Spagna e d’Italia furono sentite dai conservatori di tutta Europa come una grave minaccia per gli equilibri imposti dal congresso di Vienna: equilibri che mal si conciliavano con la diffusione di regimi in cui l’operato dei governi spesso era  condizionato dalla volontà degli elettori.

A preoccuparsi dei nuovi sviluppi era soprattutto l’Austria di Metternich che chiese la convocazione di un congresso delle potenze europee, chiedendo in tale sede la necessita di un intervento armato nel Napoletano.

In un successivo convegno, fu lo stesso Re delle due Sicilie, Ferdinando I a chiedere l’aiuto delle potenze alleate al congresso di Lubiana;   Gli austriaci intervennero contro la rivoluzione napoletana.

La rivoluzione spagnola fu schiacciata, invece, dall’intervento militare della Francia (1823). 

   

6.8. L’indipendenza greca

 

L’insurrezione dei greci contro il dominio turco, cominciata nel 1821 e protrattasi per quasi un decennio, fu l’unica tra le rivoluzioni degli anni ’20 a concludersi con un sostanziale successo.

Fu anche la solita che, finì con l’assumere il carattere di una guerra di popolo, nazionale e religiosa ancor prima che politica.

Ma il successo della lotta per l’indipendenza greca si dovette anche e soprattutto a fattori di carattere internazionale.

L’impero turco era uno Stato non europeo e non cristiano; e non rientrava nell’area di intervento della Santa alleanza. Se alcune potenze – soprattutto l’Austria e la Gran Bretagna – lo consideravano ancora un prezioso elemento di equilibrio, altre – come la Russia e la Francia – erano attratte dalle possibilità di espansione che il suo indebolimento avrebbe reso possibile  nell’area mediterranea e nei Balcani.

 

L’Impero ottomano e i popoli balcanici.

 

In realtà l’antico Impero ottomano faticava sempre più a tenere uniti i suoi vastissimi possedimenti.

Sempre più problematico per il governo turco era poi il controllo dei popoli balcanici (greci, serbi, macedoni, albanesi, bulgari, romeni): qui mancava anche il legame religioso, dal momento che il grosso della popolazione era formato da cristiani ortodossi.

In tutta la penisola balcanica i cristiani, erano nella grande maggioranza servi della gleba, contadini poveri, pastori nomadi; ma formavano anche , coi loro strati superiori, il grosso del ceto mercantile e una parte importante della burocrazia imperiale.

 

L’insurrezione.

 

Nel 1815 già i serbi erano riusciti a cacciare i turchi e a conquistarsi un ‘ampia autonomia.

Nel 1821 insorsero i greci, che svolgevano un ruolo chiave nella vita economica dell’Impero Ottomano. Per fermare la guerriglia scatenata dai greci per terra e per mare i turchi ricorsero a una serie di crudelissime repressioni.

 

La solidarietà nazionale.

 

Si creò allora in favore degli insorti una forte corrente di opinione pubblica internazionale e  da tutta l’ Europa accorsero volontari per unirsi alla guerra contro i turchi.

La spinta dell’opinione pubblica riuscì in qualche modo a condizionare l’operato dei governi. La Russia che si atteggiava a protettrice dei cristiani ortodossi, ruppe nel ’22 le relazioni diplomatiche con la Turchia.

La Gran Bretagna riconobbe la Grecia come paese belligerante. Solo l’Austria rimase ferma nella difesa dello status quo.

Nel giugno del 1827, dopo anni di duri combattimenti, il governo turco riuscì ad aver provvisoriamente ragione della rivolta, grazie all’aiuto del più potente fra i suoi vassalli, l’Egitto.

 

L’intervento europeo

 

Ma la situazione fu capovolta dall’intervento delle potenze europee. In luglio una flotta anglo-franco-russa si scontrò a Navarino con quella turco-egiziana e la distrusse.

Ne seguì una guerra fra Russia e Turchia, al termine della quale il sultano fu costretto a firmare la pace di Adrianopoli (1829) con cui si riconosceva l’indipendenza greca.


6.9. La rivoluzione di luglio in Francia e le sue conseguenze

 

I moti del 1830-31

 

Fra il 1830-31, l’Europa fu attraversata da una nuova ondata rivoluzionaria.

La politica di Carlo X, divenuto Re di Francia nel 1824, fu ispirata al disegno degli ambienti oltranzisti di realizzare una restaurazione integrale. Nel luglio del  1830, il popolo di Parigi reagì con una insurrezione che costrinse il Re alla fuga.

Il 29 luglio le camere riunite in seduta comune dichiaravano la decadenza della dinastia borbonica e nominarono nuovo sovrano Luigi Filippo d’Orleans.

