|
I movimenti contestativi degli anni 60 e 70
Come reazione al consumismo e alla standardizzazione dei caratteri
della società di massa, si sviluppò alla fine degli anni 60 un movimento
giovanile, perlopiù suscitato dagli ambienti universitari, che si poneva lo
scopo di ribellarsi ad un nuovo tipo di sfruttamento economico, quello della
società dei consumi, veicolato dal potere dei mass-media, e ad un sistema di
valori basato sulla ricchezza, il successo e il profitto.
Il movimento ebbe le sue basi teoriche in
una evoluzione del marxismo collegata alle nuovo teorie sociologiche, che
partiva dalla Scuola di Francoforte (l'Istituto per la ricerca sociale fondato
in Germania negli anni 20 da Horkheimer) per approdare ai lavori di Herbert
Marcuse, che teorizzava un “passaggio di testimone” della rivoluzione anticapitalista da una classe operaia ormai “borghesizzata”
agli emarginati e soprattutto ai popoli del terzo mondo.
La contestazione, protagonisti della quale furono proprio i primi figli
della “società del benessere”, nati appena dopo la guerra, si epresse dapprima
in forme di rifiuto della civiltà industriale, con la creazione delle comunità
hippy negli USA a partire dalla seconda
metà degli anni 60, poi nella creazione di una vera e propria cultura
alternativa fatta di non-violenza, misticismo orientale, droghe leggere e
musica.
In seguito il movimento assunse carattere più politico, entrando nelle
Università. Il primo episodio significativo fu l'occupazione dell'Università di
Berkeley in California, nel 1964. Il movimento studentesco americano si legò
fortemente con la contestazione alla guerra del Vietnam e con i movimenti di
emancipazione dei neri. Questi ultimi, dopo una prima fase pacifista sotto la
guida di Malcolm Luther King, diedero
vita anche ad azioni violente con l'avvento del Black Power.
Il movimento si diffuse ben presto anche in Europa, dove assunse
carattere ancora più politicizzato, richiamandosi al marxismo e alla
rivoluzione culturale cinese, e contestando l'autoritarismo dello stato
borghese e l'imperialismo americano.
In Germania si verificò
una reazione alle politiche repressive del governo di destra, con la creazione
di movimenti politici extraparlamentari.
In Francia avvenne l'episodio più eclatante della stagione delle
rivolte studentesche: la rivolta nel maggio 1968 del quartiere latino di
Parigi, che vide contrapposti polizia e studenti, e coinvolse partiti di
sinistra e sindacati nell'opposizione al governo De Gaulle. Quest'ultimo però,
sorpassato il momento di crisi acuta, riuscì a far perno sull'opinione pubblica
moderata e a vincere le elezioni del mese seguente, e con una oculata riforma
universitaria depotenziò il movimento studentesco, che si esaurì rapidamente.
In Italia il movimento si caratterizzò subito per la sua forte
politicizzazione, legata al marxismo rivoluzionario. Il movimento studentesco
si volle distinguere anche dalle organizzazioni politiche tradizionali della
sinistra, mettendo al centro la democrazia di base, l'assembleismo e
l'egualitarismo. Allo stesso tempo i giovani si sforzavano di assumere
comportamenti alternativi anche in campo personale, famigliare e nei rapporti
tra i sessi.
L'interlocutore privilegiato degli studenti
fu subito rappresentato dal movimento operaio. Tale rapporto era legato
all'elite intellettuale del movimento, legata alla forte tradizione marxista
della sinistra italiana. Nello stesso periodo si formarono una serie di
organizzazioni politiche cosiddette “extraparlamentari”:
Lotta Continua, Potere Operaio, ecc.
Le lotte degli studenti si intrecciarono
quindi con quelle degli operai, che durante il 1969 portarono avanti una dura
lotta per rivendicare nuove condizioni economiche e normative del rapporto di
lavoro, a volte addirittura mettendo in discussione l'organizzazione del lavoro
nelle fabbriche.
Benchè colte di sorpresa,
le organizzazioni sindacali tradizionali riuscirono a controllare il movimento
e a sfruttarlo per raggiungere una serie di obiettivi salariali e organizzativi
(per esempio la creazione dei consigli di fabbrica) sanciti nei nuovi
contratti. Il nuovo peso delle organizzazioni sindacali si concretizzò
poi nell'emanazione nel 1970 dello statuto dei lavoratori, che stabiliva i
diritti e le libertà sindacali all'interno delle aziende.
Per quanto riguarda invece gli sbocchi politici, il movimento operaio e
studentesco non ottenne grossi risultati, né spostò gli equilibri elettorali. Furono
approvate limitatissime riforme nel campo dell'istruzione.
In generale i movimenti contestativi della fine degli anni 60 non
ottennero da nessuna parte risultati significativi sul piano politico, ma
introdussero nella società nuovi valori e modi di vita che avrebbero innescato
trasformazioni importanti nella società stessa, nuovi miti che avrebbero
influenzato i giovani anche negli anni seguenti.
Nel 77 in Italia, si verificò una crisi economica scatenata
dall'aumento del prezzo del petrolio, che
provocò un forte aumento della disoccupazione. Il malcontento dei giovani, che
pur in presenza di un alto livello di scolarizzazione non trovavano sbocchi nel
mondo del lavoro, esplose in un nuovo movimento contestativo, caratterizzato
dalla ripresa dell'operaismo del 68 in modi ancora più radicalizzati, e guidato
dai gruppi di Autonomia Operaia. Vi furono occupazioni di Università e scontri
anche molto violenti con le forze dell'ordine. Bersaglio furono anche le
organizzazioni della sinistra tradizionale e i sindacati.
Dopo il 77 molti giovani, delusi
dall'inevitabile riflusso delle contestazioni, si rivolsero al terrorismo di
sinistra, che subito dopo ebbe le sue stagioni di massimo sviluppo, culminato
con il sequestro Moro.
|