| Imperialismo |
| Scritto da Mario Fabiani | |
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Alla fine del secolo XIX le grandi e piccole potenze europee iniziarono
una politica espansionistica di carattere radicalmente diverso da quella che
l’aveva preceduta, legata all’iniziativa privata o alle grandi imprese
commerciali. I governi in prima persona
assunsero l’iniziativa, e la tendenza diventò quella di annettere, sia
economicamente che politicamente, i territori extraeuropei, che diventarono
vere e proprie colonie (direttamente sotto il controllo del paese occupante) o protettorati
(con ordinamenti locali parzialmente mantenuti). Soprattutto la Francia e
l’Inghilterra, tradizionalmente stati imperialisti, aumentarono moltissimo i
loro possedimenti. Anche i nuovi stati, come Germania e Italia, incominciarono
imprese coloniali. Questa nuova politica fu legata a diversi fattori: -fattori economici: la necessità di reperire materie prime a basso costo e di allargare il mercato dei prodotti finiti, di investire capitali. Queste esigenze si fanno sentire soprattutto nel momento in cui in Europa più forti si fanno le spinte protezionistiche. In realtà però il vantaggio economico derivante dalle colonie fu sempre molto relativo, rimase solo nelle teorie degli economisti. -Fattori politici e ideologici: si fece largo l’idea che la “civiltà dell’uomo bianco”, in quanto espressione di un ordine superiore, avesse la missione di redimere i “selvaggi”. La politica di potenza si mischia ad un vero e proprio razzismo di stampo positivista, propugnato anche da molto intellettuali, soprattutto inglesi (ad es. Kipling). L’opinione pubblica è favorevole, impressionata e interessata dalle imprese degli esploratori di metà secolo. Infine a volte le imprese coloniali vengono iniziate solo in funzione di contrasto rispetto alle potenze rivali.
All’inizio del secolo XX il mondo risultò comunque completamente diviso
in zone di influenza fra le maggiori potenze.
Il colonialismo mostrò il volto peggiore della civiltà europea:
sistematico l’uso della violenza nei confronti delle popolazioni locali. Dal punto
di vista economico vi fu uno sviluppo con l’applicazione di nuove tecniche, sia
dell’agricoltura che dell’industria, ma tutto in funzione dell’economia dei
paesi occupanti, sconvolgendo gli equilibri locali e sfruttando al limite dello
schiavismo la manodopera. Diversi paesi utilizzarono metodi diversi (più tolleranti verso i locali gli inglesi, più coercitivi i francesi), ma in sostanza l’effetto della colonizzazione furono devastanti, soprattutto nei luoghi più arretrati e legati a modi di vita arcaici (Africa nera), meno nei paesi con tradizioni più forti e strutture economiche preesistenti (Asia e Nordafrica). Una delle conseguenze dell’introduzione della cultura e del pensiero europeo fu quella di dare vita ai nazionalismi locali, che avrebbero portato in seguito alle lotte per l’indipendenza.
Asia
All’inizio dell’età dell’imperialismo, le potenze europee avevano già
possedimenti in tutte le parti dell’Asia, ma fu con la costruzione del canale di
Suez (1869) che la corsa all’Oriente subì un decisivo impulso. In particolare
vi fu il rafforzamento della presenza inglese in India, la conquista
dell’Indocina da parte della Francia, l’espansione della Russia verso la
Siberia e l’Asia Centrale. In India la GB aveva affidato la gestione alla Compagnia delle Indie, che dominava un territorio vastissimo comprendente il Pakistan e il Bangladesh. La GB esportava i propri prodotti tessili e importava tè e cotone. Il tentativo di introdurre alcune modernizzazioni nell’immobile cultura indiana portò alla rivolta dei Sepoys nel 1857, seguita da una riorganizzazione del dominio inglese: l’India viene tolta alla Compagnia e ricade direttamente sotto la corona inglese, vengono ridotte le autonomie locali e grazie anche alla ferrovia viene stabilito uno stretto controllo militare su tutto il paese. Come reazione all’espansione inglese, la Francia cominciò la sua espansione in Indocina, annettendosi l’attuale Vietnam, la Cambogia e il Laos, e combattendo con la Cina (anni dal 1862 al 1893). Il Siam (Thailandia) mantiene l’indipendenza come stato cuscinetto tra inglesi e francesi. Nello stesso tempo la Russia aveva già da tempo cominciato la colonizzazione della Siberia (anni 30), sotto il controllo statale, con ottimi risultati, nel 1860 viene costruita Vladivostok, mentre l’Alaska viene venduta agli Stati Uniti nel 1867. Nel 1891 viene terminata la transiberiana. In Asia centrale i russi si annetterono il Turchestan (1876-85), regione ricca di cotone. Vi furono contrasti con gli inglesi per l’Afghanistan, che alla fine diventò stato cuscinetto sotto il protettorato inglese. Nel Pacifico intanto cominciava a farsi sentire anche l’imperialismo giapponese. Approfittando della crisi dell’impero cinese, i giapponesi si annettono la Corea con una breve guerra (1894). La crisi in cina portò allo scoppiare di rivolte nazionaliste e conservatrici, fomentate da una società segreta (i boxers) che nel 1900 presero come obiettivo gli interessi occidentali. Tutte le grandi potenze intervennero e Pechino venne occupata dalle truppe alleate.