La scelta di Luigi Filippo andava incontro alla richieste della piazza, ma d’altra parte aveva lo scopo di bloccare un processo rivoluzionario.

 

Luigi Filippo “Re dei francesi”

 

Il 9 agosto, Luigi Filippo fu proclamato dal parlamento “Re dei francesi per volontà della nazione”.

Il tricolore della Francia rivoluzionaria tornò ad essere la bandiera nazionale. Fu varata una nuova costituzione che ricalcava le linee della Carta del ’14, ma accresceva il controllo del Parlamento sull’ Esecutivo

La guida del governo fu affidata a un uomo dell’alta borghesia, il banchiere Laffitte; a capeggiare la Guardia nazionale, fu  chiamato il vecchio generale La Fayette.

La Monarchia di luglio nasceva dunque sotto il segno di un moderato liberalismo.

Con il successo dell’insurrezione di luglio e la cacciata di Carlo X, la Francia proclamava, la sua ostilità a ogni intervento straniero nelle vicende interne di altri paesi.

Era dunque naturale che la rivoluzione parigina aprisse nuovi spazi all’iniziativa delle forze liberali e democratiche europee.

 

La rivolta del Belgio.

 

Il 25 agosto l’insurrezione scoppiò a Bruxelles  e si diffuse nelle settimane successive in tutto il Belgio – che mirava ad ottenere l’indipendenza dall’ Olanda.

Il governo olandese chiese l’aiuto delle grandi potenze. Ma Francia e Gran  Bretagna si opposero e ottennero che la questione fosse discussa in una conferenza internazionale.

La conferenza, che si tenne a Londra fra il dicembre 1830 e il gennaio 1831, riconobbe l’indipendenza del Belgio.

 

Le insurrezioni in Italia e in Polonia.

 

Esito sfortunato ebbero invece i moti scoppiati all’inizio del ’31 nell’Italia centro- settentrionale e la rivolta scoppiata in Polonia contro il dominio russo.

In entrambi i casi i promotori delle insurrezioni speravano nell’aiuto francese. Ma dovettero presto constatare i limiti della teoria del “non intervento”, soprattutto quando si riferiva a episodi avvenuti lontano dalla Francia.

Nel marzo del ’31, gli austriaci intervennero militarmente nell’Italia centro-settentrionale per restaurarvi i governi spodestati.

Nel febbraio, i russi avevano intrapreso una sanguinosa campagna contro gli insorti polacchi, che si sarebbe conclusa solo in settembre con la caduta di Varsavia.

 

6.10. Le monarchie liberali

 

La base sociale della monarchia di Luigi Filippo.

 

Il regime orleanista si resse, su una base di consenso abbastanza ristretta e precaria.

 

Soprattutto dopo la sostituzione del primo ministro Laffitte con il più moderato Perire, la monarchia di Luglio finì per identificarsi strettamente con i valori e con gli interessi dell’alta borghesia degli affari, che vide costantemente crescere il suo peso economico e la sua influenza politica.

 

L’alta borghesia e l’aristocrazia liberale a essa alleata costituivano però uno strato estremamente sottile della società francese, e  non potevano contare, per legittimare il loro potere, sulla forza della tradizione monarchica, né tanto meno sull’appoggio del clero.

 

Sul fronte dell’opposizione, furono i gruppi democratici-repubblicani che erano stati i protagonisti dell’insurrezione  parigina del ’30 che, organizzati in una fitta rete di associazioni più o meno clandestine, costituirono una costante minaccia per la stabilità del regime orleanista, costretto a fronteggiare una lunga serie di agitazioni e di veri e propri tentativi insurrezionali.

 

La ricorrente minaccia rivoluzionaria provocò una ulteriore involuzione conservatrice che si accentuò a partire dal 1840, quando Guizot divenne la figura dominante della scena politica francese.

 

Guizot puntò le sue carte sui progressi economici che il paese stava realizzando e riuscì a rafforzare la maggioranza moderata.

 

L’evoluzione liberale della monarchia inglese                

 

Fra la metà degli anni ’20 e la fine degli anni ’40, il sistema liberale inglese si consolidò definitivamente e si adattò alla nuova realtà politica sociale creata dalla rivoluzione industriale.

 

Con ciò il nodo principale da sciogliere era quello dell’allargamento del diritto di voto, allora limitato a una ristretta minoranza della popolazione.

 

Nel giugno 1832 la legge approvata dal parlamento allargava il corpo elettorale di oltre il 50%.

Alla riforma elettorale si accompagnarono, negli anni ’30, misure legislative volte ad alleviare le condizioni delle classi più disagiate e ad allentare una tensione sociale che restava sempre molto acuta.

