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La Russia di fine secolo e la rivoluzione del 1905
La Russia negli ultimi anni del secolo XIX era un paese fortemente
autocratico, caratterizzato dalla totale assenza di costituzionalismo anche limitato
(come quello dell’Austria o della Prussia). Gli zar Alessandro III e Nicola II
portarono avanti la politica assolutista, limitando i poteri dei pochi
organismi locali di autogoverno su cui facevano conto la borghesia e
l’aristocrazia illuminata, rafforzando il controllo sull’istruzione e sulla
giustizia, inasprendo la russificazione delle minoranze e l’antisemitismo.
Sul piano economico la volontà è
quella di rilanciare l’industria. Si cerca di farlo soprattutto inasprendo il protezionismo e
aumentando gli investimenti pubblici. Inoltre il ministro delle finanze Vitte
(1892-1903) cerca di attirare capitali stranieri (francesi soprattutto) grazie
alla repressione dei conflitti sociali che tiene basso il costo del lavoro.
L’industrializzazione,
imposta dall’alto più che frutto di una borghesia capitalistica autonoma, si concentra solo
in alcune zone del paese (Pietroburgo, Mosca, gli Urali) e così la
classe operaia russa, che conta almeno due milioni di persone (su una
popolazione di cento). Il processo quindi non cambia le condizioni della
maggioranza della popolazione, che opera nell’agricoltura, in
condizioni di estrema arretratezza e povertà (c’è un surplus di manodopera dovuta all’abolizione della
servitù della gleba). Si ha un tasso di analfabetismo e mortalità
infantile altissimi.
In queste condizioni l’opposizione
si fa sempre più sentire, dai borghesi (pochi) alle rivolte contadine, agli scioperi
(illegali) nelle industrie. Le ideologie rivoluzionarie si fanno strada nelle
classi popolari. Gli operai seguono il partito socialdemocratico, di stretta
osservanza marxista (che poi si dividerà in menscevichi e
bolscevichi). I contadini sono influenzati dal partito socialista
rivoluzionario, di tendenze anarchiche e populiste.
Senza sbocchi legali, l’opposizione russa si risolse in un sommovimento
sanguinoso e di grandi proporzioni. Le condizioni maturarono nel 1905, quando
la Russia era impegnata nella guerra contro il Giappone. Una marcia di 150.000
persone a Pietrogrado, che davanti al Palazzo d’Inverno chiedevano riforme
politiche in senso più favorevole alle classi povere, viene presa a fucilate
provocando numerose vittime e feriti. Questo provoca un’insurrezione generale,
nelle città e nelle campagne. Il governo non è in grado di sedarla in quanto il
grosso dell’esercito è impegnato nella guerra. La Russia piomba nell’anarchia.
Si formano numerosi consigli locali (soviet) soprattutto nelle città,
caratterizzati da forme di democrazia diretta ispirata alla Comune di Parigi.
Il soviet di Pietrogrado sembra in grado di assumere il controllo del paese.
Lo zar inizialmente sembra cedere alle
richieste dei rivoltoso, ma in realtà finanzia gruppi
paramilitari di estrema destra (centurie nere) e antisemiti. Alla fine del
1905, conclusa la pace con il Giappone, l’esercito rientra in
Russia e la rivolta viene repressa nel sangue.
Lo zar mantiene la promessa di far eleggere
un parlamento (la Duma), ma questa viene più volte sciolta fino a
quando una riforma classista del sistema elettorale non porta ad un’assemblea
totalmente succube al sovrano.
Restaurato un regime praticamente
assolutista, il primo ministro Stolpyin intraprende una dura repressione delle
opposizioni, ma anche una riforma agraria, che permette ai contadini di uscire
dalle comunità di villaggio (mir) e di acquistare le terre su cui lavoravano,
provenienti dallo stato o dai latifondisti. Lo scopo di creare una piccola
borghesia rurale riesce solo in parte, mentre molti contadini non riescono a
sopravvivere con i loro piccoli fondi e vanno a ingrossare le fila degli
immigrati nelle città. Ciò fornisce più manodopera alle industrie ma acuisce ancora una volta le tensioni
sociali.
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