Gli Stati Uniti portarono avanti un imperialismo di tipo diverso,
“informale”, che trovava la sua giustificazione nell’esigenza di esportare i
propri principi e la propria organizzazione sociale in tutto il mondo, magari
con il pretesto di combattere il colonialismo vecchio stampo (dalla lotta
contro il quale gli USA erano nati). La prima occasione si verificò con Cuba, che lottava da tempo con gli Spagnoli. Gli Usa avevano grandi interessi nell’isola, per cui con la scusa di lottare contro l’oppressione, si schierano contro gli Spagnoli (1898) e li sconfiggono facilmente, ottenendo oltre all’isola anche Portorico e le Filippine. Sempre nel 98 gli USA si annettono anche le Hawaii, imponendosi quindi come grande potenza coloniale.
Africa
L’espansione coloniale in Africa fu la più grandiosa. Negli anni dal
1870 al 1910 le potenze europee passarono da possedimenti pari al 10% del
continente fino al 90%. Le civiltà africane stavano attraversando da tempo un periodo di crisi, dovuta alla decadenza commerciale e alla tratta degli schiavi, prima da parte dei musulmani poi degli occidentali. Nella parte nordoccidentale sopravvivevano alcuni stati musulmani, e l’impero etiopico cristiano nella parte orientale. Le zone del centro sud erano invece in mano a società tribali molto arretrate, che si combattevano tra di loro in maniera feroce. L’espansione cominciò con l’occupazione della Tunisia da parte della Francia (1881) e dell’Egitto da parte della GB (1882). In entrambi i paesi le potenze europee avevano forti interessi economici (la Francia aveva già l’Algeria, la GB voleva il controllo del canale di Suez), e col pretesto di sedare insurrezioni nazionaliste, procedettero all’occupazione. Gli inglesi si trovarono poi a combattere contro i sudanesi, capeggiati dal Mahdi, capo carismatico e integralista islamico, che resistette fino al 1898. In centro Africa il re Leopoldo del Belgio riuscì a costruirsi un vero e proprio dominio personale (1876) con la scusa di scopi umanitari, che cercò di rafforzare nel momento in cui vennero scoperti importanti giacimenti minerari nel Katanga. La necessità di avere un accesso al mare lo portarono a scontrarsi con il Portogallo, che possedeva l’Angola. A questo punto, per iniziativa di Bismarck, si tenne una conferenza a Berlino (1884-85) in cui si fissarono i principi per la “spartizione” del continente africano. Tali principi, basati sulla cosiddetta “effettiva occupazione” dei territori, scatenarono in realtà la corsa all’accaparramento delle terre ancora libere. Il Belgio mantenne il Congo, ma altri territori furono assegnati alla Francia, alla Germania e all’Inghilterra. La Francia intraprese diverse campagne contro gli stati islamici sahariani conquistando vasti territori quasi sempre desertici. L’Inghilterra invece si concentrò sulla parte orientale dell’Africa, per proteggere il canale e la via commerciale verso l’India. Dopo un contrasto con la Germania per il Tanganika, si giunse ad un accordo che permise alla GB si annettersi Zanzibar, importante nodo commerciale dell’oceano indiano. Nella regione dell’alto Nilo gli Inglesi, impegnati contro il Sudan, rischiano di scontrarsi con i francesi (incidente di Fascioda), ma si arriva ad un’intesa che inaugura una stagione di distensione tra i due paesi. All’inizio del 900 la spartizione era conclusa e rimanevano indipendenti solo la Liberia, la Libia, il Marocco e l’impero etiopico.
Un episodio particolare dell’epoca coloniale è rappresentato dalla
guerra anglo-boera. I boeri erano i discendenti dei coloni olandesi che erano
andati in SudAfrica nel XVII Secolo, e poi erano stati scacciati dagli inglesi
che avevano ottenuto la Colonia del Capo nelle guerre napoleoniche, fondando le
repubbliche di Orange e del Transvaal. Negli anni 60 vengono scoperti
giacimenti di diamanti nel Transvaal, e
i governanti inglesi della Colonia (Rhodes), appoggiati dalla GB, iniziano
un’espansione territoriale che porta i possedimenti inglesi ad ingrandirsi e a
circondare completamente le repubbliche boere. La discriminazione dei boeri nei
confronti dei coloni inglesi che sono attirati dai giacimenti auriferi scoperti
negli anni 85-86, dà a Rhodes il pretesto per appoggiare le proteste. La
tensione sale finchè nel 1899 il Transvaal dichiara guerra all’Inghilterra. La guerra fu lunga e sanguinosa, anche perché i boeri resistettero e furono appoggiati dall’opinione pubblica europea, soprattutto tedesca. Alla fine, nel 1902, la GB vince e si annette Transvaal e Orange. I boeri continuano la guerriglia per vari anni, poi si giunge ad una pacificazione e le due repubbliche ottengono una certa autonomia e si federano con la Colonia del Capo nell’Unione Sudafricana. Inglesi e boeri continuano tranquillamente a sfruttare le risorse del paese e a discriminare duramente le popolazioni indigene. |
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