La legge sul lavoro nelle fabbriche, del 1833 fissava a 10 ore l’orario massimo di lavoro per i ragazzi sotto i diciotto anni e a 8 ore per i bambini sotto i dodici anni.

La legge sui poveri, del 1834 , affidava a istituzioni ed enti locali l’assistenza ai poveri.

 

Le Trade Unions e la carta del popolo

 

L’allargamento del suffragio politico, ed alcune  riforme sociali non bastarono però a far tacere la protesta dell’opposizione democratica, che faceva capo agli intellettuali radicali e agli operai organizzati.

 

Proprio dai leader delle Trade Unions partì l’iniziativa di una grande agitazione popolare per imporre alla classe dirigente l’adozione del suffragio universale.

 

Nel 1838 fu elaborato un documento in sei punti - la Carta del popolo - che chiedeva il suffragio universale maschile, la garanzia della segretezza del voto, e una nuova riforma dei collegi elettorali.

Il movimento cartista rimase attivo anche negli anni successivi, dando vita a una lunga serie di manifestazioni, comizi e scioperi, ma non riuscì ad ottenere nessuno dei suoi obiettivi e, dopo un decennio di lotte fini con l’esaurirsi.

 

La battaglia contro il dazio sul grano.

                        

Tra la fine degli anni ’30 e l’inizio degli anni ’40, un’altra agitazione mobilitò le energie degli intellettuali progressisti, appoggiati questa volta dal partito liberale: quella per la riforma doganale, e in particolare per l’abolizione del dazio sul grano.

 

La battaglia antiprotezionistica fu vinta nel 1846, quando il governo, allora guidato da Peel, prese la storica decisione di abolire il dazio sull’ importazione dei cereali.


6.11. Le monarchie autoritarie

 

Immobilismo politico e conservazione sociale.

 

Negli anni ’30-48,  contrariamente alle profonde  trasformazioni avvenute in Gran Bretagna e in Francia, le monarchie autoritarie dell’Est europeo mostravano indirizzi legati a immobilismo politico e conservazione sociale.

 

In Russia con  l’avvento, nel 1825, del nuovo zar Nicola I  si aprì una stagione di duro autoritarismo, in cui l’Impero zarista assunse definitivamente quel ruolo di roccaforte dell’autocrazia.

 

L’Austria-Ungheria vedeva il primo manifestarsi delle spinte autonomistiche delle varie nazionalità dell’Impero.

 

Deluse le speranze di unificazione nazionale, deluse le istanze liberali, le aspirazioni della borghesia tedesca si concentravano soprattutto sull’attuazione di una Unione doganale fra tutti gli Stati della Confederazione.  


6.12. Gli equilibri internazionali dopo il 1830

 

L’intesa franco-brittanica.

 

Nel decennio 1830-40, l’equilibrio europeo fu condizionato soprattutto dalle due potenze liberali, Gran Bretagna e Francia.

L’intesa esercitò la sua influenza anche nelle contese dinastiche e politiche che sconvolsero in quegli anni le monarchie iberiche  (Spagna e Portogallo),  che videro prevalere le forze liberali su quelle legittimiste.

 

Nel 1839-40 l’intesa si ruppe in seguito a un serio contrasto relativo alla questione d’Oriente.

Da allora la politica estera francese, si caratterizzò per un netto riavvicinamento all’Austria.

 

La svolta si manifestò soprattutto in occasione della guerra civile scoppiata nel 1845 nella Confederazione elvetica, dove da anni era in atto un duro scontro fra i cantoni cattolici, che intendevano mantenere i vecchi ordinamenti, e i cantoni protestanti, decisi a rafforzare il loro potere feudale.

Nel dicembre ’45, i cantoni cattolici si staccarono dalla confederazione e costituirono una Lega separata.

La Gran Bretagna si schierò a favore dei protestanti, le altre potenze europee, compresa la Francia, appoggiarono la causa dei secessionisti, che furono sconfitti nel 1847.

La Francia di Luigi Filippo usciva dalla crisi indebolita sul piano internazionale e ulteriormente screditata all’interno. 

 

7. LE AMERICHE

 

7.1. Le due rivoluzioni americane

 

La lotta fra la Restaurazione e la rivoluzione, fra i valori della conservazione e gli ideali nazionali e liberali, non fu combattuta solo sul vecchio continente.

Mentre in Europa le potenze della Santa alleanza cercavano di ristabilire e mantenere un solido equilibrio conservatore, le colonie spagnole e portoghesi dell’America Latina portavano a compimento la loro lotta per l’indipendenza.

 

7.2. L’indipendenza dell’America Latina

 

Alla fine del ‘700, l’America Latina svolgeva un ruolo di notevole importanza nell’economia mondiale, non più soltanto come produttrice di metalli preziosi, ma anche come fornitrice di molti prodotti agricoli.

Diverse, nelle varie zone, erano le colture e i metodi di conduzione della terra. Ma comune era la prevalenza delle aziende di grandi dimensioni, che impegnavano manodopera indigena in condizione servile o semiservile, oppure si basavano sul lavoro di schiavi neri “ importati” dall’Africa.

 

I creoli, indios, meticci.

 

La stratificazione sociale,  coincideva quasi perfettamente con la divisione razziale:

·         Al vertice stavano i creoli, ossia i bianchi di origine europea,

·         In basso c’erano gli indios, la cui condizione variava da quella di un servo a quella di un salariato o, più di rado, di un contadino povero.

·         I neri, presenti soprattutto in Brasile e nelle Antille

·         i meticci che occupavano le fasce sociali medio basse e lavoravano nell’artigianato, nel piccolo commercio o nella conduzione delle aziende agricole, alle dipendenze di proprietari creoli.

 

La spinta all’indipendenza venne non dagli strati inferiori, ma dagli stessi creoli, desiderosi di liberarsi dal controllo dei funzionari governativi inviati dall’Europa.

Queste aspirazioni si manifestarono già alla fine del ‘700 dopo l’invasione della  Spagna da parte di Napoleone.

A partire dal 1808, le colonie spagnole vennero governate da giunte locali in mano ad elementi  creoli.

Nel 1810, le giunte di importanti città latino-americane deposero i rappresentanti della monarchia e assunsero i poteri di governo.

Nel 1811, la giunta di Caracas proclamò l’indipendenza della Repubblica del Venezuela.

 

Cominciava così una lunga lotta di liberazione combattuta in tutto il continente dai movimenti indipendentisti creoli, contro le forze spagnole ancora presenti in America Latina.

 

Un caso a parte fu quello del Messico, dove la rivolta contro gli spagnoli assunse subito la forma di una guerra sociale.

 

La lotta di liberazione subì una grave battuta nel 1814-15, in coincidenza con la restaurazione della monarchia spagnola e con l’invio dall’Europa di nuove truppe, che in breve riconquistarono quasi tutte le zone controllate dai ribelli.

Ma la guerra riprese a partire dal 1816, grazie all’appoggio decisivo della Gran Bretagna, sotto la guida di Bolivar e San Martin.

Nel 1824, sconfitti definitivamente gli spagnoli, l’America Latina era ormai indipendente.

 

7.3. L’America Latina dopo l’indipendenza

 

La fase successiva all’indipendenza vide il fallimento dei progetti di unire l’America Latina in una grande confederazione sul modello degli USA.

 

Sul piano dello sviluppo economico e civile, l’America Latina non riuscì a seguire l’esempio degli Stati Uniti.

L’economia latino-americana continuò infatti ad essere modellata in funzione delle esportazioni verso l’Europa non riuscendo a sviluppare un mercato interno autonomo.

 

La fine del dominio spagnolo e l’affermazione della Gran Bretagna come interlocutore economico privilegiato di tutto il continente, non mutarono questi caratteri di fondo, anzi li accentuarono.

 

Immutati o addirittura aggravati, risultarono anche gli squilibri sociali ereditati dall’età coloniale.

L’indipendenza non portò alcun miglioramento nelle condizioni della popolazione, anche se si attenuarono le discriminazioni razziali.

La schiavitù fu ovunque abolita, almeno sulla carta, negli anni successivi all’indipendenza.

Ma questo non significo la fine dei rapporti feudali o semifeudali che legavano i contadini ai grandi proprietari.

L’arretratezza dei rapporti sociali incise negativamente sulla stabilità delle istituzioni rappresentative che quasi tutti i nuovi Stati si erano date, ispirandosi al modello dei regimi costituzionali europei e soprattutto a quello degli Stati Uniti.

La stessa configurazione geografica di molti paesi, rese spesso precario il funzionamento di un’efficiente amministrazione centrale.

Di qui una serie di spinte centrifughe, di rivolte, di conflitti interni nei quali venne sempre più emergendo il ruolo dei capi militari.

Si delineavano così, quei caratteri della lotta politica in America Latina che erano destinati a perpetuarsi per tutto l’800 e per buona parte del XX secolo.

 

 

7.4. Lo sviluppo degli Stati Uniti: le frontiera e la democrazia

 

L’eccezionale sviluppo degli Stati Uniti nei decenni successivi all’indipendenza traeva origine da alcuni caratteri peculiari della società americana, quali

-          il  fattore geografico: esistevano ad ovest immensi spazi, occupati da poche centinaia di migliaia di indiani, su cui si riversò un ondata di pionieri.

-          Il  carattere “mobile” della frontiera contributi a plasmare profondamente la mentalità americana, favorendo uno spirito individualista ed egualitario.

 

Fino agli anni ’20 la scena politica negli USA fu dominata dal contrasto tra:

*     Federalisti ( che esprimevano gli interessi della borghesia urbana ed erano favorevoli ad un rafforzamento del potere centrale e al protezionismo)

*     Repubblicani ( esprimevano gli interessi degli agrari del Sud e dei coloni dell’Ovest, difendevano l’autonomia dei singoli Stati e richiedevano una politica liberistica).

 

Saliti al potere nel 1800 con Jefferson, i repubblicani vi rimasero per quasi trent’anni.

 

Scomparsi dalla scena i federalisti e dopo la scissione dei repubblicani in due correnti, nazionali e democratici, questi ultimi si affermarono nel 1828 con l’elezione alla presidenza di Jackson, tipico rappresentante dello spirito della frontiera.

 

7.5. L’Espansione territoriale degli Stati Uniti

 

L’espansione territoriale degli Stati Uniti si attuò, nella prima metà dell’800, secondo due direttrici:

Ø       Verso Ovest (Far West)

Ø       Verso Sud.

 

La corsa all’Ovest fu il risultato dell’iniziativa dei pionieri ma fu anche appoggiata dal potere centrale, soprattutto per quel che riguardava i continui conflitti con gli indiani (progressivamente scacciati verso ovest).

 

L’espansione a sud si realizzo attraverso l’acquisto della Louisiana (dalla Francia) e della Florida (dalla Spagna).

 

Negli anni ’40, dopo una guerra contro il Messico, gli Stati Uniti ottennero i territori compresi tra il golfo del Messico e il Pacifico.

 

Nel 1823 il presidente Monroe aveva affermato l’egemonia degli USA su tutto il continente, sostenendo che ogni intervento europeo sarebbe stato considerato atto ostile. 

 

8. IL RISORGIMENTO ITALIANO.

 

8.1. Risorgimento e storia d’Italia.

 

Come molti altri paesi europei, anche l’Italia conobbe, nella prima metà dell’800, un processo di graduale riscoperta e di sempre più netta rivendicazione delle propria identità nazionale.

Questo processo, fu definito dai contemporanei e poi dagli storici, col nome di “Risorgimento”.

 

L’Italia, non aveva mai conosciuto, lungo tutto il corso della sua storia, l’esperienza di uno Stato unitario. Era stata unita politicamente solo ai tempi dell’Impero romano, in seguito, era rimasta sempre divisa.

Uno Stato italiano non era mai esistito, ma un’idea di una nazione italiana, era da tempo presente,  nel pensiero degli intellettuali ed aveva acquistato vigore durante la dominazione napoleonica, che vide il diffondersi tra i giacobini italiani di orientamenti unitari e indipendentisti.

Con la Restaurazione e con lo stabilirsi di un’egemonia austriaca su tutta la penisola, la situazione dell’Italia peggiorò sotto molti punti di vista.

Nei moti del ’20-21 la questione nazionale fu pressoché assente, ma questo problema riemerse nei nuovi moti del  1831.

 

8.2. I moti del 1831

 

L’origine dei moti.

 

Le insurrezioni che scoppiarono all’inizio del 1831 nei Ducati di Modena e di Parma e in una parte dello Stato pontificio furono una diretta conseguenza della nuova situazione creatasi dopo la rivoluzione del luglio 1830 in Francia.

Il duca Francesco IV sperava di profittare di un eventuale sommovimento politico per diventare sovrano di un Regno dell’Italia centro-settentrionale. Per questo entrò in contatto con alcuni esponenti delle società segrete nel Ducato: fra questi, Ciro Menotti.

Ma dopo lo  scoppio della rivoluzione in Francia, si rese conto che l’Austria si sarebbe opposta a ogni mutamento dello status quo in Italia  e   abbandonò rapidamente ogni idea di cospirazione.

Continuòperò a tenere i contatti con i liberali per poterli meglio controllare  e nella notte del 3 febbraio 1831, quando tutto era pronto per l’insurrezione, fece arrestare i capi della congiuntura riuniti in casa di Ciro Menotti.

 

La rivolta nelle legazioni e nei Ducati

 

Era però troppo tardi per fermare il progetto rivoluzionario.

 

Bloccata a Modena, la rivolta scoppiò il 4 febbraio a Bologna e si estese immediatamente a tutti i centri principali delle Legazioni pontificie, dilagando nel Ducato di Parma e di Modena, e costringendo alla fuga Francesco IV e Maria Luisa.

 

Rispetto ai moti del ’20-21 le insurrezioni dell’Italia centro-settentrionale presentarono alcuni caratteri di novità.

Questa volta a muoversi non furono tanto i militari, quanto i ceti borghesi appoggiati dall’aristocrazia liberale e sostenuti da una mobilitazione popolare.

Un altro elemento di novità fu il tentativo di coordinare le singole insurrezioni cittadine in un moto unitario: nelle Legazioni fu costituito un Governo delle province unite, con sede a Bologna, e fu organizzato un corpo di volontari col compito di marciare verso Roma.

 

L’esito del moto fu però condizionato negativamente sia dal persistere delle divisioni municipaliste, sia dal riproporsi del contrasto fra democratici e moderati.

 

Il regime orleanista non si impegnò i difesa delle rivoluzioni italiane, e  il governo austriaco, una volta accertate le intenzioni di Luigi Filippo, poté procedere indisturbato a un nuovo intervento militare.

Alla fine di marzo, l’esercito asburgico entrò nei territori pontifici e sconfisse a Rimini le forze degli insorti; Il ritorno al vecchio ordine fu accompagnato dall’inevitabile repressione.

 

Ciro Menotti fu condannato a morte e impiccato.

Anche il Papa Gregorio XVI usò la mano pesante nei confronti degli insorti emiliani e romagnoli, che furono condannati a lunghissime pene detentive.

 

8.3. Mazzini e la Giovine Italia

 

La sconfitta dei moti del ’31 nell’Italia centro-settentrionale provocò la crisi definitiva della  Carboneria a favore di in nuovo indirizzo che ebbe il suo principale sostenitore in Giuseppe Mazzini.

Mazzini fin dagli anni giovanili si era accostato alle idee democratiche e patriottiche , e  nel 1827 aveva aderito alla Carboneria.

Arrestato nel 1830 fu  costretto ad emigrare in Marsiglia.

Nell’esilio francese, Mazzini entrò in contatto con i maggiori esponenti dell’emigrazione democratica, ma subì l’influenza della cultura politica dell’epoca.

 

In lui le aspirazioni democratiche erano inserite in una concezione caratterizzata da aspetti mistico-religiosi e dominata dall’idea di una missione spettante all’Italia.

Quella di Mazzini era una religiosità laica tipicamente romantica.

 

L’idea di nazione aveva nel pensiero di Mazzini un posto fondamentale.

La nazione era la cellula fondamentale attraverso cui si sarebbe realizzato il sogno di un’umanità libera e affratellata.

Solo uniti in nazioni i popoli avrebbero potuto assolvere alla loro missione storica.

All’Italia, in particolare, spettava il compito di impugnare la bandiera delle nazioni oppresse, di abbattere i pilastri principali del vecchio ordine e di farsi iniziatrice di un generale moto di emancipazione.

Mazzini non ignorava i problemi sociali ed era favorevole a riforme anche audaci, ma difendeva il diritto di proprietà come base che tendesse a dividere la collettività nazionale e a rompere l’unità spirituale del popolo.

Se formulazioni di Mazzini potevano apparire poco concrete e a tratti persino confuse, il suo programma politico era invece di un’estrema chiarezza.

 

L’Italia doveva rendersi indipendente e darsi una forma di governo unitaria e repubblicana.

 

La via per giungere all’unità e all’indipendenza era solo una: l’insurrezione di popolo, di tutto il popolo senza distinzioni di classe. Lo strumento per realizzare l’insurrezione di popolo era una organizzazione di tipo nuovo.

La nuova organizzazione nacque in Francia, nell’estate del ’31, si chiamò la Giovine Italia, che adottò come vessillo la bandiera tricolore.

Nella Istruzione generale per gli affratellati della Giovine Italia, venivano redatti i principi informatori (libertà, uguaglianza, umanità ) e gli obiettivi politici dell’associazione (unità nazionale, indipendenza, repubblica).

 

L’obiettivo principale dell’azione mazziniana era il Regno di Sardegna, dove la Giovine Italia su sconfitta nell’aprile del ’33. Vi furono arresti e condanne a morte, oltre duecento patrioti dovettero riparare all’estero e tutta l’organizzazione della Giovine Italia in Piemonte ne risultò praticamente distrutta.

Mazzini non si dette per vinto e approntò un nuovo progetto, che avrebbe dovuto penetrare in Savoia dalla Svizzera ma anche questo si risolse in un fallimento.

 

La crisi della Giovine Italia e i dubbi di Mazzini

 

L’esito fallimentare della spedizione in Savoia, rappresentò un duro colpo per il prestigio di Mazzini e per l’attività della Giovine Italia.

Privato, nel giro di pochi mesi, di molti dei suoi migliori collaboratori, Mazzini dovette affrontare in questi anni notevoli difficoltà personali e una vera e propria crisi di coscienza.

Le accuse di leggerezza e di corresponsabilità nel sacrificio di molti giovani patrioti, lo ferirono profondamente e lo indussero a un ripensamento delle sue scelte di fondo e dei suoi metodi di lotta.

La tempesta del dubbio fu in breve superata e nel 1840 riuscì a rifondare la Giovine Italia e a riannodare i contatti con molti gruppi clandestini operanti in paese.

 

Nell’estate del ’43, un gruppo di patrioti emiliani cercò di organizzare un moto nelle Legazioni pontificie, ma il complotto fu subito scoperto.

 

Stessa sorte ebbe un secondo tentativo che culminò, nel settembre del ’45, nell’occupazione di Rimini da parte bande armate repubblicane.

 

Nel giugno-luglio ’44, i fratelli Bandiera, sbarcarono in Calabria  con l’obbiettivo di far sollevare la masse contadine contro il governo borbonico.

Il tentativo si scontrò con l’indifferenza delle popolazioni locali e si concluse con l’arresto e la fucilazione dei fratelli Bandiera.

 

8.4. L’evoluzione degli Stati italiani

 

Il decennio 1830-40 trascorse in Italia sotto il segno di una sostanziale continuità col periodo della Restaurazione.

 

Stato della Chiesa, il Papa bloccò ogni riforma razionalizzatrice e ogni iniziativa di progresso economico.

 

Regno delle due Scille: non si verificò essun mutamento di rilievo.

 

Regno di Sardegna:: sembrò aprirsi qualche spiraglio limitato con l’avvento al trono di Carlo Alberto, che introdusse alcune innovazioni nella struttura istituzionale e nell’arretratissima legislazione del Regno.

Nel 1831 fu istituito un Consiglio di Stato di nomina regia, nel ’37 e nel ’40 vennero promulgati i nuovi codici civili e penali, e nel ’43 un nuovo codice commerciale .

Qualche progresso si registrò nel settore dell’istruzione e in quello delle comunicazioni stradali.

 

Granducato di Toscana: il governo negli anni ’30 continuò ad essere moderatamente tollerante.

Un’iniziativa di senso opposto e di alto valore fu invece quella di convocare a Pisa nel ’39, il primo congresso degli scienziati italiani; dai congressi era esclusa qualsiasi discussione di argomento politico, si parlava però di economia, di agraria, di istruzione pubblica.

A questi timidi segni di risveglio culturale si accompagnarono, all’inizio  degli anni ’40, alcuni sintomi di progresso nel quadro economico.

 

Lombardia e in Piemonte: in alcune zone si erano realizzati progressi consistenti nella cerealicoltura e nell’allevamento.

L’industria era rimasta sostanzialmente estranea alla tecnologia delle macchine. In particolare il settore tessile, si fondava sulla manifattura tradizionale e sul lavoro a domicilio.

L’industria mineraria e quella meccanica erano presenti solo con piccoli e sparsi nuclei, per lo più dovuti a capitali stranieri.

Le ferrovie ebbero un avvio assai lento e ritardato. La prima linea aperta in Italia fu la Napoli-Portici. L’avvio delle costruzioni ferroviarie fu comunque uno degli elementi che contribuirono, fra il ’40 e il ’46, a dare slancio all’economia degli Stati italiani.

Altri fattori furono i progressi del sistema bancario e lo sviluppo dei porti e della marina mercantile.

Si trattava, nel complesso, di progressi limitati, ma furono sufficienti a far riflettere la parte più avvertita dell’opinione pubblica borghese sui danni derivanti all’economia dalla mancanza di un mercato nazionale e di un efficiente sistema di comunicazioni.  

 

8.5. Le nuove correnti politiche: moderatismo, neoguelfismo, federalismo

 

Nel corso degli anni ’40, il dibattito politico si allargò e si arricchì di nuove voci. La principale novità fu l’emergere di un orientamento moderato.

La base principale del pensiero moderato stava nel tentativo di conciliare la causa liberale e patriottica con la religione cattolica e col magistero delle Chiesa di Roma.

 

Una corrente cattolico-liberale esisteva in Italia fin dagli anni della Restaurazione; e aveva i suoi esponenti più illustri in Manzoni e Rosmini.

 

La condanna papale del 1832, per quanto fosse rivolta soprattutto contro il gruppo francese dell’Avenir, si ripercosse anche sul cattolicesimo liberale italiano, limitandone gli spunti più apertamente riformatori. Ma non impedì al pensiero cattolico-moderato di esprimersi per altre vie.

Venne così prendendo corpo una scuola di pensiero che poi fu definita neoguelfa, con un termine tratto dalla storia medievale , e che suscitò, per reazione, l’emergere di una corrente neoghibellina.

 

Il neoguelfismo conobbe il suo momento di maggior popolarità dopo il 1843, in coincidenza con l’uscita di un libro dell’abate torinese Gioberti, intitolato Del Primato morale e civile degli italiani.

Gioberti era convinto che, per tornare alle glorie passate, l’Italia avesse bisogno di ampie riforme politiche e amministrative. Ma riteneva  che per raggiungere questo scopo non fosse necessario puntare sull’unità politica. La soluzione da lui proposta era un confederazione fra gli Stati italiani.

L’opera di Gioberti aprì una fase di intenso dibattito politico e fu seguita da una serie di altre proposte.

 

Nel 1844, un anno dopo il Primato, uscì Le speranze d’Italia del piemontese Cesare Balbo.

Anche Balbo auspicava la formazione di una lega fra gli Stati italiani. Ma , realisticamente, si poneva il problema della presenza dell’ Impero asburgico, principale ostacolo per qualsiasi ipotesi indipendentista.

 

Nel 1846 un altro piemontese, Durando, in un libro intitolato Della nazionalità italiana , rilanciava il progetto monarchico-federalista, ipotizzando la divisione dell’Italia in tre Stati, retti da regimi costituzionali.

 

L’elemento comune ai progetti di Gioberti, Balbo e Durando era dunque l’ipotesi federalista.

 

Fu il fallimento dei moti del ’45 nelle Legislazioni pontificie a ispirare a Massimo D’Azeglio i celebre opuscolo su Gli ultimi casi di Romagna, uscito all’inizio del ’46: dove la dura critica al malgoverno pontificio si accompagnava alla denuncia delle iniziative insurrezionali, giudicate inutili, intempestive e in ultima analisi dannose alla causa nazionale.

In alternativa, D’Azeglio indicava la via dell’impero civile e delle riforme.

 

Negli stessi anni in cui il neoguelfismo conosceva i suoi maggiori trionfi e i moderati piemontesi proponevano la candidatura del Regno sardo al ruolo di guida del Risorgimento nazionale, una corrente federalista, democratica e repubblicana si sviluppava in Lombardia, capofila di questa tendenza era il milanese Cattaneo

 

8.6. Il biennio delle riforme (1846-47)

 

L’elezione di pio IX.

 

Nel biennio 1846-47, il moto riformatore che si era lentamente avviato negli anni precedenti conobbe un’improvvisa accelerazione e una serie di grandi mutamenti.

 

L’evento decisivo in questo senso fu l’elezione del Papa Pio IX.

 

Il nuovo papa era noto soprattutto come un pastore di anime, dalla religiosità sincera e profonda. I primi atti del suo pontificato fecero sì che le iniziali simpatie si tramutassero in vero e proprio entusiasmo.

Liberali e moderati di tutta Italia credettero di aver trovato in Pio IX il loro eroe, le piazze delle principali città italiane si riempirono di manifestazioni inneggianti al pontefice.

Nella primavera-estate del ’47, fu convocata una Consulta di Stato, fu istituita una Guardia civica e fu attenuata la censura alla stampa.

 

Questi elementi erano tutt’altro che rivoluzionari.

 

Ma ebbero un effetto superiore al loro valore intrinseco, dando ulteriore stimolo all’agitazione per le riforme e alla propaganda patriottica in tutti gli Stati e nello stesso Lombardo-Veneto.

Nel luglio del ’47, il governo austriaco, inviò alcuni reparti nella cittadella di Ferrara, estendendo poi l’occupazione all’intera città.

La mossa di Metternich, che provocò una protesta ufficiale del papa, si rivelò però controproducente. La mobilitazione patriottica si intensificò e assunse sempre più chiaramente contenuti antiaustriaci.

 

Carlo Alberto offrì al papa il suo appoggio e trasse spunto dall’episodio per riaffermare la tradizionale avversione del Piemonte alla presenza austriaca in Italia. Il governo liberale inglese criticò l’operato dell’Austria e si espresse apertamente in favore di riforme economiche e politiche negli Stati della penisola.

 

Fra l’estate le l’autunno del ’47, il moto riformatore dilagò in tutta Italia.

Sovrani e governanti furono indotti a concessioni.

In settembre , il Granduca di Toscana imitò Pio IX, istituendo una Consulta di Stato e una Guardia civica.

In ottobre, Carlo Alberto varò un nuovo ordinamento amministrativo, che rendeva elettivi i consigli comunali e provinciali, e allentò i controlli sulla stampa.

In novembre, Piemonte, Toscana e Stato della Chiesa sottoscrissero gli accordi preliminari per una Lega doganale italiana.

 

Estraneo al progetto di Lega rimase il Regno delle due Sicilie. 

 

                                                                              

 

 

 

 

 

 

 
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